Per Pontiggia II

3 luglio 2003
Pubblicato da

di Helena Janeczek

La testimonianza che mi ha mandato Diego de Silva – pezzo pubblicato sul “Mattino”, ma Diego ci teneva che avesse vita più lunga e meno ufficiale – mi ha acuito una sensazione che avevo da giorni.

Qualcosa di sorprendente è emerso con la morte di Giuseppe Pontiggia, qualcosa che va oltre allo shock per una scomparsa improvvisa e che non coincide con il compianto universale che si è levato per ricordare un autore celebre. Un dolore condiviso, un dolore semplice.
L’eruditissimo letterato Pontiggia, lo scrittore che continuava a raffinare il suo understatement stilistico (cioè etico e conoscitivo), sapeva parlare del dolore, voleva, con i suoi modi e i suoi mezzi, farlo percepire nelle sue pagine. Lo ammette giustamente anche Giuseppe Genna (su www. clarence.com/spettacoli/cultura/societamenti) scrittore diversissimo per tutto, che infatti annuncia di voler fare i conti con i limiti dell’atteggiamento di Pontiggia e dei suoi coetanei. Non è dunque il solito scaramantico de mortuis nihil nisi bonum: è almeno rispetto. Ma un rispetto che – mi sembra- riguarda quell’unità che si definiva un tempo di “vita e opera”, e se fosse così, sarebbe piuttosto eccezionale.
Per quel che mi riguarda: Pontiggia, a mia insaputa, ha proposto il mio primo libro al premio Bagutta e mi ha chiamato la sera alle dodici quando è passato alle votazioni. Era felice. Non mi ha mai chiesto niente in cambio, ossequi men che meno. Non l’ho mai invitato a casa mia né viceversa. L’ho visto tre o quattro volte, cinque o sei gli ho parlato al telefono (di solito per ringraziarlo), ho dei libri suoi con delle dediche pensate e piene d’affetto e le lettere di cui parlava Raul. Potevo, a parte i pochi contatti in più, scrivere semplicemente: vedi Raul Montanari.
Non so come facesse a ricordarsi di tante persone, a starci dietro: so che è difficile pensare chi potrà calcare le sue orme fra quelli che sono nati dopo, con modi anche più militanti, come auspica Genna, o comunque diversi. (Ai tempi dell’università una mia amica mandò cinque poesie piuttosto belle ma per nulla simili alle sue a Franco Fortini e ricevette in riposta delle lunghe lettere di lacerata dialettica fortiniana). Ma anche se ci fosse qualcuno con gli stessi temperatissimi modi lombardi e borghesi dello scrittore chiamato Peppo sarebbe già molto di più di quanto mi pare di vedere. Quelli che vengono dopo per anagrafe – Tabucchi, de Luca, Vassalli ecc.- non sembrano includere nei compiti di uno scrittore qualcosa che vada oltre allo scrivere.
Per l’idea che mi sono fatta di persona, attraverso amici comuni e anche attraverso la sua scrittura, Pontiggia era un uomo che aveva ripulsa delle dissonanze, dei conflitti, delle inimicizie. Ma era anche uno scrittore che provava ancora curiosità e entusiasmo per la letteratura, uno a cui dava semplicemente piacere scoprire che in Italia ci fossero libri e autori nuovi in cui riporre una certa fiducia. Ed è anche per questo che scriveva le sue cartoline esegetiche, che mandava a mezzo mondo i suoi libri con dedica. Lo scrittore che amava i classici aveva cura del futuro.
Un dolore condiviso non comporta nessuna visione unitaria, ufficiale. Quando questa si sarà formata, il dolore non ci sarà più. Non c’è bisogno di trarne nessuna direttiva morale, però mi sembra che questo dolore indichi una necessità. Bisogna che noi “giovani” ci prepariamo a rispondere all’interpretazione globale del compito di uno scrittore interpretato da Peppo Pontiggia. Secondo la nostra etica, estetica ecc. molto o poco diverse dalla sua, ma da scrittori veri, da scrittori adulti. Non è una questione di stile né di look, è una questione di sostanza, di forza, di volontà che questo nostro lavoro possa sensatamente essere continuato.

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2 Responses to Per Pontiggia II

  1. osservatorioletterario il 10 luglio 2003 alle 01:20

    Tra gli autori citati da Elena in una frase a cui ha ampiamente dato risalto Scarpa,in particolare il nome di Erri De Luca mi è balzato agli occhi. Perchè lo conosco personalmente e personalmente credo che al contrario di quanto lei dice, Erri si sforza da anni di trasformare il suo pensiero e la sua letteratura in uno strumento di civiltà che sfocia in una quantità enorme di attività votate al sociale. Per lui sono importanti gli incontri con i giovani, è importante anche leggerli se tra loro c’è qualcuno che scrive, molti vengono da lui seguiti e tante sue apparizioni sono frutto di spinte che nascono da condizioni di disagio.

  2. Gustavo PAradiso il 12 luglio 2003 alle 11:50

    Gentile Signora Helena,
    lo svantaggio di fare un sito come il vostro (comunque bellissimo – ma tutte le cose hanno anche svantaggi, si sa), dunque, dicevo, lo svantaggio di pubblicare a ruota libera, comporta anche melensaggini tipo l’articolo scritto da Diego De Silva, penosa esibizione letteraria sul corpo di un morto, Giuseppe Pontiggia. Mi son fermato nella lettura a questa frase viscida: “… che cosa avrebbe detto Peppo di uno strafalcione del genere…”. Com’è viscido quel “Peppo”! Com’è vigliacco! Che vergogna mi fa sentire l’esibizione del fatto di “aver conosciuto” uno famoso… Per fortuna, però, c’era anche l’articolo di Montanari. Altra musica, altra sensibilità, senza viscidume. In un’epoca in cui ormai non si capisce più chi sia il lettore e che cosa rientri nelle sue abilità, forse una delle cose da recuperare sarebbe proprio lo spirito critico e libero di censura nei confronti di chi ci vuol imbrogiare l’anima con le sue melensaggini, le sue viscidaggini. In questo senso, datevi una mossa, e siate meno tolleranti e più profondi.
    GUSTAVO PARADISO



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