L’uomo che ride

29 luglio 2003
Pubblicato da

di Carla Benedetti

copert07b.gif In televisione tutti ridono. Nella cronaca politica ognuno fa battute. Il capo del governo, anche quando non racconta barzellette, pretende di essere preso con ironia. Il presidente del maggiore partito di opposizione gli replica con battute. In libreria i libri più in vista sono raccolte di battute, di sketch, di barzellette.

Sono i bestseller di oggi, firmati da comici televisivi, ormai diventati un genere editoriale di punta. Vorrà dire qualcosa tutto questo?

Ciò che colpisce non è che il comico venda. Del resto tra i comici televisivi (o ex-televisivi, perché alcuni, come Daniele Luttazzi e Beppe Grillo, ne sono stati espulsi) e anche tra i vignettisti (prendi ad esempio Altan), vi sono punte corrosive. Quel che colpisce è che la risata sia diventata quasi l’unica dimensione ammessa: quella in cui tutti si muovono e si esprimono.

I giornali di destra fanno battutacce stile regime fascista che fa troppa tristezza riportare. Ma anche se prendi in mano un quotidiano di sinistra come “il manifesto”, la prima cosa che ti viene incontro è una battuta a caratteri cubitali. Enormi primi piani del capo del governo, o dei suoi alleati, ripresi di faccia, di profilo, con smorfia o con gestacci, commentate da titoloni che fanno molto ridere: “A Kapo chino”, “L’ego della bilancia”, “Vieni avanti Berlino”. La prima pagina di un importante quotidiano di opposizione è diventata un’enorme vignetta.

Cosa sta succedendo in Italia? Un paese lacerato da conflitti: un paese che ride.

Lo scatto, gioioso o satirico, del riso è un forza liberatoria, dirompente, contro la plumbea seriosità del potere e delle sue gabbie concettuali. Ma questa risata generalizzata in cui si incanala la voce di tutti, del governo e dell’opposizione, della televisione e della scrittura, non ha più antagonisti. Non solo il potere si esprime con battute, ma la battuta ironica o sarcastica è diventata una modalità comunicativa coatta. Il riso si staglia su tutte le bocche e non si capisce cosa dovrebbe rovesciare. E’ un paradosso, ma oggi la serietà è più eversiva. Proprio in quanto non ammessa.

Questa paresi facciale della comunicazione non ammette, e quindi reprime, altre modalità di espressione. Obbliga a spezzettare lo spazio del ragionamento in piccole schegge. A alleggerirti di ogni contenuto propositivo antagonista, di ogni disperazione o conflitto. Eppure ci sono cose che non si possono dire senza il tempo lungo dell’articolazione del pensiero. E ci sono anche cose di cui non si può parlare senza indignazione. Altrimenti dai per scontato che siano inevitabili, che tutto ciò che accade è necessario, e non può che essere così.

Perciò questa modalità espressiva generalizzata ha qualcosa di luttuoso. C’è stata una perdita. La cultura di sinistra, non solo politica, ma anche letteraria e artistica, aderisce da decenni all’obbligo pseudo-epocale di essere ironici. Lo ha assunto come un destino, con grande euforia di copertura. Me se scrosti ci trovi sotto una profonda malinconia. Secondo Dan Sperber e Deirde Wilson l’ironia non è enunciare il contrario di ciò che si pensa (definizione classica dell’ironia). E’ invece un atteggiamento che il parlante assume verso ciò che dice. L’ironico non usa il suo enunciato, ma lo menziona, lo cita, come se fosse quello di un altro, a cui fa eco. Ma una parola “menzionata” non ha la forza (né illocutoria né politica) di una parola usata. Questo è ciò che viene esaltato anche dalla sinistra come la virtù massima: una rinuncia al “contagio delle idee” (titolo di un libro di Sperber), una rinuncia a parlare in termini di alternativa. Un accettare la premessa dell’inevitabilità dell’esistente. “Non puoi farci niente!”. Una miscela di cinismo e di rassegnazione.

La mette bene in evidenza Luttazzi nel suo La castrazione e altri metodi infallibili per prevenire l’acne (Feltrinelli). D’Alema dichiara: “Il berlusconismo non è un fenomeno transitorio”. Lutazzi replica: “Che bell’alibi”. D’Alema: “Dovrei dire di no a Canale 5 se mi chiede un’intervista?”. Luttazzi: “Naturale che dovresti dire di no. Smettete di andare nei loro talk show, date un segno”.

Qualcuno si chiede come mai ci siano rimasti solo i comici a dire certe cose. Dove sono gli Sciascia e i Pasolini di oggi? Dove sono finite le voci antagoniste degli intellettuali, degli scrittori? Ebbene, non sono finite affatto. Solo che parlano “sul serio”. Perciò non appaiono nel monocanale della comunicazione ironico-sarcastica degli “operatori” della cultura. La macchina dei mediatori, di destra come di sinistra, aderisce all’ideologia trasversale del “non c’è più nulla”, e del “non puoi farci proprio nulla”. E se compare qualcosa di paragonabile alla radicalità di quegli scrittori del passato non lo capiscono perché è troppo diverso dal nulla ironico che si aspettano. Peggio, lo deridono. Proprio perchè fa “sul serio”!

Tra i libri dei comici televisivi ve ne sono, come in ogni campo, di belli e di brutti. Il punto non è questo. Il punto è che gli “esperti” la spacciano per l’unica cultura oggi possibile. La esaltano, oppure la deprecano, come l’unica produzione in grado di mantenere il contatto con un largo pubblico. Su “Venerdì” di “Repubblica”, Vittorio Spinazzola ha dichiarato: “Chi ha la laurea in lettere può scegliere tra la poesia esoterica di Sanguineti e il libro comico, mentre c’è chi legge comici perché non è in grado di leggere altro”. Ma immaginare che non vi sia nient’altro fuori da questa falsa alternativa è come scambiare l’assenza di segnali su una certa frequenza d’onda come il silenzio del mondo. Tra i libri dei comici televisivi e la cultura “di nicchia” c’è un mare popolato di energie, pensiero, creazione, insubordinazione. Così nella letteratura come nel cinema e nel teatro. Non sono prodotti illeggibili “per letterati”. Sono libri, spettacoli, film che sarebbero capaci di parlare al vasto pubblico. Non vengono visti perché non li si vuole vedere. Gli “esperti” non li registrano, ingabbiati da schemi concettuali o dalla lezioncina postmoderna del superamento della distinzione tra cultura di massa e cultura di élite.

E il pubblico? Lo immaginano un po’ tutti come cerebroleso (un’altra proiezione repressiva). Eppure anche il “pubblico di massa” è fatto di uomini e donne che vivono in questo mondo, nella sua drammaticità. Immagino un ventenne che progetta la sua vita futura nella prospettiva di una guerra mondiale, di un pianeta senza acqua, di un equilibrio ambientale distrutto, di una sempre maggiore violenza del profitto, della crescente povertà di enormi masse di popolazione. Alle sue domande, alle sue angosce, che sia letterato o illetterato, cosa risponde la cultura visibile, questo deserto culturale e spirituale che gode del premio di maggioranza mediatica?

In uno dei libri più venduti (900.000 copie) di Luciana Littizzetto, trovi battute ciniche assunte a piccole dosi in chiave autoironico-sarcastica: “perché così ci si vaccina”- spiega l’autrice. Invece non ci si vaccina affatto. Le violenze e le ingiustizie fanno male anche con l’autoironia in corpo. Le aggressioni aggrediscono, le corruzioni corrompono, le speculazioni speculano, e i morti muoiono lo stesso. La sola cosa contro cui ci si vaccina è l’idea che “puoi farci qualcosa”.

Giovani scrittori francesi dichiarano di voler usare la letteratura come un’arma impropria. Scrittori e artisti italiani lo stanno facendo da anni. Ma i mediatori culturali continuano a dire che in Italia non c’è niente. Denegazione cinica, inebetita da snobismo. Ecco una “esternazione” del regista Giovanni Maderna. Ne cito un passo, certa che non verrà scambiato per una difesa della cultura di nicchia: “La mediocrita’ è al potere. E ha una fottuta paura di perderlo. Almeno a giudicare da come attacca, preventivamente, tutto ciò che non è mediocre. Non so come stiano le cose in letteratura, ma nel cinema è ormai un insulto esplicito e lanciato con senso di superiorità quello di essere un “autore” (figurarsi un autore italiano!)”

Un critico francese ha detto che è tornato il romanzo impegnato. Io credo che se qualcosa accade o accadrà non sarà nella forma familiare, depotenziata, di un ritorno del déjà-vu. Sarà qualcosa di proporzionale all’enormità della situazione odierna.

Pubblicato in “L’Espresso”, n. 30, 24 luglio 2003.

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7 Responses to L’uomo che ride

  1. andrea il 31 luglio 2003 alle 00:14

    Naturalmente l’articolo di Carla Benedetti è dettato dall’invidia per Bob Hope che è vissuto ben 100 anni, ridendo ridendo e ridendo.
    Sulla televisione non saprei dire se ha ragione, da quando ha vinto Berlusconi non l’accendo più, ci ho messo sopra un’anatra di plastica per ricordarmi che accendendola ho buone probabilità di vederlo predicare (dal monitor al monito).
    Sui politici, boh, se lei li vede ridere è beata, a me sembrano sempre più in difficoltà a destra e a sinistra.
    Sui mediatori invece vorrei dire la mia. Per capirci su cosa intendo io per mediatore dico BERNARD PIVOT, forse l’unico vero mediatore, nel senso che faceva da tramite tra l’autore e chi I LIBRI NON LI LEGGE TROPPO. Invece penso che Carla Benedetti consideri mediatore il critico letterario che scrive sui giornali, quello insomma che lavora per gli addetti ai lavori (e che si muove tra rapporti di potere e linee di amicizia). Ma lui non media un bel niente, lui non si pone le domande che verrebbero in mente a pincopallino che in libreria entra poco, non si chiede se un libro può essere utile a qualcosa, così ci si ritrova sempre tra gli stessi a dire le stesse cose. Il problema non è scoprire chi gestisce il potere ma la circolazione della letteratura, dell’arte, fino a pincopallino: la letteratura dovrebbe circolare come il sangue, arrivare nei posti lontani. Mi piacerebbe sapere se Carla ha qualche ricetta per risolvere il problema dei mediatori?

  2. Anna Corti il 31 luglio 2003 alle 06:40

    È troppo (poco)

    Sono davvero allibita. Ma che cos’è questo articolo di Montanari? Come potete pubblicare una cosa del genere? Come potete inserire un pezzo come questo che lascia senza parole per la sua volgarità, pochezza e banalità (e badate che non è certo per pruderie o per sessuofobia che lo dico, anche perché questo testo non fa per niente scandalo – ammesso poi che scandalizzare sia ancora un valore in sé!). Non c’è una sola frase di questo scritto che non sia una vergogna, da un punto di vista intellettuale e letterario. Posso capire – benché lo trovi qualificante della persona – che Montanari faccia le sue “marchette” su Glamour (ci rendiamo contro di che rivista stiamo parlando? Uno dei pilastri di quel mondo di finzione e merda che questi anni portano alla ribalta), ma che voi sentiate l’esigenza di riproporlo, questo no, non riesco a capirlo. E riesco a capirlo ancor meno, dopo aver letto le parole sacrosante di Carla Benedetti sulla serietà del mestiere di scrittore e, quelle appena sotto l’articolo di Montanari, sulla necessità di abbandonare questo buttar tutto sul ridere e sull’utilizzo della scrittura come arma impropria. Ma come, prima ci dite che i vostri principi sono questi e poi ci mostrate come esempio di serietà e sovversione un testo di Montanari per Glamour? Io non riesco proprio a capacitarmi. Mi sembrerebbe giusto che spiegaste ai vostri lettori (non credo di essere l’unica – come mi ha confermato vedere dalle risposte all’altro vergognoso testo/recensione sul film di Giordana) cosa giustifica una scelta del genere e cosa trovate di sovversivo e importante in un testo come questo. Almeno lei, Carla, dica qualcosa a tutti noi! O anche lei è d’accordo?

  3. Free il 31 luglio 2003 alle 15:22

    Ma chi sono i mediatori?

    Ma chi sono i mediatori? Chi sono queste strane figure senza nome né volto? Gli unici mediatori culturali che conosca sono la Janeczeck (Mondadori) e Scarpa (Feltrinelli). Si riferisce forse a loro? O loro sono diversi (in cosa)? E se non si riferisce a loro, a chi si riferisce (nomi e volti, la prossima volta anche su “L’Espresso”, grazie)?

  4. Tiziano Scarpa il 31 luglio 2003 alle 16:13

    Ho lavorato come redattore per Feltrinelli dal gennaio del 1996 all’aprile del 1998.

  5. Free il 31 luglio 2003 alle 21:25

    Non mi pare poco per meritare il titolo di mediatore professionale. Non ti pare? O cade in prescrizione?

  6. andrea il 1 agosto 2003 alle 13:22

    Un po’ di copia incolla dal web:

    Che dire poi della mitica trasmissione Apostrophes?
    Bernard Pivot, il suo ideatore, lo stesso che con il mensile Lire ha fatto e disfatto i best-sellers in Francia, esercita da anni il suo ruolo nell’indirizzare le letture dei francesi con discrezione e professionalità ancora maggiore.
    Bernard Pivot cita frasi, legge interi passaggi, fa domande, tenendo in mano il libro in questione, fra le cui pagine spiccano piccoli foglietti colorati: i segnalibro che aiutano nel ripercorre il testo.
    Si parla di lingua, di stile, di narrazione; si entra nel cuore dei personaggi e delle vicende descritte.
    Quando tempo fa – era la fine degli anni ottanta, ma la situazione è di poco cambiata – in Italia si lamentava la mancanza di una trasmissione che trattasse adeguatamente di letteratura richiamando proprio Apostrphes, non ci si rendeva conto che non era un modello esportabile, per la semplice ragione che da noi mancavano sia le premesse sia le condizioni per realizzarla.
    (lidia)

    Non lo so, però potrei dire cosa serve per un programma decente sui libri: occorre che chi conduce la trasmissione abbia letto almeno le opere di cui vuole parlare. Il successo della trasmissione francese Apostrophes poggiava proprio sul fatto che il conduttore, Bernard Pivot, si premurava di leggere i libri della settimana, prima di ogni puntata. Uno scrupolo trascurato da molti suoi emuli italiani.
    (g. b. guerri)

    Bernard Pivot naît en mai 1935 à Lyon, où ses parents tenaient une épicerie. La geuerre de 1940 le prive brutalement de son père; sa mère se replie alors dans la maison familiale, à Quincié-en-Beaujolais. C’est là que le petit Bernard fera ses premières annnées d’école.
    En 1945, Charles Pivot revient et la famille se réinstalle à Lyon. A 10 ans, Bernard est mis en pension religieuse; il s’y découvrira une passion, qui l’habite encore aujourd’hui, pour le sport: tennis de table, cross-country, football, qui feront “oublier” à ses maîtres sa médiocrité dans les matières plus “scolaires”, à l’exception du Français et de l’Histoire.
    Lycée Ampère à Lyon, puis Fac de Droit, et le jeune Bernard Pivot s’inscrit à Paris au CFJ (Centre de Formation des Journalistes), dont il sortira vice-major de sa promotion et où il rencontrera sa future épouse Monique.
    Après un stage au Progrès, à Lyon, il se forme au journalisme économique pendant un an, puis intègre le Figaro Littéraire en 1958.
    En 1970, il anime à la radio une Chronique pour Sourire quotidienne, sans hésiter à aborder des sujets politiques, ce que n’appréciera que modérément Georges Pompidou…
    En 1971, le Figaro Littéraire disparaît et Bernard Pivot devient chef de service du Figaro quotidien. Il en démissionnera en 1974 après un désaccord avec Jean d’Ormesson. Jean-Jacques Servan-Schreiber lui propose alors un projet de magazine qui débouchera, un an plus tard, sur Lire. Entre-temps, il anime, depuis avril 1973, Ouvrez les Guillemets, sur la Première Chaîne. En 1974, l’ORTF éclate et Bernard Pivot lance le depuis institutionnel Apostrophes, dont la première est diffusée sur Antenne 2 le 10 janvier 1975. Cette émission s’arrêtera en 1990, mais Bernard Pivot créera alors Bouillon de culture, qu’il anime encore aujourd’hui.

    Travailleur acharné (il lit 10 à 14 heures par jour!), il aime à se ressourcer à Quincié, dans le manoir de ses ancêtres vignerons.

  7. Marco Rizzi il 2 agosto 2003 alle 01:35

    Cara Benedetti,

    ho lasciato passare qualche settimana prima di risponderle perché avevo bisogno di lasciar passar dell’acqua sotto i ponti e di non rispondere sotto la spinta del sentimento. La sua lettera infatti è stata per me estremamente offensiva, per diverse ragioni. Io le chiedevo conto di un modo di intendere la critica e del modo in cui il blog era gestito. Lei, rispondendo solo in parte alle mie domande, ha ritenuto di spostare la questione sul personale, arrivando a rispondermi di fare io quel che pensavo andasse fatto. La sua risposta alle mie domande e che io dovrei fare il critico letterario? Ma lei sa che lavoro faccio io? Io faccio tutt’altro (e un altro molto poco gradevole): non ho né la capacità né la competenza per poter fare il critico. La sua risposta, anche dopo averla riletta più volte, mi ha offeso, perché è stato come dirmi: se tu non sei capace di farlo, stai zitto e non permetterti di criticarmi (aggiungo solo che di questi tempi dare del kapò nazista a qualcuno solo perché si permette di criticare il proprio modo di procedere suona davvero male…). Il solo modo che ho io di partecipare alla costruzione della collettività che manca – per seguire la sua suggestione – è dire quel che mi sembra che non vada, cercando di stimolare una discussione; chiedendo conto di quello che fa chi ha le capacità di fare; chiedendo spiegazioni e risposte.
    Devo anche dirle che io sono rimasto stupito di come tutta la questione sollevata da me e, meglio di me, da altri sul tema della comunità sia caduta letteralmente nel vuoto, quasi si trattasse di un problema privato di tre lettori psicopatici (ma allora perché avete pubblicato sulla home page il testo di due dei tre, per poi decidere che non valeva più la pena dare una risposta al seguito che articolava la discussione e apriva nuovi possibilità di approfondimento?). Mi stupisce molto, poiché come le avevo già scritto in una lettera precedente per me la responsabilità impone in primo luogo di rispondere sempre a chiunque ci si rivolga (In questo la lettera della Janeczeck su Pontiggia mi ha molto colpito: sa cosa deve aver significato per un uomo impeganto come quello rispondere sempre a tutti? Sa quante volte si sarà detto: questo che scocciatore? Per me, già solo questo, è un gesto che rende l’uomo degno di grande rispetto. Anche Levinas ha sempre risposto ad ogni singola lettera e ingiunzione, dei grandi come dei signor nessuno come me.). Non è una questione di buona educazione, ne va del senso stesso del dialogo tra esseri umani, della responsabilità infinita che ognuno di noi ha verso la parola degli altri. Chi non si assume la responsabilità della risposta – e sottolineo pubblica quando la domanda è pubblica – fallisce la cosa più importante: la capacità di saper instaurare dei dialoghi che vadano al di là dell’eco riconoscente.
    Il silenzio dei mebri del blog mi stupisce ancora di più perché, come ho potuto leggere in queste settimane, seppur in forme e con posizioni sfumate e differenziate, le questioni che io ponevo tornano in diverse lettere e commenti ai pezzi che sono apparsi. Direi, anzi, che molti dei commenti richiedono dei chiarimenti sull’insieme del blog, sulle sue scelte, la sua coerenza interna, le alternative che esso prospetta, ecc. Anche in questo caso, le risposte – quando ci sono state – sono state generiche e ad personam. La situazione mi ricorda un po’ quella delle classi dirigenti di alcuni partiti di maggioranza e di opposizione che, davanti alla contestazione evidente della base, si appellano alla maggioranza silenziosa, interpretando ovviamente il silenzio come un consenso al proprio operato.
    Io penso, come credo lo pensino tutti i lettori che hanno scritto pubblicamente senza ricevere risposte pubbliche (non mi riferisco, ovviamente, a chi usa l’insulto come modo di interloquire), che si debba maggior rispetto verso chi si rivolge a voi e chiede spiegazioni sul vostro modo di operare. Poi, certo, ognuno è libero di fare ciò che vuole. Per quel che mi riguarda io continuerò a domandare quando non capisco, a criticare quando non condivido e a rispondere pubblicamente anche a chi non è d’accordo con me. Cordialmente



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