American dream

13 luglio 2003
Pubblicato da

di Tiziano Scarpa

Due anni fa un ottimo editore italiano pubblica un libro di racconti di giovani scrittori statunitensi. L’idea di fare questa antologia è sua, e anche quello che c’è dentro è farina del suo sacco: sono l’editor e la traduttrice italiani a scegliere gli autori, i racconti, e a escogitare un titolo. Non si tratta, insomma, della traduzione di una raccolta americana già esistente. Burned Children of America è un prodotto tutto italiano.

Il libro colpisce una giovane scrittrice inglese di passaggio in Italia, che lo giudica di eccezionale livello e lo segnala al suo editor londinese. Bene: oggi, due anni dopo la pubblicazione italiana, il libro è diffuso in Gran Bretagna e in tutto il mondo dalla più importante casa editrice britannica in edizione tascabile. Ovviamente in lingua originale.

Giustamente minimum fax, l’editore italiano, ne è fiero. Noi anche: di riflesso, immeritatamente, parassitariamente, in quanto italiani. Ma non fieri fino al punto di sognare gli stessi sogni dell’editor e della traduttrice. 41_burnedchildrenP.jpg

“Adesso questo nostro piccolo grande sogno si è realizzato, e i nostri fiammiferi sono stati esportati anche in Gran Bretagna, e da lì faranno il giro del mondo” dicono Marco Cassini e Martina Testa. (http://www.minimumfax.it/libro.asp?libroID=200; i fiammiferi si riferiscono all’immagine di copertina)

Dunque esistono editori italiani il cui piccolo grande sogno è quello di diffondere nel mondo la nuova letteratura americana (che, come si sa, è la più svantaggiata del pianeta). Per quanto mi riguarda, fanno benissimo.

Vorrei constatare semplicemente una cosa (e spero di non passare per ayatollah). Oltre ad avere il mercato editoriale più grande del mondo, e più capillarmente diffuso, gli scrittori anglofoni possono contare su solerti funzionari stranieri, assolutamente spontanei, sinceramente appassionati, culturalmente preparati, in buonissima fede e puri di cuore: praticamente il massimo.

L’Italia è veramente la più entusiasta agenzia di propaganda della cultura Usa. Non siamo secondi nemmeno alla Gran Bretagna di Blair.

(Nel bene e nel male. Il caso Burned Children of America appartiene senz’altro alla categoria “nel bene”).

Se si accorge dell’esistenza di libri stranieri, il sistema editoriale anglofono (editori, scrittori, lettori) lo fa solo per libri di autori anglofoni che gli erano sfuggiti o a cui non aveva pensato. Tanto, a ideare espedienti per promuovere i loro nuovi autori, da oggi ci pensano gli altri. Ci pensiamo noi.

Sono fiero di Burned Children of America pubblicato dalla Penguin Books, faccio i miei complimenti di cuore a Marco Cassini e Martina Testa. Sono fiero di essere italiano. Sono fiero del nostro zelo coloniale allo stato puro.

Ah sì, non ho ancora detto qual è il mio piccolo grande sogno: che un giorno qualche editore italiano (o straniero) metta insieme i più bei racconti pubblicati da una ventina di scrittori italiani sotto i quarant’anni (io 40 li ho già compiuti, quindi in ogni caso non avrei diritto di partecipare neanche alle eliminatorie). Che questa antologia venga tradotta nelle lingue più parlate e lette del mondo. Che lo stesso succeda con autori francesi, nigeriani, finlandesi, colombiani, birmani, turchi…

Non succederà.

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21 Responses to American dream

  1. Paolo il 13 luglio 2003 alle 15:21

    Ok l’Italian dream, magari.
    Soprattutto nell’attesa della nuova “infornata”, come notavi in un’intervista sul sito di quella casa editrice.

    Certo rimane il dubbio se sia davvero così facile indicare 20 racconti italiani che meritano di essere pubblicati e tradotti in tutto il mondo. Con una assoc.culturale stiamo facendo un lavoro per cercarne 12 -ma di under 30- e non è proprio che ci siano problemi di abbondanza.

  2. Tiziano Scarpa il 13 luglio 2003 alle 17:08

    “Certo rimane il dubbio se sia davvero così facile indicare 20 racconti italiani che meritano di essere pubblicati e tradotti in tutto il mondo.”, scrive Paolo.

    Guarda che l’antologia minimum fax è fatta da 18 racconti PUBBLICATI IN VOLUME di autori anche parecchio noti (dentro ci sono David Foster Wallace e Johnatan Lethem, tanto per fare due esempi). Sarebbe come se l’Italia lanciasse nel mondo un antologia di racconti tratti dalle raccolte PUBBLICATE IN VOLUME di Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, ecc. Di QUESTO stiamo parlando, non di concorsi per racconti inediti o di raccolte tipo le tondelliane “Under 25”. Ma un’antologia che raccolga il meglio della nuova narrativa in forma breve italiana non esiste. E agli inglesi o agli americani non passa neanche per la testa di farla, come invece facciamo colonialisticamente noi per TUTTI i loro autori.

  3. cristiano de majo il 14 luglio 2003 alle 11:09

    Ma siamo sicuri che la qualità sarebbe così alta? C’è sicuramente un problema di colonizzazione culturale, tuttavia faccio fatica a trovare in Italia autori di racconti bravi come Wallace, Saunders, Homes.
    Invece di gridare sempre all’Usacentrismo facciamo pure un po’ di autocritica e chiediamoci quale può essere la causa…
    Penso, per esempio, che negli USA c’è molta più attenzione alla formazione dello scrittore, dagli anni Cinquanta in poi sono nate un sacco di scuole di scrittura creativa nelle università con tanto di professori scrittoroni (vedi Nabokov). Potrebbe essere uno spunto forse…

  4. paolo il 14 luglio 2003 alle 11:14

    Hai ragione: sono stato poco preciso, mischiando due problemi (anche se fanno parte della stessa questione, a mio avviso). Cmq mi ripeto: parlando di narratori editi, ci stanno 18 autori italiani under40 che metteresti in una raccolta? Ne hai citati 2, sono curioso di sapere gli altri 16.

  5. Tiziano Scarpa il 14 luglio 2003 alle 11:54

    I vostri commenti, pur generosi e puntuali (ve ne ringrazio), dimostrano che noi italiani siamo i primi denigratori di noi stessi. Quanto alla richiesta di Paolo: mi spiace ma non stilerò in due minuti l’indice di un libro che richiederebbe qualche mese di lavoro (non ho letto TUTTE le raccolte di racconti italiani edite negli ultimi 5-10 anni).

  6. marco cassini il 14 luglio 2003 alle 15:03

    mi sento chiamato in causa.
    io ringrazio tiziano perché so che ha buoni gusti e buon cuore e credo non ci fosse affatto ironia nel definirci “solerti funzionari stranieri, assolutamente spontanei” (be’ se era una presa per il culo non me ne sono accorto, e lasciatemi vivere nell’illusione che fossero dei complimenti…) e capisco benissimo lo sfogo, il desiderio che succeda qualcosa di analogo per i nostri autori, under o over forty non importa. io la coscienza ce l’ho a posto: il nostro tentativo l’abbiamo fatto, è che davvero ci andiamo a scontrare con un colosso linguistico-culturale a cui poco importa di ciò che non è al cuore dell’impero ma vive o vegeta nella periferia: subito dopo aver firmato il glorioso contratto con la penguin ho proposto al solerte editor londinese se non fosse interessato a una collezione analoga, una sorta di burned children of italy, ma ovviamente la risposta è stata un cortese diniego. la penguin conosce forse sciascia, forse la ginzburg (ma bisognerebbe scommetterci e io non mi ci giocherei piu’ di tanto) e ovviamente umbertone eco. penso che poi la conoscenza delle nostre vicende letterarie all’estero si fermi lì. sì, è vero, ho visto il buon niccolo’ tradotto dalla casa editrice piu’ trendy del momento, canongate, e a new york ho visto un anno fa camilleri (“the shape of the water”…) fra le novità di barnes and noble. quindi qualcosa si muove. ma ovviamente ci vanno cauti. per il poco (no, no, mi correggo: SEMBRA poco ma ci facciamo un mazzo così) che facciamo qui a minimum fax con gli autori italiani esordienti, cerchiamo sempre di gettare un’esca in mari o oceani che vanno anche pim in là del mediterraneo: è una fatica improba per noi piccoli editorini indipendenti, ma abbiamo messo su un settore del nostro sito con la traduzione in inglese di stralci dei romanzi o dei racconti degli autori della nostra collana autoctona, nichel. cerco di mettere a frutto il vantaggio di conoscere editori e agenti stranieri (per l’import) e cerco di fargli capire che praticheremmo volentieri anche dell’export. per il momento, ci gloriamo di aver esportato non solo i diciotto burned children (esportazione di seconda mano, certo, ed è stato detto) ma anche un saggista italiano, il bruno ballardini autore di gesù lava più bianco (o: come la chiesa cattolica inventò il marketing) ma è pur vero che lo abbiamo fatto viaggiare sempre su strade periferiche rispetto all’impero: dall’italia è sbarcato in portogallo. ma per noi è già una enorme soddisfazione. speriamo che presto o tardi si accorgano anche della narrativa fatta qui da noi. no, non credo affatto che non si riesca ad andare oltre i due o tre nomi. sono convinto anzi che si faccia della bella narrativa in italia, ci siano teste pensanti e scriventi che sono assolutamente all’altezza dei colleghi che hanno avuto la fortuna di pensare e scrivere in un altro idioma.
    non è il caso di fare nomi, non per ora, anche perché finirei col dire soprattutto nomi di amici, o di autori di minimum fax perché mi piacciono assai e sono orgoglioso di averli pubblicati: ma case editrici come fernandel, sironi, pequod e, sì, vabbè mettiamoci pure minimum fax, insieme ai grandi editori italiani di sempre, stanno facendo un buon lavoro. se ne accorgeranno oltre i confini? ci prenderanno a cannonate come se fossimo un cargo di boat people che vuole arrivare sui lidi ridenti della letteratura europea?
    ieri in macchina fra torino e roma ascoltavo alla radio “la mia banda suona il rock” di fossati. c’è quel punto in cui dice qualcosa tipo che noi stiamo lì alla frontiera con la macchina scassata ma qualcuno ce l’ha fatta, è passato. mettete scrittura al posto di rock, provate a vedere se funziona.

  7. Emma il 15 luglio 2003 alle 12:11

    Dio santo, dire che in Italia si faticherebbe a mettere insieme 18 validi autori di narrativa under 40, mi fa venir voglia di piangere… Io onestamente trovo che esista, semmai, il problema opposto. In genere, in libreria non so mai bene da che parte girarmi. Di libri italiani (e francesi, nigeriani, bulgari, etc.) che meritano ce ne sarebbero moltissimi. Ma sono ancor più convinta che di scrittori con molto da dire e poca voce per farlo, ce ne siano ancora di più. Non dico che leggerei tutto quel che mi capita sottomano. Tipo le scritte nei bagni pubblici. Anche se ormai, in quelle che anche qui (lo dico senza snobismo, è solo un fatto) sono diventate librerie-bazar, trovi pure le scritte dei bagni pubblici, raccolte e comodamente adagiate in un’edizione economica in mezzo alle penne, ai segnalibri, ai manualetti su come farlo in ventotto posizioni accanto a quelli su ventotto modi per dire alla mamma che le vuoi bene. Però, affermare che è arduo trovare autori italiani (ed europei) contemporanei veramente appassionanti, mi pare abbastanza surreale. Non è anche un po’ un problemino di “percezione selettiva” da parte dei lettori? Magari un poco favorito da fattori sociali e culturali (in cui è meglio non addentrarsi, pena diatribe sfinenti e senza fine) e dal sistema espositivo che relega certi libri nell’ultimo scaffale in fondo al corridoio, quello nascosto dall’espositore con le cartoline e illuminato dal faretto col morbo di Parkinson? Anche queste sono scelte di marketing. Il brutto è quando ti senti un pesce fuor di target. I think so, alla faccia degli anglismi, (e non certo degli anglofoni).

  8. Paolo Papotti il 15 luglio 2003 alle 13:21

    Emma, nei miei commenti personalmente non volevo dire che non ci sono autori editi validi (e tantomeno denigrare l’italica scena letteraria). Ero curioso di sapere che autori avevate in mente e ho fatto un po’ di confusione con un altro problema: quello degli italiani che trovano poco spazio per “uscire fuori”. E’ vero da una parte che le case editrici non rischiano tantissimo(e dietro c’è anche un discorso economico: vuoi mettere il costo di tradurre uno che ha già venduto tanto all’estero e quello di fare un vero talent scouting? uscì una volta una cosa di Mozzi molto chiara su questo argomento, con tutte le cifre che “giustificavano” la cosa; se vi interessa la cerco), ma è vero anche che di giovani (parlavo di under30) veramente validi ne leggo pochi (e parlo delle cose che leggo in giro: piccole/medie case editrici che osano di più, riviste online e cartacee, forum, mailing list…), nonostante la cifra enorme di chi aspira a “fare lo scrittore”.

  9. cristiano de majo il 15 luglio 2003 alle 19:01

    Ma allora non rimaniamo sul generico. Facciamo i nomi, facciamo diciotto nomi under 40 italiani (perché è di questo che si parlava all’inizio) che potrebbero essere inseriti in una raccolta bella come BCoA.
    Io ne ho in mente tre o quattro: Pincio, Aloia, Nove (forse over 40), per il resto non mi viene niente, non certo Nori, o Trevisan, o Pallavicini, o Morozzi…, il livello è tutt’altro.

  10. Emma il 15 luglio 2003 alle 23:01

    Dunque, personalmente, non sono una talent scout (tanto per ricadere negli anglismi). Sono una lettrice qualsiasi. Così a getto e a memoria, non saprei scodellare diciotto nomi di giovani autori (ma com’è questa storia, sotto i 40 o sotto i 30, si è ancora “giovani”? no, per capire quanti anni mi restano). Certamente, anche a me vengono in mente i più noti. Ammaniti, Baricco, Nove, e magari Antonio Pascale (che non conoscevo, me l’ha segnalato un amico), De Silva (idem come sopra), e altri ancora. Il punto è che allo stesso modo non saprei sfornare altrettanti nomi di giovani/giovanissimi autori di nazionalità americana, inglese, araba o guatemalteca. Anche lì, i nomi che ho in mente, cioè che ricordo a memoria, per ogni nazionalità, sono comunque meno di diciotto. Quei pochi che mi piacciono veramente e che torno volentieri a trovare (uno nel mucchio, l’inglese David Lodge, tra l’altro non proprio giovane). No, non ho studiato per l’interrogazione, e sarò bocciata. Eppure, che questo dimostri che dunque questi diciotto non esistono, ho molti dubbi. Se poi uno vuol continuare a pensarla così, è bello che esista libertà d’opinione. Io continuo a pensarla diversamente, e scusatemi se non vado in libreria per stilare un elenco e pignolamente trascriverlo. So solo quello che vedo (e, a volte, acchiappo) appunto in libreria. E in buonafede dico che non è vero che la letteratura italiana è così drammaticamente carente di giovani autori. Non lo dico per partito preso, (né presumo di saperne di più di un qualunque altro lettore), ma proprio perchè mi intristisce che noi italiani, che dovremmo esserne i più contenti, neghiamo addirittura questo fatto. Per carità, non è orgoglio patriottico il mio. Mi spiace solo che ci sia questa sorta di sottile avversione (o nel caso migliore, indifferenza) verso tutto ciò che è locale, magari un po’ dimesso e nascosto alla vista (anche in senso figurato), e questa sorta di venerazione per tutto ciò che è “globale”, luccicante, ammiccante e ben sotto i riflettori (penso ad un “Harry Potter”, per fare l’esempio più facile che mi viene). Non mi riferisco personalmente a lei, Paolo (poiché non presumo di conoscere i suoi gusti). Ma spesso, guai a far notare questo fatto. Ci si rende poco simpatici, un po’ come il bambino che addita l’imperatore nudo. Invece, a me pare evidente (al punto che negarlo mi è impossibile) che questo fenomeno è esteso a tutti i settori -o quasi. Anche a quello della narrativa, e a quanto pare sempre di più. Lo dico senza polemica, ma, come dicevo, con una certa tristezza.

  11. cristiano de majo il 16 luglio 2003 alle 10:39

    Capisco benissimo il senso di certi discorsi di Scarpa sulla narrativa italiana, capisco cioè il motivo per cui li fa, e lo ringrazio, lo ringrazio per motivi personali perché è necessario che ci sia qualcuno che spinga forte su questo tipo di discorsi, perché, in un certo senso, serve anche a me.
    Però misembra che comunque manchi un po’ di realismo, anche in te, Emma. O forse è solo una questione di gusti, o meglio una questione di uno (cioè io) ormai ipercolonizzato dai modelli culturali d’oltreoceano.

  12. Emma il 16 luglio 2003 alle 19:02

    Mancanza di realismo? Io mi limito ad osservare ciò che vedo. Forse non ho ancora la capacità di vedere i vestiti invisibili. E, onestamente, spero di non svilupparla mai. Poi, certo i gusti sono gusti, e su questo non si discute. Saluti

  13. Erre il 17 luglio 2003 alle 19:39

    si ma subito ci si butta sull’età, come se fosse una discriminante artistica e soprattutto di mercato. Per me si ragiona troppo in target, tutto qua. Si cerca il filone, la vena aperta da sfruttare, più che coalizzarsi, fare lobbie.
    Ma è così per tutto Cinema (ecco il trainspottinfg italiano) musica (ecco i nuovi Nirvana italiani etc etc
    ciao R.

  14. Marco Lodoli il 17 luglio 2003 alle 21:59

    Vi consiglio di leggere l’ultimo libro di Claudio Piersanti, edito da Pequod. Il titolo è “Comandò il padre”, sono quattro racconti molto belli. Piersanti ha 48 anni, o 49, ma non credo che nell’arte l’età conti poi tanto. In fondo leggiamo ancora con emozione i racconti di Cechov o di Landolfi, le cui ossa hanno superato da parecchio l’età richiesta. Un caro saluto. Vi leggo con molto piacere. Marco Lodoli
    PS Mi ricordo una trasmissione televisiva in cui Scarpa entrò ripetendo i passi di Travolta in Pulp Fiction. Allora mi parve esagerato, un po’ troppo modaiolo, un po’ servile. Mi fa piacere che Scarpa abbia qualche ripensamento rispetto all’invadenza americana.

  15. Giuseppe Iannozzi il 18 luglio 2003 alle 15:46

    Cari Tutt*,

    La mia risposta ad “American Nightmare” ma anche ad altro ancora.

    Mafie culturali ed editoriali a questo link:

    http://kinglearlibri.splinder.it/1058047200

    Ovviamente è fiction, fiction scritta da cani, quindi potete insultarmi quanto volete in pvt e non, ma non risponderò in nessun caso essendo io prodotto della finzione critica, quindi anche la mia penna. Non aspettatevi risposte, sia chiaro.

    Un caro saluto,

    Giuseppe Iannozzi

    P.S. Importante: Ovviamente questo è un messaggio assolutamente ufficioso, che significa, anche questa è fiction.

  16. Tiziano Scarpa il 21 luglio 2003 alle 18:29

    Il finto Marco Lodoli delira, io non entrai in alcuna trasmissione ripetendo i passi di Pulp fiction. Si trattava di una trasmissione di libri del 1996: invece di fare passerella mostrando pateticamente la copertina del mio libro, come erano chiamati a fare tutti gli invitati, entrai in scena accennando due saltelli ci “campana”, o “campanòn”, o “mondo”: varianti regionali di quel gioco da bambini dove si getta un gesseto nei quadrati disegnati a terra e poi lo si recupera saltellando. Così feci io: gettai a terra il mio libro e andai a recuperarlo ripetendo i passi di “campana”. Il suddetto pseudo-Lodoli era ed è impestato di americanismo, se non seppe riconoscere un celeberrimo gioco italianissimo, e vide e continua a vedere America ovunque.

  17. marcolodoli@libero.it il 21 luglio 2003 alle 23:48

    Eppure ricordo benissimo le dita a vu attorno agli occhi e il gomito alto, l’ingenuo entusiasmo tarantiniano. Ricordo anche che l’entrata venne fatta ripetere per qualche intoppo di regia. Può darsi che la seconda volta andò come dice il vero Tiziano Scarpa. La prima, però, fu pulp fiction di provincia, una pena. Un caro saluto a tutti voi indiani, PseudoLodoli, pseudome.

  18. Tiziano Scarpa il 22 luglio 2003 alle 16:16

    Cari lettori di nazioneindiana, questo impostore qui sopra era dunque presente alla registrazione della trasmissione. Potrebbe dunque essere uno scrittore italiano (ce n’erano parecchi, in quella trasmissione) che si firma con lo pseudonimo di Lodoli, non avendo il coraggio di dire chi è. Pretende di sapere che cos’ho fatto io. Bene. Lo consulterò per farmi raccontare la mia autobiografia, visto che la conosce meglio di me. Io in quell’occasione ho ripetuto due volte l’entrata a saltello di “campana”, o “mondo”. Tanto, a questo Puffo.it che gli costa, spargere pettegolezzi inverificabili, per di più in incognito? Ottima tecnica: non appena ti smentiscono, tirare fuori un doppio fondo… Intanto però ci dona un interessante lapsus sulla sua psiche devastata che PRODUCE ricordi tarantiniani, proiettando su di me la sua incoffessata sete di Usa. Divertente. Io nel frattempo continuo a firmarmi col mio nome, non avendo di che temere. Sempre vostro

  19. marco lodoli il 22 luglio 2003 alle 18:43

    caro Scarpa, non serve agitarsi tanto. Lo cose stanno così semplicemente perché sono vere. Non ho detto mica che hai rubato o ammazzato nessuno, solo che ti beavi dei passetti di John Travolta. Questo non mi pare significhi nulla di grave. Era una mia memoria precisa, tutto qui. Del resto in quegli anni uscì anche una rivista di letteratura che si chiamava Pulp, forse esiste ancora, non so. Tanti erano eccitati dal fenomeno, e tra i tanti un po’ anche tu. Poi le cose cambiano, come sempre, e cambieranno ancora tante volte, grazie al cielo. A vent’anni io scrivevo canzoncine ridicole e giravo super8 supponenti. Per quanto riguarda la firma, il mio nome mi sembra che sia scritto chiaramente, non so perché non ti fidi. Continuo a leggervi, cari indiani, e ad apprezzarvi. Marco Lodoli

  20. Tiziano Scarpa il 23 luglio 2003 alle 10:54

    Cari lettori di nazioneindiana, io con questo non parlo. Se è Lodoli, che si faccia dare il mio numero dall’ufficio stampa della nostra comune casa editrice e le stesse cose me le dica al telefono (provvederò ad avvertirvi). Non lo farà, perché non è Lodoli. Quanto ai passettini da Travolta, mi confonde con qualcun altro. La questione è effimera ma subdola, perciò insisto. Trattasi di una tattica critica ripugnante: quella da Novella 2000, da pettegolezzo dietro le quinte, e pure falso. Per questi lugubri individui, non contano la sostanza e gli accidenti della discussione (è vero o non è vero che gli Usa hanno una politica culturale altrettanto invadente di quella militare?), ma fumose invenzioni di gestucoli (mai avvenuti) che avrebbero avuto luogo sette anni fa. Mi ripugna questa logica. Da una parte uno che cerca (con i suoi limiti: sto parlando del sottoscritto) di ragionare e analizzare, dall’altra una beghina moralista che inventa episodiucci. Giudicate voi.

  21. Marco Lodoli il 23 luglio 2003 alle 22:07

    Caro Tiziano Scarpa, lasciamo perdere i subdoli individui, gli insulti e i duelli all’alba. Io volevo dire solo una cosa, in modo semplice e diretto, ossia che certe mode culturali americaneggianti, frutto dello strapotere degli Stati Uniti in tutti i campi, sono state incoraggiate varie volte, non solo oggi. Ricordo l’ondata dei cosiddetti minimalisti lanciati dalla Pivano e sbarcati in Italia come conquistadores. E ricordo anche il giro pulp e trash, che è durato per qualche anno, e che non ha incontrato dubbi e resistenze nel gruppo dei più giovani scrittori italiani. Naturalmente in mezzo a queste orde stelle e strisce o inglesi o irlandesi ci sono stati e ci sono ottimi artisti, ma l’atteggiamento pecorone di fronte a quegli scrittori belli e bravi e vincenti non mi piaceva granché. Non so, credo che si poteva essere più prudenti, più dignitosi. Credo che ci fossero anche delle bufale colossali scaricate qui, in periferia. E allora mi è venuto spontaneo ricordare come in quegli anni ci fossero posizioni entusiastiche e acritiche, come tanti giovani scrittori italiani volessero salire in fretta sul carro vincente. Forse Scarpa non è tra questi, e allora mi scuso, però immagino che ricorderà l’atmosfera di sei, sette anni fa, che forse per una mia memoria errata mi sembrava condividesse. Oggi si ricomincia da capo. Non penso che ci si debba augurare un protezionismo culturale, che sarebbe inutile e patetico, però non abbocchiamo da capo come trote da laghetto sportivo a questi ami senza neppure il verme. Non stendiamo i tappeti rossi che furono altre volte stesi. Non ci sputiamo in faccia per timidezza o per un senso innato d’inferiorità. L’arte non ha niente a che fare con la seduzione, spesso i migliori scrittori sono persone timide, impacciate, esistanti. Comunque mettiamo una pietra sopra questa polemica che è nata tra di noi, e lanciamo insieme qualche gatto morto a chi pensa di insegnarci ogni stagione a leggere e a scrivere e a pensare. Un caro saluto e una stretta di mano, Marco Lodoli



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