Il voto agli immigrati #2

16 ottobre 2003
Pubblicato da

di Tiziano Scarpa

Neoproletariato[1].jpe5. “Purtroppo”.
Un excursus su pietas, neorealismo e scrittori Cannibali

Mi ricordo che cosa dicevano e scrivevano anni fa alcuni critici sugli scrittori italiani cosiddetti Cannibali.

Paolo Mauri: gli scrittori Cannibali non hanno pietas. Nei loro scritti non c’è dolore.

Roberto Cotroneo: i Cannibali non sono nient’altro che nuovi neorealisti, per nulla originali; sono cascami epigonali di quella passata grande stagione del cinema e della letteratura italiana.

Mettiamo insieme questi due giudizi e facciamoli agire. Proviamo a farlo con i personaggi di Aldo Nove, e anche un po’ con quelli di Niccolò Ammaniti (escludendo Amore mio infinito e Io non ho paura, gli ultimi libri di entrambi; cioè prendiamo in considerazione soprattutto Woobinda e Puerto Plata Market di Aldo Nove, e Branchie, Fango, Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti). Verifichiamo che cosa esprimono in quelle storie i personaggi del popolo italiano, le classimedie, medio-basse e basse dell’Italia di oggi.

C’è da mettersi le mani nei capelli e ululare disperati.

La quasi totalità della società italiana è fottuta. Le persone sono ricettacoli di desideri schifosi, di bassa lega. Non c’è mai un colpo d’ala, senso della giustizia, nobiltà d’animo. Non c’è salvezza possibile: e non perché quest’ultima non si possa realizzare, ma perché gli individui stessi hanno in mente e nel cuore una caricatura di salvezza, un surrogato mercantile, televisivo, corrotto della salvezza. La salvezza non sanno neanche che cosa sia. Sognano sogni già pronti, desiderano desideri già confezionati. E questi sogni e questi desideri si realizzano.

5 bis. Divagazione pertinente sul neoproletariato di Tommaso Labranca.

Da qualche anno Tommaso Labranca ha cambiato idea (cosa in sé neutra; io ne ho cambiate tantissime). Ai tempi di Andy Warhol era un coatto diceva che il trash, cioè l’imitazione caricaturale di modelli mediatici imposti e stili di vita pubblicizzati dalla società delle immagini (esempio: la ragazzina di Grognamozza Di Sotto che si veste come la cantante Madonna), era da valutare con rispetto e tenerezza, perché era l’unico modo di esprimersi delle classi sociali che non avevano altro accesso alla cultura. (Spero di non tradire il pensiero di Tommaso riassumendolo così; io i suoi libri li ho riletti in media quattro o cinque volte: per me tutto quello che ha scritto e scrive è decisivo).

Negli ultimi tempi, Tommaso si scaglia contro i neoproletari: quelli per intenderci che stringono la cinghia facendo la spesa ai supermercati a basso prezzo, ma poi li sorprendi nel parcheggio dello stesso supermercato con la fuoristrada nuova fiammante, e capisci che, se levano il pane di bocca a sé e alla loro famiglia, è per pagare le rate del macchinone con cui fare bella figura (traggo questo esempio dal suo ultimo libro).

Capisco Tommaso, perché capisco me stesso.

Tommaso Labranca è una categoria dello spirito, è una parte di me. È anche per colpa dei neoproletari che questo mondo è così com’è: anch’io come Tommaso subisco la dittatura maggioritaria dei gusti neoproletari: film dei Vanzina, televisione inguardabile, libri dei comici, viaggi organizzati, ma anche l’organizzazione totale della vita, l’idea e la pratica di amore, lavoro, festa e lutto.

Secondo me a Tommaso però sfugge una cosa essenziale: il godimento neoproletario, così com’è organizzato, funziona! Il padre di famiglia sparagnino proprietario dell’auto fuoristrada riceve un senso esistenziale da questo tipo di vita. Il cerchio si chiude e si salda: “faccio sacrifici, risparmio sugli acquisti, pago la macchina che mi dà prestigio sociale, che a sua volta mi dà un motivo per fare sacrifici”, e così via. A me e a Tommaso una vita di questo genere fa ribrezzo, o come minimo non dice nulla, ma al consumatore neoproletario dà Tutto.

Secondo me, Aldo Nove ha mostrato bene quello che voglio contestare a Tommaso Labranca con l’apologo di Puerto Plata Market: un trentenne italiano legge su una rivista porno che ai Caraibi è facile trovare la moglie ideale: carina, sottomessa, fedele. Noi immaginiamo che il redattore avrà scritto quella fregnacca tanto per riempire mezza pagina della rivista porno. Ma il lettore protagonista del romanzo di Nove che fa? Ci crede! Parte per i Caraibi e conosce una ragazza carina, sottomessa, fedele. La porta in Italia. Si sposano. Vivono felici e contenti. È chiaro il concetto? La società dei consumi garantisce la felicità – all’interno delle sue regole e del suo immaginario. Mantiene le promesse! Rende felici!

5 ter. Riprendo l’excursus sui Cannibali.

Altro che neorealisti! Nei primi libri di Nove e Ammaniti non c’è un solo personaggio che persegua una nobile causa, anche se piccola, personale, famigliare (se rubava la bici, l’operaio neorealista lo faceva per andare a lavorare e dare da mangiare a suo figlio). Chi è neorealista, pateticissimamente neorealista, in quest’epoca? Hollywood! Se le donne mostrano le tette nei locali pubblici, degradandosi in mezzo a una marmaglia di maschi panzoni e bavosi, è perché devono pagare le medicine al figlio malato (Demi Moore in Striptease).

Nei personaggi dei narratori Cannibali non ce n’era uno che conservasse un obiettivo puro, che trascendesse se stesso per qualcosa di più importante del suo immediato successo personale; nessuno che facesse uno slancio di generosità verso qualcun altro, considerandolo anche un modo per realizzare se stessi. Gente così, Ammaniti e Nove hanno dovuto ramazzarla nell’infanzia, nelle prime adolescenze, dove hanno malinconicamente dislocato i loro rimasugli di utopia.

Il protagonista di Ti prendo e ti porto via ha un animo non ancora putrefatto. Anche la sua professoressa trentenne, è una tipa a posto giusto perché è una specie di suorina spaventata dalla vita. E, a maggior ragione, il Michele di Io non ho paura. La famiglia, la società che ha intorno sono eticamente liquefatte. Ammaniti ha innestato un alieno nella sua narrativa, un protagonista positivo in mezzo a una coltura di vibrioni umani purulenti.

I personaggi di Aldo Nove identificano la felicità con il successo: l’amore è andare a letto con le persone famose, la rispettabilità sociale è agiatezza e possesso di prodotti di marca. Il neorealismo nutriva speranze populistiche rivoluzionarie verso le classi svantaggiate. Ne mostrava la dignità nel dolore, le giustificazioni che riscattavano gli atti moralmente discutibili. I Cannibali no.

I narratori italiani Cannibali hanno detto chiaro e tondo che non c’è da avere nessuna speranza, purtroppo, nelle classi tartassate dall’ipnosi televisiva. Sono deboli vittime di una violenza spirituale inaudita: e questo, personalmente, a me che vengo dal proletariato, da una famiglia povera e incolta, me le fa amare con il trasporto più struggente; ma politicamente sono classi perdute. Da loro non arriverà niente. Solo consenso elettorale a chi le incula a furia di campionati di calcio, pubblicità, musica scadente, varietà dell’ininterrotto sabato sera giornaliero eterno in cui si è trasformata la nostra comunità nazionale telepervasa.

Lo so. Lo so perché sono fregato anch’io. Chi mi frega sono i ritornelli che mi entrano in testa e costringono il mio cervello a canticchiare melodie che la mia anima disprezza. Anch’io, dieci anni fa, ho trovato musicalmente gradevole l’Inno di Forza Italia. È una melodia non male, per essere un inno di partito. Mi sorpendevo a fischiettarlo senza accorgermene.

Ancora su Aldo Nove: “Ma ci fai o ci sei?”, gli rimproveravano ai tempi di Woobinda e di Puerto Plata Market. “Sei politicamente, moralmente ambiguo! Ti chini sulla mercificazione dell’umano con troppo fascino!” Ma è proprio questo il nocciolo d’uranio della questione. Siamo tutti affascinati e attratti in questo modo ambiguo. Restiamo impalati davanti alla tivù a denigrarla, per ore e ore, giorno dopo giorno, senza essere capaci di distoglierne lo sguardo per un attimo.

6. Figli alla Patria

In uno dei padiglioni della Biennale Internazionale d’Arte di Venezia di quest’anno, in un video di un artista italiano, decine di ragazzi e ragazze sui vent’anni sfilavano davanti all’obiettivo, con lo sguardo duro, la faccia seria. Ripetevano tutti la stessa frase.

Io non farò figli per questo paese.”

Erano vestiti in quel modo sciatto ma in qualche modo armonico, stilizzato che si vede in giro in questi anni: abiti poco costosi, che però non fanno pensare al reprobo straccione ma, al contrario, all’uniforme di chi non si uniforma. Abiti con doppio vantaggio: costano poco, ed esibiscono la dignità politica e sociale di una scelta forte, consapevole, senza essere sfacciatamente esibita come quella dei punk. Sì, si vedeva anche qualche treccina da rasta, qualche acconciatura stravagante, qualche anello di metallo che traforava un naso o un sopracciglio: ma in generale nel video c’erano facce “pulite”, che sarebbero piaciute anche alle mamme di due generazioni fa. Erano palesemente studenti universitari, giovani artisti.
“Io non farò figli per questo paese.”

“Bene! Benissimo!” risponderebbe Gianfranco Fini.

“Non fateli proprio! Li educhereste male. Ci pensiamo noi a farli, i nostri e i vostri figli, a fabbricare il nostro consenso! E siccome siamo sofisticati e sappiamo bene che i figli non sono protesi clonate ubbidienti dei genitori, scegliendoci i figli ci scegliamo anche il tipo di uccisione edipica che ci riserverà il futuro: la sapremo ammorbidire, la sagomeremo per bene. Ce lo produciamo da soli il nostro consenso e anche il nostro dissenso. Ci siamo già pappati il telepopolo. Ora è venuto il momento di allargare il nostro parco elettorale, il nostro mercato politico. Il voto agli immigrati! Nuovi spazi da annettere, nuove sacche di supporto! Certo, questi poveri disgraziati ci portano in casa le loro oscurantistiche, pericolose culture. Bene: siamo gente illuminata, non le avverseremo. Le trasformeremo saggiamente. Li italianizzeremo soavemente. Gli inculcheremo amorevolmente le nostre ragioni. Come? Non sono ignoranti, ma sono oggettivamente svantaggiati: per adesso, la lingua italiana li penalizza ancora. Nelle loro teste non entra l’analisi linguistica sofisticata, in questa fase storica transitoria ma decisiva. Grazie al cielo! Non entrano le analisi degli intellettualoidi, le contorsioni cervellotiche dell’ideologia, la demagogia dei sindacalisti. Entra l’italiano rozzo, smozzicato, di chi non ha ancora padronanza del vocabolario e della sintassi. È qui che faremo breccia noi. Sfonderemo la porta con la semplicità. Faremo man bassa con i ritornelli, le filastrocche, i sorisetti, le tettine. Saremo più facili di una tabellina, più comunicativi di una strizzatina d’occhio. Una nuova frontiera della semplificazione! Un livello ancora più basso! Il minimo comune demoltiplicato, il minimo che più minimo non si può.”

“Si può, si può, caro Gianfranco. Eccome se si può”, lo correggerà il telepresidente del consiglio.

2. fine

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36 Responses to Il voto agli immigrati #2

  1. marco candida il 17 ottobre 2003 alle 09:58

    Caro Tiziano, puoi fare un giro sul mio blog?
    Ho messo il tuo “Congedo dalla luna”. Il fatto è che hai una consapevolezza impressionante

  2. Carla Bendetti il 18 ottobre 2003 alle 18:46

    Lo so che noi redattori di solito evitiamo di commentarci a vicenda per non parlarci addosso. Ma questa volta sono davvero sorpresa per il silenzio in cui sono finora cadute le cinque cose fulminanti che ci sono scritte nel pezzo di Tiziano “Il voto agli immigrati”. Le elenco citando alcuni passi:
    1. CHI SONO GLI INTELLETTUALI ORGANICI OGGI?
    “I veri intellettuali organici di destra non sono quelli che scrivono gli editoriali pro Berlusconi e pro Fini. Sono, è evidente, gli autori dei programmi televisivi, gli esperti di calcio, i drammaturghi pubblicitari. I giornalisti analisti, quelli degli editoriali filogovernativi, sono una messa in scena della cultura, servono a tenere impegnati gli intellettuali veri in una parvenza di dibattito”.

    2.LO STADIO RAGGIUNTO DALLA TELE-DEMOCRAZIA IN ITALIA
    “La quasi totalità della società italiana è fottuta. Le persone sono ricettacoli di desideri schifosi, di bassa lega. Non c’è mai un colpo d’ala, senso della giustizia, nobiltà d’animo. Non c’è salvezza possibile: e non perché quest’ultima non si possa realizzare, ma perché gli individui stessi hanno in mente e nel cuore una caricatura di salvezza, un surrogato mercantile, televisivo, corrotto della salvezza. La salvezza non sanno neanche che cosa sia.

    3.L’AUTOCONVALIDA DELLA SOCIETA’ DEI CONSUMI.
    “Sognano sogni già pronti, desiderano desideri già confezionati….. E questi sogni e questi desideri si realizzano. La società dei consumi garantisce la felicità – all’interno delle sue regole e del suo immaginario. Mantiene le promesse! Rende felici!”

    4. IL SENSO DELLA PROPOSTA DI FINI SUL VOTO AGLI IMMIGRATI
    “Ci siamo già pappati il telepopolo. Ora è venuto il momento di allargare il nostro parco elettorale, il nostro mercato politico. Il voto agli immigrati! Nuovi spazi da annettere, nuove sacche di supporto!

    5.INCHE MODO FINI E LA SUA COALIZIONE CONQUISTEREBBERO I VOTI DEGLI IMMIGRATI?
    “Certo, questi poveri disgraziati ci portano in casa le loro oscurantistiche, pericolose culture. Bene: siamo gente illuminata, non le avverseremo. Le trasformeremo saggiamente. Li italianizzeremo soavemente. Gli inculcheremo amorevolmente le nostre ragioni. Come? Non sono ignoranti, ma sono oggettivamente svantaggiati: per adesso, la lingua italiana li penalizza ancora…. È qui che faremo breccia noi. Sfonderemo la porta con la semplicità. Faremo man bassa con i ritornelli, le filastrocche, i sorrisetti, le tettine. Saremo più facili di una tabellina, più comunicativi di una strizzatina d’occhio. Una nuova frontiera della semplificazione! Un livello ancora più basso! Il minimo comune demoltiplicato, il minimo che più minimo non si può.”
    Ognuno di questi punti scotta. Mi riguarda, ci (credo) riguarda tutti,”come cittadini, come intellettuali, come operatori politici-culturali impegnati a cercare di capire e dire qualcosa di sensato, quando ci riusciamo” – scrive Tiziano. Possibile, mi chiedo, che di fronte a tante patate bollenti, l’unico commento che leggo in coda a questo articolo non sia su NESSUNO DI QUESTI 5 PUNTI, e nemmeno su altri non meno interessante (come il neorealismo finito a Holliwood), ma proprio sulla cosa più secondaria che c’era in quell’articolo, cioè la digressione sui “sordidi motori del bene”?
    Mi pare, e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi, che tutto ciò che è drammaticamente importante, tutto ciò che è ‘politico’ nel senso ampio e vitale della parola, venga qui quasi sempre dribblato.

  3. franz krauspenhaar il 18 ottobre 2003 alle 22:32

    Cara sig.ra Benedetti, lei fa bene a darci una scrollata. Nondimeno, io credo che probabilmente ci sia, in noi lettori (mi corregga se sbaglio, sono nuovo del blog)un atteggiamento di silenzioso assenso. Come si dice, in parole povere: chi tace acconsente, anche se, magari, non del tutto. Proverò a commentare il lucidissimo saggio di Scarpa muovendomi dai punti del discorso da lei evidenziati:
    1.E’ vero. I reali commentatori filogovernativi sono gli A.Ricci della situazione, gli esperti del montaggio cinematografico applicato alla televisione moderna. A proposito di montaggio cinematografico: non è un caso che il cinema italiano attuale (pseudoneorealistico, di poesia o semplicemente demenziale) sia confinato in una nicchia, o meglio loculo, della comunicazione. Tempo fa avevo sentito un intervento del regista G.Muccino: si considerava erede del neorealismo! Uno che titilla le papille gustative dei trentenni/quarantenni borghesi di oggi! Che sputtana in un suo film le veline della tv e poi va a pubblicizzare il suo film in tutti i talk-show. Dunque: il cinema fa finta di criticare la tivù, la tivù “accoglie” la critica dell’ “artista” e fa ascolti. IL cinema diventa indotto industriale della tivù. E Muccino sbanca il botteghino. Tutti felici e contenti: meno gli amanti della vera arte, ovviamente.
    2. Non sono totalmente d’accordo, nel senso che, forse, molta parte di questo paese non ha il TEMPO per riflettere sul mondo e su se stessa. IL tempo stringe. Il tempo passa. La produzione deve produrre. E riflettere con severità, oltre che tempo, richiede FATICA. E l’italiano “medio” non ha, per varie ragioni, in generale, il necessario senso civico per prendersi questo tempo, indispensabile per concedersi questa “pausa di riflessione”. Chi ha votato Berlusconi a mani basse, e d’impulso, insomma? Chi si è fatto fregare? Non i groenlandesi, dico per dire.
    3. Verissimo, a mio parere. Questo dappertutto. E questa “felicità” ha un prezzo altissimo. E si paga a rate, fino alla fine.
    4.Anche questo secondo me è molto vero. Era nello statuto della P2, mi pare: arrivare al potere tramite il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Qui da noi c’è stata, però, un’inversione di marcia ma non di senso: il potere conquistato attraverso l’uso del mezzo televisivo di PROPRIETA’ del potere. Una sorta di “putsch” catodico.
    5.Vero anche questo.

    Mi permetto di tirare una mia personale conclusione al testo di Tiziano Scarpa. Penso sinceramente che il problema (con le oggettive diversità date da una realtà tutta italiana) sia abbastanza generalizzato, nel mondo occidentale. Paghiamo l’invasione dell’America. Scontiamo la sacrosanta liberazione da un giogo terrificante tramite il pagamento di interessi sessantennali (finora). L’alternativa è sperare in una opposizione politica del centrosinistra finalmente propositiva, forte, dura. La speranza è l’ultima a morire. E cosa fare noi, intellettuali e cittadini? L’artista può rispondere (ma soprattutto affermare) con le proprie opere. Non scegliere la via più facile. Dare (pubblicare) contenuti artistici che smuovano. E gli scrittori, in particolare, possono fare la loro parte scrivendo parole dure. Si, non scegliere la via più facile.
    Grazie.

  4. Tavor il 19 ottobre 2003 alle 03:04

    Gentile Sig.ra De Benedetti, siccome mi sento chiamato in causa per un precedente commento, torno ad aggravare la mia posizione. La Sua “scrollata” mi rammenta quella dei conduttori di cineforum di vent’anni fa: che incubo! Provavi ad uscire, e loro pronti a bloccarti, inchiodarti di vergogna in mezzo alla platea, estorcendo il tuo commento sulla simbologia del colore nell’ultimo film dei fratelli Taviani. E magari il colore manco l’avevi notato. Però ti aveva colpito un dialogo che si stamperà in testa fino alla morte, e ti farà ringraziare i fratelli Taviani per averti fatto riconoscere ciò che avevi già dentro e ancora non lo sapevi del tutto. Mica il colore! Ora non intendo commentare l’articolo, che trovo abbastanza scontato nei condivisibili contenuti, dal momento che le stesse cose le trovo scritte tutti i giorni su Repubblica o sulla rubrica settimanale di Galimberti. Intendo piuttosto dire che mi piace come Scarpa scrive, e mi piace come scrive Voltolini. Li leggo e sono tutto contento, perchè scopro cose di me che ovviamente già esistono da qualche parte nella mia testa, ma fino a quella frase, o a quel particolare verso, non ne sono completamente consapevole. E soprattutto sono contento perchè non c’è nessuno, con pizzo e barbetta e l’aria saccente, a dirmi che no, le cose importanti non sono quelle, ma queste altre. L’articolo di Scarpa dice cose giuste e scontate, di sinistra. Ma le dice in modo divertente e intenso. Il paragrafo “marginale” sui sordidi motori del male mi ha colpito moltissimo, perchè investe continuamente la mia vita personale e – perchè no? – politica, di semplice cittadino. Scarpa avrebbe potuto abbandonarsi ad una dotta dissertazione sul bene, sul male e sul superamento del manicheismo. Però con quattro frasi “marginali”, semplici e molto ben scritte, ha saputo illuminare la mia esperienza quotidiana con la “verità” del bello. A essere sincero non ho neanche finito l’articolo, perchè ho detto “ecco, questa cosa colpisce sempre anche me, caspita! chissà quante volte la penso, ma non la penso mai così bene!”. Poi qualcosa mi ha distratto e ho spento il computer. Excusatio non petita, etc. etc. Così, già che ci sono, rivolto l’accusa: si è mai chiesta, Sig.ra De Benedetti, come mai su Nazione Indiana, a fronte di un livello spesso notevole degli interventi, i commenti siano estremamente scarsi? Io ho in mente due possibili risposte: la prima, banale, riguarda l’impaginazione, che obbliga a due, tre passaggi prima di raggiungere la finestra dei commenti; la seconda riguarda l’accoglienza con pizzo e barbetta. Quando si accendono le luci uno si accuccia e spera che non lo becchino. Poi non stiamo a lamentarci se vince Berlusconi con il suo cabaret. La ringrazioe e Le porgo un dialettico saluto.

  5. carla benedetti il 19 ottobre 2003 alle 09:05

    Caro Tavor, capisco cosa vuol dire. A volte sono le cose apparentemente secodarie che più ci colpiscono. D’accordo. Ma ammetterà che è strano che gli argomenti ‘politici’ colpiscano così poco.

  6. Gustavo Paradiso il 19 ottobre 2003 alle 11:31

    ma io non so se in questa affermazione di Scarpa che lei cita, signora Benedetti, nella quale si dice che i veri intellettuali organici oggi “…sono una messa in scena della cultura, servono a tenere impegnati gli intellettuali veri in una parvenza di dibattito”, sia comprensibile anche il signor Scarpa stesso o meno, dico quel signor Scarpa che rilascia interviste del tipo di quella al VENERDI’ di Repubblica di qualche giorno fa, intervista della quale mi farebbe proprio piacere sentire lei cosa ne pensa, essendo quell’intervista, a mio avviso, un tipico esempio di “intellettuale che fa spettacolo” e asseconda lo stesso sistema che critica “a parole”, con una caterva di stupidaggini tese all’effetto speciale e allo “scandalo senza rischio”, da distinguersi nettamente dallo scandalo pasoliniano, s’intende… anche perché quei tempi son passati, ahimé, e noi gente come Pasolini possiamo oggi solamente sognarcela… insomma, io vedo sempre più spesso, come già altri hanno detto, che qui dentro “a parole” sono tutti scandalizzati, ma nella pratica ognuno fa i fatti suoi, cioè, come nel caso di Scarpa, la pubblicità al suo ultimo libro… che tristezza!!
    GP

  7. andrea il 19 ottobre 2003 alle 13:16

    Aspetta, per capirci facciamo un altro esempio: Busi non dovrebbe andare in tv? e il fatto che ci vada squalifica anche la qualità dei suoi libri?
    A me è parso, le molte volte che ho visto Busi in tv, che fosse piuttosto agguerrito, intelligente e facesse pubblicità ai suoi libri, ma io la cosa della pubblicità la vedo diversamente, cioè trovo immorale che uno scrittore non pubblicizzi libri di qualità suoi o di altri. Comunque sono domande sincere, forse tu hai dei buoni argomenti contrari alla mia felicità nel vedere Scarpa al posto di Pippo Baudo. Anzi proprio perché Scarpa non lo vedo mai, la tv non l’accendo da mesi (in compenso compro molti cd e li masterizzo felicemente, anche a te se vuoi). Ma per essere proprio precisi qualche giorno fa ho recuperato le pile del telecomando rotolate sotto il letto per accendere la tv. C’erano gli x man. Nel complesso non era un gran film, ma alcune immagini erano favolose: una persona muore e si trasforma lentamente in acqua, un malvagio ha una lingua prensile lunghissima che usa come arma, i movimenti elegantissimi di una malvagia completamente fuori sincrono rispetto a quelli del super eroe antagonista. Comunque recupererò il Venerdì per leggere l’intervista a Scarpa.

  8. andrea barbieri il 19 ottobre 2003 alle 13:18

    Ops, avevo detto che mettevo il nome completo.

  9. Tavor il 19 ottobre 2003 alle 14:35

    Gentile Sig.ra Benedetti, non credo che gli argomenti politici colpiscano così poco. Se gira qua e là sulla rete può trovare siti vivacissimi che trattano intelligentemente, e con l’apporto di tutti, di argomenti politici (vedi Sabelli Fioretti, per citarne uno). Ho l’impressione – mi rendo conto, molto superficiale, data la mia sporadica frequentazione – che Nazione Indiana scoraggi involontariamente una partecipazione attiva: gli articoli tendono essere lunghi, apodittici, dichiarativi, talvolta intellettualmente esoterici. Come diceva il sig. che mi krauspenhaar ha preceduto, spesso non rimane che la possibilità di un silenzio-assenso, oppure – quando proprio ci scappa – un commento ad alta voce, che ha più il significato di riflessione ad uso personale, che non di contributo al dibattito. Forse è necessario un modo diverso di inventarsi la discussione politica, oppure – ed io lo trovo del tutto lecito – non aspettarsela affatto nei commenti di Nazione Indiana: uno al cinema ci va a vedere il film; la discussione, se il film merita, si fa tra amici al bar o al circolo dei cinefili.

  10. franz krauspenhaar il 19 ottobre 2003 alle 14:39

    Per Tavor:
    la Benedetti ci ha dato una scrollata da cineforum? Mai stato in un cineforum, ma mi fido. Comunque a qualcosa è servito, visti gli interventi (più o meno interessanti-il mio lo metto tra i meno)che sono seguiti.
    Per G.P.:
    magari alcuni di noi sono scandalizzati a parole soltanto perchè in un blog ci si può esprimere solo a parole.
    Per Andrea:
    mi sembra esagerato affermare che è immorale per uno scrittore non pubblicizzare i libri suoi o di altri in tv. Ognuno si regola come crede. Immorali sono ben altre cose.
    Volevo anche chiederti che CD hai preso ultimamente (domanda seria).

  11. andrea barbieri il 19 ottobre 2003 alle 21:55

    Beh sì immorale è una parola un po’ forte.
    Ultimissimi acquisti un live di J Cash, e Daniel Lanois. Gli ascolti settimanali sono vari: Zevon, Ely, l’acoustic trio in Berlin di Willy DeVille, mutations di Beck, Zappa, Dylan (mi sto preparando al concerto), Waits, il doppio live di Steve Earle, gli Who. E un bellissimo Stravinsky diretto da Boulez con certi titoli, Le chant du rossignol, L’histoire du soldat, Le roi des étoiles.
    Ok, dalla politica al cazzeggio musicale: ha ragione la Benedetti. Il problema è questo, c’è stato un periodo nemmeno tanto lontano che seguivo la politica in modo accanito, sono arrivato fino al G8 così, ho rischiato di prendere le manganellate, mi sono trovato a mezzanotte col treno circondato dalla polizia antisommossa mentre una radiolina raccontava dell’assalto alla Diaz, ho avuto paura e me la sono tenuta per parecchio tempo dopo il G8. Ho fatto la marcia della pace Perugia-Assisi, ho seguito l’indagine parlamentare su Genova, leggevo l’unità, repubblica e diario, consultavo i siti web di informazione indipendente, facevo comizi nei pub ai miei amici, alle persone di passaggio, litigavo con le ragazze se prendevano le parti della polizia. Cioè sono stato da manuale fino a un certo punto, poi ho avuto l’impressione che non servisse a niente, non cambiavo le cose comportandomi così. Adesso quando esco parlo di libri o di cultura, oppure cerco di divertirmi o di ascoltare che cavolo ha da dire la gente. Tengo un comportamento molto meno “politico” di prima, però ho l’impressione di fare qualcosa di più utile per me e per gli altri. Magari sbaglio, ho solo perso il sacro furore. Ma non è che anche Moresco ha fatto in un certo senso così?

  12. giovanni maderna il 19 ottobre 2003 alle 22:02

    Le riflessioni di Scarpa mi hanno sì fatto venire voglia di replicare (ha ragione Benedetti che è strano il silenzio su quei pezzi, ma lo è ancora di più a mio parere sui pezzi pasoliniani della stessa B.), ma anche di articolare la mia replica perchè mi pare si tocchino alcuni nodi cruciali dell’operare critico-estetico dei nostri tempi. Solo che non ho il tempo di farlo in questi giorni e nei prossimi. Allora intanto alcune schegge:

    -sui proletari: io alcuni anni fa sono stato colpito da una notizia letta sul giornale. Al punto da volerci fare un film. Si trattava di una coppia (proletaria) che decideva per ragioni di fede di portare a termine la gravidanza di un bambino praticamente privo di cervello, e quindi non solo destinato a morire appena nato, ma anche mancante del principale requisito relativo a ciò che chiamiamo coscienza, vita psichica, attività cerebrale, percezione anche solo del dolore. Tra le cose che più mi avevano interessato c’era il fatto che questi genitori avevano avuto, in conseguenza della loro scelta, un rapporto diretto con i media, i giornali si erano molto occupati della cosa, li avevano più volte intervistati, ed avevano anche partecipato ad almeno una trasmissione tv. Ma, cosa che risulta sempre più rara, non avevano saputo (e penso di poter dire nemmeno voluto) in nessuno modo stare al gioco mediatico. Non avevano saputo “colludere”. Non si erano rivelati in fin dei conti felici di essere diventati, pur nella tragica circostanza, oggetto dell’interesse pubblico. Non avevano saputo indossare alcuna maschera, fosse pure quella dei finti-recalcitranti, che però finiscono per apparire ad ogni occasione… Al contrario la loro esperienza fu devastante. E li lasciò devastati. I commentatori li fecero a pezzi. Cosa che può parere inverosimile dato il contesto, di fronte all’ostinazione della loro scelta pochi giornalisti ebbero il pudore di non dare loro addosso definendoli fanatici, invasati, irresponsabili oppure al contrario mettendoli nell’imbarazzo di sentirsi chiamati eroi o santi… Ed essi non sapevano che balbettare parole ingenue, che confermavano il sospetto di trovarsi di fronte a degli sprovveduti. Si moltiplicavano gli interventi di “esperti”, di ogni schieramento, che analizzavano il caso e traevano le loro conclusioni. Ognuno tirando acqua al proprio mulino, chi additandoli ad esempio della lotta per il diritto alla vita, chi denunciando l’assurdità dal punto di vista medico di quel comportamento, chi addirittura sospettandoli di essere stati coinvolti in un losco traffico di organi, o quantomeno in esperimenti di primari senza scrupoli. Nessuno comunque tenendo conto del loro dolore umano. Del bisogno di protezione, e non di esposizione e giudizio. C’è da stupirsi che assaliti a quel modo, non siano ritornati sulla loro stessa decisione, almeno a parole, se non era più possibile nei fatti. Quando, mesi dopo, li contattai per realizzare il film, erano talmente traumatizzati dall’esperienza passata, che rifiutarono di collaborare in alcun modo e dissero che volevano restare del tutto estranei a qualsiasi progetto che riguardasse il loro caso precisando che lo facevano “anche per rispetto verso il piccolo”, che era ovviamente morto poco dopo il parto.

    Del film che io ho poi realizzato si è parlato poco. C’è stato chi, giornalisticamente, mi ha provocato a innescare il dibattito, ma non ho ritenuto giusto farlo al di là delle categorie puramente cinematografiche o artistiche (delle quali viceversa non importa niente a nessuno), anche perchè avevo fatto un film che voleva implicitamente dimostrare l’assurdità e inutilità di un dibattito mediatico su un tale argomento.

    Quale la morale di questa esperienza: la coppia “proletaria” era immune dal fascino dei media solo perché totalmente succube ai dogmi e le direttive della Chiesa Cattolica?
    Ci sono allora molti altri poteri che, come appunto la Chiesa, possono condizionare le persone (e in particolare i non-intellettuali) più dei media e della cultura dominante?
    Va comunque rilevato che il seguire anche nel modo più supino e acritico un codice morale dogmatico, costringe quantomeno a viverne le conseguenze sulla propria pelle, e dunque a fare un’esperienza. Certo può trattarsi di un’esperienza catastrofica. O addirittura catastrofica e inutile. E’ preferibile comunque questo alla non-esperienza e quindi al non-dolore che scaturisce dal condizionamento televisivo-mediatico?
    Oppure può trattarsi in ogni caso di non-esperienze perché vissute a-dialetticamente nell’ambito di una microsocietà (ad esempio una setta religiosa) completamente omologata e quindi non problematica (ma non era questo il caso della coppia di cui ho raccontato la storia, lo dimostra il loro dolore).

    Credo poco all’affermazione di Scarpa che “ la società dei consumi garantisce la felicità- all’interno delle sue regole e del suo immaginario. Mantiene le promesse! Rende felici!”
    Mi sembra molto teorica, molto astratta. Vera per chi vivesse proprio completamente all’interno delle regole e dell’immaginario di tale società, ma non per chi esce da quel mondo anche solo di tanto in tanto. Per chi, fosse anche una volta all’anno, fa un’esperienza di realtà. E questo a mio parere accade a tutti. E fa di tutti noi degli infelici… degli schizofrenici. Come dire, non posso convincermi che anche i più abbruttiti neoproletari- ma si può alla stessa stregua parlare dei più “organici” intellettuali- non facciano, nel relazionarsi con alcune persone, nella vita dei sentimenti, anche nella propria solitudine, ogni tanto un’esperienza imprevedibile che squarci il diaframma che li separa dal reale e che li renda sufficientemente (magari anche in modo inesprimibile) coscienti della limitatezza dell’orizzonte esistenziale nel quale si muovono, e di quell’orizzonte angusto intimamente insofferenti.

    C’è il rischio di essere, nella direzione opposta, altrettanto patetici e ipocriti del neo-realismo (anche di quello degli anni ’40: ricordiamoci che il De Sica di Ladri di biciclette era prontissimo a utilizzare Henry Fonda nel ruolo del protagonista, se non fosse stato per una fortunata congiuntura produttiva che gli permise di lanciarsi come paladino del nuovo stile italiano, “austero” e “radicale”, che conquistò gli Stati Uniti).
    Io personalmente non credo né al proletario buono che ruba le biciclette con purissimi intenti (icona dell’italiano poveraccio ma onesto, che è sempre stato ridotto in miseria dai furfanti che lo governavano ma che ora, grazie agli americani liberatori, potrà rifarsi una vita e ricostruire il suo paese fondandolo sull’onestà…si è visto) , né al proletario post-moderno “ipnotizzato e senza speranza”. Si tratta in entrambi i casi, per usare parole di Benedetti mi pare, di semplificazioni, che non tengono dentro la realtà.

    Mi viene in mente il magnifico film di Mike Leigh “All or nothing” (già il titolo è tutto fuorché rinunciatario, tutto fuorché “post”, nel senso che pare preannunciare che tutto è ancora possibile, la pienezza come il deserto) in cui alla fine, quando i nodi delle relazioni vengono al pettine, e soprattutto vengono al pettine le frustrazioni del sottoproletariato londinese, che si vede ai margini di un’orgia di lusso e benessere, il protagonista propone alla moglie, per “ritrovare sé stessi” e aiutare il figlio a riprendersi da un attacco cardiaco (dovuto all’obesità, il ragazzo ha 16 anni), di andare tutti a Disneyworld con uno di quei pacchetti comprensivi di aereo e alloggio che le agenzie di viaggi vendono a pochissimo, ne ha visto la pubblicità da qualche parte…
    Non c’è un filo di ironia, nelle parole del personaggio, non solo, ma si ha sì un brivido lungo la schiena, ma nello stesso tempo la speranza fondata che anche a DisneyWorld, anche nel più cheap degli alberghi, anche nelle serate passate alla Playstation (unico comfort ormai garantito, a pagamento, persino negli hotel a due stelle…) mangiando hamburger, una prospettiva di salvezza per quelle persone, una luce di umanità nei loro rapporti, non verrà meno…
    E come sempre nei film del regista britannico (che infatti applica la stessa lucidità anche ai giovani “intellettuali”, in altri suoi film) si ha alla fine l’impressione che la differenza sociale, lo status economico e anche quello culturale, influiscano ben poco sulla moralità e umanità delle persone, non ne intacchino comunque alla radice la libertà e la dignità… facendo piazza pulita di schematismi derivati da presupposti ideologici.

    Mi vengono in mente altre riflessioni, su altri dei temi che Scarpa affronta. Cercherò di trovare il tempo per un post di continuazione…(ma più breve mi accorgo che questo è già smisurato) intanto grazie a Tiziano perché mi obbliga a fare un piccolo punto della mia situazione, delle mie opinioni sulla realtà, sui rapporti…

  13. Tiziano Scarpa il 19 ottobre 2003 alle 22:53

    Per Gustavo Paradiso.
    Solita mossa: si ritorce sull’interlocutore un atto non coerente compiuto ALTROVE per delegittimare QUESTO suo discorso fatto QUI (a proposito: ha proprio ragione Carla Benedetti quando riflette su nomignoli e pseudonimi in rete: potete criticare me o Raul Montanari o Antonio Moresco per come guadagniamo i nostri soldi, per come ci laviamo le mutande… potete farlo perche’ ci firmiamo con nome e cognome).

    L’intervista al “Venerdi’ di Repubblica” e’ un capolavoro, entra idealmente a far parte del mio romanzo, la annetto volentieri alla mia letteratura, la rivendico come opera d’arte (benche’ l’abbia rilasciata al telefono e, naturalmente, non l’abbia scritta io). Non le e’ piaciuta? Benissimo, ma che c’entra? Io non PUBBLICIZZO, io PUBBLICO. Sono uno scrittore che si getta nella mischia.

    Potrei elencarle tutti gli inviti (anche di questi giorni) a trasmissioni televisive popolarissime, alle quali non sono andato e non andro’: sono un eroe? Sono uno stronzo? Sono un furbo? Sono un artista? Faccio scandalo? Non ne faccio abbastanza? Sono una chiavica rispetto a Pasolini? E rispetto a Dostoevskij? E rispetto a Dante? Posso aspirare a un derby in serie C? Che dice, se gioco con Ippolito Pindemonte posso puntare allo zero a zero?

    Tivu’ o non tivu’, cio’ non toglie che io resti una merda: e allora? Lei no? Il blog e’ spettacolo? Fa parte o no della societa’ dell’immagine? La rete e’ cultura o e’ intrattenimento? A chi vanno veramente gli 80 auro annuali che paghiamo al server di nazioneindiana? Quali nefandezze stiamo finanziando a nostra insaputa? Siamo tutti pezzi di merda occidentali che invece di uscire a dare una minestra ai barboni che dormono al freddo o pertire per le missioni in Africa restiamo al calduccio a pubblicare articoli nei nostri sitini e postare commenti? Montanari e’ simpatico o maleducato? Scarpa e’ fascista o comunista? Tratta bene i gattini? E le vecchiette?

    QUESTO intervento sul voto agli immigrati la interessa? Ha qualcosa da dire in proposito o parliamo della mia coerenza? Non sono titolato a parlare? Devo stare zitto? Preferisce che invece di scrivere gratis qui mi faccia assegnare una rubrica settimanale decentemente pagata su un rotocalco ad alta tiratura? Mi basta una telefonata per averla (e gli interventi come il suo mi mettono voglia di alzare il telefono). E’ tutto quello che sa fare di fronte allo sforzo di analisi che ho fatto io? Non ascoltare che cosa viene detto, ma sputare su chi parla?

    Detto questo, mi scuso del commento troppo lungo, ringrazio TUTTI coloro che intervengono, G. Paradiso compreso, e mi scuso fin d’ora se non potro’ intervenire qui con frequenza (sto scrivendo tantissime nuove meravigliose opere d’arte). Vi voglio bene

  14. giuseppe genna il 20 ottobre 2003 alle 00:22

    Tiziano rievoca continuamente, dal libro all’intervento al commento, anni per me allucinanti. Non so come ci riesca, fatto sta che ci riesce. Non è neppure una splendida opera d’arte, è soltanto una sincronicità postuma. E tuttavia una cosa vorrei dire, sull’intervento di Maderna. Io credo davvero che la tesi di labranca, e poi di Tiziano, sia estremamente effettiva, per nulla astratta. Chi fa stare male la civiltà consumistica? Tutti, certo. A parte chi fa stare male sul piano della sopravvivenza, c’è da considerare anche chi sta male sul piano della vita. Questo privilegio, per esempio, fa stare male me, che già sono un privilegiato per altri motivi. Inoltre, una recente ricerca, testimonia dell’aumento del consumo psicofarmacologico in Italia, negli ultimi tre anni: esponenziale. Allora bisogna dire che una cosa è stare male, un’altra è rendersi conto che si sta male. L’effettività e il dolore sono due tenaglie del politico. Finché non si ricollocano le categorie del politico, si continuerà a non capirsi su piani fondamentali, come testimonia il dialogo qua sopra.

  15. franz krauspenhaar il 20 ottobre 2003 alle 14:58

    Grazie ad Andrea per i titoli dei CD. Di questi artisti non conoscevo Steve Earle, m’informerò.
    Quello che dici, Andrea, è importante, mi ci ritrovo. Sei meno “politico” di prima ma ti senti meglio, ti senti più utile. IL tuo mi pare un atteggiamento, anzi un agire, umanistico. E’ un fare che cerco di avere anch’io.
    L’intervento di Maderna mi ha toccato su vari fronti: la storia del suo film, il film di Mike Leigh in particolare. Ma quando dice che l’affermazione di Scarpa sulla società dei consumi che rende felici gli pare astratta, forse è perchè la prende più o meno alle lettera. Non so, a me quella di Scarpa sembra più una provocazione, dettata forse dalla rabbia impotente del cittadino-osservatore-scrittore. Sembra che lo urli, incazzato fradicio. Dice quello che in realtà crede fino a un certo punto, proprio perchè è pieno di rabbia, mi sembra di capire. Io penso, al di là di tutto, che la società dei consumi può rendere “felici” (il virgolettato è d’obbligo) coloro che vi si gettano a corpo “morto”, ma è un gettarsi nella bocca di un fottuto vulcano, il loro. Se ne pagano interessi altissimi. Quando di paga si è felici? Io non lo credo. Anche se tutti questi, di star pagando, non ne sono consapevoli. NO, non si è felici: si sconta e basta. La morte si sconta vivendo.

  16. Gustavo Paradiso il 20 ottobre 2003 alle 18:56

    Ma io parlavo con Carla Benedetti, non con Scarpa. Non mi sembra di essere strabico.
    GP

  17. giovanni maderna il 20 ottobre 2003 alle 20:14

    Odio i computer. Avevo scritto un’articolata continuazione nonché replica a Genna e tutto si è cancellato al momento dell’invio.
    Riassumo con stizza (verso il mio pc naturalmente).
    A Genna:
    Non capisco. Tu dici: chi rende infelice la società dei consumi? Tutti, certo.
    Scarpa dice: questa società garantisce, a chi si muove nell’orizzonte delle sue regole e del suo immaginario, la felicità.
    Allora la pensate nello stesso modo o no?
    Ha ragione franz che c’è provocazione nel pezzo di Scarpa. Ma il tuo (Genna) intervento mi sembra confermare che quell’atteggiamento oltre che provocatorio può essere rischioso.
    Il distinguo tra “sopravvivenza” e “vita” sulla base dell’ appartenenza a una categoria sociologica mi inquieta un po’…
    Io credo, in estrema sintesi, che all’abbruttimento ci si può arrivare. In questa società si può arrivarci anche in fretta, ancora in fasce. Ma oltre ad un una cicatrice, a una ferita ben visibile, l’abbruttimento porta sempre con sé la possibilità di riscatto. E in questo non vedo differenze tra proletari e no. Berlusconi ha sicuramente gioco sulla parte peggiore delle persone, sull’ignoranza, sulla debolezza, sulla pigrizia, sul risentimento, ma a sostenere che un qualsiasi sistema socio-politico- mediatico priva una fetta di popolazione dei requisiti di umanità, irrimediabilmente e senza che questi nemmeno se ne accorgano, c’è il rischio di essere cinici (e rozzi) quanto lui.
    Io penso ai proletari che conosco (anche nel parentado, anche che votano berlusconi) e non mi sento di dire che “sopravvivono” e non “vivono”. Come anche che se sono magari dei grandissimi stronzi lo sono deliberatamente come un qualsiasi borghese colto e benestante.

    Il rischio della lucidissima analisi di Scarpa, quello che mi crea perplessità, è insomma proprio la troppa “intelligenza”. L’esporre una visione del mondo che non solo spiega perfettamente il presente, ma addirittura rende possibili attendibili proiezioni nel futuro. Senza alcun bisogno di confrontarsi con le banalità e le complessità della realtà bruta. La mia è forse solo una rozza diffidenza contadina per i discorsi dei dotti, ma della realtà amo proprio la “stupidità” che la rende tanto imprevedibile e inafferrabile.

  18. franz krauspenhaar il 20 ottobre 2003 alle 21:21

    Vorrei intervenire per dire questo a Giovanni Maderna: anche tu dici che Scarpa forse ha “provocato”. E sono d’accordo con te che esiste la possibilità di riscatto. Ma bisogna rendersene conto; c’è gente che del riscatto come lo intendiamo noi se ne frega, semplicemente. Non sa nemmeno che deve riscattarsi. Si sente “felice”, a posto. Forse anche questo voleva dire Scarpa. IL cinismo esiste, è un modo di “riscattarsi” anche questo (un riscatto direi grottesco). Cioè: “Va tutto a puttane? Chi se ne frega. IO penso solo ai miei interessi!”. C’è gente (tanta, a quanto ho potuto constatare) che agisce, e dunque vota, in base a elementari calcoli economici. Perchè? Perchè, come ho scritto qualche post fa, in questo nostro paese non c’è abbastanza senso civico. Molti pensano, proprio stupidamente, con la tipica stupidità dei “furbi”, al loro particulare, non hanno visione di sè e del futuro, non vanno, non pensano oltre. In tutte le classi sociali. E danno retta al ricco esempio da INSEGUIRE che promette ma, ovviamente, non può mantenere. Tutto qui, secondo me. C’è proprio uno squallido calcolo sbagliato, alla base. Sarà banale, ma per me è così.

  19. dario il 20 ottobre 2003 alle 22:49

    Io so per certo che di politica non capisco un tubo. Però vorrei dire la mia, non dico qui adesso, ma sempre. Ho una pulsione incontenibile a dire la mia in politica, eppure so che non ci acchiappo. Bar Sport? Forse sì.
    Il pezzo di Tiziano, che è come sempre impressionante per la brillantezza della scrittura e la rapidità di esposizione, pone un quesito che nella discussione fin qui non si è più toccato, mi pare. E cioè cosa significa che Fini abbia fatto quella proposta sul voto agli immigrati. D’Alema ha parato parzialmente il colpo, risfoderando la proposta Turco e facendo così in modo che se capiterà qualcosa allora sarà Turco-Fini. Ma insomma, perché Fini l’ha fatta?
    Proviamo a pensare a cosa ne sarà di Forza Italia una volta indebolita o perduta la leadership di Berlusconi. Chi intercetterà quei voti, che sono tanti? Bossi? I rimasugli centristi? Io credo che dal putno di vista elettorale, Fini abbia avuto una intuizione notevole: liberarsi dalla Lega. E’ evidente che a lui gli immigrati non interessano, culturalmente parlando (interessano veramente alla sinistra?). E non è nemmeno – come Tiziano dice – che il primo a dare loro la possibiltà di votare si vedrebbe premiato con, appunto, il voto. Quindi resta questo: eliminare la Lega, ereditare l’elettorato di FI. E finalmente entrare nel partito dei popolari Europei, o come si chiama.
    Il resto del discorso di Tiziano, che è il più inquietante, tocca una cosa secondo me un po’ diversa. Ora non so argomentare, ma lo farò con calma in seguito. Dico solo questa cosa che mi è capitata e che mi fa riflettere da quando mi è capitata. Una sera a cena, dopo una presentazione in libreria (pubblico zero), intorno alla tavola varia umanità. C’era una ragazza dello staff della libreria, giovane e carina, che a un certo punto se ne esce con questa affermazione: “il mio modello di vita e professionale è Simona Ventura”.
    Io ci sto ancora pensando. Attenzione, non voglio fare un discorso banalmente sarcastico, tutt’altro. Il mio modello era Devil (ma avevo 14 anni)! E’ solo che fatico a capire quella semplice frase. Dentro c’è qualcosa di importante che non vedo. E c’è tutta la miseria che sappiamo, d’accordo. Ma la miseria la vedo fin troppo bene, e quindi tendo a diffidare del mio sguardo. Insomma, ci sto pensando.

  20. Raul Montanari il 21 ottobre 2003 alle 00:43

    Non faccio i complimenti a Tiziano per i suoi due bellissimi pezzi (eh eh) perché so come la pensa su queste cose.
    Intervengo solo per dire che una tantum i commenti si stanno concentrando sul vero punto della questione, sull’autentica, centrale parola di verità che Scarpa dice: molta gente si percepisce come felice.
    E’ curioso che Tiziano abbia scritto i suoi due pezzi non solo in concomitanza con la proposta di Fini, ma anche con quella di un sondaggio impressionante di cui purtroppo non ricordo quasi niente (cioè: chi l’ha commissionato, chi l’ha eseguito; se qualcuno ha gli estremi, mi aiuti) se non che la stragrande maggioranza dei teenagers italiani dà un giudizio molto positivo sul grado di soddisfacimento, gratificazione, piacere, joie de vivre che è in grado di trarre dalla propria condizione esistenziale.
    A questo punto si propone un buffo paradosso.
    Tutti noi che scriviamo e, direi, tutti noi che leggiamo e commentiamo qui siamo sicuramente portatori di un disagio del vivere. Che si esprima in modo viscerale o mediato, incazzoso o culto, esistenzialautobiografico o con sguardo a volo d’uccello, è evidente che questo malessere sta dentro di noi, è il combustibile per la nostra creatività, spesso è il contenuto (o la forma) dei prodotti di questa creatività, che assumano l’aspetto di un romanzo o di una discussione etimologica, o di una semplice invettiva.
    Il paradosso consiste in questo: in nome di cosa combattiamo?
    Nella maggior parte delle epoche storiche l’intellettuale ha interpretato, rielaborato attraverso la propria sensibilità personale e alla fine buttato fuori un disagio che era di tutti. Cioè: era PRESENTE obiettivamente in tutti (a eccezione di classi sociali privilegiate, e neanche loro in verità felici e soddisfatte a ranghi compatti) ed era PERCEPITO soggettivamente da tutti.
    Adesso non sembra che sia così; sembra che loro, questa terribile terza persona plurale senza nome, ce l’abbiano fatta: molte delle persone che incontriamo avvertono intorno a sé un mondo più accogliente, più divertente, meno problematico. Pensano sinceramente di stare bene; di stare meglio.
    Per certi versi STANNO MEGLIO: io me ne sto seduto nella mia stanza, pigio un tasto e fra queste pareti risuona la musica che un tempo solo i re e i principi potevano pagarsi, per ascoltarla nelle proprie corti; se vado dal dentista so, ragionevolmente, che non sta per cominciare un viaggio allucinante in un inferno di dolore, approssimazione, morte per metafora o per sineddoche o semplicemente reale; se giro un rubinetto, viene giù l’acqua calda; se pigio un altro tasto, sono ubiquo… sono quasi onniveggente.
    Il paradosso consiste in questo: che oggi l’intellettuale deve cercare di costringere gli altri a essere infelici come lui.
    Io ho sempre diffidato della felicità. Sono veramente felice (si fa per dire) di avere avuto l’occasione, anni fa, di scrivere per Smemoranda un pezzullo in cui vituperavo e ingiuriavo l’illusione della felicità, la famosa dichiarazione contenuta all’inizio della Costituzione americana secondo la quale ogni uomo deve essere libero di “cercare la felicità”. Personalmente, come molti di voi, sostituirei la parola felicità – e la sua ricerca – con altre parole e altri concetti. Intensità, per esempio. Avventura (anche da fermo, si capisce). Ma vallo a spiegare al teenager.
    Don De Lillo in Libra dice una cosa banalissima, un concetto presente da sempre non solo nei poemi epici ma anche nei libri di cucina, ma la dice in un modo curioso e pacato. Sta parlando (se non ricordo male) dei possibili maltrattamenti a cui può essere stato sottoposto Lee Oswald, il presunto assassino di JFK. L’uomo, dice più o meno De Lillo, non ama le sensazioni sgradevoli. Se gli appoggi una sigaretta accesa in mezzo ai testicoli, tende a cercare una soluzione che attenui o faccia cessare del tutto questo stimolo spiacevole.
    I materialisti greci immaginavano rotondi gli atomi che suscitano sensazioni di dolcezza e benessere, puntuti e di forma irregolare quelli connessi a sensazioni di asprezza, acido, disgusto.
    Vai a spiegare ai teenager che tutti quegli atomi rotondi li devono infilare nel cesso, che devono circondarsi di atomi che grattano, pungo(la)no, graffiano, e farsi bruciare lo scroto con le sigarette.
    Vai? Ci vado io. Ci sto andando da un pezzo.
    Ma mi sa che non mi ascoltano.

  21. giovanni maderna il 21 ottobre 2003 alle 10:03

    Mi viene da agganciare questo dibattito al pezzo di Ferrari “La nudità del pensiero” sempre qui su N.I. Ho scritto il commento direttamente in coda a quel testo.

  22. franz krauspenhaar il 21 ottobre 2003 alle 12:31

    Mi ha divertito l’intervento di Dario Voltolini quando parla della Ventura come modello (e modella?) per le nuove generazioni. Anch’io a 14 anni (sono del 60) leggevo Devil, però in tivu avevamo Cochi & Renato. “La vita l’è bela”, cantavano i due con sottile e simpatico sarcasmo. E noi ragazzini la ricantavamo in coro. Dunque siamo stati più fortunati noi, pargoli dei 70, o sono più fortunati (e felici) i pargoli d’oggi? Una bella domanda.
    Raul dice che i teenager non si rendono conto de dolore. Forse, azzardo io, lo scacciano dal pensiero. Lo avvertono ma lo respingono come i “mosquitos” dell’Isola dei Famosi… Come dar loro torto? Ci si può invece incazzare coi 30/40enni che fanno così, cioè si può ragionevolmente pensare che c’è qualcosa che in loro non va.
    E’ interessante e terribile anche la sua frase:” oggi l’intellettuale deve cercare di costringere gli altri ad essere infelici come lui”. Forse è così. Ma, se proprio gli intellettuali non riuscissero in quest’impresa, almeno provassero a costringere gli altri a regalarsi un briciolo di consapevolezza in più. Da una certa consapevolezza all’infelicità il passo può anche essere breve…
    Oppure no:una buona dose di consapevolezza può essere la salvezza. Uno straccio della tale.Che ne dite?

  23. valentina il 21 ottobre 2003 alle 13:42

    Io ho 26 anni e sinceramente non ricordo di aver avuto un particolare modello di riferimento.
    Se penso a volti o situazioni mi vengono in mente più che altro scene viste alla TV.
    Tantissime.

    Si leggevano vecchi autori e nuove leve.
    Ero in quinta liceo quando la Zocchi aveva pubblicato il suo libro e si parlava dei “giovani cannibali”.
    Tanto splatter, tanta musica degli Iron maden e dei metallica.
    qualcuno di noi era andato a vedere Pulp fiction.

    C’erano state le elezioni.
    Non mi ricordo per chi ho votato.
    So solo che non m’importava.

  24. cristiano de majo il 21 ottobre 2003 alle 15:19

    quello che mi piace del pezzo di Scarpa è il mettersi in discussione, il tirarsi dentro, il dire: noi siamo parte di questo, non ci possiamo autoescludere. montanari, invece, nonostante aprrezzi le cose che scrive su questo blog, stavolta non mi convince. Questa frase: “Vai a spiegare ai teenager che tutti quegli atomi rotondi li devono infilare nel cesso, che devono circondarsi di atomi che grattano, pungo(la)no, graffiano, e farsi bruciare lo scroto con le sigarette. “, è semplicistica oltreché snob. Io credo che il problema non sia la pedagogia, perché nessuno di noi può dirsi immune da quello che ci circonda. Lo ha detto Debord, lo ridico (molto più umilmente) io, ma forse è perché sono un “anarchico di destra”.

  25. dario il 21 ottobre 2003 alle 18:19

    Caro Franz, uniti nel mito dell’eroe cieco, dunque. Ma volevo dire un paio di cose. Noi avevamo 14-15 anni, mentre la ragazza di cui sopra ne avrà avuti 20-22. Inoltre noi di Devil sapevamo TUTTO, cosa che non si può in ogni caso dire della Ventura. E queste sono le differenze, che butto lì senza trarre per ora alcuna conclusione. Poi c’è invece questo fatto, che riguarda anche ciò che dice Raul rispetto ai “giovani”: io, quando ero giovane, diffidavo di chi veniva a dirmi cosa dovevo pensare e fare. E soprattutto diffidavo di chi voleva che soffrissi. Dopodiché ho sofferto moltissimo, ma credevo di essere uno spirito libero (credevo anche di averlo sostanzialemnte scoperto io, Devil!). Mi chiedo allora se ha senso esplicitamente porsi un qualunque obiettivo nei confronti dei “giovani” o di chiunque. Siamo forse educatori? La domanda non è retorica, e io la risposta non la so.
    Un’ultima botta di dubbio e ignoranza, che riguarda in particolare gli scrittori: siamo davvero sicuri che uno, per il fatto di essere uno scrittore, sia necessariamente da includersi nell’insieme degli intellettuali? Qui secondo me c’è qualche ingranaggio che non funziona. Io come scrittore non posso certo dire di fare un lavoro manuale, ovviamente. Ma se devo pensare agli intellettuali, ecco che mi viene istantaneamente da pensara a “loro”, non a “noi”, se non in certi casi particolari. Mi chiedo quale sia la radice di questa cosa. In altre parole, se penso a Gore Vidal, lo penso istantaneamente come uno scrittore e un intellettuale. Ma se penso a Hrabal, per esempio, lo penso solo come scrittore. Non so se mi sono spiegato. Voi che ne pensate?

  26. francesco fabiano il 21 ottobre 2003 alle 21:06

    fr.fabiano@libero.it
    Vorrei provare a rispondere allo stimolante articolo di Tiziano Scarpa che ho trovato interessante, anche se in alcuni punti non condivisibile ed in altri elusivo ripetto a quello che, a mio avviso, è il nocciolo della questione. Provo a spiegarmi:
    1) Fini:
    innanzitutto una piccola inesattezza. La proposta di Fini sul voto agli immigrati è riferita solo ed esclusivamente, per ora, al voto amministrativo. Poi della proposta di Fini penso questo: Fini ha fatto la cosa giusta. Punto e basta. Ha gettato il sasso nello stagno scoprendo in un colpo solo, da una parte l’arretratezza della destra e dall’altra i sensi di colpa della sinitra per non avere fatto lei cio che ora si accinge a fare Fini. Chapeau. E’ come se un imprenditore avesse deciso, spontaneamente e inaspettatamente, di dare un premio ai suoi dipendenti. Un gesto apprezzabile indipendentemente da tutto. Trovare intenzioni nascoste o fare dietrologia sull’acqua che alla lunga Fini porterebbe al mulino di Berlusconi mi sembra come soffermnarsi a discutere del dito che indica la luna ignorando completamente la luna stessa.
    2) Berlusconi e la cultura di massa:
    Berlusconi, e in questo sono d’accordo con Scarpa, propone un modello criticabile fin che vuoi, ma che “realizza”, per chi lo sceglie, la felicita’ in terra. Sia essa l’auto fuoristrada o altro. La proposta di felicità Berlusconiana contiene in sé una possibilità di realizzarsi. Deprecabile o stigmatizzabile che sia, la cultura ipnotico-televisiva e i modelli che essa veicola propongono una felicità raggungibile e purtoppo lo fanno in una pressoché totale assenza di alternative. Il problema quindi, e vengo al punto nodale, a mio avviso eluso da Tiziano Scarpa, non è Berlusconi ma la sinistra. Che felicità propone? il riallineamento del debito pubblico? l’adesione ai parametri di Maastricht? la riduzione della spesa pensionistica?
    La sinistra ha perso la capacità di mettersi in sintonia con la cultura popolare, la capacità di fare sognare, di ipotizzare dei percorsi possibili verso la felicità. Non esprime, in una parola, alcun potere immaginifico.
    Sognare non è un lusso. Sognare fa bene e ci rende migliori. Questo deve capire la sinistra politica e culturale. Il nichilismo, l’appiattirsi sull’esistente, la difesa strenua della sola razionalita (economica, scientifica, sociale, culturale, etica etc..) mortifica l’uomo e non paga nemmeno elettoralmente.
    Cosa aspetti sinistra a farci sognare?
    3) Allargare il pensiero:
    Shakespeare diceva: “ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne riescano a sognare i filosofi”. Nella sua pur lucida e articolata analisi, Scarpa, trovo assai riduttivo il suo rifarsi (e citare) quasi esclusivamente autori autoctoni o scuole di pensiero locali (Ammaniti, Labranca, Nove, i cannibali etc.) e mi rammarico di una assoluta mancanza di capacità immaginifica. Non Le sembra un po angusto e sterile restare chiusi in logiche autorefernziali? Per rispondere a Berlusconi bisogna mettere in campo alternative, valide ed efficai. Bisogna andare a cercare altrove nuove verità, nuova linfa, nuovi stimoli e nuovi sogni (le suggerisco lo splendido: il ponte a tre archi, dell’autore albanese Ismail Kadarè). Questo devono fare gli uomini di cultura, gli intellettuali. Questo mi aspetto da gente curiosa, arguta e attrezzata culturalmente come Lei. Cercare altrove, in altre culture, in altre sponde politiche, umane, in altri continenti o in altri pianeti, se necessario, qualcosa di nuovo che ci faccia sognare.

  27. franz krauspenhaar il 21 ottobre 2003 alle 21:45

    E’ vero Dario, le differenze ci sono. A me aveva divertito il tuo racconto sulla 22enne per come lo hai raccontato (da scrittore); il divertimento mio era però alquanto amaro, proprio per quello che hai raccontato. Lo scrittore deve intrattenere, cioè trattenere il lettore, catturarlo. Dico cose ovvie, lo so. Lo scrittore, questo “intrattenitore”, in molti casi è un intellettuale, secondo me, come può esserlo un poliziotto, un sindacalista, un avvocato. Usa il suo intelletto in maniera strumentalmente creativa. Indaga come il poliziotto, si batte (e si dibatte) come il sindacalista, difende o accusa come l’avvocato. Tutto questo quando va bene. (Butto lì esempi come vengono). Anch’io penso che uno scrittore diciamo così “puro”, un raccontatore di storie (o anche di balle)non sia necessariamente un intellettuale organico, diciamo così. Può sdoppiarsi come nel caso di Vidal, certo. Sull’ educazione:io personalmente da ragazzino (siamo ancora giovani, eh!)diffidavo dei miei insegnanti; tant’è che sono stato bocciato 2 volte al liceo. Ho preso la maturità per il rotto della cuffia e la mia “carriera” di allievo è finita lì. Non ho avuto la fortuna di avere dei buoni maestri? Fino ad un certo punto. Più che altro, era l’istutuzione scolastica che mi dava da pensare e da non fare. Tutte quelle anticaglie sul ramo del lago di Como e soprattutto i compagni paraculi che leccavano ben bene per avere il bel voto… La “scuola”, (quella della vita) come la naja, è continuata e continua, diciamo, ma la mia “carriera” di studente scolastico si è fermata lì. Sono maturo da una ventina d’anni. A 22 anni (età di quella regazza di cui tu hai parlato) lavoravo già, come un fesso. Imparavo dalla pratica e i miei maestri davano lezioni dai magazzini e dagli uffici di spedizione.
    Finita la parentesi autobiografica, io penso che l’obiettivo di uno scrittore, nel suo lavoro come in un blog (parlo più che altro di te e di Raul, per come credo di aver capito frequentando NI anche nei numeri dei mesi scorsi)sia quello di intrattenere regalando la saggezza delle sue storie, dei suoi dubbi, delle sue domande e di qualche risposta, cavando dalla sua esperienza.

  28. Raul Montanari il 21 ottobre 2003 alle 22:59

    Cari Christian e Dario,
    più o meno esplicitamente mi attribuite un “pedagogismo” (credo che questo sia anche il senso che dà Christian a quella mia frase, quando la definisce “semplicistica e snob”) che non era nelle mie intenzioni. Mi esprimevo in modo paradossale, appunto, e parlavo semplicemente dell’idea di mettere a contatto uno dei teenager che si sono dichiarati soddisfatti della propria condizione con una “proposta di inquietudine”. Per esempio, quella di leggere le cose “inquiete” che scriviamo quasi tutti noi.
    Quindi la mia idea era più di un accostamento orizzontale che di una dispensazione di saggia disperazione dall’alto non si sa di che cosa (forse del fatto di avere scritto libri?).
    Detto questo, però, già che ci siamo sarebbe interessante un ripensamento del concetto di pedadogia o pedagogismo.
    Parlare male degli intenti pedagogici, usare addirittura questa espressione come attributo o predicato per esprimere in sintesi un giudizio sprezzante, è ormai diventato talmente automatico che a me comincia a generare sospetto.
    Parliamo tutti male della RAI postberlusconiana, della corsa all’audience; ma voi vi ricordate cosa c’era prima? Cos’era la RAI prima dell’avvento delle private, a fine anni ’70?
    Era una emittente nazionale ULTRAPEDAGOGICA.
    C’erano concerti, film da cineteca trasmessi in prima serata.
    C’era una “TV dei ragazzi” STRAPEDAGOGICA.
    C’era un sacco di teatro. Io mi ricordo programmati nel tardo pomeriggio non solo la commedia dell’arte, non solo Pirandello, ma pure Beckett.
    Mi ricordo una riduzione televisiva in due puntate del “Sospetto” di Duerrenmatt, interprete Paolo Stoppa, con Adolfo Celi nei panni del medico nazista.
    Mi ricordo l’impressionante versione dello “Strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde” diretta e interpretata da Albertazzi.
    E queste non erano eccezioni: la televisione pedagogista di Bernabei, del democristiano Bernabei, proponeva questo menu.
    Il pedagogismo è un asse portante del pensiero forte, come lo è sempre stato delle grandi costellazioni ideologiche, comunismo incluso (eccome!).
    Capisco che è fuori moda.
    Capisco che in questa che è per eccellenza l’epoca dell’apprendimento (soprattutto dell’apprendimento di linguaggi che escludono il pensiero critico, l’essere attivi) l’atteggiamento pedagogico sembra bypassato.
    Capisco che l’idea di Rousseau, che la democrazia e la pedagogia sono inseparabili, ormai fa sorridere.
    E poi, ormai, chi se ne frega di Rousseau? Alla fine, la lunga battaglia fra liberalismo e democrazia l’ha vinta il liberalismo, no? Siamo tutti liberali, adesso.
    Ve la ricordate la differenza, quella proprio basic, proprio da sunto della filosofia a uso degli esami di maturità?
    Il liberalismo anglosassone dice: ciascuno di noi entra nella cabina elettorale e vota secondo il proprio interesse, poi facciamo la conta e vediamo chi ha vinto.
    Rousseau dice: in questo modo voi realizzate quella che io chiamo la “volontà di tutti”, la sommatoria delle singole volontà. Io immagino un popolo che al momento del voto realizzi la “volontà generale”, una volontà collettiva (comunitaria) che trascende l’interesse del singolo. Il cittadino entra nella cabina elettorale, e non vota quello che gli alza la minima alla nonna che così la vecchia non rompe più i coglioni; o quello che toglie soldi alla sanità pubblica che tanto io i soldi per curarmi li ho, li tiro fuori di mio e non capisco perché devo darli agli altri; o quello che regala valanghe di miliardi alla scuola privata, che a me va benissimo perché io i miei figli li mando dritti al Leone XIII. No, vota staccandosi due centimetri da terra (bastano) e cercando di mettersi in sintonia con quelle che lui considera le necessità, i bisogni, i sogni della nazione di cui si sente parte. In quel momento, realizza la volontà generale.
    Utopie?
    Be’, mica tanto. Quanti borghesi, per fare un esempio, votano TUTTORA a sinistra per motivi ideali anche se, conti alla mano, gli converrebbe votare a destra? Sono meno di quelli che lo facevano negli anni ’70, ma ce n’è ancora parecchi. (A me cosa converrebbe votare? Devo chiederlo al mio commercialista. Anzi, meglio di no: so già cosa mi direbbe.)
    Ora, tutto questo – secondo Rousseau, che era un po’ lento di comprendonio – non può prescindere da una formazione personale solida, dall’essere stati oggetto di un atteggiamento pedagogico che libera la creatività (anche politica) proprio nel momento in cui alimenta (ideologicamente, certo; non in modo neutrale, certo!) la personalità in formazione. Che separa, nella coscienza individuale, il giusto, il vero, il bello dall’utile.
    Non so, ci vogliamo ripensare un momento?

  29. dario il 22 ottobre 2003 alle 01:04

    Caro Raul, ripensiamoci, ok. Messa come la metti tu, hai ragione. Ma vedi che gli esempi che fai sono tutti di pedagogia sistemica, se posso dire così inventando un’espressione. Non sono interventi di una persona su altre persone. Sono qualcosa di più… sociale? Io accetto di buon grado tutto ciò. Mi chiedo solo se io come singolo individuo che scrive delle cose, devo (o anche semplicemente posso) mettermi in quel ruolo pedagogico. Conosco scrittori per cui è ovvio che si debba farlo. Per loro l’attività dello scrittore è un’attività sociale, che serve a tenere insieme una comunità, intrecciandone i componenti con le trame delle loro storie. Accetto pure questo, mi chiedo allora se “io” sono uno scrittore di quel genere. E soprattutto lo chiedo a te. Che pedagogia dovremmo allestire secondo te? Una cosa che tiene insieme la gente o che terrorizza il singolo giovane? Qui mi sa che c’è un bivio per chi vuole intraprendere la carriera di pedagoggo-scrittore. Raccontiamo di nonne che insegnano alle nipoti a non toppare nella vita come invece hanno fatto le madri? Come giudichi questo insegnamento? Ti ricordo che è stato impartito da una nostra scrittrice a centinaia di migliaia di persone, tempo fa. Milioni?

  30. dario il 22 ottobre 2003 alle 01:13

    Caro Franz, aggiungo una sola cosa alla storia della ragazza emula di Simona Ventura: anche lei lavorava già, e in un libreria!
    Tu però devi dire le cose come stanno. Non siamo mica solo Raul e io qui dentro a “scrivere”. No?
    Ciao

  31. franz krauspenhaar il 22 ottobre 2003 alle 09:48

    Hai ragione, “scrivo” anch’io, come tutti o quasi qui, mi pare. Hai proprio detto le “cose come stanno”. Ogni tanto mi capita di dirle anch’io…
    Io a suo tempo sono stato un fesso perchè avrei potuto continuare gli studi all’università e far flanella. Anche la ragazza lavorava già, è vero. Però c’è che a me S.Ventura sta… antipatica.
    Ciao Dario

  32. Raul Montanari il 22 ottobre 2003 alle 12:22

    Scusami, Dario, con i tuoi consueti modi dolci mi stai un pochino forzando. Non stavo propugnando la figura dello scrittore-pedagogo, di certo non in quel senso lì, pericolosamente vicino all’idea del Vate.
    Lo scrittore, quando viene letto, probabilmente fa pedagogia comunque, anche involontariamente, anche in modi e forme nonché con risultati diversi da quelli che si proponeva, o che semplicemente corrispondono alla sua visione del mondo. Questo è ovvio. Silvio Pellico voleva scrivere un romanzo edificante sulla sopportazione cristiana dei mali della vita, non un manuale dell’irredentismo antiaustriaco.
    E’ altrettanto ovvio che la pedagogia è uno strumento che non può prescindere dalla messa a punto preliminare di un sistema, politico e ideologico. La pedagogia è al servizio di un’idea dell’uomo non astratta ma politicamente concreta. Quindi le discussioni sul problema pedagogico tendono all’infinito, e soprattutto tendono a risalire, a ridefinire qualcosa di cui la pedagogia fa parte come, diciamo, “braccio operativo”. E fin qui ci siamo.
    Sai qual è il problema vero? Che mentre noi stiamo qua a discutere (e non possiamo non farlo! Che facciamo invece di discutere, il colpo di stato? Te lo immagini? Sui modelli educativi ci mettiamo d’accordo prima o dopo avere fatto la marcia su Roma, o la secessione, insomma aver preso il potere con la forza e il sangue?), la pessima “pedagogia dispersa” o “pedagogia diffusa” dei media agisce.
    Il rapporto pedagogico per cui da una fonte autorevole (o autoritaria) passano a un ricettore dei contenuti, delle forme, dei modelli, scatta sempre e comunque, anche quando non lo si chiama con quel nome.
    Posso fare un esempio divertente, tanto per non tirare in ballo il solito Berlusconi?
    Il problema della pedagogia si esprime nella forma più pura e più comicamente disastrosa nell’educazione sessuale. Intanto che il papà e la mamma consapevoli e maturi si informano, leggono, parlano con lo psicologo, discutono fra loro su quando dire certe cose al figlio, come dirgliele, che modello di sessualità proporgli, come affrontare per esempio il concetto di omosessualità, ecc., lui (o lei, ma su questo sono meno competente) si è già intrippato la testa con le cazzate che gli raccontano i compagni, con i fumetti porno, con quello che trova in TV o magari in rete, ecc. Una pedagogia sessuale diffusa, dispersa, disordinata, ha già fatto i suoi danni. Come minimo il piccolo viene su con il cervello farcito di nozioni sballate, e questo è il danno minore: l’esperienza gliele rettificherà (un mio amico era convinto che la “prima volta” fosse più dolorosa per il maschio che per la femmina, perché al maschio “si rompe il filetto”; fa ridere, ma il mio amico rimandò la mitica prima volta di almeno un paio di anni, perché questa faccenda del filetto – frenulo – che salta con schizzi di sangue e un dolore bestiale lo terrorizzava! Pare che sia una credenza piuttosto diffusa). (Una volta si è rotto anche a me, ma non era la “prima”.)
    Ma spesso capita molto peggio, e la sessualità del nostro assume distorsioni patologiche che avranno conseguenze incalcolabili.
    Come quando una vite entra storta e rovina la filettatura, tanto per usare una metafora ad hoc.

  33. franz krauspenhaar il 22 ottobre 2003 alle 20:29

    Per tornare ai ricordi della tivu pedagogica evocati da Raul qualche intervento fa: mi ricordo bene Il sospetto, tant’è che anni dopo, quando lessi il romanzo, m’immaginai l’ispettore con la faccia di Stoppa, il nazista Emmenberger con la faccia di Celi, persino il medico personale di Baerlach, Hungertobel, con la faccia di Ferruccio De Ceresa. Forse non è un caso che Duerrenmatt è diventato, e lo è tuttora, uno dei miei scrittori preferiti. Ci torno sopra, di tanto in tanto, come in una serie di libri di testo. E come arrivai a leggere anche le opere narrative di Beckett? Grazie a L’ultimo nastro di Krapp trasmesso dalla tv, con Celi e Renato Rascel. E arrivai a Pinter tramite la visione de IL guardiano interpretato da Renato Rascel. Comprai subito il testo, ci trovai anche un racconto molto bello, uno dei migliori che abbia mai letto; il tè. La versione di Jekyll & Hyde di Albertazzi è di qualche anno prima, forse del 69: ricordo che mi fece paura come, o quasi, la visione di Belfagor il Fantasma del Louvre. (Da qualche parte, per inciso, ho letto una dichiarazione di Albertazzi, che diceva che Kubrick -che era onnisciente- aveva visto quell’adattamento e gli aveva fatto i complimenti…) Comunque,quelle erano delle belle occasioni, seppure in b/n. Tutto qui. Per dirla con una battuta: siamo passati dai Fratelli Karamazov (Pani, Orsini, Randone ecc.)ai Gemelli Diversi.

  34. franz krauspenhaar il 22 ottobre 2003 alle 20:33

    Il guardiano lo interpretò Peppino de Filippo, sorry.

  35. Claudio il 22 ottobre 2003 alle 23:03

    Scusatemi, la lancio lì: e Ghezzi non fa televisione pedagocica pseudobernabeiana?

  36. Raul Montanari il 23 ottobre 2003 alle 00:02

    Non so, Claudio. Intanto quello che fa Ghezzi mi sembra più sul versante della critica ri-creativa (chiamiamola così) che della pedagogia; insomma, di solito non si capisce un cazzo di quello che dice. In secondo luogo, ma forse invece è il primo, a parte l’eredità di Blob quello che Ghezzi fa lo fa dopo mezzanotte. Questo fa molta differenza. Fa tutta la differenza.
    Non sei d’accordo?
    Sul mitico Il Sospetto targato RAI vorrei spendere un ulteriore sospiro e una lacrima per l’ebreo Gulliver, il deus ex machina della tragedia, interpretato in modo indimenticabile dal grande Carotenuto.
    Adesso basta, ok.



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