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	Commenti a: Pontiggia e gli altri	</title>
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		Di: daniela matronola		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/07/18/pontiggia-e-gli-altri/#comment-322</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniela matronola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sento parlare dell&#039;età, giovane e meno, degli scrittori fin da quando ho fatto capolino nel loro mondo che è anche il mio - io per me so di essere uno scrittore, anzi senza preamboli lo sono e basta, da che avevo dieci anni, anche se per gli altri (e non devono essere molti a conoscermi - anche perché ufficialmente ho combinato ancora poco) risulta che bazzico in giro da una quindicina d&#039;anni (e qui s&#039;accettano scommesse sull&#039;età di questa impertinente signorina).
I giovani scrittori sono stati una categoria dorata inventata dagli editori Theoria sul finire degli anni Ottanta e hanno veleggiato col vento in poppa per tutti i Novanta, e lì giù mèssi di distinguo, duelli finti e spuntati tra dinosauri e cannibali, tutta una mega sovrastruttura di chiacchiere che spero nessuno si azzarderà a spacciare per la vulgata di un concetto ben più alto - quasi medicobiologico - che si deve a T.S.Eliot secondo cui ogni nuova opera e ogni nuovo scrittore immettono carne e sangue ulteriori nel gran corpus dell&#039;opera/letteratura mondiale.
Cioè si spalanca sempre il parallelismo irricongiungibile (l&#039;equivoco colossale) che la questione sia tra scrittori giovani e scrittori già nel limbo da vivi a un passo dal diventare classici (sorte che spetterà loro di diritto una volta - gloriosamente - morti).
Il discorso mi pare fosse partito da Pontiggia.
Finché è stato vivo era considerato già scrittore di establishment o perlomeno rispettabile anche per meriti anagrafici o poteva ancora essere compreso nel novero degl&#039;irriducibili rivoluzionari a salve armati di penna (una volta - ora strumentati con notebooks)?
Un discorso anche di linea d&#039;ombra, in cui il conradiano spartiacque - o meglio la conradiana soglia di superamento - è un puro fatto temporale, il trascorrere irresistibile del tempo: che ha una sua parte di verità, ma appunto dà adito (o alito, come dicono in molti), anzi offre andito, cioè spalanca la via, verso una china pericolosa: che tutto si riduca a un discorso sulle &quot;carriere&quot;, e quindi tutto in soldoni consista in bottini di operine, medaglie, premi.
Un amico carissimo, morto troppo presto - anche se nel tempo che ha circolato, tra una distrazione e l&#039;altra (come è per tutti noi), ha sparso frammenti di quell&#039;opera incessante che mano mano veniva componendo -, Pietro Pedace (si chiamava) diceva sempre e lo ha anche scritto: una cosa sono i libri e una cosa è l&#039;opera - lo scrittore vive nell&#039;opera, gl&#039;importa solo di quella, il pubblico, quando c&#039;è un pubblico, può riceverne solo i molti o pochi frammenti, i libri e gli scritti sparsi, e poi ognuno si deve avventurare, se crede, se davvero vuol conoscere l&#039;autore, nei meandri della sua opera che è essa stessa un immenso corpus con i suoi equilibri tutti da esplorare, con i suoi rapporti interni relativi. Questo diceva e scriveva Pietro, mio caro amico, fratello grande nonostante fosse anagraficamente appena un po&#039; più giovane di me, ragazzo saggio che ha corso tutti i rischi e intrapreso tutte le avventure di vita che costa sempre agli scrittori la stranezza (o l&#039;epica?) della loro impresa.
E&#039; curioso: Pietro è morto di setticemia in un&#039;epoca in cui non si muore più neppure di tumore (per la verità a mie spese ho scoperto che i guariti di cancro delle statistiche buone, quelle della guarigione appunto, qualche anno dopo rientrano nelle statistiche dei morti per cancro - ma questa è un&#039;altra storia).
Ora se fossi una di gran mestiere troverei una chiusa prodigiosa e sbalorditiva come sanno fare gli scrittori navigati, quelli bravi e vincenti.
Invece ora la chiusa non mi viene, non brillante almeno. Dirò solo che quello che la letteratura è in Italia perlomeno nelle pagine dei giornali somiglia allo skyline di Manhattan, un profilo di punte d&#039;iceberg e cemento e vetro in cui non si può intravvedere il brulichìo di vita, che pure c&#039;è. Scorgerlo e scovarlo è compito di chi ne ha voglia - tutti gli scrittori che partecipano al formicaio e giocoforza devono guardarlo dal di dentro e tutti i lettori entomologi di buona volontà, o meglio: pazzi perditempo efferati.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sento parlare dell&#8217;età, giovane e meno, degli scrittori fin da quando ho fatto capolino nel loro mondo che è anche il mio &#8211; io per me so di essere uno scrittore, anzi senza preamboli lo sono e basta, da che avevo dieci anni, anche se per gli altri (e non devono essere molti a conoscermi &#8211; anche perché ufficialmente ho combinato ancora poco) risulta che bazzico in giro da una quindicina d&#8217;anni (e qui s&#8217;accettano scommesse sull&#8217;età di questa impertinente signorina).<br />
I giovani scrittori sono stati una categoria dorata inventata dagli editori Theoria sul finire degli anni Ottanta e hanno veleggiato col vento in poppa per tutti i Novanta, e lì giù mèssi di distinguo, duelli finti e spuntati tra dinosauri e cannibali, tutta una mega sovrastruttura di chiacchiere che spero nessuno si azzarderà a spacciare per la vulgata di un concetto ben più alto &#8211; quasi medicobiologico &#8211; che si deve a T.S.Eliot secondo cui ogni nuova opera e ogni nuovo scrittore immettono carne e sangue ulteriori nel gran corpus dell&#8217;opera/letteratura mondiale.<br />
Cioè si spalanca sempre il parallelismo irricongiungibile (l&#8217;equivoco colossale) che la questione sia tra scrittori giovani e scrittori già nel limbo da vivi a un passo dal diventare classici (sorte che spetterà loro di diritto una volta &#8211; gloriosamente &#8211; morti).<br />
Il discorso mi pare fosse partito da Pontiggia.<br />
Finché è stato vivo era considerato già scrittore di establishment o perlomeno rispettabile anche per meriti anagrafici o poteva ancora essere compreso nel novero degl&#8217;irriducibili rivoluzionari a salve armati di penna (una volta &#8211; ora strumentati con notebooks)?<br />
Un discorso anche di linea d&#8217;ombra, in cui il conradiano spartiacque &#8211; o meglio la conradiana soglia di superamento &#8211; è un puro fatto temporale, il trascorrere irresistibile del tempo: che ha una sua parte di verità, ma appunto dà adito (o alito, come dicono in molti), anzi offre andito, cioè spalanca la via, verso una china pericolosa: che tutto si riduca a un discorso sulle &#8220;carriere&#8221;, e quindi tutto in soldoni consista in bottini di operine, medaglie, premi.<br />
Un amico carissimo, morto troppo presto &#8211; anche se nel tempo che ha circolato, tra una distrazione e l&#8217;altra (come è per tutti noi), ha sparso frammenti di quell&#8217;opera incessante che mano mano veniva componendo -, Pietro Pedace (si chiamava) diceva sempre e lo ha anche scritto: una cosa sono i libri e una cosa è l&#8217;opera &#8211; lo scrittore vive nell&#8217;opera, gl&#8217;importa solo di quella, il pubblico, quando c&#8217;è un pubblico, può riceverne solo i molti o pochi frammenti, i libri e gli scritti sparsi, e poi ognuno si deve avventurare, se crede, se davvero vuol conoscere l&#8217;autore, nei meandri della sua opera che è essa stessa un immenso corpus con i suoi equilibri tutti da esplorare, con i suoi rapporti interni relativi. Questo diceva e scriveva Pietro, mio caro amico, fratello grande nonostante fosse anagraficamente appena un po&#8217; più giovane di me, ragazzo saggio che ha corso tutti i rischi e intrapreso tutte le avventure di vita che costa sempre agli scrittori la stranezza (o l&#8217;epica?) della loro impresa.<br />
E&#8217; curioso: Pietro è morto di setticemia in un&#8217;epoca in cui non si muore più neppure di tumore (per la verità a mie spese ho scoperto che i guariti di cancro delle statistiche buone, quelle della guarigione appunto, qualche anno dopo rientrano nelle statistiche dei morti per cancro &#8211; ma questa è un&#8217;altra storia).<br />
Ora se fossi una di gran mestiere troverei una chiusa prodigiosa e sbalorditiva come sanno fare gli scrittori navigati, quelli bravi e vincenti.<br />
Invece ora la chiusa non mi viene, non brillante almeno. Dirò solo che quello che la letteratura è in Italia perlomeno nelle pagine dei giornali somiglia allo skyline di Manhattan, un profilo di punte d&#8217;iceberg e cemento e vetro in cui non si può intravvedere il brulichìo di vita, che pure c&#8217;è. Scorgerlo e scovarlo è compito di chi ne ha voglia &#8211; tutti gli scrittori che partecipano al formicaio e giocoforza devono guardarlo dal di dentro e tutti i lettori entomologi di buona volontà, o meglio: pazzi perditempo efferati.</p>
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