L’ultimo viaggio del signor M.

27 settembre 2003
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racconto con link di Dario Voltolini

CESENATICO20030049.JPGIl signor M. era costretto dal suo lavoro a passare lunghissime ore guidando l’automobile. Partiva presto al mattino e arrivava tardi la sera. Faceva tappa nei piccoli alberghi dei paesetti lungo le autostrade. Appena discosti, dietro una collina, oltre un fiume.

Attraversava l’Europa. Si svegliava a Parigi e si addormentava a Firenze. Si svegliava a Firenze e si addormentava a Budapest. Tornava a casa molto di rado, e solo quando Roma faceva parte del suo itinerario. Abitava nel quartiere Prati.

Un appartamento piccolo, frugale. Da quando era tornato a Roma viveva di nuovo da solo, e le due stanze gli erano sufficienti. Poi, dal balcone godeva di una vista meravigliosa. I piani alti erano la sua passione. Mai più primi piani con vista sul cortile.

Si sedeva sul balcone e guardava il cielo. Dove, esattamente, orbitava il satellite? Le stelle diventavano lucenti, il cielo nero. Rientrava in casa, a progettare i prossimi viaggi.

L’Europa era diventata più grande, e i suoi viaggi più lunghi e complessi. Poteva anche stare per settimane nei paesi dell’est, svegliarsi a Praga e addormentarsi a Dresda, svegliarsi a Dresda e addormentarsi a Riga.

Se l’appartamento era frugale, la sua auto era, al contrario, uno spettacolo di accessori e di tecnologia. Il signor M., in realtà, era lì che viveva: nell’auto.

Adesso invece se ne sta qui, seduto su un muro, le gambe penzoloni, tutto scarmigliato, la cravatta allentata, la camicia stazzonata.
Cosa ci fa il signor M. qua sopra, mentre il sole tramonta?
Il suo cellulare trilla.

Bisogna tornare a quando il signor M., per vivere, faceva l’autista. Si era messo in proprio, con altri autisti in cooperativa. Erano tempi di industrie vivaci, con tanto denaro in flussi che uscivano ed entravano in casse sempre aperte. Nessuno conosceva l’origine della ricchezza, nessuno la sua destinazione. Il denaro transitava. E cresceva, nel movimento senza soste, si moltiplicava. Come lievitando.

Sulle lunghe strade su cui si affacciavano i palazzi degli uffici, le aree dei laboratori di ricerca, le officine, le ex-officine convertite in magazzini, le mense, i posteggi, sciamavano in giacca e cravatta giovani quadri aziendali, dirigenti un poco più attempati, maturi capitani d’industria. E segretarie affusolate, impiegate attillate, direttrici del personale inguainate, avvampate. Sciamavano disperdendosi nella pausa per il pranzo, mangiando una mela o uno yogurt, e comunque sempre lavorando, conversando di lavoro, di progetti. Giovani tecnici pendolari, consulenti danesi residenti, manager americane in trasferta, e fitness, quality, know-how. Le strade erano invase, il vento sgarriva le vesti, camminavano tutti elasticamente, di fretta. Attraversavano la strada, fermavano il traffico. Il signor M. rallentava, si fermava, lasciava passare. Nel suo abitacolo si spandeva un profumo deodorante di qualità, e la musica della radio. Andava a prendere i direttori, i responsabili di alto livello. Li portava all’aeroporto, sfrecciando con la sua auto scura sulle autostrade lisce. Aveva un baracchino in macchina e parlava con i camionisti, con gli altri radioamatori.

Un giorno il signor M. guidava verso l’aeroporto di Linate e intratteneva i tre dirigenti scambiando battute con i Brutto Tipo, Freccia Alata, Drago Cinese e altri camionisti in corsa come lui sulla tangenziale di Milano. Si scambiavano notizie.
– Puffi gialli, puffi gialli direzione ovest! – gracchiava il baracchino.
– Ti ho copiato! – rispondeva il signor M. strizzando l’occhio ai dirigenti incuriositi. Poi spiegava: – I puffi gialli sarebbero la Finanza. E “ti ho copiato” vuol dire che ti ho capito, ti ho registrato.
– Ah! – dicevano i dirigenti.
– Tra un po’ arriverà Angelino – diceva il signor M.
– E chi è? – domandava un dirigente.
– Eh, Angelino è il nostro angelo custode! Abita da qualche parte qui intorno, sulla tangenziale. Sta alla finestra, di sicuro con un binocolo. Ci guarda passare, molti di noi li conosce, ci parla. Ci dice le condizioni del traffico, racconta quello che vede. Fa le profezie, gli oroscopi. È un radioamatore. E ci ascolta. Anzi… – il signor M. prese il microfono dal cruscotto – Angelino, Angelino, mi senti, ci sei?
Dal baracchino giungevano scariche. Poi si fece largo una voce fragile, petulante.
– Sì che ti sento, Emme. Vai all’aeroporto, eh?
Il signor M. sorrise ai dirigenti. – Sai sempre tutto tu, vero Angelino?
– Sempre.
– Fammi stupire, fai sentire anche ai miei ospiti le tue profezie, Angelino.
– Ingorgo a sei chilometri.
– Sì, ma non queste profezie, Angelino, dài!
– Allora senti: torna a casa, c’è una bella sorpresa per te.
– Mia moglie ha fatto gli agnolotti? – il signor M. rideva, i dirigenti sorridevano.
– Tua moglie ha fatto le valigie, Emme.
I dirigenti sghignazzavano. Il signor M. ridacchiava, ma la battuta non gli era piaciuta per niente.
– Vai a dormire un po’, Angelino, sei esaurito.
– Ne riparliamo poi, Emme. Salutami i tuoi ospiti.
Quando arrivò a casa verso sera il signor M. trovò tutto in ordine. In bagno la vasca era colma. Annegato nell’acqua c’era il suo apparecchio da radioamatore. Nello studio la lampada sulla scrivania era accesa. Illuminava un foglio su cui c’era scritto: “Basta. Non mi cercare”.
Era finita.

Il signor M. prese il foglio scritto da sua moglie e capì immediatamente che non sarebbe tornata indietro. Restò seduto alla scrivania per ore. Avrebbe in seguito ricordato quel momento come il più doloroso di tutta la sua vita adulta. Ma, mentre lo stava vivendo, il signor M. sembrava semplicemente distratto, un po’ allucinato.

Non ripristinò mai più l’accrocchio per radioamatori e smise di parlare nell’etere. Disinstallò anche il baracchino dalla macchina. Continuò a lavorare come prima, ma a poco a poco l’industria si svuotò, il denaro fermentava ormai in altre botti, lontane, misteriose. A uno a uno gli autisti cambiarono mestiere. Il signor M. fu l’ultimo.

Altre tecnologie intanto si erano sviluppate. Sistemi sempre più sofisticati cominciavano a suggerire percorsi ai guidatori, scaricavano mappe aggiornate nei display dei clienti, segnalavano deviazioni. Il signor M. aveva cominciato a interessarsi del Global Positioning System, il cosiddetto GPS. Grazie a un amico trovò lavoro come collaudatore per navigatori satellitari. Il suo compito consisteva nel guidare, guidare e ancora guidare. Al signor M. questo piaceva infinitamente.

Il sistema poteva riportare in un disegno il tragitto di chiunque fosse localizzabile dal satellite. Un occhio altissimo seguiva le rotte dei guidatori, dei piloti, dei marinai, dei ciclisti, di chiunque. Sfruttando questa capacità grafica del sistema, il signor M. cominciò a fare dei percorsi “artistici”, tali cioè che il sistema, disegnandoli, produceva figure con un senso. Una scritta, per esempio. O l’immagine di un animale. Era già stato fondato un gruppo di amatori del genere, “I disegnatori in GPS”. E c’era il sito, naturalmente (www.gpsdrawing.com) in cui venivano riportati i disegni migliori.

Il signor M. aveva disegnato un’ironica lenta lumachina, saettando in macchina per le colline tosco-umbre. Ecco il disegno:

snail.gif

Ma il suo capolavoro era stato il gatto Chatwin, un certosino svanito nel mondo insieme a sua moglie. Ecco il ritratto in GPS, disegnato dal signor M. in Baviera, in seguito a uno studio molto accurato di mappe e cartine stradali:

cat.gif

Tutto sembrava andare abbastanza bene per il signor M.

Finché non inventarono VAN, la Voce Amica dei Naviganti. Al già raffinato sistema di navigazione di bordo era stato aggiunto un dispositivo vocale che dapprima semplicemente prendeva ordini dati a voce dal conducente, tipo: “Qual è la strada migliore per Madrid?”. E questo era stato VAN 1.0. Il secondo sistema, VAN 1.1 rispondeva al conducente parlando pure lui: “La strada migliore è la prima a destra, poi…”

Il signor M. dovette un giorno collaudare VAN 5.1. Partì presto, prima dell’alba.
Appena mise in moto, VAN disse: – Buongiorno signor M. – con una voce femminile calda, giovane e professionale.
– ‘giorno – rispose il signor M.
– Vuole scegliere dal catalogo vocale la voce più adeguata a lei, o preferisce un suggerimento?
– Suggerimento – disse il signor M. distratto, mentre controllava che tutto fosse a posto.
– Appoggi la mano sul display.
Il signor M. si fece prelevare l’impronta della mano.
– Un attimo di pazienza – disse VAN.
– Forza, devo partire! – Il signor M. trovava che queste sofisticherie erano inutili. Tuttavia le doveva collaudare.
– Eccomi qua, caro Emme. Sono la voce migliore per te – disse VAN cambiando timbro. Era una vocetta maschile, petulante, un po’ incerta.
Il signor M. rimase turbato. – Che voce strana. Ma l’ho già sentita…
– Certo – disse VAN.
– Dove? Quando?
– Non ricordi?
All’improvviso il signor M. ricordò benissimo: – Angelino!
– Già.
Il signor M. cercò allora di cambiare selezione vocale.
– Sistema bloccato – disse VAN. – E adesso possiamo partire. Se vuoi, la prima a destra, poi due incroci e a sinistra. Sei chilometri seguendo la strada, poi, se ti va…

Il signor M. viaggiava da ore. VAN proponeva alternative, il signor M. sceglieva. VAN obiettava che la scelta non era la migliore, allora il signor M. tornava indietro. Oppure proseguiva, ma alla fine aveva sempre ragione VAN. Lungo una strada che in fondo finiva sulla costiera, VAN domandò: – Scegli tu, Emme. Vorresti ritrovare tua moglie? So dov’è. Là devi comunque svoltare. O destra o sinistra.

Il signor M. inchiodò. Poi accostò. Spense il motore e disse: – Portami da lei subito!
– Sicuro? – fece VAN.
– Dimmi dov’è.
– Sicuro sicuro? Gli anni passano. Magari non è sola…
– Portami.
– Magari non ne vuole sapere…
Era vero. Il signor M. lo sapeva. Era stato fedele anche all’ultimo ordine della moglie, per anni. Doveva cambiare proprio ora? Per colpa di un software, poi!
– Allora lascia perdere.
– Ma se ti chiedi sempre dov’è, cosa fa…
– Portami, allora.
– E se non ti riconosce? Sei cambiato, Emme.
– Decidi tu – disse il signor M. senza sapere perché.
– Che squallore, Emme!
– Ti sto collaudando, Angelino… – disse M., e VAN capì che qualcosa era cambiato. Il signor M. mise in moto e partì verso l’incrocio a T.
– Ehi, ragioniamo – disse VAN.
– Ragiona tu, io vado dritto.
– Ma c’è un muro in fondo, non lo vedi?
– Allora dimmi da che parte svoltare.
– Non posso.
– Fallo.
– Non devo!
Il signor M. accelerava, puntando il muro che separava la costiera dallo strapiombo.
– Devi dirmi almeno una lieve preferenza! VAN 5.2 potrà scegliere da solo, io no! Emme, ti prego!
Il signor M. tagliò la strada costiera e si schiantò.
Quando rinvenne controllò che VAN fosse spento. Lo era. Uscì dalle lamiere e salì sul muretto. Era ancora giorno.

Adesso tramonta. Il signor M. guarda il mare.
Quando il cellulare suona, il signor M. lo estrae dalla custodia. – Sì? – domanda.
– Sono io – dice la voce di Angelino. – Oggi abbiamo disegnato una rosa, sai?
Il signor M. lascia cadere il cellulare in mare.
Alza la faccia verso il satellite. Più o meno.
E ride.

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pubblicato in quattro puntate su
TorinoSette durante l’estate

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One Response to L’ultimo viaggio del signor M.

  1. andrea il 27 settembre 2003 alle 12:46

    Spero che un giorno ci sarà una collaborazione tra Dario e qualche artista o video-artista, come è già successo per la musica con Campogrande, così troveremo una sua nuova forma di racconto nel padiglione Italia della biennale. Chissà.



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