Bandiere

29 settembre 2003
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di Dario Voltolini

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Il legno secolare dei grandi portoni ha strisciato sulle lastre di pietra e cigolando sui cardini ha spalancato la vista sull’esterno. Si è bloccato incastrandosi nei dislivelli dei pavimenti, ha ondeggiato, si è fermato. Ha fatto stridere i suoi chiavistelli e i suoi perni sulle selci, gli ambienti rimbombavano ai colpi subiti dal legno.

Fuori, l’ampia spianata di ghiaia biancheggiava alla luce di mezzogiorno, polverosa. Un lungo muretto diroccato segnava un vecchio confine. Antri scavati nel fianco della collina erano nascosti dai detriti. Nessun rumore proveniva dai loro interni, sebbene correnti sotterranee e flussi d’aria vi si muovessero in continuazione. Alcuni camini trapassavano tutta la roccia della collina e sbucavano più in alto, sul pianoro, in fessure del terreno sottili e disadorne. Da lì entrava l’aria che soffiava giù fino agli antri nascosti, limando dai primordi le pareti di roccia, sgretolandola a poco a poco, portando sabbie finissime in basso, mescolate alle acque sotterranee, ai sali spurgati dalle pareti lentamente.

Al fondo della spianata il terreno cominciava a rialzarsi. Dalla prima catena montuosa erano cadute sbriciolandosi, e cadevano continuamente, pietre che a loro volta producevano frane. Massi di varie dimensioni erano disseminati sul pendio e pareva che la ghiaia della spianata fosse una loro ulteriore, ma in ogni caso non definitiva, riduzione in frammenti. Il pendio proseguiva fino a una certa altezza, senza variare pendenza. Era una pietraia arida su cui il suono anche di un solo ciottolo caduto da un rialzo poteva produrre con le sue vibrazioni altri smottamenti. L’aria che si muoveva compatta levigava e levigava quelle rocce infinitamente asportando veli impalpabili di materia dalla superficie dei minerali e quando un’ultima briciola saltava nel vento tutto un equilibrio poteva cedere e persino lastre larghe e spesse che erano rimaste migliaia di anni nella stessa posizione cominciavano a pendere verso il basso.

In alto la pietraia finiva con nettezza contro la massa montagnosa che saliva in verticale, nuda e ruvida. Da quella massa si era staccata tutta la pietraia pezzo per pezzo. Il fianco aperto della montagna sembrava sollevarsi dalla pietraia stessa, emergere slanciato in alto, e in parte questo era vero: l’erosione dei venti e delle piogge veniva contemporaneamente riequilibrata dal moto di sollevamento della catena montuosa. Tuttavia era invece la pietraia che enorme digradava lungo quei fianchi a essersene staccata come per scorticatura dall’alto in basso con la forza del peso.

I sassi erano spigolosi, fratturati. Frantumandosi uno contro l’altro nella caduta si erano spaccati o scheggiati nascosti dalla polvere che si sollevava, ma quando la frana si fermava i residui esponevano per la prima volta i loro strati interni all’aria e alla luce. Forme taglienti ricordavano la struttura del cristallo che si è infranto. Lungo le tracce disseccate dei torrenti i ciottoli erano più levigati, per il rotolamento nell’acqua verso il basso, per il movimento di limatura reciproca delle pietre, per l’acqua stessa, ghiacciata.

Le nubi che passavano veloci e basse sulle montagne proiettavano le loro ombre sulla superficie che si impennava e poi ripiombava giù. Le ombre acceleravano e si allungavano salendo in vetta, scendendo a valle spesso si univano all’ombra del rilievo, scomparendo per un periodo, fino a riemergere sulle pianure di roccia. Nei fianchi delle montagne correvano striature di colore più scuro, venature disposte a fasce, a strati sovrapposti. L’ombra delle nuvole si complicava passando sulle vene più scure e su quelle chiare allo stesso momento, scurendo quelle chiare fino a farle apparire come quelle scure rimaste fuori dall’ombra. Ma la roccia chiara illuminata dal sole e quella scura che si trovava nell’ombra diventavano più distanti, relativamente al loro contrasto.

Le direzioni del disegno a strisce che la sezione di montagna metteva in vista, le sue stratificazioni primordiali, e quelle delle nubi in transito nel cielo potevano intersecarsi, oppure divergere, oppure ancora allinearsi parallele, come se in fondo all’aria la nube mandando a scandaglio la propria ombra avesse infine trovato un sistema di rotaie da cui essere guidata.

Quando l’ombra di una nuvola passava sulle pietre, anche se le scogliere erano molto distanti, portava inscritta nella propria modulazione dovuta alle asperità del terreno una cifra oceanica la cui trasparenza forse riposava sulle innumerevoli molecole d’acqua che formavano la nuvola stessa e che candide si opponevano al sole proiettando in questo modo, appunto, l’ombra. Le pietraie e i fianchi delle montagne sembravano trarre conforto dalla momentanea sospensione del fuoco solare, quando più a picco batteva la luce. Il calore del mezzogiorno rimbalzava sul biancore calcinato del minerale in frantumi, ma quello che perdeva in penetrazione lo recuperava in barbaglio. La vampa disperdeva ogni simulacro di umidità e nemmeno i vapori in transito celeste potevano mitigare la siccità. E quando infine la pioggia precipitava sulle pietre, queste erano ormai tizzoni abbacinanti: i primi rovesci producevano un suono acre di sfrigolamento e si alzavano immediatamente dal suolo i vapori acquei, per qualche tempo lasciando la pietra asciutta come prima, poi finalmente la precipitazione vinceva il calore e il biancore. I sassi ingrigivano, lucidi d’acqua, e si preparavano alla prossima arsura che successivamente li avrebbe ancora disseccati.

Certe polle, certe fessure colme d’acqua rimanevano invece in alto senza asciugare, così il gelo poteva ghiacciare l’acqua e farla dilatare con una forza incomprimibile che a poco a poco aveva ragione della stessa roccia. Le crepe si allargavano, le vene si aprivano. Nuove acque e nuovi geli venivano a cicli riaprendo maggiormente i varchi, finché qualcosa cedeva e pezzi interi di montagna franavano in basso. Blocchi di decine di metri partivano rombando dall’altitudine verso il suolo, spaccandosi e rovinando con furia incontrastabile.

La roccia viva, appena esposta all’aria, brillava scorticata contro il sole. Spiccava più candida dell’altra roccia, mentre l’aria la toccava, appena scoperta e dimostrata. In seguito i rovesci di pioggia avrebbero disciolto sali conservati da sempre nell’interno della montagna e li avrebbero portati in basso lungo scoli che segnando la roccia l’avrebbero a poco a poco striata di colorazioni ossidate, rugginose, per il ferro combinato con l’ossigeno dell’atmosfera e sciolto dall’acqua. Così imbrunita, così strisciata, la nuova parete da poco rivelata si sarebbe mimetizzata con le altre, lavorata dal vento e dalla pioggia. Invecchiata. Intanto incessantemente il moto dell’aria di pressione in depressione, dal calore al freddo, limava via da tutte le superfici lo strato di terra, di humus grasso e mineralizzato, in un’attività di sterilizzazione totale, perenne e capillare. Niente poteva posarsi negli incavi e nelle pieghe della roccia perché subito una raffica spazzava pianori e dislivelli, e nelle zone più nascoste l’aria penetrava con vortici e minuscoli mulinelli, scalzando il più piccolo frammento depositato e sollevandolo con impeto per proiettarlo altrove, per farlo cadere e risollevarlo ancora, sbriciolando ogni già piccola mole in particelle minori.

In gomiti riparati si formavano pozze di fango dentro cui sedimentavano strati di materia polverizzata. Ma quando la temperatura si alzava, l’acqua della precipitazione che incanalata era giunta fino a quella vasca riempiendola a poco a poco vaporizzata saliva nell’aria e scompariva. Rimaneva il deposito di detriti, dapprima compatto come uno stucco che livellava e appianava una fessura, una cavità, poi progressivamente disseccato, riarso. Si spaccava in crepe di aridità e di nuovo il vento ne aveva ragione, velo dopo velo, soffiandolo via fino a lasciare nuovamente più nuda la roccia del gomito, piallata, abrasa, graffiata, crivellata.

La grande forza che senza pausa chiamava in basso la massa di ogni cosa sgretolava la catena di montagne strappando dai loro fianchi milioni di tonnellate di pietra che si frantumava e si macinava di continuo. La stessa forza piegava la crosta della terra, che si fletteva e si spaccava di schianto liberando onde sismiche di tale devastazione che i monti stessi tremavano per la frattura, che era avvenuta in profondità remotissime, sbriciolandosi in vetta, divaricando le gole e gli orridi, aprendone altri improvvisi, appena appena fissurati dal ghiaccio, imbastiti: ora precipitavano le dinamiche della disgregazione, accelerate dall’onda d’urto. Piani di crosta ormai sconnessi andavano alla deriva, accavallandosi nel profondo, inclinandosi. Faglie di portata spaventosa mutavano nascoste nell’interno, placche si inabissavano di lato sollevando nel bilanciamento il lato opposto che emergeva in superficie facendo nascere altre catene di monti, altri sistemi colossali, sempre nuovi.

Pianure arcaiche venivano spazzate via dalle nuove configurazioni del rilievo, la diversa acclività della crosta spostava i fiumi, i depositi, facendo rotolare sul piano scosceso ogni colosso, ogni ciottolo, inventando nuovi venti che soffiavano in direzioni invisibili scaldandosi nell’attrito con le montagne appena sorte, ricominciando a polverizzarle. Placche si torcevano e si inabissavano sotto altre placche nell’infinito buio che operava sotto lontanissimi oceani. La subduzione liberava altra energia inesplorata che andava propagandosi imprevedibilmente in ogni direzione possibile. La neve si posava nelle valli in altitudine e si comprimeva ghiacciandosi. Negli spostamenti scrostava i fianchi del proprio vaso trascinandoli con sé. In fondo ai ghiacciai la spinta sollevava colline di detriti. Altre temperature arrivavano dai deserti a rompere il ghiaccio. Fragori tagliavano allora l’aria, masse gemevano e si crepavano di scatto crepitando in continuazione, blocchi di ghiaccio, di neve compressa e di terreno asportato precipitavano nei laghi di cristallo sollevando onde di fango. Il suono del ghiacciaio che si spaccava saliva nell’aria come un tuono e rintoccava lungo i fianchi dei monti, scalzando di tanto in tanto qualche macigno, inaugurando altre frane.

Le masse d’aria che si spostavano velocemente in alta quota incontravano picchi di resistenza in cime isolate che puntavano aguzze verso il cielo, speroni più alti delle creste da cui scaturivano. Su queste vette si era posata una sella di neve ghiacciata che con i suoi cristalli brillava al sole in innumerevoli punti sfaccettata: il vento la investiva con tutta la forza del suo movimento e ne soffiava via uno sbuffo continuo che dava alla cima un pennacchio fumante, bianco al pari di una nuvola, di un vapore.

Oppure passavano veramente nuvole orizzontali che si sventravano all’incontro con le vette taglienti. L’aria uncinata dalla pietra deviava in riccioli verso il basso, scendendo sul fianco della montagna che la stava piallando. La nuvola si attorcigliava come un truciolo e poi svaniva, mentre altro fumo d’acqua sopraggiungeva inarcandosi.

In alto appariva un pianeta colpito dalla luce del sole e a poco a poco la sua brillantezza si intensificava, mentre il cielo condensava il colore dopo il tramonto. Nel buio i fianchi nudi delle catene montuose irradiavano il calore incamerato nella pietra, rilucevano di un candore instabile, tremante, mentre diventavano freddi. La temperatura si abbassava, i minerali dilatati dal giorno si ritiravano e nella varietà degli spostamenti, che non erano ostacolabili, antiche tensioni arrivavano al culmine, cedevano in incalcolabili piccole fratture che non si potevano ricomporre e che aprivano nuove possibilità alle acque di infiltrarsi, ai ghiacci di disassare le rocce, al ferro di arrugginire.

Nelle profondità notturne fenomeni di condensazione atmosferica inumidivano la superficie di pietra che diventava scivolosa, in bilico fra l’assorbimento e l’impermeabilità. Dal nero del cielo venivano allora ghiacciamenti siderali che sembravano comprimere la crosta terrestre come sotto un peso, mentre impercettibilmente questa scivolava sul mantello a piccoli, minimi passi. Si accumulavano le energie di torsione, di scontro. Si preparavano forme e deformazioni, collisioni frontali in cui la materia di fronte all’avanzata di altra materia non trovava uscite laterali, né altre deviazioni solventi. Altra crosta veniva intanto prodotta lungo le dorsali oceaniche, in luoghi così lontani da non permettere alcun confronto con quelle nuove forme nascenti sotto le pianure devastate, nonostante la compattezza e la continuità di tutta la sfera.

Oltre la catena montuosa declinavano i terrazzamenti prodotti dai crolli successivi del rilievo. Si stendevano fino alla pianura, che era lontana e si perdeva nei colori azzurri e verdi prodotti dall’atmosfera filtrante. Le argille dei sedimenti calcarei marnosi reagivano plasticamente all’acqua e all’arsura modellandosi in contrasto con i calcari stessi, più stabili. Nel buio si nascondevano le depressioni improvvise delle doline che segnalavano mute e inutilmente la presenza di inghiottitoi sotterranei, per sempre celati.

Quando il chiarore dell’alba si stendeva sulla pianura le doline a poco a poco si manifestavano dall’ombra e in alcuni strati di pietra massi inclusi testimoniavano di altre età e di diverse provenienze. La pianura, ampia e disseccata, giungeva fino ai piedi di un sistema collinare molto compatto in cui scarseggiavano le nicchie di frana anche sui versanti più ripidi. Il rilievo conduceva attraverso i suoi dolci mammelloni fino a una frattura verticale a precipizio dove seccamente si sostituiva il cielo al suolo. Formazioni erose torreggiavano nel baratro come colonne che reggessero nient’altro che l’aria. Erano striate, strato su strato, con colorazioni bruciate e rosse che fiammeggiavano attraverso le correnti di aria calda che salivano facendo apparentemente muovere tutto ciò che passava nella loro trasparenza, nelle loro vene diversamente dense in risalita lenta eppure turbolenta.

La formazione delle gigantesche torri era disposta via via meno casualmente allontanandosi dal confine del baratro: in lontananza si infittivano fino a rovesciare il rapporto fra il pieno e il vuoto all’interno di quella depressione. Quando ormai gremite le torri di pietra spalla a spalla svettavano vicine, sempre più vicine, fino a toccarsi e a saldarsi, gli spazi tra loro assottigliati apparivano come orridi, spaccature inferte dall’alto in basso da colpi netti e violenti. Serpeggiavano fra le torri ravvicinate, terminavano in cerniere di saldatura, in cunei inimmaginabilmente acuti e profondi. Come crepe si insinuavano nella compattezza della formazione di roccia fino a svanire in quanto fenditure, fino a cedere nuovamente il passo all’altopiano, al suo zoccolo duro e compatto. La lastra orizzontale era punteggiata di massi isolati, alcuni in precario equilibrio, altri frantumati. Le loro ombre si allungavano sull’altopiano come aghi magnetici, orientate dal sole, talvolta dalla luna. L’aria si muoveva libera sulla lastra zufolando attorno ai massi.

Ogni tanto puntualmente uno di questi macigni si fendeva o si frantumava portando a compimento lenti processi da tempo in corso. Uno sbuffo di polvere accompagnava il secco schiocco dello schianto e subito il vento ripuliva la piana. I frammenti più piccoli rotolavano via portati dalla corrente d’aria, come pallini di piombo sulla pelle vibrante del tamburo percosso.

Il piano di pietra era continuamente levigato dall’aria e la sua liscezza permetteva al sole, alla luna e alle nubi particolarmente nitide nello stagliarsi in cielo di specchiarsi duplicandosi nella pietra. Verso la zona costiera i monoliti si diradavano con regolarità per scomparire completamente in vista dei primi scoscendimenti del terreno che modellavano il piano in lunghe e ampie ondulazioni. Ad anticipare le prime fratture che allargandosi avrebbero inaugurato sistemi di falesie, di orridi, infine di fiordi, alcuni crolli producevano crateri di diversa profondità: uno, dal perimetro regolare e di sviluppo conico, era stato invaso dall’acqua dell’oceano, giunta alla sua base attraverso lunghe imperscrutabili gallerie sotterranee. Nei fiordi invece l’acqua salmastra si insinuava nella terraferma in lingue altrettanto lunghe, ma del tutto evidenti. Tuttavia, divaricandosi le pareti dei fiordi stessi verso il mare, apparivano formazioni peninsulari, promontori sparati dalla terra a fendere il mare. Non erano più i cunei d’acqua a spaccare lo zoccolo di roccia infiltrandosi nella profondità della terraferma, ma piuttosto questa a speronare la massa oceanica con tutte quelle prue di basalto, di granito, di marmo.

Penetrando nel mare le terre si assottigliavano e nell’acqua sembravano perdere scogli come zavorre. Il mare schiumava attorno alle punte delle rocce e continuava a rifrangersi alla base delle scogliere. Una punta più slanciata si inoltrava nell’oceano solitaria. Abbandonava come dopo un lancio il peso di un isolato faraglione che spuntava dalle onde come un cono. Era collegato sottomarinamente con la roccia continentale. Il vento scaricava in mare tutta la polvere di roccia raschiata via dalle montagne, dalle colline, dalle pianure disidratate. Lentamente le polveri si discioglievano oppure precipitavano verso i fondali senza luce, gravi, nella cui compressione aspettavano muti e monadici noduli di manganese.

Il fondo oceanico saliva con inclinazione impercettibile e a volte sprofondava ancora più in basso, spaccato. Risaliva e risaliva di nuovo grado a grado, s’impennava in zoccoli possenti, con nessuna variazione di luce. Solo dopo interminabili risalite l’acqua ondeggiando come uno spettro rivelava non la luce, ma un indizio di luce prossima ancora ipotetica, presunta. A incalcolabili pressioni il mezzo acqueo restava impassibile, nero. Quando si scatenavano le onde d’urto di una catastrofe sottomarina e sotterranea, l’acqua elasticamente trasmetteva il trauma, e tutto filava via nei fondali. Quando però risaliva verso la superficie, la forza, masse alte come colline emergevano dall’acqua, ed erano acqua. Fronti d’onda correvano verso la terra per infrangere ed essere infranti.

La terra aspettava l’urto nella sua immobile erosione: c’erano dune dalla schiena che serpeggiava come un filo, erano ondulate oppure lisce, il sole faceva altre dune d’ombra proiettandole sulla sabbia, non esisteva alcuna linea retta, eppure i raggi del sole conducevano l’intero gioco, o almeno la gran parte. Anche il mare aveva portato la sabbia, e anche il vento: e forse prima il vento l’aveva scaricata in mare e poi le onde l’avevano spinta a riva.

Nei golfi racchiusi tra due promontori su cui smottamenti avevano deviato vecchie canalizzazioni, con calanchi che dunque disseccati si erano infine cristallizzati, le dune si scempiavano in spiagge a mezzaluna litoranea continuamente spianate dal vento e rimescolate dal mare. Le insenature parevano dare un senso direzionale al moto oceanico, perché dal largo verso riva le onde si irreggimentavano come se una volontà le portasse a concentrarsi lì, mentre invece era come sempre il taglio selettivo di alcune possibilità compresenti a rendere le restanti sovraccariche di un’intenzione tutt’al più presunta. Dalle scarpate rotolavano detriti. Piantate nella sabbia alcune assi di legno scarnificate si stavano pietrificando divorate dal salino.

C’era il soffio continuo del vento che spargeva la sua musica simultanea uniforme sulla spiaggia, un suono senza interruzioni, teso, talvolta appena modulato per il volume d’aria spostato, per l’ostacolo incontrato. Ma era una variazione minima, perché il fiato del vento non si smorzava mai, non dovendo respirare, e quindi procedeva fischiando come una linea che in ogni direzione corra infinita. Le assi, che erano appartenute a uno scafo, venivano sottoposte a un’azione di smerigliatura dai granuli di pietra sospesi nell’aria che correva.

D’altra parte c’era il rumore del mare che seguendo un suo ritmo regolare taceva, cresceva, erompeva e si smorzava. Nel ciclo delle onde il frastuono misurava il tempo con pieni e vuoti, come nel passaggio fra il giorno e la notte, che dipende da un moto continuo ma appare come un ritmo. Il cerchio che ruotando sulla retta non cambia moto, mai, presenta un suo particolare punto al contatto con la retta stessa solo a cadenze precise, a battito, segmentandola. Timoni, scalmi, fiancate erano sparsi intorno, ormai demolito il disegno d’insieme, e la loro consistenza era diventata simile al vetro. Lungo le venature del legno era corsa molta acqua e molta aria.

Un terzo canto sbatteva nell’aria marina, fatto di stoffe lacerate e tessuti consumati che il vento scuote, che il sale ha ispessito. Irregolare, questo scuotersi persisteva imprevedibile nella sua struttura interna, quanto privo di sorprese nel suo sviluppo, durando come durava il vento, il suo suonatore. Produceva una frase dopo l’altra, tutte differenti come se avessero un senso, come se potessero essere a volte vere a volte false, con intenzione, ma era solo rumore senza direzione. C’era sempre, sempre in serie diverse. Di relitto e assente, distaccato, appeso al legno, vibrazione fossile di suoni e di ritmi di battiti vivi.

Varigotti-10078.JPG

Pubblicato in
AA.VV. PATRIE IMPURE
ITALIA, AUTORITRATTO A PIÙ VOCI
A cura di Benedetta Centovalli
Rizzoli 2003
pp. 496
? 15,00

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6 Responses to Bandiere

  1. andrea il 30 settembre 2003 alle 16:02

    Recensione a “Patrie impure” a cura di Benedetta Centovalli
    di Fabio Orrico

    La letteratura migliore, come dimostrano gli anni che stiamo vivendo, nasce dalla contaminazione e dall’innesto,dal rischio e dall’invenzione. Patrie impure, l’antologia curata da Benedetta Centovalli per Rizzoli, sembra ribadire con forza tutto questo, restituendoci un ritratto dell’Italia filtrato dallo sguardo di quarantadue autori e declinato secondo forme e canoni letterari fra loro diversissimi: si va dal racconto puro e semplice (Bettin, Covacich, Aiolli e tanti altri) alla poesia (Gibellini), dal saggio (Benedetti, Trevi, La Porta) alla pagina di diario (Genna, Stambrini). Non manca all’appello nemmeno il fumetto (con i racconti di Claudio Piersanti e Lilia Ambrosi splendidamente resi da Lorenzo Mattotti). L’obiettivo è quello di disegnare una mappa ideale del nostro paese, suddivisa in cinque sezioni: Potere e poteri, Società, Istruzione, educazione, Società civile e politica, Memoria e presente. A emergere tra i numerosi interventi sono soprattutto i brani di Antonio Moresco e Angelo Ferracuti. Il primo (I maiali) è, come ci ha finora abituati Moresco, una geniale digressione sui temi del potere e dell’attualità. Moresco è capace, nell’arco di quindici pagine, di cortocircuitare generi e registri: diario, invettiva, favola, racconto morale, quadro sociale. La sua esplosiva scrittura tenta, ancora una volta, di “prendere dentro tutto”. Rievocando l’episodio di Alfredino, il bambino che, nei primi anni ottanta, perse la vita cadendo in un pozzo, lo scrittore mantovano propone un ribaltamento della storia: e se questa volta il bambino non volesse saperne di uscire fuori dal pozzo?
    Il racconto di Ferracuti invece (Camera del lavoro) è un accorato reportage che parte dalla camera del lavoro Cgil di Fermo per concludersi a Roma, durante una manifestazione per protestare contro l’abolizione dell’articolo 18. Un viaggio tra operai e rappresentanti sindacali condotto con dolore, umorismo, disincanto e indignazione.

  2. andrea il 30 settembre 2003 alle 19:52

    Inoltre, togliete la sovraccoperta, guardateci dentro, stendetela: è un bel disegno paladineggiante di Lorenzo Mattotti.

  3. andrea il 30 settembre 2003 alle 23:53

    Scusate ma a me viene un dubbio, non è che questa antologia è già uscita da un po’ e voi solo ora ne parlate? Mi sembra una cosa molto ambiziosa. A prima vista ci sono dei bei racconti (c’è anche Lagioia che ho conosciuto a Roma, grazie al blackout di domenica, bravissimo), non è possibile che sia uscita già da qualche mese sotto silenzio. Mi sono perso dei passaggi?

  4. dario il 1 ottobre 2003 alle 12:04

    E’ uscita in maggio se non ricordo male, ma sembravi saperlo. Sei sempre Andrea, no?
    Ciao

  5. andrea il 1 ottobre 2003 alle 16:33

    No no, non lo sapevo, l’ho comprato ieri dopo aver letto il tuo racconto. Infatti la prima reazione è stata di cercare una recensione e postarla. Forse non ho notato che qualcuno ne parlasse. Ma nemmeno in altri forum se ne è parlato e mi sembra curioso perché è un lavoro straordinario per questi motivi:
    – Mi pare (ma non l’ho letto tutto) che i racconti siano di alta qualità;
    – Ci sono tantissime voci di scrittori italiani, molte nemmeno le conoscevo;
    – Per la mole è una bella sfida alle solite uscite;
    – Credo sia la prima volta nella storia del cosmo che un’antologia di racconti contenga racconti disegnati (due contributi di Mattotti).

    Vabe’ ma Burned children of America ha molto in più?
    Non mi pare che abbiano avuto nemmeno l’intelligenza di inserirci dei fumetti, per esempio di Adrian Tomine che è sicuramente un grande narratore.

  6. andrea il 1 ottobre 2003 alle 16:34

    Ah, sì sono andrea barbieri



indiani