Il Vietnam nei corpi

22 ottobre 2003
Pubblicato da

di Michele Rossi

vietnam1.jpgIl Vietnam è acqua. Ovunque ti giri esce fuori nella sua lotta di conquista con la terra. Il Vietnam è acqua delle risaie verdi che sconfinate ti confondono la vista, le risaie che costringono le donne e gli uomini sotto i cappelli a cono a piegarsi, a piantare a mano, chicco per chicco, e a mano cogliere, chicco per chicco. Il Vietnam è acqua, a sud, nel delta, dove sull’acqua vivono, a riva, su barche o su case galleggianti. Ci sono mercati che si svolgono interamente sull’acqua: senza scendere i mercanti appendono in cima a dei pali la mercanzia, e da una barca all’altra si compra, si contratta, mentre acqua dal cielo scende, e quella del fiume, enorme, sconfinato, tre chilometri da riva a riva che a volte non vedi la fine, e l’acqua del fiume, dicevo, è marrone, densa, una crema. Nel fiume passano navi, nel fiume le donne lavano i vestiti, i bambini fanno il bagno, nel fiume si allevano pesci, nel fiume scaricano le fabbriche e si abbeverano animali. Le multinazionali vendono nuovissimi detersivi che a differenza dei saponi animali non si disperdono nell’acqua e le schiume rimangono a galla, vicine ai bambini che giocano, alle ragazze che lavano le stoviglie. I detersivi entrano direttamente nei corpi.

Arriviamo ad Hanoi un po’ storditi, il viaggio è lungo, e la distanza in qualche modo pesa. Troppa velocità, negli spostamenti forse, fa perdere il senso dello spostamento. Veniamo accolti da grandi saloni di marmo scuro e giovani ufficiali silenziosi e seri. Si rivolgono ai turisti in un misto di deferenza e diffidenza, parlando rigorosamente vietnamita.

La strada dall’aeroporto a Hanoi città è disseminata di risaie e di cimiteri, di grandi capannoni industriali protetti da speciali fortificazioni e improvvisi palazzi sorti in mezzo al nulla. Quasi tutti per strada portano una mascherina davanti alla bocca. Pensiamo a qualche difesa preventiva dalla Sars, invece è per l’inquinamento, ci dicono ridendo due studentesse. “Sars comes from America against China, not against Vietnam. Vietnam friend.” Semplice difesa dei corpi.

Avevamo indicato al tassista un albergo e quando scendiamo l’uomo che ci accoglie ci mostra il biglietto da visita dell’albergo che volevamo. Ma chiaramente non era quello. Decidiamo di cambiare quando troviamo un amico del receptionist che cercava una birra nel frigo, in camera nostra.

Le strade del quartiere vecchio di Hanoi sono minute e affollate, molti alberi, molte persone, molte cose in veloce movimento, tanto da confondere la vista e i passi. In epoca feudale i commercianti pagavano le tasse in base ai metri di strada che occupavano, e ancora oggi gli edifici sono molto stretti e alti normalmente un paio di piani. Gli esercizi commerciali si susseguono fittamente fra di loro, vendendo pressoché le stesse cose per intere strade o isolati. La strada delle scarpe, la strada degli zaini (qui ogni turista compra almeno uno zaino Nord-face che dura in media una settimana, da qui soprannominato Nord-fake), quella dei ristoranti per turisti, quella di ristoranti di cane.
Se le strade sono affollate i marciapiedi sono uno spazio sociale.

Esco dalla nuova camera d’albergo senza finestre e mentre aspetto Sivan osservo la macellaia che, a terra, taglia la carne con un grande coltello di ferro pesante. Taglia la carne di maiale, strappa la lingua con maestria e la mette in mostra insieme alle altre, taglia le orecchie, separa la testa dal busto, incide la pelle che sfila come un abito la sera, in pochi minuti scompone il corpo di un giovane maiale davanti ai miei occhi. Se la carne cade viene lavata nella pozza d’acqua nell’asfalto. La macellaia è seria, lo sguardo basso, concentrato, diretto al centro della sua azione. Sono affascinato dalla separazione di quel corpo. Dallo smembramento tassonomico. Vedo il corpo. Acquisto il pezzo di corpo che mi faccio tritare sul tagliere ricavato da una fetta d’albero. In Italia non si vedono i corpi delle bestie che mangiamo. Sono avvolte in un cellophane di pudore e di oblio. Il corpo è vivo e non possiamo mangiare cose vive. Noi mangiamo solo cose inanimate. Ne usciamo puliti.

vietnam6.jpgPiove. Acqua dal cielo. Immensamente, acqua. Che entra ovunque, annulla la funzione delle scarpe, delle mantelline di plastica, annulla ogni volontà contro di essa. Pochi istanti prima dell’inizio della pioggia i vietnamiti sono già riparati sotto i tendoni dei ristorantini, dei distributori, dei mercati. Nessuno protesta. L’acqua accade, e prima o poi si stuferà e passerà. I corpi si avvicinano l’un l’altro senza ingombrare senza infastidirsi.
Nessuno è grasso.

Delle ragazzine prendono dei granchi con le chele legate, dei granchi che sembrano immobili, che sembrano guardarti con i loro occhi neri e miopi, prendono questi granchi e li posano a terra, e a terra li colpiscono sulle calotte con un martello o una grande pietra. Li colpiscono e li sfondano, ne aprono la corazza invulnerabile e ne tirano fuori la carne con le dita. L’odore è forte. Le corazze frantumate dei granchi morti vengono gettate sulla strada, vicino alla fogna dove girano speranzosi scarafaggi grandi come noci.

Il mausoleo di Ho Chi Minh è una cosa seria, lo si intuisce subito. Questo parco immenso al centro della città riparato da possenti mura fortificate. Sotto una pioggia battente ci mettiamo in fila per entrare dietro una marea di intere famiglie vestite a festa. Il video sulla vita dello Zio Ho che ci obbligano a vedere è meraviglioso ed esco canticchiando marce militari. Le grandi strade sovietiche che separano i grandi edifici sovietici che costituiscono il complesso infondono uno strano senso di pace. Di ordine. Di ampiezza. Di regole. Il mausoleo è un cubo di marmo nero nel cui cuore giace, in un cubo di cristallo, il cadavere imbalsamato del padre della patria. Quattro giovani militi dalla bianca divisa lo vegliano giorno e notte. Dietro di loro veglia una parete di marmo rosso sangue. Sul marmo vegliano, d’oro, una falce e un martello, appesi in alto, a sovrastare tutto.

Sul marciapiede mi siedo alla sedia del barbiere che cambia la lama e dice “NO SIDA!”. Ho la barba lunga e lui mi rade a secco, inumidendo di tanto in tanto la lama su una spugna. Soffriamo enormemente in due. Lo vedo avvicinarsi a me, serio, con questa lama sulla mia pelle, a grattare via la barba ispida a cui non è abituato. Dalle risate passa al silenzio. Lo vedo torturare soldati nella giungla. Hollywood ending. Si fa pagare per almeno dieci rasature. In albergo mi taglio i mustacchi che, vendicativo, mi ha lasciato.

Prendiamo l’espresso della riunificazione per Ninh Binh. Centoventi chilometri, quattro ore, venti scarafaggi che, discreti, non ci hanno mai sfiorato.

Ninh Binh è una piccola città in via d’espansione. Un cementificio impesta l’aria in periferia. Enormi ripetitori telefonici irradiano la città ad altezza uomo. Come a Milano. La pensione da cinque dollari al giorno è pulita e ben tenuta. Affittiamo uno scooter, mi infilo l’elmetto vietcong appena comprato e ci gettiamo per strada.

Suona sempre, vai al massimo, capisci subito e bene la regola del più forte e non ti succederà nulla. Quasi una lezione di vita.
Negli ultimi cinque anni sono pressoché sparite le biciclette, in Vietnam, soppiantate da milioni di scooter resistentissimi fabbricati per lo più in Cina. Per strada, poi, fanno decalcomanie Honda per meno di un dollaro. Ogni famiglia ne ha uno. Sullo scooter ci sta il mondo.

Le pagode che cerchiamo sono a una ventina di chilometri. Sulla strada camion, auto, scooter, qualche bicicletta, bambini, animali, buche profondissime.
Appena vedo il cartello che indica il sito archeologico mi accorgo, al limitare dello sguardo, di un uomo che mi indica di curvare, e io senza frenare entro nel cortile. Si fanno capire bene. Bisogna pagare il biglietto. Giusto. Mentre sposto lo scooter ci raggiunge un ragazzo che avevo notato, in velocità. Il volto è una massa spugnosa di granuli di carne che si espandono senza regole sui suoi lineamenti sfondati. Voglio distogliere lo sguardo, ma devo vedere. Un’esplosione di carne viva, quasi un fiore, quasi germogli, questi pistilli di pelle cuciti sul volto di cartapesta del giovane attore che ci spiava con occhi stanchi da lì dietro, da lì sotto.
La zona era stata bombardata dai B-52.
L’america nei corpi.

Continuiamo ancora con lo scooter, passiamo in piccoli villaggi senza strade, salutiamo ragazzini e bambine bellissime, continuiamo ancora nelle risaie su questa largo sentiero solcato nell’erba.vietnam4.jpg
Dalle risaie si alzano colline di roccia su cui riescono a crescere alberi smeraldo, sotto un cielo grigio che incombe senza spaventare, lungo questa strada che ci porta verso altra acqua, verso case solitarie, uomini che puliscono le reti da pesca, gesti quotidiani immersi in un silenzio irreale. Poi sento gridare un bambino, con un urlo roco coperto dal rumore di un motorino in arrivo. Mi volto e riesco a vedere questi piccoli maiali legati fra di loro sul portapacchi. Gridando.
Il cielo si fa nero. E poi bum. Un boato. Non ho altre parole. Bum. Sembra uno sparo, ma enorme, troppo grande. E poi un altro, in lontananza, sulla destra, verso i giovani maiali in corsa verso il macello (la pelle che si muove rosa sotto le corde). Bum. Andiamo a vedere. Dopo la curva c’è una montagna a fette. La stanno tagliando con la dinamite, poi ne ricavano ghiaia a mano. Gli operai vestono tute blu scuro.

La sera, al mercato, cercando un posto dove mangiare conosciamo mister Cho. I suoi occhi sono eloquenti mentre osserva la giovane moglie servirmi la zuppa di tofu. Io ringrazio e mi getto sulla ciotola fumante. Già, dice nel suo ottimo inglese, il Vietnam non passa un bel periodo, ma ce la farà. È un paese forte, il Vietnam. Io lo guardo e vorrei dire qualcosa di sensato ma il tofu, o chissà cosa, me lo impedisce. Mister Cho ha combattuto per dieci anni nelle file dell’esercito nordvietnamita la guerra che qui continuano a chiamare the american invasion. Mangio la zuppa di tofu dalle mani di un uomo che conosce la guerra. Da mani che hanno ucciso. E i suoi occhi pieni di pudore mi osservano con malcelata attenzione. Mi sento in casa sua. Lo sono. Pago la mia cena cinquemila dong, circa quaranta centesimi di euro. Lui lavora dalle cinque del mattino alle otto della sera. Il Vietnam è un paese forte.

Bandiere americane se ne vedono ovunque. Sulle maglie, stampate sui sedili delle auto, sui cartelli dei cantieri edili, sulle taniche, sulle scatole del concime e delle sementi “stronger” che fanno il contadino “richer” (lo spot è in vietnamita con attori vietnamiti, ma lo slogan in inglese), sulle mura fortificate delle ambasciate. “L’America non è mai andata via dal Vietnam”, dice mister Cho.

Piove nel parco nazionale degli alberi millenari. Il verde sembra colare all’alto, nell’acqua. L’aria non è più aria ma acqua. La foresta ha il sopravvento. Nella grotta dell’uomo preistorico provo un brivido di riconoscimento della specie. Tocco la roccia nella speranza di comunicare con l’antenato. Con fare romantico abbraccio l’albero millenario, dal tronco grande da ospitare una casa. L’albero, con fare romantico, risponde. O così almeno credo.

Prendiamo l’autobus per continuare verso sud. Il grande Hyundai bianco corre veloce lungo la strada dissestata. Vedo avvicinarsi sulla sinistra un’auto bianca e verde della polizia. I poliziotti guardano verso l’autista. L’autista parla con un suo amico. Così vedo il poliziotto sporgersi fin quasi sedersi sul finestrino aperto, tirare fuori dall’abitacolo un enorme manganello di legno e con quello colpire fortissimo il nostro autobus. L’autista si accorge del fatto, e finalmente il suo sguardo si incontra con quello del poliziotto che gli fa cenno di rallentare, prima di infilarsi di nuovo nella macchina. L’autista fa cenno con la mano, si lascia superare, e poi accelera.

DMZ Zona demilitarizzata. Confine sancito in un ufficio a Ginevra divenuto il campo di battaglia principale. Anche oggi una media di cinque persone al mese muore o rimane mutilata sui campi minati. Spesso sono contadini impoveriti che cercano ancora dei rottami da vendere a quasi niente. La guida che ci porta in questa terra di nessuno, in cui anche se non vuoi sentirti un turista della morte non puoi farne a meno, colline interamente coperte di foreste ridotte a terra bruciata, risaie inutilizzabili, uomini in bicicletta con la faccia sciolta dai defoglianti, musei che ti raccontano le clamorose gesta dei sudvietnamiti, popolazioni di etnia non vietnamita ridotte a zoo all’aria aperta per i turisti che passano. Questo è quello che resta.

Con tutta la gente, ovunque, che lavora, che sospinge biciclette cariche di mattoni, di maiali legati, di tronchi di bambù, rivenditori di scooter e ristorantini di cham cho (zuppa di noodles e vacca) in ogni dove. Ma l’aria è strana qui, le varie coppie che costituiscono il gruppo dell’autobus non legano, quasi ci infastidiamo l’un l’altro. Io faccio una scenata a un americano che getta la bottiglia di plastica davanti all’ingresso del tunnel dove trecento, fra civili e militari, si sono nascosti per quattro anni sotto terra. C’è gente che ride, due giapponesi (che, mi verrebbe da dire, avrebbero poco da ridere in quanto a distruzioni subite) scattano foto e sghignazzano.

La terra è rossa, la vegetazione cresce rigogliosa, ovunque. Il tunnel è alto poco più di un metro e mezzo, largo circa uno e si estende per un paio di chilometri scendendo a circa venticinque metri di profondità. Scavato con pale e mani.

Ogni famiglia aveva una camera ricavata da un buco nel muro di un paio di metri quadrati.

C’era una sala operatoria dove nacquero 17 bambini. Le portaerei americane distrussero tutta la costa sperando di distruggere il tunnel (inizialmente era civile ma poi venne monopolizzato dai vietcong e vietminh. Ancora più sotto ci sono anche delle sale che fungevano da bunker, perché l’esercito americano sperimentava nuove armi, tra cui la binladeniana bomba perforante, che qui non esplose ma solo perforò.

vietnam2.jpgIl cratere venne utilizzato come pozzo. C’era anche una meeting room. I bambini andavano a scuola, ci dicono. All’interno nelle zone clou ci sono delle statue di plastica a raffigurare gli abitanti del tunnel. Il buio e il senso di oppressione vanno controllati per non farsi prendere dal panico. Appena uscito vedo il mare, bellissimo che bagna la costa a pochi metri dall’ingresso. Mi raggiunge un uomo dall’età indefinita, mi saluta eccitato, mi fa capire che è sordomuto, poi fa il numero sei con la mano e indica il sotterraneo dove ci mima qualcuno che dorme. Perde bava dalla bocca e ha occhi curiosi. Dalla fine della guerra non è mai andato via da lì. Una guida lo chiama e gli dice di controllare se qualcuno è rimasto indietro. Vedo i suoi occhi farsi neri acuti, guardando dietro di noi. Rimango senza parole, davanti a quegli occhi da vedetta.

Mi giro a vedere anch’io, ma lui è già scappato. Se ne torna con tre francesi, rimasti indietro.

vietnam5.jpgSaigon sembra Londra. Dormiamo due notti in una bettola e l’ultima notte all’hotel Continental dove Greene ambientò il suo Quiet American. Un Overlook in sapore d’Indocina. L’antica capitale è stata una base militare praticamente per 12 anni. E ancora gran parte degli edifici costruiti dagli americani che sono rimasti in piedi mantengono una stessa identità blindata. Sono quasi tutti gialli, mura altissime, filo spinato, strade a reticolo. Si sente l’aria da grande città, si sente il respiro di una comunità aperta, volente o nolente. C’è una enorme Chinatown (Cholon) come in ogni città che si rispetti (forse non in tutte si possono comprare in erboristeria placenta umana, sciroppo di serpente, pastiglie di alligatore, testicoli di tigre). A venti metri dall’hotel ci viene incontro un cyclodriver che ci mostra la Lonely Planet, ostenta delle lettere (plastificate) di clienti inglesi e italiani che si complimentano con lui (questa è una pratica molto diffusa tra coloro che trattano spesso con occidentali). Ly è simpatico, affabile, ci guarda con occhi di lucidi, e ci convince a montare con lui. Mentre giriamo per le strade del centro ci racconta la sua storia. È stato un soldato sudvietnamita.

”Ma come erano gli americani con voi?”, chiedo. “Buoni, Buoni, solo che” dice, “se dovevamo partire di corsa da una zona attaccata si montava tutti nello stesso elicottero, poi, se c’era qualcuno di troppo, loro buttavano giù i vietnamiti.”

Poi mi mostra le mani, i segni delle catene che gli hanno messo i “communist” per dieci anni. Lui odia i communist, dice che erano meglio gli americani. A Saigon quasi tutti i guidatori di cyclo sono soldati sudvietnamiti a cui sono stati tolti i diritti di cittadinanza e residenza. Quindi non possono avere una casa, un lavoro, una moglie. Vivono giorno e notte sul loro cyclo. Le sue mani hanno profonde cicatrici. Mi spinge in bici un uomo che ha ucciso e combattuto. Parlo per la seconda volta con un uomo che ha ucciso. Quando scendiamo gli do più di quanto avevamo pattuito. Lui ci chiede una sigaretta. Gli porgo una Bastos al mentolo. vietnam3.jpg

Continuiamo a camminare quando un calzolaio che lavorava lì per terra anche lui, vista la scena, ci chiede una sigaretta. Gliel’allungo e entriamo nel mercato di Saigon.

Qui le vittime della guerra si vedono per strada. Quelli rimasti interi guidano i risciò, quelli senza gambe cercano di vendere i biglietti della lotteria, quelli sciolti dal napalm quando ti vedono si alzano la maglia e ti chiedono qualcosa. I vecchi spacciano chewing gum a prezzi maggiorati.

L’america nei corpi. L’america nei corpi. L’america qui è passata. C’è stata. Lo vedi nei corpi. Qui la democrazia c’è stata, per tredici anni, senza dichiarare guerra, uccidendo quattro milioni di uomini donne bambini, massacrando e defogliando. I vietnamiti hanno cacciato gli americani con coltelli, poche armi, con fatiche indicibili. I vietnamiti hanno cacciato gli americani con i loro corpi. L’unica cosa che avevano erano i loro corpi. I corpi che ancora vedi deformi per strada, figli dell’agente Orange, i corpi martirizzati, i corpi sopravvissuti.

L’america nei corpi. Non riesco a non pensare a questa frase, da qui. L’america nei corpi bisognerebbe vederla. L’america nei corpi bisognerebbe sentirla, rozza e primordiale, senza pietà. Poi nel museo delle atrocità americane e francesi ci sono foto di soldati americani nelle trincee, stremati, straziati, e non sai cosa pensare, poi vedi soldati americani che tagliano teste, che torturano, che sparano a bambini davanti all’obiettivo e non sai che pensare, vedi le foto dei figli dell’agente Orange che ancora nascono deformi, con la pelle d’orso, gli scheletri arrotolati, due teste, senza mani o con piedi a uncino, e allora non sai che pensare. E vedi fuori turisti sconvolti da quella vista sedersi pensierosi a bersi una Coca Cola che ha vinto l’appalto per i beverage al museo e non sai che pensare, vedi i turisti che si fanno le foto davanti ai carri armati e no, non sai che pensare. Che il passato non serve a un cazzo, questo sì, lo pensi.

All’aeroporto di Saigon sul bancone che vende frutta per il viaggio, dolci e liquori al serpente e tartaruga vedo dei sacchetti di plastica trasparente con dentro delle strisce color patatina, un po’ più chiare, spugnosette. “With taurine” c’è scritto. Come il RedBull. Incuriosito cerco meglio con lo sguardo e leggo che sono delle deliziose fette di cazzo disidratate e spicy.

Fette di cazzo in busta. Eccitatissimo corro da Sivan gridando come una verginella. Lei mi legge un sms appena arrivato sul suo cellulare: “Berlusconi dice che Mussolini mandava gli italiani in vacanza all’estero. Fini ha l’esaurimento nervoso. Qui è una tragedia, e lì?”.

“Fette di cazzo”, riesco a dire, e ci guardiamo seri. Ma lei è israeliana, e si spaventa per ben altre cose.

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