Ne vale la pena? #1

13 maggio 2003
Pubblicato da

di Tiziano Scarpa

Qualche tempo fa, in una media città del nord, sono entrato in una libreria di medie proporzioni. È una libreria di una catena non molto conosciuta ma mediamente diffusa in Italia. Vi si trovano novità di narrativa e tascabili di classici, guide turistiche e ricettari, bestseller e saggistica storica, prontuari di medicina alternativa e manuali per l’uso di se stessi.

Cercavo il libro di un mio amico che era stato pubblicato poche settimane prima.
È un libro molto bello, che gli è costato tre anni di lavoro.
È un’opera d’arte.
È un romanzo.
Si fa leggere con ingordigia, appassiona.
Parla di cose vere, di problemi attualissimi ed eterni.
Nonostante ciò, non appartiene a un genere letterario immediatamente classificabile, non è un poliziesco.
È un romanzo.
È un romanzo in grado di parlare alla gente.
Non è un libro sperimentale, non è spocchioso.
È scritto in un linguaggio che tutti possono capire.
È pieno di invenzioni senza essere intossicato da elucubrazioni adatte a lettori troppo sofisticati.
Il libro l’avevo già letto.
Lo cercavo per vedere se c’era.
Non dovevo acquistarlo, né per me né per farne un regalo.
La mia era una verifica commerciale, quindi culturale.
C’erano tutte le premesse per trovarne almeno una copia.
Il romanzo è pubblicato da una delle più grandi case editrici italiane.
Non ha alcun problema di distribuzione.
Qualche pubblicità è comparsa sui quotidiani.
L’autore risiede in una città poco distante dalla quella della libreria dove io stavo cercando il suo libro.
Ne hanno parlato vari critici, in termini complessivamente lusinghieri.
Infine, ripeto, è stato pubblicato da poco.
La decisione di essere messo in vendita in quel tipo di libreria, dunque, dipende dagli ultimi anelli della catena distributiva: dai rappresentanti, dai librai.
A meno che non sia la casa editrice stessa che, nella sua politica di distribuzione, decide che per certi libri, in certe librerie, non è nemmeno il caso di provarci.
“Non lo abbiamo,” mi ha risposto la commessa.
“Vi deve arrivare?”
“Aspetti che vado a informarmi.”
È andata a controllare nel computer accanto alla cassa.
Mi sono guardato intorno, sugli scaffali, sui banconi.
Thriller, legal thriller.
Noir americani, noir inglesi, noir mediterranei.
Gialli, gialli, gialli.
Polizieschi, polizieschi, polizieschi.
Parecchi horror.
Romanzi d’amore americani.
Romanzi americani sull’andare in giro a far compere.
Autori anglofoni di tutti i tipi.
Conosciutissimi, sconosciutissimi.
Alcuni spacciati per artisti della parola, altri smaccatamente commerciali, con il titolo dorato in rilievo.
Autori americani e inglesi, coetanei dell’autore italiano di cui stavo cercando il romanzo, alcuni anche intellettualistici e sofisticati, tortuosi, spocchiosi.
Tutti presenti, con le bibliografie intere.
Autori mediocri, presenti con i loro opera omnia, in edizione tascabile.
Autori che probabilmente non vendono neanche molto, ma scrupolosamente esposti a scaffale, sul banco, in vetrina.
Il novanta per cento dei libri in commercio, in quella media libreria di una media città italiana, erano traduzioni di libri americani e inglesi.
“Ha ragione Antonio”, ho pensato aspettando il responso della commessa, “quando dice che gli autori americani e inglesi, anche quelli che sono contro l’Impero, si nutrono parassitariamente delle sue briciole, partecipano anche loro al banchetto, scrivono nella lingua dei vincitori che viene diffusa e tradotta in tutto il mondo.”
Ma a essere onesti non era del tutto vero, in quella libreria c’era anche una valanga di libri di comici televisivi italiani, con le loro facce di cazzo riprodotte in copertina, le loro smorfie atroci.
La commessa è tornata da me dopo qualche minuto:
“Non ci arriva mica, sa?”
E con questo ha chiuso il discorso.
Non mi ha nemmeno domandato se mi interessava ordinarlo, come fanno (facevano?) di solito i librai.
Il messaggio era: “è un articolo che non trattiamo, punto e basta.”
L’Italia produce cultura, letteratura, opere d’arte linguistiche, romanzi, e il mercato, anche quando sembra impegnarsi a diffonderle (casa editrice importante, pubblicità, recensioni), di fatto non le smercia, non perché sono indigeribili, ma solo perché non rientrano nelle categorie smerciabili: autore americano, o inglese, o giornalista, o vecchione, o noir, o comico televisivo, eccetera.
Noi viviamo in un paese che non tiene in alcun conto le opere d’arte linguistiche.
Noi viviamo in un paese che preferisce di gran lunga il penultimo e l’ultimo degli autorucoli americani e in generale anglofoni ai migliori scrittori che si esprimono nella nostra lingua.
Noi viviamo in un paese che ritiene che non sia nemmeno il caso di prendere in considerazione il romanzo di un autore italiano se questo non è già famoso, o non è americano, o non è un comico televisivo, o non scrive noir.
Nemmeno se ha scritto un romanzo.
Nemmeno se ha scritto un libro che può essere capito e amato da tutti.
Allora lo chiedo direttamente a Covacich, autore di A perdifiato, pubblicato da Mondadori, che io ho inutilmente cercato in una media libreria di una media città del nord: Mauro, ne vale la pena?

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