La bici e la morte #2

30 settembre 2003
Pubblicato da

di Tiziano Scarpa

Esp_20010512_5_Var[1].jpg VITAMIN
Potassio calcio
Ferro magnesio
Biotina minerale
Zinco selenio carnitina-L
Adrenalina endorfina
Elettrolito coenzima
Carboidrato proteina
Vitamina A B C D

A un esistenzialista esausto, esaurito dai patetismi dell’anima, può dare sollievo constatare che il corpo in bicicletta è puro metabolismo, materia organica che funziona: sostanze chimiche, biocarburante bruciato nelle fibre. In questi anni il ciclismo, insieme all’atletica, ha messo in primo piano il carattere puramente macchinistico dell’atleta: vince chi è dopato meglio.

L’atleta non è più un eroe individualista, o al massimo il prode capitano a cui dà man forte una squadra di fedeli gregari sempre pronti al sacrificio. Al contrario, il campione è la punta dell’iceberg di un’équipe di scienziati, sponsor, medici, ricercatori, allenatori che cercano di escogitare metodi di potenziamento e sostanze che non vengano beccate dai controlli: è una gara della tecnica che cerca di gabbare se stessa, di superarsi. La gara si svolge fra due tecnologie: quella del regolamento, delle analisi, dei controlli antidoping, contro la tecnologia della droga clandestina. Il corpo del campione è puro territorio di transito di queste sostanze, ed è campo di battaglia fra legge e trasgressione, fra norma e crimine. Vincere implica avere più soldi per le ricerche scientifiche, più furbizia, più tecnica, più accorto spionaggio industriale… (allo stesso modo il linguaggio è puro territorio di transito dei luoghi comuni del giornalismo ciclistico: l’essere umano viene percorso dalle parole). In questi vent’anni è successo il contrario di quello che ci ha raccontato la fantascienza: non è la macchina ad avere risucchiato l’uomo, metallizzandolo, cibernetizzandolo, reificandolo. È l’uomo ad essersi fatto cosa, ad aver incorporato in sé i comportamenti e la postura dei suoi oggetti. Forse per questo la musica di Tour de France Soundtracks suona così scura, non concede più nessuna allegria euforica (nessun canto melodico) all’ebbrezza di valicare i confini dell’umano espandendosi nella tecnica. I primi oggetti prodotti dalla nostra tecnologia siamo noi. Gli esseri umani sono diventati protesi di se stessi.

TOUR DE FRANCE (1983)
L’inferno del Nord Parigi-Roubaix
La Costa Azzurra e Saint-Tropez
Le Alpi e i Pirenei
Ultima tappa Champs-Elysées
Galibier e Tourmalet
A passo di danza fino in cima
Pedalare con un rapporto lungo
Sprint finale all’arrivo
Foratura sul pavé
La bici riparata alla svelta
Il gruppo di nuovo compatto
Cameratismo e amicizia

La versione 1983 del brano Tour de France raccontava un minuscolo dramma: la separazione dal gruppo dopo una foratura sul pavé. Ma la ruota viene presto sostituita, il ritardatario si ricongiunge ai compagni, ritrova la sua salvezza nell’anonimato dello sciame, nell’indistinzione del gruppo: per la felicità di essere di nuovo tutti insieme, i ciclisti si danno pacche sulle spalle. Sembra l’utopia di un mondo monosessuale, di fatto asessuato, come certi universi romanzeschi di Melville, Stevenson, Conrad, Chesterton, dove tutti i personaggi sono maschi. Eppure la bici ha rappresentato ben altro nella storia sociale d’Occidente: „La diffusione della bicicletta portò a una frequentazione fra i due sessi, per la prima volta senza il controllo di accompagnatori o sorveglianti, in particolare con lo sviluppo, dopo il 1880, della ‘bici di sicurezza’ Rover a catena. Ne derivarono appelli e allarmi preoccupati per il caos morale e anche per l’evoluzione del modo di pedalare delle donne, che in bici diventavano sempre più mascoline” (The New Encyclopaedia Britannica, 15a ediz., 1989, alla voce Bicycle). Nei nuovi brani del 2003 non c’è nessuno sviluppo narrativo, solo situazioni. Non ci sono nemmeno individui o gruppi. Pure elencazioni nominali, liste di sostantivi, senza pronomi, quasi senza verbi. Nei testi dei dischi precedenti dei Kraftwerk predominava il noi, in cui il soggetto si discioglieva, esprimendo se stesso al plurale, a nome di tutti e di nessuno in particolare.

LA FORME
Inspirazione espirazione
Contrazione decontrazione
Ventilazione rotazione
Estensione e flessione
Preparazione allenamento
Concentrazione e condizione
Rigenerazione rilassamento
Idratazione alimentazione
La forma

Una vera dichiarazione di estetica è La forme. Abolite storia e narrazione, resta comunque il non piccolo problema di avere un destino mortale. Come sbarazzarsi anche della morte, dopo aver fatto a meno del corpo, del sesso, dell’identità, della storia? Diventando una statua vivente, un monumento mobile. Movimento muscolare macchinico di un corpo che ha deciso un gesto una volta per tutte e lo rifà ad libitum senza più libido, un essere che non ha memoria o futuro, né speranza né disperazione, ma si emblematizza nella perfezione di un moto perpetuo. Raffigurandosi in questo blasone araldico, nel tempo fatto entrare in loop (il circolo virtuoso della pedalazione), la vita impersona la forma, trasloca nella forma come in uno stampo, la vita diventa forma: forma intesa naturalmente come figura, complessione di parti, unità, struttura, limite e contorno, ma anche come virtù sportiva di chi sta bene e dà il meglio di se in quanto è in forma: forma come virtuosismo materialistico, massima espressione delle possibilità fisiche perseguite con mistica determinazione spirituale. Il tempo si blocca perché è stato catturato in una ripetizione. Un complicato sogno razionale, ma tutto sommato facile da eseguire (basta salire su una bici!), sfratta la catastrofe dalle proprie serene allucinazioni. Turismo sportivo di maschi adulti che escogitano un gesto, una parola, una forma per girare al largo dal proprio destino. Nel frattempo ci pensa la loro stessa musica a far risuonare la livida colonna sonora della morte.

Nota: quelli citati in corsivo sono i testi del disco. Nell’originale sono cantati (o meglio, pronunciati) in francese, tedesco, inglese.

(2. fine)

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