Replica a Raimo (su Bellocchio)

22 settembre 2003
Pubblicato da

di Simone Ciaruffoli

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Mi permetto di replicare al pezzo di Raimo, che ritengo intelligente ma con una mira che slitta di poco sulla sinistra, mancando così il bersaglio e finendo sul groviglio delle nostalgiche “coraggiose indagini” cinematografiche. Indagini che a mio parere Bellocchio non ha ritenuto portare a termine non certo per codardia, ma per semplice disinteresse.

Ho i miei dubbi, per esempio, che le matinée scolastiche siano le platee conformi a pellicole orfane di una “vera” presa di posizione. Anzi, per esperienza posso invece sostenere che le stesse sono terreno fertile, data la loro natura didattica, per un cinema che ambisca a rappresentare un’idea di società inalveata nelle scheletriche e mortifere architetture di una tesi da sostenere, sempre e comunque. E se volessimo considerare uno dei film che va per la maggiore nelle nostre scuole oggi, dovremmo chiamare in causa il biasimevole Bloody Sunday che, in quanto a partigianeria, presa di posizione (anche linguistica) e decisione nel tratteggiare eventi storie e personaggi, non lascia certo adito a indeterminatezza alcuna. Per non far del torto alla ragione e sentirmi dire che questi film non sono “cosa nostra”, possiamo rammentare tranquillamente I cento passi (lavoro sempre ai vertici della top ten scolastica), il quale di ambiguo ha veramente poco.
C’è un sottaciuto postulato stilistico, forse più linguistico, da rispettare canonicamente all’interno delle nostre istituzioni, nella fattispecie quella scolastica, ed è semplicemente quello che passa per “principio di verosimiglianza”. Più il film si avvicina al documento storico (ne esiste uno?), più il film acquisisce liceità, più lo stesso diviene riproducibile nelle aule del sapere ortodosso. Per questo sondabile motivo il film di Bellocchio non trova e forse non troverà facilmente collegio nei luoghi del sapere accademico. E se come dici tu la cortigianeria della Rai nei confronti di Bellocchio risiede nella richiesta di un prodotto “al di là delle polemiche”, i fatti di questi giorni, compreso il tuo/nostro pezzo, stanno certificando il contrario.

Bellocchio è regista per nulla riconciliato, chi lo conosce (sin dai tempi de I pugni in tasca) sa che non è tipo da scendere a compromessi. Per questo, per la complessità della sua poetica, per l’eleganza del suo cinema, sembra aleatoria la tesi di una concupiscenza col versante fiction (tout-court) della Rai. Come tra l’altro sembrano veramente (e ripeto “veramente”) fuori luogo, quanto meno fuori registro, le invettive ai danni di Bellocchio passanti per frasi del tipo: “struttura narrativa ridicola”, oppure “didascalismo da copiacarbone”. Sembra quasi che non si riescano a mettere a fuoco in maniera ragionevole la complessità di un film come Buongiorno, notte e la stoffa innegabile (da nessuno mai negata) di Bellocchio regista. Così si rischia di fuorviare un pubblico già al limite della demenza, “imbastardito” com’è dai lancinanti danni apportati dalla critica quotidianista la quale tu ben conosci, Christian.

Perché no, Buongiorno, notte non patisce sicuramente né una struttura narrativa ridicola, né un didascalismo da copiacarbone. E lo dimostra il fatto che se il didascalismo fosse stato tale tu e pochi altri (mettiamoci anche Mario Pirani) non avreste compreso il contrario della risultante di quel presupposto didascalismo. Se il didascalismo di alcune scene fosse stato veramente tale sarebbe allora stato facile capire che Bellocchio non ha inteso narrarci degli estenuanti giorni del Moro rapito, ma piuttosto dei dolorosi giorni di un Padre perso (il mio, il tuo, il nostro, il suo), di una peggio gioventù (quella dei nostri padri, e forse la nostra?) e dei sogni della stessa.

E dunque dici erroneamente-paradossalmente bene: “Chissenefrega della società?”. Perché quelle “due camere e tinello” (così largamente descritte dall’agente immobiliare dell’incipit) e quei terroristi “allo sbando” e poi Aldo Moro e Maya Sansa, non sono altro che la rappresentazione di uno spazio geografico e i corpi di una famiglia al suo interno: per estensione una società, appunto.

Allora altroché fiction televisiva se si è preso un film per un altro. L’estraniamento brechtiano di cui parli, il Verfremsdungeffekt, è tutto fuorché tout-court, come ben sai. L’illusione di realtà che tanto preme alla fiction, in Buongiorno, notte è presto scongiurata. E se il film di Bellocchio raccoglie qualche sommesso scampolo brechtiano, quello e da rilevarsi, al contrario della fiction, nell’ostacolare un’immedesimazione passiva stimolando invece una riflessione.

Se a Venezia un collega straniero dell’improbabile Tullio Kezich al termine del film si è domandato se Moro sia poi morto o meno, se è arrivato a farsi una domanda del genere, significa che il Brecht, quello di Bellocchio, ha fatto il suo dovere. Significa, al contrario di quello che ha pensato la cariatide Monicelli, che il film, per la particolare sostanza di cui sono fatti i sogni (e il loro straniamento) è un’allegoria riconosciuta globalmente. In Buongiorno, notte si tende a misconoscere la Storia (è quello che principalmente desiderava il regista) per riconoscere la speranza universale che, spesso, tende a addormentarsi coi sogni.

Ecco che allora la domanda che (si) pone il critico straniero è da accomunarsi a quella che molti si fecero dopo la visione de La 25a ora: Monty va in galera o si fa una famiglia, una nuova vita? La fantasia, il sogno, il cinema hanno piegato la realtà o quest’ultima ha resistito ancora? Noi italiani, che conosciamo la nostra Storia e quella di Moro, sappiamo che la realtà ha vinto ancora sui sogni, chi invece da straniero si domanda se la notte ce l’ha fatta sul giorno, trova la risposta nel giovane della sceneggiatura intitolata appunto Buongiorno, notte. Arrestato perché fautore di una sceneggiatura che non è riuscita a fermare il convoglio impazzito della realtà, perché non ci ha permesso, insieme a Chiara, di continuare a sognare.

Come ho gia scritto altrove, Buongiorno, notte è la nostra personale 25a ora, il momento in cui la realtà si fa da parte per lasciare spazio alla fantasia, al cinema quello vero. Dove è ancora possibile immaginare un Aldo Moro che se ne va via all’alba per le vie di Roma, quando i suoi figli non si sono ancora destati dal suo/nostro sogno.

A questo punto a che cavolo ci serve la Storia e le pretese di una malevola riconoscibilità dei fatti? Questo lasciamolo pure al cinema inglese, quello dei Mullan, dei Greegrass, del Loach “settembrino”, a quelli che pensano di aver capito e su questo fraintendimento giocano a indottrinare lo spettatore/elettore. Noi teniamoci pure Bellocchio e con lui continuiamo a sognare, a sperare cinema.

Ti chiedi poi: “Non era questa un’occasione per interrogarsi sulle possibilità politiche del compromesso storico? sugli esiti delle battaglie degli ’70? sulla trasformazione antropologica della borghesia italiana?”. No Christian, semplicemente non era questa l’occasione, semplicemente non era questo il regista giusto e, fortunatamente, non è questo il tipo di cinema di cui dovremmo oggi (in questi decenni postmoderni) andare orgogliosi. Queste sono aspettative che poco hanno a che spartire con il prodotto filmico. Poco ci interessa e deve interessare lo spettatore incauto che si guarda Eyes Wide Shut pensando d’imbattersi in un film erotico. Le aspettative non ripagate sono personalismi che non inficiano sulla qualità dell’oggetto in esame.

Bellocchio ha una sua poetica e la porta avanti fregandosene della Rai, della Storia e (da leggersi tutto d’un fiato), della filologia di chi in essa ravvede il contentino e il compitino perfetto da consegnare al professorino computo e ansante verità per palati da asservire e contentare.

Siamo al cinema, non in un banco di scuola. Sono finiti i tempi dei kino-pravda di Vertov e i dei suoi moderni fedeli (vedi Gorin e Godard), militari contro il concetto borghese di rappresentazione; altrimenti dovremmo dire addio anche al nostro Bertolucci, Bernardo intendo.

Dopo i succitati sono passati fortunatamente personaggi come Yoshishige Yoshida, o ancora il grande Miklos Jankso. Tra l’altro stiamo costipati dentro il tempo di un grande mai troppo glorificato Michael Mann, e ci chiediamo vogliamo/ancora “coraggiosa indagine” e “bilancio critico”? Ma l’avete (intra)visto lo slittamento di senso, ragione, Storia e cinema infilato nelle pretestuose indagini di Insider, di Alì?

E poi ci si chiede come Bellocchio abbia trattato i brigatisti, o Moro. Beh, se non fosse ancora chiaro li ha trattati come avrebbe fatto il tanto celebrato neorealismo. Non giudicandoli, non stando né con loro né con altri.

Tenendo uno sguardo rigoroso sulla tragedia, Bellocchio come Rossellini dipinge un mondo dove la violenza ha sradicato le norme della realtà. Guarda negli occhi l’uomo che offende e quello offeso, non si permette di giudicare (come potrebbe fare con il figlio come interprete di un brigatista?) ma osserva.

Sembrerà strano ma Bellocchio, come Rossellini (vi ricordate la lezione di Germania anno zero?), è avvolto da un manto di cristiana compassione, dove un manipolo di brigatisti sembra un po’ una famiglia di mangiatori di minestre e loro padre un santone. Chi non dipingerebbe altrimenti il proprio padre come una sorta di santone? Soprattutto se aveste intenzione di dedicargli il film, come Bellocchio ha fatto?

Dopo tutto questo c’è veramente ancora qualcuno interessato a un cinema vecchio e passato come quello di Rosi?

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5 Responses to Replica a Raimo (su Bellocchio)

  1. Giuseppe Iannozzi il 23 settembre 2003 alle 12:34

    Simone Ciaruffoli è un attento osservatore critico. Sono dell’opinione che la risposta di Ciaruffoli a Raimo sia indicativa di una grande intelligenza. Nel caso di Bellocchio, i due interventi di Raimo e Ciaruffoli si completano vicendevolmente.
    Complimenti.

    Giuseppe Iannozzi

  2. donato il 23 settembre 2003 alle 18:01

    Pur apprezzando altri interventi in favore del film di Bellocchio (che francamente credo non ne abbia proprio bisogno), mi ritrovo a notare quest’intervento in difesa di “Buongiorno, notte”, no nei commenti dove è stato postato il mio, ma sulla pagina principale di Nazione Indiana, sfuggendo così alla possibilità di essere confrontato con il parere di un volenteroso appassionato di cinema che suo malgrado non ha la possibilità di frequentare il grandissimo Torino film festival, nè di collaborare con il mitico “Sentieri Selvaggi”…ma tant’è, veniamo al post.
    Sono d’accordo con te sull’impostazione data al film da Bellocchio, in fondo l’opera è là a dimostrare il completo rifiuto dell’elemento puramente cronachistico in favore dell’analisi dei caratteri spiccatamente tragici di una vicenda (che per le variazioni operate dall’autore, è per la committenza “Buongiorno, notte” sul sequestro e l’omicidio Moro, ma diverrà tra un pò di tempo un capolavoro di cinema dell’introspezione che by-passerà la vicenda Moro assorbendo in sè i caratteri essenziali di ogni cinema caratterizzato dallo scontro linguistico e strutturale tra il principio di piacere e il principio di realtà).
    Che il film possa essere proiettato per le matinéè scolastiche, non credo sia stato uno dei pensieri che siano passati per la testa di Bellocchio, infatti come tu dici avrebbe forse usato un impianto con tesi a tema chiaro e verificabile (ossia un passo più cronachistico), ma la scelta di fare un film aperto, ondivago che si esprime su altri livelli che non sono quelli sociali e politici, più o meno noti, la dice tutta sull’intento autoriale…( autore-autoriale, mi ritrovo ad usare ancora queste parole da cahieurs per cercare di essere più chiaro).
    Sono in completo disaccordo con te quando, vista la piega che fai prendere al tuo discorso, inizi a tirare bastonate sul cinema inglese (come fai anche con la tua rece su King Lear) da Loach, a Greengrass, a Mullan… Ken Loach è didascalico si, buono per l’elettorato di rifondazione e chi lo mette in dubbio, Mullan è un regista onesto e nulla più, dare del biasimevole al Bloody Sunday di Greengrass è eccessivo, dannatamente eccessivo prendersela con la “presa di posizione(anche linguistica)”…Il tuo modo d’analizzare, soprattutto il film di Bellocchio, dribla d’un sol colpo degli accostamenti del genere. Parlare male di Greengrass, facendo un confronto con “Buongiorno, notte” è un esercizio gratuito non c’è nesso né stilistico, né sintattico tra i due film. Greengrass fa il suo cinema fatto di camere tremolanti, storie multiple, riconsiderazioni del sonoro, contrappunti dialettici, montaggio in dissolvenza, riconsiderando la proliferazione dei punti di vista parziale e facendo un lavoro sulla de-strutturazione dei tempi del racconto, con una capacità linguistica davvero notevole nel panorama del cinema attuale. Per la costruzione della narrazione di tipo dialettico, l’influenza della “Battaglia d’Algeri” è stata ammessa dallo stesso regista, e quindi viene preso in considerazione un esempio di cinema lontanissimo da quello di Bellocchio. Da una parte c’è Pontecorvo con le sue tematiche insurrezionaste e terzomondiste e dall’altro il regista dei “Pugni in tasca”, come tu stesso ricordi “per nulla riconciliato”.
    E poi proseguendo lo stesso discorso andrebbe fatto con quello che dici di Rosi ( Salvatore Giuliano, Le mani sulla città, Caso Mattei e altri suoi film sono dei capolavori, dimentichiamo “Dimenticare Palermo” per favore).
    Tu ritieni che i parenti più prossimi di Bellocchio siano ravvisabili nel neorealismo, con i personaggi non giudicati,”né stando con loro, né con gli altri”, io qua faccio un soprassalto, perchè se mi parli del primo neorealismo quello dal ’45 al ’49, diamine se giudicava, “Roma città aperta” non giudica?!, Sciuscià non giudica?!…Zavattini in quelli che vengono ritenuti i pochi scritti teorici del neorealismo parla di un “etica per un estetica”. Il neorealismo non giudica più quando si evolve dal clichè estetico della propagandistica dei “Luciano Serra pilota” al Rossellini dei primi anni cinquanta, un autentico genio del cinema che in italia nessuno capiva e che dovette aspettare la rivalutazione critica dei cahieurs e di Bazin. Quindi andiamoci piano con il celebrato neorealismo, tutti a riempirsi la bocca con quest’etichetta e pochi a ricordare che il vero innovatore estetico era Rossellini, mentre altri (De Sica e Visconti ed anche il mai citato Genina-etichettato come neorealismo rosa) solo involontariamente sono usciti dal clichè.
    In Bellocchio c’è l’insegnamento di quel Rossellini lì, quello di Viaggio in Italia, Stromboli, Europa 51, ma è una lezione che passa anche attraverso i cari Kino-pravda di Vertov e i lavori Godard-Gorin. Quello che c’è di comune in questo cinema( e anche in quello di Bertolucci) è la distanza, l’assoluta esattezza dello sguardo sull’oggetto, una perfezione di percetti tale da donare vitalità all’invisibile nel visibile. Là dove la lezione di distanza del gruppo Vertov è esibita perchè mette a nudo la capacità persuasiva e occulamente repressiva del linguaggio per immagini del capitale, Bellocchio adopera uno sguardo che permette di saltare dai rapporti tra sistemi di potere alle contraddizioni interne ai sistemi di potere(come mostra Bellocchio, sistemi marchiati indifferentemente dall’assoluta imposizione di volontà di potenza). “Buongiorno, notte” è un film dove viene esaltato lo “sguardo dell’analista” per dirlo con Lacan, in un film sull’impossibilità di uccidere i Padri (come cerco di spiegare nel mio altro intervento), Bellocchio non associa il suo sguardo a quello coinvolto di Maya Sansa,Chiara, ma a quello del ragazzo della biblioteca, è lui l’autore di “Buongiorno, notte”, è lui a immaginare il film girato da Bellocchio, in un gioco di meta-immaginazione stupendo, è lui a far scattare la crisi di Chiara suggerendogli uno scarto dello sguardo, un cambiamento nella prospettiva di valutare le cose ( le lettere dei condannati a morte della resistenza) e si badi bene Bellocchio non ci dice perchè viene arrestato, possiamo inferirlo, ma un motivo chiaro nella pellicola non c’è (a mio avviso altra genialità).
    E veniamo alla “25a ora” e ai manti cristiani e ai (ahime!!!) padri santoni.
    Nulla è più lontano dal cinema di Bellocchio che un film di Spike Lee. E la “25a ora”, più di tutti gli altri. Il film peraltro è poco riuscito rispetto ad altri nella produzione degli ultimi anni di Spike Lee,(cito a caso come esempio gli eccellenti “He gotta game!” e “Clockers”). Il primo tempo della “25a ora” è da capolavoro, poi nel secondo il film si perde, non basta trovare nella capacità d’immaginare un futuro alternativo nel finale un vicinanza,( Lee certifica a livello di formato estetico pensiero e realtà in modo più circonstanziato e preciso rispetto a Bellocchio, che punta sempre e costantemente sullo straniamento dello spettatore, sulla presa di coscienza che qualcosa di diverso nelle teste di quei personaggi è passato). Il secondo tempo(modo convenzionale di spezzare il film nelle sale italiane che personalmente odio, mi piacerebbe mille volte di più dire nella seconda parte, ma tant’è ) della “25a ora” si perde proprio dove il film di Bellocchio riesce in pieno, Lee si perde sulla sua mancanza di distacco rispetto a ciò che sta raccontando (pensa alla parte in discoteca), la camera s’incolla ai personaggi smussandone gli angoli rendendoli poco credibili o meglio ancora grotteschi, la caparbietà col quale l’obiettivo di Lee molesta i volti dei personaggi fa perdere al film tutto il tono di squisita recherche imbastito nel magnifico inizio del film. I film sono completamente diversi come regia, impianto, concezione. La 25a ora è una recherche nel corpo di NY che naufraga nel grottesco sogno pioneristico del west (nel senso di disciplina, di valori del west: onore, violenza giustificata, famiglia della prateria), l’altro, e mi ripeto, è un film sull’impossibilità di uccidere i Padri. punto.
    E a proposito di Padri, Bellocchio non ci pensa affatto a dare l’idea del padre santone ( mamma che brutta definizione!!!), nelle interviste ha anche detto che la presenza fisica di Moro non era prevista nella prima versione della sceneggiatura. I Padri di Bellocchio sono qualcosa di talmente profondo e radicato nell’inconscio che puoi fare di tutto per liberartene, ma te li porterai sempre dietro. Sono il pesante fardello dell’umanità che non può essere cancellato. E qui arriva la cristianità, nulla più di Moro era l’incarnazione, la sintesi tra ciò che era il potere ecclesiastico e religioso e il potere politico.(Come lo può essere considerato oggi Prodi, a da come si propone ridicolmente Berlusconi-il nuovo messia). Moro è l’incarnazione dei Padri, di quel linguaggio, di quella cultura, non solo sociale e etica, ma pervasiva in modo costante e in grado di condizionare le scelte e i comportamenti in maniera latente. L’ho detto nell’altro mio commento, Moro è l’etica del linguaggio.
    Per il resto credo che siamo abbastanza d’accordo, l’approfondimento politico si può cercare altrove, Bellocchio ha girato-scritto-dipinto la sua-nostra-loro tragedia e l’ha fatto in maniera lodevole e t’invidio la conoscenza di Yoshida ( di Eros più massacro non vedo l’attinenza con Bellocchio, ma non conosco il regista giapponese) e di Miklos Jancso( ho solo Vizi privati), purtroppo non ho facilità a reperire diversi di quei magnifici film passati alle retrospettive di Torino e per Mann, e da quando produceva Miami Vice che si sa che è un grande.

  3. dario il 23 settembre 2003 alle 20:10

    Hai ragione Donato, ma questo di Ciaruffoli voleva essere un altro intervento sul film di Bellocchio e non solo un commento a quello di Christian. Se anche tu vuoi farne uno, mandalo a me e io lo pubblico. In ogni caso, credo possa valere la norma che i commenti si fanno a entrambi i pezzi sul colonnino del più recente. E’ già successo per altre discussioni.
    Un caro saluto

  4. Giuseppe Iannozzi il 23 settembre 2003 alle 20:49

    Sono d’accordo con il sempre gentilissimo Dario Voltolini: l’intervento critico di Ciaruffoli pone l’accento su temi che Raimo non ha toccato, o comunque ha evidenziato ma di sfuggita. Ad ogni modo, caro Donato, se ritieni utile rispondere su Nazione Indiana, mi sembra di capire, che c’è tutta la volontà ad ospitarti. Se ritieni utile controbattere anche su King Lear, bene, contattami in pvt, o più semplicemente inviami il tuo pezzo. Lo accoglierò senza problema alcuno.

    Cari saluti,

    Giuseppe Iannozzi

  5. Gabriella il 26 settembre 2003 alle 01:21

    Dopo aver letto i pezzi di Raimo, Ciaruffli e il commento di Donato, ho visto il film e sapete cosa mi è successo? Sono uscita dal cinema in uno stato di con-fusione totale. Cercherò di spiegarmi meglio che posso. La confusione non deriva dalla lettura dei commenti, ma dal film. Continuavo a chiedermi qual era il senso, cosa voleva dire Bellocchio con il suo viaggio onirico. Certo quello che dice Donato sullo sguardo dell’ analista e l’ impossibilità di uccidere i padri è tema evidente, ma perchè usare il caso Moro per raccontarci l’ evidenza psicoanalitica? Da ieri sera penso – sì, il film mi è piaciuto ma perchè la critica di Raimo mi risuona nelle orecchie come un tarlo?- perchè ora della fine sono incazzata per come Bellocchio ha trattato un pezzo della nostra storia, ecco perchè. Perchè i ragazzi ventenni vicino a me al cinema non capivano dove iniziava il sogno e dove la reltà. E perchè i Pink Floyd a palla? Perchè tutto accade come se la morte passasse di lì per caso? Moro che va serenamente sulla croce non è credibile, tutto qui. Certo è che, se si esce in questo stato, forse Bellocchio ha raggiunto lo scopo di stimolare una riflessione. Forse. Però, però non riesco a non pensare al titolo del pezzo di Raimo: “Buongiorno, nonsense”.
    Ciao, Gabriella



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