La vita privata di un pubblico idiota: storia del mio io

5 luglio 2003
Pubblicato da

di Giuseppe Genna

L’equivoco che permette un’ascesi in piena contemporaneità è questo: datemi dell’idiota. Sono un tizio sospetto. Aumentate l’attenzione a un plausibile narcisismo che si dispiega nell’orizzontalità di una vita che pare intensa e che invece è ordinariamente alienata. Non ogni esistenza è alienata, ma la mia sì.

Chuck Barry

L’ascesi è un percorso di ginnica psichica del tutto personale, quindi si pretende un insulto del tutto rivolto alla mia persona, fisica psicologica e spirituale. E’ un trampolino formidabile, una fionda eccessiva e sregolata. Il piacere dell’errore, del nicodemismo che si esprime mascherandosi nel cuore dell’errore, non è masochismo: è soltanto una prospettiva sulla realtà Per questo, non essendo un personaggio pubblico, posso permettermi, per quel poco di pubblicità di cui sono fatto oggetto, di esercitare una volontà distruttiva. Non si tratta di abolire il principio di sopravvivenza. La sopravvivenza non esiste. Non esiste immortalità. L’ascesi psichica a cui guardo è purissimo laicismo: è la controstoria dell’eternità.

La cultura è per me un impaccio personale di utilità universale. Essa fornisce una strumentazione che la collettività dovrebbe fare propria, se mira allo sviluppo e all’espansione della sua singolarità. La personalità è una singolarità della finzione: una finzione talmente magnetica da costituire un alimento grasso e a poco prezzo con cui stare al mondo – come la mortadella. La cultura esprime la possibilità di un’indefinita espansione dell’io, di un indefinito sviluppo tra le idee e le forme. Essa giunge alle soglie di ciò che non si dice perché non ci sono più le parole per dirlo. Persino quando si dorme e non si sogna, come è constatabile anche da mia zia, non esistono le parole per dirlo. Il che non impedisce che, in quello stato, noi siamo. Ecco dove mi piacerebbe infilarmi: in questo scacco del linguaggio in cui qualcosa continua a esistere. Nell’irriducibilità dell’esistenza a linguaggio.

Essere scrittori è un vantaggio: si incomincia a essere consapevoli dei meccanismi con cui la fiction esercita i suoi miseri poteri. E’ la via più veloce da percorrere per conoscere i meccanismi con cui “io” esercita i suoi miseri poteri. E’ tutto istantaneo, repentino, impossibile da essere iscritto in una dialettica. E’ la vita in stato nascente che io tocco se di colpo mi chiedo: in questo preciso momento sono maschio o femmina? Esercizio che lo scrittore compie continuamente, abbandonando lo stato di sogno, abbandonando la sequenza con cui si costruiscono le storie. Le storie sono fondamentali, beninteso, ma quando saremo morti non ascolteremo nessuna storia. Compio quest’esercizio: sto morendo ora. Non ho la possibilità di chiedermi cosa sia io, poiché non c’è più io. Non è un gioco, ma un esercizio. Questo significa ascesi: “esercizio”.

Quindi non è più questione né di letteratura né di politica. E’ questione di autocoscienza in un momento che è apparentemente dentro il tempo. E’ questione di ridurre la renitenza, di addolcire l’asperità, di squadernare la psicologia per domandarsi di che cosa sia materialmente fatta l’attività psichica.

La doppia vita è una grande storia, una grande metafora della renitenza che l’io oppone a mollare la presa. La doppia vita figura un significato dietro il significato usuale. E’ un po’ quello che Don DeLillo indica in Libra quando oppone al tempo presente la nevrosi collettiva paranoide: è una forma psichica che impedisce di uscire dal tempo. In Underworld scrive DeLillo che concede comunque un senso di sicurezza sapere che, a una certa distanza, Henry Kissinger è malato come noi. La paranoia figura uno stato psichico collettivo che dovrebbe permetterci di sfuggire a un controllo esterno. Siccome però non esiste nulla di esterno all’uomo, è a un condizionamento del tutto umano che la paranoia risponde. Mise en abime della paranoia: pensare che la paranoia sia il condizionamento. Se qualcuno si prendesse la briga di mettere le mani sulla letteratura trash che è nota come “teoria delle cospirazioni”, si renderebbe conto che il condizionamento del paranoide è effettivo, totalizzante, anodinizzante. Suppongo che i paranoici non si rivoltino mai. La paranoia è un magnetismo libidico che simula una élite della conoscenza: solo il complottista conosce la verità. Se il complotto diventa universalmente noto e accertato, il paranoico è deluso e scappa verso altri lidi su cui raccogliere le tracce di un sospetto ulteriore ed esotico. La promessa dell’esotismo che la paranoia formula è identica a quella fatta dal sistema spettacolare, che non smette mai di avanzare la tentazione prossima dell’esotico in pieno regime di omologazione.

Con me stesso spingo la paranoia al suo esito più catastrofico: il segreto è svelato, la sopravvivenza psichica è messa a repentaglio. Sono strano, bizzarro, colpevole. Sono sgradevole e sgradito. Non perdo in nulla la mia lucidità. Non abdico al mio sogno rivoluzionario, che resta l’abbattimento definitivo di ogni forma di potere. Soltanto, tento di realizzarlo laddove ho il massimo potere: sull’io. Va detto che l’io non è del tutto in mio potere. Non è che butti alle ortiche l’enfatizzazione dell’inconscio. E’ che non sono propriamente convinto che l’inconscio sia una declinazione dell’io.
Chuck Barris fu un mistificatore? E’ probabile, poiché ci teneva molto all’identità. Il film di Clooney coglie quest’aspetto controascetico dell’esistenza di Barris, quando lo piazza inebetito, sporco e nudo, incapace di pensare un pensiero, in piedi davanti al piccolo schermo acceso della tv nella sua zozzissima camera d’albergo. Se si lavora alla finzione dell’io, si rischia questo: o l’integrazione con zone nostre che non sono sentite come io oppure la follia.

Non è una perversione sciamannata che sto qui manifestando. E’ invece la lezione più autentica di molta psicologia torahica, buddista e induista. E’ assodato che viviamo una doppia vita. Basta semplicemente chiedersi quale. Basta che, se si è personaggi pubblici, ci si domandi davanti a quale pubblico si sta recitando e intorno a quale segreto oscuro si svolge la nostra esistenza, che in qualunque modo sia vissuta è sempre uno straordinario thriller.

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One Response to La vita privata di un pubblico idiota: storia del mio io

  1. Tavor il 9 luglio 2003 alle 00:54

    La paranoia è un lusso di cui pochi possono permettersi di parlare. E solo se si curano. Elena mi ama.



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