Mercato immobiliare di Milano nel 2003

18 ottobre 2003
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

Per chi come me ha dovuto crearsi un minimo di competenza (dettata da necessità e non da piacere o speranze di guadagno) sul mercato immobiliare di questi anni a Milano, è del tutto ovvio che uno degli indicatori di valore di un appartamento sia la presenza o meno nel condominio di quegli stranieri variopinti che in maniera non meno variopinta sono chiamati extracomunitari. La presenza di questi vicini svaluta l’appartamento in misura non vistosa, sicuramente è più oneroso non avere l’ascensore o l’impianto elettrico a norma, ma anche questa è ormai una voce stabile nella determinazione del prezzo di una casa.

Non si tratta di razzismo da parte delle agenzie immobiliari che subiscono a loro volta un danno, seppur minimo, dal deprezzamento di questi appartamenti, molti dei quali situati in zone, come si dice, per altri versi interessanti; tutt’al più le si può accusare di non usare il loro peso di condizionamento del mercato per contribuire a estirpare questa attitudine xenofoba, anche se per il senso comune nel 2003 affermare che i soggetti operanti sul mercato dovrebbero prendere responsabilità delle ricadute sociali della loro azione equivale a una professione di fede nello stalinismo ( questo naturalmente se le ricadute non riguardano bambini o giovani donne avvenenti). Io comunque mi guardo bene dall’accusare le agenzie immobiliari di alcunché, perché se abito in una zona della città comoda e in una casa abbastanza gradevole, nonostante le mie sostanze mi rendessero più adatto a una zona periferica, lo devo in parte a questo pregiudizio diffuso e ovviamente alla mia estraneità ad esso. Infatti nella mia casa gli altri condomini italiani, specialmente i più anziani per età e residenza, mi hanno spesso espresso il desiderio, realizzabile o irrealizzabile, di trasferirsi quanto prima da questa casa, proprio quando io assicuravo loro di trovarmi bene: c’è da dire che quando io sono arrivato gli stranieri variopinti c’erano già, mentre costoro si sono trovati, dal loro punto di vista, presi in mezzo. Comunque, se sommiamo a questo desiderio dei condomini italiani quello di molti stranieri di ritornare prima o poi nella madrepatria, posso ragionevolmente affermare di essere uno dei pochi che non desidera andarsene. Anche in questo caso non è solo il razzismo, perlomeno il razzismo nel senso classico di ostilità pregiudiziale a persone diverse per nazionalità razza e cultura, a ispirare questi comportamenti, ma è il peso di dover convivere con chi porta in maniera indelebile, tanto indelebile da colorargli la pelle, i segni della povertà e dell’insuccesso che come lebbra si attaccano al resto della casa: homo sine pecunia imago mortis, così la pensano i miei condomini e il mercato immobiliare di Milano nel 2003. Naturalmente c’è sempre chi cerca di fare il furbo, come quella signora che l’anno scorso, indecisa se comprare casa nel mio condominio, mi fermò sulla porta chiedendomi come erano lì gli extracomunitari, se erano buoni o cattivi. Se avessi voluto aiutare la signora, avrei dovuto risponderle con le parole che, dicono, il generale Custer riservasse agli indiani “Gli unici buoni sono quelli morti” o, per essere meno drammatici, avrei dovuto ricordarle che in termini di investimento lo statuto morale dei miei coinquilini è del tutto irrilevante perché ciò che conta è la loro presenza che certifica il livello della casa: gli extracomunitari sono una sorta di coefficiente catastale ambulante e dunque il suo puerile tentativo di salvare il proprio potere d’acquisto andando a vivere in una casa con ‘extracomunitari buoni’ era destinato a essere frustrato dalla collettiva intelligenza che regge il mercato immobiliare di Milano nel 2003.
Se qualcuno volesse cercare di fare qualcosa per lottare contro questo pregiudizio immobiliare, un’occasione potrebbe essere l’assemblea di condominio che si tiene ogni anno. Infatti spesso in queste assemblee i condomini italiani protestano o propongono misure, tanto draconiane quanto cervellotiche e infine ridicole, atte a parer loro a contenere la marea degli stranieri e i danni che ne derivano alla casa. In un’assemblea si può prendere la parola e criticare questo stato di cose avvilente ed offensivo della dignità umana. Per esempio se io prendessi la parola nell’assemblea del mio condominio, potrei fare tre tipi di discorso: uno utilitaristico ricordando il contributo dei lavoratori stranieri e i vantaggi nel trattarli in modo corretto e pertanto la necessità per loro di avere una casa, in effetti se tutti comprendessero ciò, il mercato immobiliare cambierebbe e la presenza di stranieri cesserebbe di essere un indicatore del valore degli appartamenti; un secondo, di tipo politico, in cui ricostruirei il ruolo del mercato e delle agenzie, i prezzi assolutamente folli delle case a Milano, per cui dinamiche speculative, tra le quali rientra l’ossessione per il grado di rispettabilità di una casa, stravolgono le risposte a un bisogno a un bisogno elementare come quello dell’abitazione, e infine inviterei i miei condomini a riprendersi la città, come si diceva una volta; infine una terzo discorso a livello culturale potrebbe partire dall’invito a tenere aperto uno spazio di discussione e risoluzione dei problemi senza mai venir meno al rispetto per l’altro e perciò dell’importanza di superare le difficoltà con un dialogo che tenga conto della dignità di ogni interlocutore. Naturalmente questi tre tipi di discorso hanno dei punti deboli: nel primo perché si accetta il dato di fatto che avere in casa degli extracomunitari è un danno, e un qualsiasi condomino a questo punto potrebbe rammentare che il suo problema non è il futuro, ma il fatto che lui ora ha un danno a un suo bene; nel secondo caso, perché nessuno ha voglia di rischiare quel poco che si ha oggi in nome di un domani fumoso e rischioso (sia l’eventuale domani, sia l’eventuale oggi per arrivarci); infine il terzo discorso verrebbe facilmente contrastato con un riferimento al fatto che ognuno ha i principi che vuole, soprattutto quando si tratta di difendere i propri interessi. Più in generale i tre tipi di discorso, pur nella loro diversità, hanno un presupposto implicito comune nel postulare l’esistenza di una comunità (il condominio in questo caso) e il relativo spazio di discorso, mentre le tre obiezioni sono state formulate dal punto di vista di chi non si sente parte di una comunità, come i miei condomini che, come ho detto, non vedono l’ora di andarsene dalla casa ( e poco importa che questa evenienza sia difficilmente realizzabile, conta ciò che essi sentono a questo proposito). Stando così le cose, nel prendere la parola in quell’assemblea di condominio rischio di fare del volontarismo, per usare il termine che un lettore impiegava in un commento assai pertinente a un mio precedente intervento su problemi non dissimili, e tuttavia faccio bene a prenderla lo stesso non solo perché l’alternativa è il silenzio, ma perché forse il mio intervento potrà creare in qualcuno un barlume di senso di comunità. Non è detto infatti che tutti possano continuare a immaginarsi di scappare domani dalla casa:l’ideologia e lo spettacolo possono cancellare la percezione di una realtà evidente solo fino a quando non incappano in contraddizioni materiali, fino a quando il solipsismo dell’ideologia non è disturbato dall’irruzione di un dato non omologabile, di un colpo non rimediabile. E’ anche possibile che di fronte a questa crisi le risposte non vadano nella direzione auspicata da me e piuttosto inaspriscano ciò che oggi è già così aspro, ma, come si sarebbe detto una volta un po’ pomposamente, è compito storico di chi parla in assenza di comunità prefigurare un’idea di comunità nelle parole del suo discorso.
Naturalmente nell’immediato il mercato immobiliare di Milano continua a essere cosi com’è e la signora che chiedeva informazioni non ha preso la casa e la mia vicina di ballatoio, nonostante sia ormai positivamente convinta che i peruviani di fianco a noi siano delle brave persone, desidera scappare quanto prima da questa casa.

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