Il pensiero nudo e la parola armata

13 ottobre 2003
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Riflessioni sull’appello di Sanguineti agli intellettuali italiani

di Romolo Bugaro

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Pensare è svestirsi, dice Jean Luc Nancy in un suo saggio, riprendendo una frase di Bataille: “Je pense comme une fille enléve sa robe”. Il gesto del togliere, del lasciar cadere il vestito – questo il percorso della riflessione secondo il filosofo francese. Dunque non solo e non tanto smascherare il mondo, quanto smascherarsi.

È certamente un’immagine affascinante, la cui radicalità porta lontano. Nei nostri anni globalizzati, cosa significa un pensiero che si smaschera, si sveste? Secondo Nancy, la rinuncia a progettare o criticare, “a cercare di identificare i poteri che guidano il processo”, come scrive Graziella Berto su Aut Aut. Questo non per viltà o acquisescenza al presente, anzi. Il punto centrale è che la comprensione del reale è semplicemente comprensione della sua opacità e incompiutezza, della sua inesauribile alterità, nella quale ogni significato svanisce. Il pensiero oggi non può che tratteneresi nella sua propria nudità e non appariscenza, per restare vivo. Siamo talmente invasi e penetrati dal senso dominante, talmente soggiogati dalla dittatura dei fini, che il pensiero può trovare la propria dimensione soltanto facendosi muto e inerte: l’irriducibilità passa, insomma, attraverso il silenzio, il sottrarsi al calcolo e al racconto.

Ho ripensato agli scritti di Nancy in seguito all’intervento di Sanguineti alla serata di premiazione del premio Campiello. Come noto, Sanguineti ha chiamato gli intellettuali a far sentire la loro voce, in questo momento di attacco pressoché quotidiano alla Costituzione. Ha detto che non si può più tacere davanti a ciò che accade, e invitato la cultura a ritrovare l’impegno.

In effetti il compito dell’intellettuale parrebbe sempre lo stesso, nei secoli dei secoli. Dire la verità, sfuggire alle semplificazioni, esercitare un controllo “alto” sul potere. E l’intellettuale impegnato deve, naturalmente, mantenere un rapporto forte con la realtà del proprio tempo. Sartre si dispaceva dell’indifferenza di Balzac dinanzi alle giornate del ’48 e del timore di Flaubert di fronte alla Comune. Se ne dispaceva per loro. “Noi non vogliamo perdere niente del nostro tempo: forse ve n’è di più belli, ma è il nostro. Non abbiamo che questa vita da vivere.”

Ha ancora un senso porre la questione in termini simili, oggi? Secondo Nancy, no. Oggi, come si diceva, possiamo soltanto svestirci degli strumenti della critica e del sapere stesso, per affermare la nostra opposizione al dominio. Ormai (e cito ancora Graziella Berto) “il pensiero compare, furtivo e inappariscente, esclusivamente là dove sembra aver declinato le proprie responsabilità”.

Personalmente, avverto tutto il fascino problematico della posizione di Nancy. Perché le cose di cui parla, sono tutt’altro che astratte. Questo è davvero il tempo dell’incertezza e della vera disintegrazione, che incide in profondità sulla vita reale di ciascuno. Il tempo del più grande silenzio. Di certo, quando parla di irriducibilità a un unico senso, Nancy tocca un tema centrale della nostra epoca.

Eppure, la situazione, qui e ora, si sta facendo realmente insostenibile. Ciò che Sanguineti ha espresso, è anche un grido di dolore. Io che scrivo romanzi, mi chiedo sinceramente cosa debbo fare. È ammissibile accettare il mondo come cifra di pura inoltrepassablità, davanti alla quale spogliarsi della critica? Oppure bisogna uscire di casa, come chiede Sanguineti? Probabilmente è necessario prendere la parola, nella piena consapevolezza del limite e del grave pericolo che questa stessa presa di parola implica: essere trascinati al di qua di una linea oltre la quale si utilizzano lingua e schemi del “mondo opaco”, e tutto diventa stantìo, povero, vuoto. Bisogna saperlo, tenerlo sempre presente. E poi, inevitabilmente, correre il rischio.

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Pubblicato su “l’Unità”, 5 ottobre 2003

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