La meno peggio gioventù

7 luglio 2003
Pubblicato da

di Christian Raimo

Sono andato qualche giorno fa a vedere il malloppometraggio di sei ore di Marco Tullio Giordana, e ho capito un sacco di cose non tanto su questo paese (a quello c’ha pensato il mio presidente che finalmente ha detto chiaro e tondo qual è il genio italico: pane al pane e vino al vino… i tedeschi sono tutti nazisti, gli arabi inferiori, i morti rompicoglioni, i filosofi puttanieri…).

Ho capito un sacco di cose su quella cosa chiamata sinistra in cui (spesso senza volerlo) mi sono tante volte identificato (stesso tavolo al ristorante, stessi libri sullo scaffale, stessa fila al cinema…). Ecco la cosa che ho capito: che questa sinistra è una roba che si è dimenticata abbastanza del passato, e che per il futuro campa alla giornata, meno peggio dell’orizzonte degli eventi rappresentato dalla destra a cui si contrappone, ma ugualmente evanescente. Massimalisticamente parlando, è così.

Quello che ho visto è un film mortalmente noioso, con un senso storico che non si innalza oltre una preparazione da secondo liceo, ideologicamente violento senza dirlo. Insomma un manifesto di quella che è la sola proposta culturale omogenea della sinistra oggi: il veltronismo. (Avete letto il libro su Luca Flores?, avete letto la prefazione la libro delle barzellette di Totti?… l’epoca della Nutella, sappiatelo, era il pensiero forte…) E il veltronismo ha una suo firmamento di riferimenti, ha i suoi idoli che nel film compaiono tutti:

1. La letteratura come amuleto. Uno dei due fratelli protagonisti, quello più tormentato che finisce a fare il celerino e poi si ammazza, si porta appresso sempre un sacco di libri che non hanno nulla a che fare con l’interpretazione della realtà, anzi gli sono per lo più di ostacolo/danno nei rapporti con gli altri. L’equazione è letteratura=schizofrenia che porta al suicidio (presente Accorsi che fa Campana? Presente tutti i serial killer pseudo-colti?). Leggere sì, ma con cautela, che la vita è una partita di calcetto.

2. L’assoluta rimozione di un’interpretazione minimamente marxista, storicista, qualsiasi cosa. Perché si diventa celerini e non psichiatri? perché ci si dà alla lotta armata? Nel film di Giordana non esiste conflitto di classe (l’operaio Claudio Gioè licenziato alla Fiat finirà a fare l’operaio specializzato per restaurare il casale dell’amico ricco), non esistono neanche ideali contrapposti. Le distanze tra le persone (manifestanti contro polizia, pacifisti contro terroristi) sono dettate solamente da tic caratteriali. Perché la lotta armata? Per nervosismo. Uno gli gira il culo, e diventa clandestino.

3. L’idolatria per la psicologia, la psichiatria (in questo caso l’antipsichiatria di Basaglia). Nello sterminio ormai incruento delle ideologie (non si ricorda proprio più di cos’era l’una cosa o l’altra) l’unico valore positivo (che non sia tautologicamente la vita) è la psicologia. Le altre possibilità ermeneutiche sono totalmente azzerate. Le persone non sono convinte di quello che fanno ma sono in assoluta preda al loro portato. A quel punto il protagonista non può che essere un Luigi Lo Cascio, versione aggiornata e normalizzata del Sergio Castellitto del Grande Cocomero. Un personaggio che semplicemente non può sbagliare (perché non ha nessun aut aut che gli si presenti).

4. L’inconsistenza del Sessantotto, a cui vengono dedicati un paio di minuti per cui sembra che le lotte del periodo avessero l’inconsistenza giovanile di un’occupazione. Il Settantasette è ancora più ridotto a rimosso. Gli scontri ormai si svolgono nell’indefinitezza totale, sono fumo e corse tra i portoni, stare di qua o di là significava la stessa cosa, una spruzzata (giusto una spruzzata) di Pasolini su Valle Giulia e passano gli squilibri. Ed ecco una Genova antelitteram come l’abbiamo vista raccontata dalla tv.

5. L’ideologia di una gioventù senza alcun fascino. Il giro in Europa, le scopate con le svedesi che ci stanno facile, le corse in macchina, le corse sulla Vespa. Sapore di mare finalmente rivendicato. E tutto questo viene evocato per tutte le cinque ore successive del film come un paradiso perduto. Un’età stupenda che la nostra vita non potrà mai uguagliare. Ho vissuto un’adolescenza incasinata io, ma se ve ne racconto due minuti mi state a sentire di più.

6. Il vero successful man del libro è l’economista di sinistra, ciampiano, che realizza alla fine il vero ideale di sinistra: il villone in Toscana, dove da vecchi rievocare ancora per fare girare a Bertolucci Io ballo da sola. La fine del film è lì. In un villone fra tanti amici: in un villone (con la gente che voglio io, con la mia sinistra selezionata), non in una manifestazione. Non è un particolare. Scola (v. sotto) era radicale: Gassman nella villa se ne stava ricco e solissimo alla fine del film, Manfredi con la Sandrelli a fare la fila per iscrivere i figli a scuola insieme al mondo.

7. La sudditanza nei confronti dei modelli che non si è riusciti a omaggiare. L’ombra opprimente che schiaccia La meglio gioventù a una nientepiùcheunafiction è appunto quella di Scola di C’eravamo tanto amati. Laddove per Scola il brodo primordiale che univa le menti e i cuori era la Resistenza, Giordana sceglie l’alluvione di Firenze. Da quel punto in poi perché le sorti si separano. Per Scola perché ognuno fa le sue scelte, per Giordana per nessun motivo. Il fratello tormentato Alessio Boni (un po’ deluso un po’ incazzato) diventa poliziotto (“Volevo delle regole” dice due ore e mezza dopo, quando lo spettatore continua a non capire proprio perché si è ficcato in un ruolo insensato per le cose che pensa e che fa). Per Scola narrare la storia di quel paese voleva dire mettere in scena le file per iscrivere i bambini a scuola, per Giordana lo sciopero alla Fiat dell’80 viene detto (e non mostrato) attraverso la lettera di licenziamento che Gioè l’operaio tira fuori a un certo punto dalla tasca del vestito buono.

8. La morbosità della regia. Primi piani, musichine, iperfinali (il fantasma del fratello morto che ricompare alla fine), dettagli risibili per fare capire che un film che ricostruisce una storia: ritagli di giornali, e telegiornali dappertutto.

Forse sì non è giusto accanirsi, perché ci sono cose da salvare: gli attori (a parte un Lo Cascio spaesato a fare un Cristo laico completamente privo di angoli) sono bravi o almeno professionali e costruiscono quanto meglio possono dei personaggi che hanno delle battute che restano a mezz’aria. E poi, è vero, la scena del processo coi malati di mente che accusano il loro ex-aguzzino ha un che di toccante – in mezzo anche lì a cumuli non di retorica ma di esplicitazione forzata. Perché è come se il dubbio di Giordana alla fine fosse semplicemente questo: si capisce da che parte sto, sì? Sì, si capisce benissimo. Dalla parte di Jovanotti, dalla parte di chi può essere recensito bene dal Guardian e andare poi da Vespa. Dalla parte in cui non voglio stare io.

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8 Responses to La meno peggio gioventù

  1. Francesco Fabiano il 7 luglio 2003 alle 15:12

    Non condivido affatto questa critica.Io ho trovato il film molto bello. Nonostante i suoi limiti e le sue mancanze ha saputo comunque enozionarmi. Forse è questo che manca ad alcuni critici intellettualoidi espressione di una pseudo sinistra involuta in se stessa e prigioniera di un modo di vedere il mondo ancorato insorabilmente al passato, la capacità di emozionarsi e di emozionare. Ovviamente per emozionarsi e emozionare bisogna necessariamente mettere al centro l’uomo. Non l’ideologia. Scoprirsi uomini e non macchine pensanti. La meglio gioventù parla di esseri umani, di vite nelle quali alcuni di noi possono in parte rispecchiarsi e ritrovarsi, di contraddizioni, di morte, dei sogni che svaniscono all’alba e di quelli che invece nessuno riesce e riuscirà mai a cancellarci. Tutto il resto sono masturbazioni mentali e maldestri tentativi di “politicizzare” tutto. Un film Veltroniano o Bertinottiano, un libro D’alemiano, un disco Prodiano….ma non vi vergognate??? Uscite dal politico e tuffatevi fuori da voi. Tra gli uomini, nelle emozioni della vita di tutti i giorni, nelle speranze, nei desideri, nei sogni, nei bisogni e nelle tragedie della vita degli esseri umani. Pianeta Terra. Sistema Solare. E’ lì che poi, se lo vorrete, potrete trovare ossigeno e stimoli per comprendere il mondo che cambia e restituire aria fresca e idee nuove anche alla politica.

  2. Francesco Fabiano il 7 luglio 2003 alle 15:16

    Non condivido affatto questa critica.Io ho trovato il film molto bello. Nonostante i suoi limiti e le sue mancanze ha saputo comunque enozionarmi. Forse è questo che manca ad alcuni critici intellettualoidi espressione di una pseudo sinistra involuta in se stessa e prigioniera di un modo di vedere il mondo ancorato insorabilmente al passato, la capacità di emozionarsi e di emozionare. Ovviamente per emozionarsi e emozionare bisogna necessariamente mettere al centro l’uomo. Non l’ideologia. Scoprirsi uomini e non macchine pensanti. La meglio gioventù parla di esseri umani, di vite nelle quali alcuni di noi possono in parte rispecchiarsi e ritrovarsi, di contraddizioni, di morte, dei sogni che svaniscono all’alba e di quelli che invece nessuno riesce e riuscirà mai a cancellarci. Tutto il resto sono masturbazioni mentali e maldestri tentativi di “politicizzare” tutto. Un film Veltroniano o Bertinottiano, un libro D’alemiano, un disco Prodiano….ma non vi vergognate??? Uscite dal politico e tuffatevi fuori da voi. Tra gli uomini, nelle emozioni della vita di tutti i giorni, nelle speranze, nei desideri, nei sogni, nei bisogni e nelle tragedie della vita degli esseri umani. Pianeta Terra. Sistema Solare. E’ lì che poi, se lo vorrete, potrete trovare ossigeno e stimoli per comprendere il mondo che cambia e restituire aria fresca e idee nuove anche alla politica.

  3. arianna2009 il 7 luglio 2003 alle 16:49

    I miei anni ’70 sono stati un quadro cubista, sfregiato di nero ferrigno e d’asfalto, un tempo birulò e frantumato. Certamente non c’eri: a Genova, fra le ardesie e i passamontagna. Allora, quaggiù, il mare era ferro ossidato e solfato di rame. Di fucsia e d’argento, che io ricordi, c’erano le canzoni di De Andrè e, all’università, le lezioni sul trobar clus di Sanguineti-Marty Feldman, in aula 6, striate di rime incatenate e di vene bluastre, sotto la scritta spray “come sono brutte le tue poesie , edoardo”.
    Mentre un altro, l’innominato, che, però, ha anche lui il suo nome sul mio libretto, nell’aula accanto, faceva sparire se stesso, Petrarca e Villon dentro a un giubbotto blu da marinaio, con tasche profonde e capaci di proiettili, lasciando gli ignari a cantare Contessa da radio nuove, periferiche e metropolitane.
    Non ho nostalgie: credevo fossero rossi, quegli anni, ma erano color ematoma.

    “Perché la lotta armata? Per nervosismo. Uno gli gira il culo, e diventa clandestino”. Infatti. Leggiti Patrizio Peci. O “Armi e bagagli ” di Fenzi.
    Il Settantasette? “Gli scontri ormai si svolgono nell’indefinitezza totale, sono fumo e corse tra i portoni, stare di qua o di là” significava…ah, saperlo! Ma non lo sapevamo perchè, mentre hanno vent’anni e sono ancora senza storia,”le persone non sono convinte di quello che fanno ma sono in assoluta preda al loro portato.”
    E basta confronti con Genova2001, che è un’altra cosa.
    Esci dal mito, caro Cristian! Probabilmente, avresti preferito una fiaba come quelle che ci raccontavamo noi. Invece ti è toccato questo tempo di illusioni a poco prezzo. E davvero, non so cos’è meglio, per uccidere il padre: che Cappuccetto Rosso debba essere ingoiata dal lupo o se debba limitarsi a fargli bang! con il mouse di un PC…

  4. silvia il 7 luglio 2003 alle 17:51

    Anche io ho visto la meglio gioventù. E ho provato emozioni e
    riflessioni alquanto differenti dalle tue. Se posso essere d’accordo con
    te sullo stato della sinistra nel nostro paese (che ripete un
    agonizzante
    amarcord del passato – a cui tra l’altro non crede più nessuno – per
    sopravvivere alla crisi di valori del presente; una sinistra che ha
    perso identità, intuizione, innovazione), non mi pare invece che “la
    meglio gioventù” si fermi a questa visione. Anzi. Io ho trovato il film,
    coraggioso,
    intenso, vero, pieno delle mille sfaccettature di cui l’italia si è
    fatta più o meno anomala portavoce. Un film coraggioso perché compie,
    rivendicandola (senza quindi volersene dimenticare), una prima colossale
    rievocazione degli ultimo 60 anni del nostro bel paese. Coraggioso
    perché lo sguardo che ripercorre quegli anni, è uno sguardo nutrito da
    una grande consapevolezza: non solo di chi ha sperato di cambiare il
    mondo, ma anche del’avvicendarsi delle generazioni successive, degli
    anni a venire, dell’imborghesimento, del revisionismo,
    del clima che via via si è venuto a creare.
    Non che non ci siano stati degli strafalcioni (ad esempio il figlio nato
    da una fugace relazione di una notte tra la fotografa-bibliotecaria e il
    poliziotto-presuicida, sembra tirata un po’ per i capelli) ma sono
    scusabili e non danno troppo fastidio.
    Per me è un film che osa. Racconta. Al di là degli schemi,
    giusto/sbagliato, destra/sinistra, politically correct/uncorrect. Non mi
    pare quindi che sia riconducibile a un veltronismo che è capace di
    accomodarsi nei salotti del Guardian a quelli di Vespa.
    Racconta invece. Racconta della letteratura, che può essere un sogno,
    un incubo, una passione. Racconta di due Italie, quella dei celerini e
    quella dei sessantottini. (Poco importano le ragioni marxiste o
    storiciste. Altrimenti altro che 6 ore! Quelle due italie ci sono state
    davvero e sono state messe in scena).
    Parla della passione di una gioventù a cui sembrava tutto bello, tutto
    da scoprire, tutto alla portata di mano. (Non direi che questa è l’idea
    di una gioventù senza alcun fascino).
    Racconta del ’68, di Basaglia, della svolta verso il terrorismo, della
    lacerazione dentro le
    famiglie, dentro la società, di quelli che non hanno abbracciato l’idea
    della lotta armata, di quelli che si sono chiamati fuori, pur
    condividendo gli stessi ideali e le stesse speranze (mi pare che ci sia
    di più di semplici modelli che non si è riusciti a omaggiare).
    Insomma, a me pare un film non facile. Non accomodante. Non vuoto.
    Se poi penso che è stato girato come prodotto televisivo e se faccio
    mente locale su
    quello che passa oggi in TV…… Chapeaux!

  5. cristiano de majo il 11 luglio 2003 alle 12:02

    Giordana è il peggior regista di questi anni – cinematograficamente di merda – italiani. E’ pericoloso, più pericoloso di Muccino e Opzetek messi insieme, e in qualche modo dobbiamo cercare di fermarlo.
    Condivido quasi tutto quello che dici, Christian, salvo quando parli del personaggio interpretato da Alessio Boni, forse l’unica cosa buona di tutto il film, personaggio con un po’ più di sfumature e immotivazioni, isterismi, eccetera (quello che penso è che lui si sia suicidato perché non ce la faceva più a stare dentro quella famiglia di facce di cazzo e gesùcristi).
    Ovviamente con la lacrimona sempre pronta ricorrono tutti i topos della sinistra italiana (penso che questo sia un film condizionato fortissimamente dal target e Giordana lo fa a posta a fare certe cose, perché vuole piacere al suo target, a quello che doveva essere il suo target, cioè i cinquanta sessantenni che se ne stanno a casa in prime time a vedere la televisione e che col film si possono calare un trip nella nostalgia infinita del “quanto eravamo belli” da Italia-Germania 4-3): il villone in toscana, Stromboli, l’antipsichiatria, il viaggio a Caponord. Penoso, semplicemente penoso.
    Nessun problema e nessuna evoluzione psicologica, si passa dal tazebao al collo a V senza soluzione di continuità, senza crisi esistenziali, tutto, semplicemente, scorre. Per fare di meglio bastava leggersi un qualsiasi manuale americano di sceneggiatura, gli avrei consigliato quello di Linda Seger per esempio, dove più volte viene precisato che per costruire un qualsiasi film, non un buon film – un “qualsiasi film”, è necessario che i personaggi evolvano secondo uno schema geometrico semplicissimo; ecco avrebbero fatto molto meglio a fare un film meno ambizioso, la coglionaggine di sinistra ambiziosa è quanto di peggio, e piu di mestiere, giocando sui personaggi, sui loro problemi esistenziali e sulla risulozione di questi problemi. Invece no, invece si vuole fare la Storia, si vuole parlare di terrorismo e mafia, si punta all’affresco sociale a’ la Underworld, si proprio così, Giordana cerca di fare Underworld all’italiana, con esiti che, quando va bene, sprofondano nel ridicolo.
    Indimenticabile la galleria di personaggi messi in scena, e indimenticabile la bravura degli attori che li interpretano: si va dalla schizolettica terrorista (un’attrice che non si dimenticherà facilmente, come no) a un Lo Cascio anti cinematografico (uno che mentre recita ti fa sempre uscire dalla narrazione, uno che mentre recita continua a dire a se stesso “Quanto sono figo, sto facendo un film…”, da un Gifuni che finalmente ringrazia suo padre per avergli dato tutti quei calci in culo impersonandolo a un’Adriana Asti, trofeo da immolare alla Casa delle Libertà, magistrale quel suo sguardo vacuo, dio che attrice!
    Due scene su tutte:
    1) Lo-cascio che apprende la notizia della morte di sua madre dalla voce di un bambino autistico suo paziente.
    2) Il fantasma di Alessio Boni che cammina nel chiantishire insieme ai due nuove innamorati.

  6. daniela matronola il 22 luglio 2003 alle 12:24

    O christian o raimo,
    devo essere stata l’ultima a vedere il filmone.
    Volevo dire qualcosa che ti darà (spero) il raccapriccio su due o tre particolari diciamo così drammaturgici che non ritengo irrilevanti, anzi (la litote è un bel pezzo che mi viene facile, anzi naturale).
    Parto dal dato che a me è risultato più caro perché involontariamente autobiografico (involontario da parte di Rulli e Petraglia): il personaggio di Matteo, narrativamente il più forte, cioè complesso, capace di essere esattamente e dolorosamente il contrario di se stesso, accettando questo carico per tutta la vita dopo l’incontro con Giorgia e lo smacco d’averla perduta per incidente per insipienza per sostanziale (a conti fatti) stronzaggine e finendo a non accettarsi più, a provare schifo intollerabile di se stesso, delle punizioni autoinflitte sposando proprio tutte le noncause in cui ammazzare il proprio purismo, della propria sostanziale incapacità di scambio, della propria irreversibile solitudine (una condizione vera, Christian – con o senza l’h?, l’unico frutto possibile Cristian – abolita l’h sovrastrutturale – del mentalismo targato anni Settanta).
    Per tre quarti del film, Cristian, ho pensato con sempre più forza che Matteo e Giulia erano le due facce della stessa medaglia, quella sorta di illusione rivoluzionarista educata nei libri e scollata dalla vita vera – tutti e due sono morti, due cadaveri che si aggirano, bellissimi puri e sfatti in un deserto di macerie in cui la carne certo pulsa ancora, fiotta ancora sangue dai corpi di tutti quelli che onestamente conducono la loro dignitosa vita di zeri normali.
    In questo senso è mirabile, semplicemente, da parte degli autori, Giordana compreso – splendido filmatore di primi piani stretti, aver messo a bagno nello stesso catino, nella stessa varechina, a candeggiare tutti insieme: Nicola, pseudo don chisciotte della nuova psichiatria paladino a parole di una battaglia non combattuta certo da lui – infervorato dal nuovo credo, certo, ma a parte questo che altro, scusa?; e la sorella giudice, andreottianamente immune da ogni cambiamento, anticorpo egregio di una società in cui può parlare e dare lezioni morali un inquisito per tangenti; e l’amico economista che per giunta sposa l’ultima delle loro sorelle, un bottino notevole, da zeno cosini, molto sveviano; e persino il muratore ex operaio FIAT, sagoma perfetta dell’Italia vero paese delle opportunità in cui è vero il detto: chiudi porta spalanca portone, dopotutto da operaio faceva la fame e era pure socialmente disprezzato o oggetto di baratto ideologico a seconda dei casi mentre da muratore geometra ristrutturatore ha fatt’e ssord! e ha messo pure la panza, e rifà pure il verso a Marlon Brando il padrino di Mario Puzo e Francis Ford Coppola.
    Matteo e Giulia sono due irriducibili, due eroi
    destinati a finir male anche se viviamo all’inizio l’illusione dell’èpos ingannati come restiamo dal loro fulgore: Matteo è continuamente rifiutato e cerca il rifiuto del mondo, Giulia cerca di cambiare il mondo per non doverlo rifiutare per schifo ma lo fa in modo così decentrato che nega la bellezza (perché ne comprende l’inganno la trappola il moralismo, come i personaggi di Thomas Bernard), nega l’amore, nega la merce facile del perdono ma poi non regge e con schifo di se stessa e tormento decuplicato fa la sua trafila di brigatista pentita – una Curcio ingrigita.
    Questa storia è stata scritta con ampi affondi nella cronaca da Rulli e Petraglia e girata da Giordana e il buon Marco Tullio non mi pare ignori (litote di nuovo) i ferri del mestiere.
    I primi piani stretti e i paesaggi, per esempio.
    Quel mostrare come poi si dice alla fine che in realtà tutto ciò che esiste è veramente bello.
    Ti parlavo all’inizio di autobiografismo e ora riprendo il discorso perché a parte Matteo ho trovato un’altra coincidenza compositiva, e te le offro tutte e due soltanto come esemplificazione di un discorso complessivo che poi alla fine ti riassumo in una battuta (perché temo d’essermi scomposta come sempre e di non aver lavorato bene a farmi capire).
    Matteo somiglia molto a un personaggio che sto scrivendo e che occuperà ben due romanzi (chissà quando finirò, forse dopo morta)- per non scoprire le mie carte ti dico solo che Matteo galleggia sulla realtà, è troppo altezzoso per tuffarcisi davvero dentro, per capirlo bisogna lavorare immaginativamente su quell’istituto prodigioso che è il contrario, per cui tutta la lettura che segue deve – posta questa condizione primigenia – risultare paradossale, altrimenti pecchiamo di aporia, caro Cristian, Raimo carissimo.
    Eppoi c’è un altro fatto curioso: Stromboli, l’isola, le accensioni laviche, le esplosioni del vulcano, e poi il ripristino della bellezza della quiete della tranquillità della normale regolarità come nulla fosse accaduto: il 18 novembre 1983 ho scritto una poesia (passo per poeta, io), cinque quartine ordinate scritte a mano, che parlava esattamente di questo. E’ un puro caso ma intendo dire che coi mezzi del cinema, la sapiente regia delle immagini Cristian (che è il mestiere del regista) e la scrittura di supporto che presenta la storia in modo che veicoli meglio che può i significati (che è il mestiere dello sceneggiatore Cristian), Giordana Rulli Petraglia hanno fatto quello che ho fatto anch’io (che poi di me nessuno l’ha saputo e di loro sì, ma questa è tutt’altra faccenda), mostrare Cristian, MOSTRARE – I N D I C A R E dei valori o dei nonvalori, non aderire alla zeronormalità Cristian ma mostrarla, chi scrive fa questo Cristian se sa leggere il mondo.
    Io faccio invece un’altra critica Cristian al film anche se so già a cosa è dovuto il difetto che ora ti illustro: poteva finire molto prima, ma essendo stato pensato (ecco qua) il film per la televisione, TECNICAMENTE tutti i fili del racconto dovevano essere annodati e chiusi perciò la fine si reitera in molti parafinali.
    Il veltronismo Cristian non c’entra.
    E la sinistra non c’entra.
    In Italia è accaduto qualcosa di tremendo Cristian.
    Sono finite le bussole, qualcuno le ha comprate tutte per buttarle o nasconderle.
    Destra e sinistra sono purtroppo solo parole.
    Categorie vuote, càntari per dirlo alla greca, e non cantàri che a noi potrebbero far gioco.
    LA MEGLIO GIOVENTU’ Cristian è un bel film, capace di emozionare profondamente sull’unico piano che conti, quello dell’esistenza, della somiglianza con tutti i lati più fragili e atroci di tutte queste povere esistenze MOSTRATE (mostrare caro Cristian per noi deve restare un verbo chiave, ricorda).
    Non so se ho finito ma chiudo.

  7. Roberto Cesaro il 9 agosto 2003 alle 16:18

    Anche secondo me questo film tira dritto su molti fatti storici importanti e li presenta in maniera poco problematica, però bisogna tenere conto di molti fattori.
    Prima cosa l’ampiezza del periodo da descrivere e quindi l’impossibilità di soffermarsi a lungo sui singoli fatti storici.
    Poi la maggiore attenzione che il regista ha riservato alle vicende personali dei vari personaggi, approfondendo alcuni temi e tralasciandone altri: la grande storia, quindi, diventa soltanto lo sfondo su cui vengono proiettate queste vicende.
    Inoltre bisogna tenere conto dell’originaria destinazione del film, e mi sembra che confrontandolo con gli altri “film per la tv” che si sono visti negli ultimi anni, questo abbia un maggior spessore.
    Ho trovato di grande interesse la storia della ragazza abbandonata dalla famiglia, ben interpretata da Jasmine Trinca, e la scena della scoperta della casa di cura con i degenti legati ai letti mi ha emozionato e mi ha fatto piangere, pensando che si tratta di fatti realmente accaduti, che continuano a succedere.
    Quindi nonostante le semplificazioni, alcune battute troppo scontate, e tenendo conto di tutto: questo film non mi ha fatto più di tanto incazzare, anzi mi è quasi piaciuto, ma non esageriamo!
    Mentre lo guardavo, mi sono scritto questa frase, pronunciata da Lo Cascio, perché in quel contesto ha assunto per me un significato profondo: “perché le cose brutte ci sembrano naturali mentre le cose belle facciamo tanta fatica a crederci”.
    Saluti

  8. simone il 1 settembre 2003 alle 18:05

    Christian sono d’accordo con te. Ritengo il film di Giordana uno dei più brutti della stagione scorsa. Tra l’altro l’ho detto/scritto anche qui http://pickpocket.clarence.com/archive/024540.html#024540 . Come lo ha scritto molto bene anche il mio collega qui, se ti interessa: http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=4997&idsezione=77



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