Teorie estetiche 2. L’anarchico di destra.

5 ottobre 2003
Pubblicato da

di Dario Voltolini e Raul Montanari

Welt.jpgQuesta dell’anarchico di destra è una treoria estetica nel senso specifico di essere un germe di Weltanschauung.

Il mondo e la vita sono qui visti da un angolo preciso e puntuale.

Non la moltiplicazionie dei punti di vista, bensì il loro collasso in un unico punto, apre una dimensione di senso e di significato – anche se entrambi negativi.

Dopo l’Obliquomo stavolta incontriamo, nella cover di Raul Montanari CAN, SING SWAN SONG, L’anarchico di destra.

CAN, SING SWAN SONG
una cover di un brano dei Can (da Ege Bamyasi)

di Raul Montanari

L’anarchico di destra

L’anarchico di destra vede cose,
odia l’autorità, s’insospettisce,
scorge il male nel mondo arrampicarsi
ma dubita che ci siano rimedi.

Un po’ cinico un po’ sentimentale
ha un’opinione varia sulle donne,
legge Houellebecq, ascolta Philip Glass
ma Tacito è il suo autore preferito.

E’ scettico, inarca il sopracciglio,
storce la bocca, lascia a metà il drink,
vede gli abusi, i torti, stringe i pugni…
ma la natura umana è sempre quella

secondo lui, e non ci si può far niente:
perfino i giusti, i santi, non appena
li sfiora solo l’ombra del potere
diventano corrotti e corruttori,

le loro idee marciscono, corrodono
i corpi dall’interno, fanno esplodere
le teste, e tutto il mondo dei politici,
dei capibanda, capiufficio, account

director, gli editori, i bigliettai,
esattori fiscali e segretari,
profeti, podestà, riformatori,
amministratori condominiali,

tuo padre con la cinghia fra le mani,
sergenti, presidenti, delegati,
sciamani, capiturno, capisala,
insomma il mondo di chi può innalzare

lo straccio di un potere, anche da niente,
è una caserma di mostruosità,
teste scoppiate, occhi scardinati
di gente che il potere ha trasformato.

Sarà sempre così, sempre così
finché non ci saremo tutti estinti
e il mondo tornerà agli scarafaggi.
E’ di destra per questo. In questo senso

si definisce anarchico di destra.
Non crede che una classe dirigente
illuminata possa fare il bene
dell’uomo, praticare la giustizia.

No, lui si è rassegnato ormai da anni.
L’idea lo inorgoglisce, e lo spaventa:
si sente all’avanguardia, un po’ in disparte,
per niente trendy, a volte disprezzato

come se non avesse le idee chiare!
Ha quasi solo amici di sinistra,
gli equivoci si sprecano a suo danno:
se fosse un anarchico di sinistra

gli altri lo inquadrerebbero un po’ meglio:
romperebbe le scatole ai vicini
coi volantini, e anche sul lavoro
distribuirebbe opuscoli, farebbe

discorsi accalorati coi compagni,
tutti lo inviterebbero alle feste.
Il nostro amico anarchico di destra
a me è pure simpatico, lo stimo,

è spiritoso, ma le sue battute
spesso hanno un che di acido, che stanca.
Non sta mai dalla parte giusta, annoia,
diventa malinconico invecchiando

scopre di aver ragione da una vita
ma che avere ragione conta poco
se intanto quella vita se n’è andata.
Tanto valeva avere torto e viverla.

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8 Responses to Teorie estetiche 2. L’anarchico di destra.

  1. Enrica Cesana il 6 ottobre 2003 alle 20:18

    L’ultima strofa è magistrale, e vale tutta la poesia!
    Se devo fare una critica, mi pare che Montanari renda fin troppo romantico il personaggio. E non ho capito bene cosa c’entra Voltolini… cioè, quella dell’anarchico di destra è una teoria che avete elaborato insieme? Poi la poesia l’ha scritta Montanari?
    Comunque fa riflettere parecchio, complimenti.

  2. dario il 7 ottobre 2003 alle 01:00

    Cara Enrica, è tutta farina del sacco di Raul. Compreso il suggerimento di includere la cover nella lista delle “Teorie estetiche” che avevo inaugurato con l’Obliquomo. Io ho semplicemente apprezzato, accettato ed eseguito. Inoltre Raul soffre di una particolare forma di timidezza che gli impedisce di affiggere interventi di propria mano su Nazione Indiana. Ho il sospetto che il termine scientifico di questa sua forma di timidezza sia “Pigrizia”.
    Saluti

  3. riccardo ferrazzi il 11 ottobre 2003 alle 14:47

    Caro Raul, come sempre una descrizione stupenda, precisa e suggestiva. Mi sembrava di guardarmi allo specchio. C’è solo una cosa che non capisco: perché di destra ?
    A quando un bel “dibbattito” sulle camicie a righe di destra e quelle a quadretti di sinistra ?
    O viceversa ?
    A me pare che la distinzione sia da fare solo tra chi ha una visione missionaria della vita e chi la prende un po’ più bassa. Perché vivere la vita dovrebbe consistere soltanto nel gettarsi a capofitto come gli eroi di Stendhal ? Chi crede di vivere più intensamente seguendo gli impulsi (e meravigliandosi del fatto che non tutti facciano come lui) è libero di rompersi il naso contro tutti i muri. Basta che poi non dica che erano muri di destra.

  4. Raul Montanari il 11 ottobre 2003 alle 16:47

    E’ difficile darti torto, Riccardo. Però la cover non voleva tanto fare una distinzione, quando descrivere un tipo. Quando la distinzione viene introdotta (“se fosse un anarchico di sinistra”…) è abbastanza evidente che il narratore, non dico io ma almeno il narratore, simpatizza con il personaggio. Tieni però anche presente che di anarchici di destra ce ne sono almeno due tipi: quello un po’ romantico, esistenzialista, che descrivo io, e l’immondo leccaculo opportunista che si sta attualmente moltiplicando specie fra i media, e che con la gente che ha in mano il potere oggi ci sta comodo come il porco in brago.

  5. riccardo ferrazzi il 11 ottobre 2003 alle 23:07

    Un momento ! Sulla cover non finirò mai di farti i complimenti. Sulla distinzione che fai mi permetto di storcere il naso: che c’entrano i leccaculi ? Quelli non mancano mai, e anzi saltano disinvoltamente da un tavolo all’altro, oggi col diavolo e domani con l’acqua santa. Ce ne erano alle corti di tutti i tiranni di destra e di sinistra, dei presidenti democratici di centro e non di centro, ce ne saranno sempre. Ma che c’entrano i leccaculi e gli opportunisti con gli anarchici di destra o di sinistra ? Gli anarchici detestano il potere, i leccaculi lo adorano.

  6. franz krauspenhaar il 14 ottobre 2003 alle 15:33

    “Tanto valeva avere torto e viverla”… (La vita).
    L’anarchico di destra! Ne sentivo parlare parecchi anni fa. Mi sembra un bel ritratto, questo, il ritratto di uno di cui si è sentito parlare, di un personaggio del quale si parla da anni ma che non si vede mai, forse mai lo si è visto.
    Ma già, lui, più o meno, si nasconde.
    Io lo chiamerei anche Lupo Solitario. Magari è un disc-jockey.
    In qualcosa, devo dire, mi assomiglia; stando alla descrizione di Dario e Raul.
    Anche a me piace Houellebecq, trovo che il suo successo sia meritato. Glass no, mi annoia quasi sempre. Su Tacito ho il tacito accordo con me stesso di non parlarne…
    Scettico blu (yes, abbastanza), ma i drink me li bevo fino alla fine, con quello che costano!
    I santi no, non credo che diventino corrotti, altrimenti perderebbero l’aurea.
    Sul potere che corrompe l’anarchico di destra ha ragione. E anch’io, come lui, ho amici di sinistra (quasi tutti). Per il resto, l’anarchico di destra è un perdente d’insuccesso, così come, invece, Albertazzi, autore dell’autobiografia “Un perdente di successo” (mai letta)è un attore di successo. Ecco perchè, forse, Albertazzi non è un anarchico di destra, ma è uno di destra e basta. O no?
    Io invece credo di essere un vincente su me stesso. Finchè non m’abbatto.
    Ma poi mi riprendo.
    Saluti a tutti,
    Franz

  7. Raul Montanari il 14 ottobre 2003 alle 23:35

    Caro Riccardo, sicuramente il vero anarchico si autodefinisce proprio in odio al potere, ed è quello rappresentato nella cover e apprezzato da Franz. Con l’accenno ai leccaculo, mi riferisco a una certa categoria paraintellettuale che è fiorita da un tot di anni in qua, che questa definizione (anarchico di destra) usa, anche se non frequentemente, per coprire il proprio banale opportunismo. Gente tipo Zecchi, per capirci. Credo che anche Sgarbi si potrebbe definire un anarchico di destra. Quella roba lì, insomma. Niente a che vedere, ripeto, con la persona di cui parlo io.

  8. riccardo ferrazzir il 21 ottobre 2003 alle 17:42

    Caro Raul, acclarata la tua antipatia (che mi guardo bene dal discutere) per Zecchi e Sgarbi (ma, spero, non per sua sorella Elisabetta, una delle poche femmine la cui visione mi produce ancora un curioso fenomeno circolatorio), acclarato ciò, dicevo, vorrei chiederti conto di altri tre versi della cover. E precisamente questi: “Non crede che una classe dirigente/illuminata possa fare il bene/dell’uomo, praticare la giustizia.”
    Ma perché, tu ci credi ? Dopo i brillanti esempi che ci ha offerto il secolo scorso riesci ancora a coltivare questi sogni settecenteschi alla Fénélon ? Io no, te lo dico sinceramente. Intendiamoci: la cosa non mi rallegra neanche un po’. Ma a che serve nascondere la testa sotto la sabbia, oppure guardarsi allo specchio e dirsi: “sì, i buoni esistono e io sono uno di loro” ?
    Caro Raul, mi viene da credere che tu non abbia letto uno stupendo romanzo intitolato “La perfezione”. Te lo racconto in breve. Il piccolo mondo del romanzo è dominato da due antagonisti: lo sfregiato e l’olandese. Altro che buoni ! Uno più carogna dell’altro. E finiscono per distruggersi tutti e due. Adesso allarghiamo la visuale. Quando mai un buono ha fatto parte di una classe dirigente e ha realizzato le sue idee ? Mai. I santi sono stati strumentalizzati, Trotzky picconato, Danton accorciato. Le “classi dirigenti” si chiamano Alessandro VI, Stalin, Robespierre.
    Eppure, nonostante tutto, in prospettiva storica, il progresso sociale ed economico è innegabile. Lento, lentissimo, ma innegabile. Segno che qualcosa si muove al di sotto delle “classi dirigenti” (con i lumi accesi o spenti). In effetti, l’imperativo delle classi dirigenti è: Primum vivere. Le classi dirigenti non fanno che rincorrere i movimenti spontanei di opinione, le modificazioni nei modi della convivenza civile, spesso anche le mode. Non le impongono e non le propongono. Al contrario: le seguono e le strumentalizzano.
    Ecco, io non credo alle classi dirigenti, non credo agli eroi. Credo alle grandi correnti di pensiero. Non è stato Lincoln ad abolire la schiavitù: sono stati i milioni di americani che hanno mandato i loro figli a morire in battaglia perché non sopportavano più di vivere in un paese schiavista. So bene che tu mi dirai: l’hanno fatto perché Lincoln li ha convinti (e/o costretti). Lasciami anticipare la replica: di questo passo la faccenda diventa una disputa fra l’uovo e la gallina.
    Se sei d’accordo, propongo di metterla così: tu hai fiducia in Lenin e in una aristocrazia a guida delle masse, io credo più a Hegel e alla Storia.



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