American dream #3

15 luglio 2003
Pubblicato da

di Giuseppe Genna

Vorrei spezzare una lancia in favore degli americani dell’antologia di minimum fax: noi non siamo bambini bruciati, loro sì. Noi siamo esposti da una quantità inimmaginabile di decenni alle contorsioni del Leviatano di fronte al quale, proprio come bambini che finiscono nelle fiamme, gli americani reagiscono mediante balbettii avantpop.

Sì, certo, Burned Children of America è una grande antologia, ho speso parole di stima che mi hanno procurato risolini alle spalle perché ne ho esaltato le grandi qualità letterarie. Una stranezza, perché la narrativa breve americana non ha dopotutto una tradizione tanto più prestigiosa di quella europea e, a tutt’oggi, preferisco leggermi Flaiano se voglio difendermi psichicamente con il comico e il sorprendente.

Il punto è un altro. Il punto è l’apparato emotivo che i bambini americani, a botte di assunzioni di Ritalin o proteste contro il farmaco medesimo, si sono visti bruciare con candida coerenza dalla Piovra iperstatale in cui vivono. Per fortuna, i tentacoli sono una declinazione della lunghezza e, nonostante i tentacoli americani in Europa arrivino agevolmente da quarant’anni, la stretta appare meno potente di quella che si subisce quando l’appendice del polpo è più spessa e vicina alla testa. Accuso cioè gli scrittori americani, anche e soprattutto quelli migliori o che io più stimo – tutti invariabilmente antologizzati da minimum fax – di una sorta di endemica afasia emotiva.

La ricerca della brillantezza quale ultima barriera dall’avanzata del deserto emotivo è una vecchia questione nelle cui spire affondano le epoche di decadenza. Sarà che dell’utilità delle mosche hanno discusso persone rispettabilissime come i postalessandrini, che sono stimabili almeno quanto Saunders o Foster Wallace, ma mi pare che siamo alla stessa latitudine di qualche secolo fa.

Ne parlavo con Edoardo Brugnatelli, editor di Strade Blu Mondadori, qualche sera fa. Proponevo uno scherzo, la lettura di Infinite Jest secondo i canoni dei baci Perugina: c’è qualche passo che vi strappa le lacrime? Qualche scena che, anziché inzigare l’intelletto e fare esplodere visioni, fa male? Ricordate brani che vi hanno fatto soffrire o hanno permesso alle nostre difese emotive di catapultarci nell’opera di autosservazione che, da sempre e per sempre, la letteratura esige dall’uomo, sia colui che scrive sia colui che legge? Brugnatelli faticava perfino a comprendere quello che dicevo: richiamava descrizioni pesantemente sofferte di Infinite Jest. Il che, tuttavia, non sconfessa quanto sostengo: non è la mimesi dell’emotività a interessarmi. Mi interessa, invece, l’incapacità a fare vivere situazioni emotive fuoriuscendo dalla rappresentazione.

Possiamo riguardare alla deriva che sta prendendo la narrativa americana contemporanea proprio in questa prospettiva: è una straordinaria idrovora che tritura il mondo e l’uomo per rappresentarlo. E’ il killer che uccide con la dicibilità, anche dell’indicibile, anche dell’assurdo. Non è certo quanto fa Pynchon con opere apparentemente circoscritte dalle pareti dell’assurdo. Prendiamo la scena di Gravity’s Rainbow in cui Slothrop mastica caramelle dell’anteguerra offertegli da una vecchietta londinese. Questa scena è ipnoticamente attiva, una trance emotiva viene causata dalla dislocazione delle immagini, dalla sinestesia che Pynchon allarga a un arco di due pagine. Confrontiamo questo effetto, che è anzitutto l’effetto di un processo emotivo intercettato e vissuto da Pynchon, con la scena di Infinite Jest, grottesca e tragica, in cui Incandenza jr annusa l’arrosto di testa di Incandenza sr. L’impressione è quella di un parkinsonismo emotivo, che tremola a fronte della potenza – anche depressiva – dell’assunzione in se stessi del comparto emozionale. Non che non si parli di depressione, di negatività psichica, come ben sa chi ha letto le Interviste a uomini schifosi dello stesso Foster Wallace. Il problema, che chiunque abbia un minimo di competenza in ambito psichiatrico contemporaneo conosce, è che la negatività psichica, intesa secondo i canoni riduzionisti della dissociazione – o dello stress postraumatico o del disordine da multipla personalità –, nulla ha a che vedere con il sistema emotivo.

E’ quindi su questo piano che io pongo, come un sol uomo, i brillanti bambini incendiati che tanto sono piaciuti a Zadie Smith, a sua volta afasica emotiva come ben testimonia il suo secondo romanzo, L’uomo autografo. Non è facile mantenere intatta l’escoriazione che implica l’emotività, vissuta e non rappresentata, bensì inoculata quale vibrazione di fondo nella letteratura. Houellebecq, da questo punto di vista, se li mangia tutti, i cosiddetti giovani americani. E del resto sarebbe auspicabile che, prima di parlare di colonialismo e alienazione a stelle e strisce, ci si intendesse davvero su che cosa siano, materialmente, queste aberrazioni vituperabilissime.

Non è vero, come dice Marco Cassini, che qualcosa si muove – ve lo garantisce uno che, come il buon Niccolò, è stato acquistato da Canongate, la casa editrice più trendy del momento. Non è sul piano della vendibilità all’estero che noi europei ci rappresentiamo la nostra letteratura: è una verità di base banale almeno quanto è effettiva. L’opera a cui lavorare, piuttosto, è la rete che va tessuta tra scrittori e intellettuali che vivono nel continente europeo. Il che presume studio. Fate mente locale e dichiarate nel vostro seno quanti giovani ungheresi, sloveni o anche soltanto tedeschi colgono la vostra ammirazione. Dopo che sarà stato fatto questo studio, purché sia emotivamente ricco e non solo cognitivamente, ne riparleremo. Per chi volesse imparare quanto l’errore, lo spreco, l’esplodere dell’emotivo letterario sia fruttuoso anche se non produce nulla, consiglio attenta lettura del numero 21 della rivista RIGA (pubblicata da marcos y marcos): una storia di intellettuali e scrittori europei negli anni Sessanta, impegnati in un comune progetto di rivista. Leggete i loro carteggi e chiedetevi se Lethem è in grado di pervenire a quei pozzi artesiani dell’emotivo.

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One Response to American dream #3

  1. andrea il 15 luglio 2003 alle 21:57

    Se avessero tradotto in arabo gli scritti di Genna, se ne avessero fatto dei pacchetti compatti per riempirci le ogive dei missili, se avessero bombardato Saddam a colpi di gennate scritte da destra a sinistra, cacchio, ma il Rais non avrebbe chiesto pietà in ginocchio, in mezzo a una piazza, circondato dai suoi pretoriani, sotto una statuona che lo rappresenta vincitore?



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