Invito alla lettura

17 settembre 2003
Pubblicato da

di Jacopo Guerriero

borsellino.jpgPropongo una pagina di Lucia Borsellino, figlia di Paolo. La trovo inserita nella biografia del magistrato antimafia scritta da Umberto Lucentini, pubblicata una prima volta nel ‘94 e ora uscita in edizione aggiornata per i tipi di San Paolo (18 ?). Il volume è un resoconto dettagliato, si costruisce su testimonianze inedite e svela aspetti sconosciuti della vita del giudice assassinato.

Tra i nuovi contributi un’intervista alla moglie del magistrato, un colloquio con i figli, la testimonianza della sorella Rita.

Mi sembra che le parole di qui sotto, scritte nel febbraio 2003, chiedano riflessione, il tempo che viviamo le carica di un nuovo significato.

«Sono ormai trascorsi dieci anni da quando è stato compiuto quell’atroce delitto in cui mio padre e altri padri come lui, onesti ragazzi e una giovane donna, furono inesorabilmente strappati alla vita. Da allora non è passato un giorno in cui non cerco di rinnovare e alimentare la forza e lo slancio che occorrono per continuare a credere nella possibilità di costruire un presente e un futuro migliori. Pensando a quel momento in cui dolore, sconvolgimento, terrore e rabbia si mescolano e si fondono nell’animo (perché così è il senso umano del distacco –tra l’altro violento- dagli affetti più cari), so che di tempo ne è passato; e con esso, parole, idee, uomini, storie e forse la memoria. Accanto al gesto di ribellione e protesta di gente comune di ogni età, di rappresentanti delle istituzioni, di madri e padri, di fratelli e sorelle, di parenti e amici di vite spezzate apparentemente senza una ragione, hanno trovato posto i sentimenti positivi di solidarietà e di speranza. E con loro i propositi di rinnovato o di nuovo impegno sociale, di presa di coscienza, di riscoperta del senso della legalità, del coraggio della testimonianza, il ritrovato bisogno di vivere la vita in modo non passivo e indifferente ai mali che la turbano. La reazione della società e gli annunci potevano bastare a farci maturare la ragionevole convinzione che quanto accaduto andava assumendo il significato di un evento quasi ineluttabile che, unito a quello che lo aveva poco prima preceduto, la strage di Falcone, avrebbe fatto maturare la coscienza civile nei confronti del fenomeno mafioso, della entità e delle forme con le quali si sostanzia. La realtà, tuttavia, è ben più difficile da affrontare. Davanti a fatti spesso poco incoraggianti, se non addirittura inducenti allo sconforto, è la forza della fede cristiana che mi ha sempre sostenuto ad andare avanti e a vivere la vita nel segno della continuità e della trasmissione dei valori, gli stessi per i quali mio padre è vissuto ed è morto. Ricordo quello sguardo pieno d’amore, sempre illuminato di entusiasmo e di ottimismo che pur non veniva meno in un uomo spesso chiamato alla prova. La mia speranza, perché uomini giusti non passino invano alla storia o vedano il proprio nome attribuito solo alle piazze, alle strade, alle stazioni o agli aeroporti, è che il ricordo, quando perpetuato, non sia l’unico modo per sentirsi in pace con se stessi, credendo così di aver dato il proprio fattivo contributo nella lotta contro il crimine mafioso, o a coloro che lo sostengono e ne traggono beneficio.

Provo profonda ammirazione e riconosco tanto coraggio in chi cerca di essere coerente con quegli esempi. E’ uno sforzo continuo che fa di uomini comuni dei testimoni di valori di legalità e giustizia. Mi piace pensare che quello che oggi è un timido convincimento sul significato di quell’enorme perdita per la mia famiglia e per la società onesta, possa divenire, in un futuro non troppo lontano, la forte consapevolezza che qualcosa è cambiato. Così come un patrimonio materiale può esaurirsi per incauta gestione, noncuranza, aggressione, anche un’eredità morale può disperdersi se resta patrimonio di pochi, traducendosi conseguentemente in un oneroso e pesante fardello da portare e da sopportare. Ferma restando indiscutibile e inestimabile la ricchezza interiore di chi si sente ed è possessore di certi ideali di amore, legalità, rispetto per le istituzioni, devo confessare una mia preoccupazione: se a credere e a informare la propria esistenza a tali principi sarà solo una minoranza, coloro che la compongono rischierebbero di sentirsi soli e non sempre compresi nel loro percorso. La condivisione d’intenti, un contesto sociale che sostenga, anche culturalmente, nella lotta, nel costruire, nell’investire correttamente le proprie risorse umane, morali e professionali, è assolutamente necessario affinché gli insegnamenti di chi continua a vivere in noi non si rivelino astratta teoria ma guida concreta nell’agire quotidiano.

Onorare la memoria di mio padre, per noi figli, significa essere umilmente testimoni di quel patrimonio morale e umano. Oggi è sempre più difficile esserlo. Lo è nella vita di ogni giorno, nelle piccole e nelle grandi occasioni, nella famiglia e nel luogo di lavoro. Occorre molto più coraggio nel continuare a persistere secondo questa direzione piuttosto che porsi nella condizione di chi, avendo già il proprio credito di sofferenze e sacrifici, pensa di potersi fermare. E’ vero, a volte la sfiducia ci assale. Ma noi continuiamo. E poi ci sono i nostri figli. C’è Agnese che ha tre anni e che può conoscere e crescere nel sorriso di suo nonno solo attraverso il nostro sorriso.»

Lucia Borsellino

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