L’uomo alla finestra (parte h)

4 settembre 2003
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di Dario Voltolini

Varigotti-10055.JPGEugenio si muoveva nell’appartamento da una stanza all’altra, mentre le finestre si spalancavano per la pressione del vento e tutte le cose poco pesanti si sollevavano e turbinavano in aria. L’odore di salmastro era intenso, l’aria che entrava in casa era quasi schiuma di mare, sospinta in avanti dal fronte dello tsunami che avanzava regolarmente, tutto il fronte oceanico alzato, una parete d’acqua di cui non si vedeva la fine. Solo alzando lo sguardo in verticale si scorgeva molto in alto l’iridescenza della cresta spumeggiante che ribolliva in cima all’onda.

Più alto di ogni costruzione, lo tsunami era eretto di fronte al palazzo in cui abitava Eugenio. Ormai disabitato, fatta eccezione per il solo Eugenio, tutto il blocco condominiale gemeva e scricchiolava per la pressione dell’atmosfera, compressa inesorabilmente dall’onda sulla facciata in muratura esposta a sud. I vetri delle finestre lasciate serrate dai condomini in partenza erano ormai scoppiati e i soffi di vento fischiavano nelle trombe delle scale deserte, nelle cucine, nelle camere da letto, precipitavano nei corridoi oscuri dei sotterranei, nelle cantine, erompevano sul lato nord, carichi di oggetti strappati alle abitazioni, stracci, fogli di carta, frammenti di mobili, tessuti e tendaggi che volavano via scossi come vele, come bandiere, verso il resto della città.

Nei viali, nelle traverse, nei vicoli e nei passaggi l’aria salsa percuoteva i muri inumidendoli: una viscida pellicola salata copriva da molti giorni tutta la città. L’aria che lo tsunami accumulava spostandosi era fradicia, difficile da respirare. Iodata, salata, rumoreggiava raschiando i tetti, gli angoli delle case, spazzava via i pali della luce. Le alghe si insinuavano nelle crepe dei muri. I tombini erano saltati e dalle gallerie delle fogne, come da un organo infinito nascosto sottoterra, salivano accordi inauditi che erano la voce stessa dell’oceano in procinto di arrivare con tutta la sua massa non misurabile.

Anche nell’appartamento di Eugenio il vento bagnato produceva il suo concerto facendo vibrare le pareti, i fili dell’impianto elettrico. Mescolati agli accordi oceanici emergevano e poi si inabissavano certe voci non umane, che urlavano e si lamentavano e piangevano, come se gli animali degli abissi, lampeggianti, per la prima volta potessero – liberati dalla pressione infinita – gridare il loro immemorabile dolore.

Eugenio in piedi davanti alla finestra grande si opponeva alla folata stando diritto e fermo. La pelle, i capelli, contro il soffio dell’aria si lisciavano e si disintegravano polverizzati. La figura di Eugenio veniva semplificata, così. Le rughe spianate, le asperità del corpo, come le nocche, il naso, l’angolo dei gomiti, ammorbidite dal lavoro di erosione del vento. Le molecole di Eugenio volavano via per le stanze, nella danza degli oggetti volanti, e uscivano sul retro fischiando nel flusso di cose simile alla coda della cometa. Come quei castelli di sabbia lasciati in riva al mare, Eugenio veniva smussato dal soffio dell’aria. Si avvicinò alla finestra, assottigliandosi ancora, scartavetrato, piallato, smerigliato.

La parete oceanica fronteggiava il palazzo, ormai a pochi metri di distanza. Eugenio, premendo contro il vento, si affacciò. Quando avrebbe cessato di essere una persona? Quante molecole, quanti atomi un corpo umano doveva perdere per cessare di essere un corpo umano? Senza palpebre, senza labbra, Eugenio avvicinava il viso allo tsunami che eretto e infinito millimetricamente avanzava. Il sole era alto nel cielo.

Di fronte a sé, nel muro d’acqua, Eugenio vide guizzare dei pesci. Nuotavano, come in un acquario, e si fermavano come per osservarlo, a loro volta. L’essere umano che si sfarinava dall’altra parte del mondo, dove l’acqua non era ancora arrivata. I gemiti del canto marino e l’odore sconvolto dei fondali si acutizzavano, mentre il diaframma fra Eugenio e l’acqua andava assottigliandosi. Eugenio vedeva i pesci, erano a portata di mano. Quattro pesci le cui sole pinne si muovevano, fermi a fissare Eugenio. Ogni tanto uno si spostava brevemente di lato. Facevano delle “o” con la bocca.

Eugenio allungò un braccio verso lo tsunami, cercando di entrare con la mano nell’acqua, verso i quattro pesci. La superficie del mare, così verticale, diede a Eugenio una vertigine. La sua mano più si avvicinava all’onda, più si consumava nel vento. Le dita stavano per toccare l’acqua, Eugenio spinse ancora in avanti. Le dita evaporarono, Eugenio spinse avanti il polso. L’avambraccio scompariva, Eugenio spinse avanti il gomito.

L’onda si era avvicinata, Eugenio spinse la spalla dentro l’oceano: i quattro pesci fuggirono con un guizzo. Vista dalla loro posizione, l’intrusione del mondo nell’acqua senza tempo apparve come sempre spaventosa. Eugenio, con quello che restava di lui, se poteva essere considerato ancora lui, visto che la maggior parte del suo corpo era in volo demolita nell’aria, a fare mulinelli con le foglie e i biglietti del tram, con i filtri un po’ insaccati delle sigarette – Eugenio guardava direttamente nella sostanza dello tsunami, che stava per incollarsi alla facciata del palazzo, questione di millimetri, di micron. Con il cranio levigato, senza le fioriture delle orecchie, Eugenio ascoltava il canto del plancton, della torpedine, gli scatti di chele sprofondate nei fondali, i vocalizzi disperati dei cetacei.

Dalla cresta di spuma in cima all’onda partivano raggi di luce che barbagliavano per tutta la città. Scendeva la luce nel corpo dello tsunami e potevano intravedersi colonnati luminosi nel volume dell’acqua. La città festeggiava l’arrivo dell’oceano con i segnavento a girandola sui tetti, con gli alberi dei viali piegati tutti da una parte, il fogliame strappato via, infinite particelle in giro per l’aria. Bagliori iridati calavano dall’alto, mentre la cresta dello tsunami cominciava a spappolarsi, prima di scaricare tutta la forza del mare sulla città.

Eugenio – non ne rimaneva tanto, così soffiato via, così levigato, eroso – guardava nello tsunami, ancora una volta i pesci gli erano sfuggiti, e nello tsunami vedeva la rallentata trasparenza dell’oceano e gli veniva da domandarsi, molto distrattamente (il cranio, il torace, tutto era volato via nell’infinito sforforamento), come mai anche l’acqua, come il vetro, è trasparente se presa in fogli sottili – sottili come i vetri di una finestra – ma se si ha la pazienza di sovrapporre foglio a foglio, diventa a poco a poco verde, sempre più intensamente verde, fino a dare quel colore scurissimo dove sembra starsene nascosta e compressa una luce pronta a dispiegarsi in un attimo dappertutto.

Lo tsunami si appoggiò al palazzo, spingendolo via. Spingendo via tutto quanto. Nell’appartamento di Eugenio a tutto il frastuono del vento e dei canti si sostituì il silenzio del mare. Come è possibile che sommando goccioline trasparenti si abbia questo oceano così impenetrabilmente verde? Così era volata via anche la domanda.

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