Infantosauri

12 novembre 2003
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

Imitazione e variazione

Dopo aver letto Svevo e Gombrowicz, ecco la mia concezione definitiva e paradossale dell’uomo: l’inesperienza ontologica lo conduce continuamente a rivoltarsi; ma tale rivolta dell’uomo contro la sua stessa immaturità passa necessariamente attraverso la tecnica, cioè attraverso la creazione di strumenti in grado di liberare l’uomo dal peso dell’esperienza: cosa che lo rende sempre più leggero, giovane, immaturo. Cosa che, inoltre, fa sì che lo sprofondamento dell’uomo nella giovinezza sia direttamente proporzionale al suo progresso tecnologico.

Tale concezione, tratta dai romanzi degli autori della Coscienza di Zeno e Ferdydurke, è un’imitazione, ovvero una scoperta del passato in cui credo, e ci credo perché la vedo all’opera nel presente. Questo mi fa pensare che la scoperta in questione sia lì, in quanto possibilità dell’uomo, da sempre, e che proprio a causa di ciò io posso scoprirla nuovamente: è a partire da questo duplice credo che mi sarà forse possibile crearne una variazione.
Ora, ogni possibilità di imitazione e di variazione si fonda su un altro credo, che è poi una forma di gratitudine: che tra coloro che mi hanno preceduto ci sia qualcuno in grado di farmi scoprire dei vocaboli sconosciuti dell’esistenza o almeno di trasmettermi alcuni insegnamenti.
Cosa, quest’ultima, diventata ormai obsoleta: oggi il sapere e l’arte non sono più trasmessi dagli adulti ai giovani: sono i giovani che insegnano agli adulti ciò che è bene e ciò che è male, ciò che bisogna loro trasmettere e insegnare e ciò che bisogna loro proibire o far dimenticare. Agli adulti non resta che imitarli. Ed essi lo fanno con un desiderio e un piacere mai conosciuti prima nel corso della Storia. La querelle romantica tra Antichi e Moderni è morta e sepolta. Ma anche la rivolta modernista del XX secolo non ha più senso: nella misura in cui i nonni e i padri combattono a fianco dei figli e dei nipoti, nessuno ha più voglia di rivoltarsi né contro il passato né contro il presente.

Infantosauri

Questo fatto, il fatto che tutti vogliono essere giovani, pone a psicologi, sociologi, pubblicitari e esperti di marketing grandi difficoltà nello stabilire una frontiera tra età adulta e vecchiaia. Il problema è diventato tema di numerosi dibattiti, o meglio, di numerosi e allegri incontri nei quali una massa amorfa e sorridente, che non sa più quale è la sua vera età, cerca di scoprire attraverso un qualsiasi strumento offertole dalla tecnica la possibilità di non sprofondare nella maturità. Ultimamente sono soprattutto coloro che hanno superato la sessantina che vengono osservati da più vicino. D’altro canto, quel fenomeno che va sotto il nome di “partito dei sempre-attivi” – uomini e donne tra i sessanta e i settantacinque anni che non si sentono mai stanchi e che praticano ogni sorta di performance (sports estremi, cure del corpo, turismo sessuale, investimenti in Borsa, bio-alimentazioni afrodisiache) – è ormai molto diffuso. In Inghilterra hanno battezzato questo gruppo the grey power; negli Stati Uniti, in California, essi abitano Leisure World, la prima città proibita ai minori di cinquantacinque anni; le coste del sud dell’Europa (Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Grecia) si stanno trasformando in un immenso villaggio balneare popolato da un’allegra mafia di pensionati all’accanita ricerca di quella che va sotto il nome di “serenità attiva”.
Ho letto qualche tempo fa che proprio qui in Italia si è svolto il primo meeting della “Grande Età”. Migliaia e migliaia di over-sessanta si sono dati appuntamento in una bella città rinascimentale al fine di testimoniare, per mezzo delle loro scarpe da ginnastica, dei loro zainetti e delle loro dentiere lavabili, tutta la loro giovinezza. Un sociologo ha immediatamente coniato una nuova categoria: quella di “post-adulti”. Queste brave persone che hanno vissuto il ’68, le grandi riforme sociali degli anni Settanta, il femminismo, i referendum per il diritto al divorzio e all’aborto, i profondi rivolgimenti politici degli anni Ottanta, e la fine del comunismo non hanno niente da trasmettere ai giovani italiani salvo il loro desiderio di essere come loro; a questi giovani che non hanno vissuto niente, e che proprio per questa ragione possono loro offrire dei modelli “senza frontiere”, “aperti”, “post-storici”. Come i loro nipoti, questa folla di giovani vegliardi immortali vogliono abbattere tutte le frontiere, non solo economiche, politiche e biologiche, ma anche esistenziali.
Di qui a qualche tempo, tutti noi, dai diciotto ai settantacinque anni, avremo la stessa età, la “Grande Età della Giovinezza” e finalmente il mondo nuovo, The New World of Leisure, il mondo che ha scelto di liberarsi di ogni esperienza del passato sarà popolato unicamente da infantosauri, una specie che non sarà mai adulta fino al giorno della sua estinzione.
Forse solo chi arriverà a superare la soglia degli ottant’anni avrà diritto di riposare, di riflettere, di sopravvivere. Ma non è sicuro: già vedo all’orizzonte una folla di vecchi boys-scout con i loro zainetti, le loro scarpe da ginnastica, le loro dentiere biancheggianti avanzare di corsa all’alba e riempirci, grazie alla loro viagresca energia, la giornata di serene attività senza frontiere: affinché non si possa perdere neppure una sola goccia dei nostri ultimi istanti di tempo libero.

Il romanzo e la Grande Età dell’Oblio

Mi sembra evidente che in un mondo in cui tutti, dai diciotto ai settantacinque anni, aspirano a avere la stessa età, la “Grande Età della Giovinezza”, il romanzo può esistere solo in quanto prodotto di e per infantosauri. E’ così, infatti, che oggi la giovinezza è diventata un valore estetico, un criterio di giudizio critico e un grande affare per i bilanci delle case editrici. E’ così che l’arte del romanzo, se vuole continuare a mantenere uno sguardo adulto sulla vita, dovrà darsi una missione, che ha sempre avuto, ma che oggi, vista la progressiva uniformizazzione dell’umanità verso un unico modello di comportamento, è diventata indispensabile: proteggere e stabilire senza tregua le frontiere esistenziali tra le diverse età dell’uomo.
Qualche tempo fa traducevo un articolo di Milan Kundera su un romanzo, Il cigno, opera di uno dei più importanti scrittori islandesi contemporanei, Gudbergur Bergsson. Il libro racconta la storia di una ragazzina di nove anni, che rubava sandwiches nei supermercati di Rejkyavík e che i genitori mandano per la prima volta in campagna presso la famiglia di un fattore che la piccola non conosce. La bellezza del romanzo viene dalla maestria con cui il narratore ci fa scoprire il mondo della campagna islandese, attraverso lo sguardo straniato e nutrito di sogni e fantasie della giovanissima protagonista. Che cosa significa avere nove anni? In che modo a questa età, in cui i fili della ragione e del sogno formano un solo tessuto variopinto, si conosce il mondo? Che cos’è l’amicizia, l’amore, il sesso, la morte di un animale per chi si è appena separato dalla protezione e dalle spiegazioni dei genitori? Tutte queste domande, che con il passare del tempo abbiamo dimenticato, possiamo porcele di nuovo solo grazie alla piccola islandese e all’esplorazione romanzesca delle sue situazioni. Kundera confessa nel suo articolo: “Mi rendo conto sempre di più che comprendere qualcuno significa comprendere la sua età”. Il mondo di chi ha nove anni non è quello di chi ne ha dodici o trenta o sessanta. Se ciò suona come una banalità, è proprio perché nella vita “reale” noi tutti viviamo la maggior parte del tempo immersi nell’oblio della nostra età. Meglio: noi procediamo nella vita come se non avessimo un’età precisa, come se la nostra esistenza si svolgesse immersa nelle brume di un lungo giorno senza sole. E ciò è un bene: come potremmo altrimenti costruire delle passerelle tra le diverse epoche? Come potremmo dialogare con coloro che non hanno la nostra età? Ma è anche diabolico: l’oblio dell’età, in un mondo in cui tutti, dai diciotto ai settantacinque anni, aspirano a avere la stessa età, “la Grande Età della Giovinezza”, significa distruggere ogni possibilità di distinzione tra le tappe della vita e ogni conflitto produttivo tra le generazioni e erigere allo stesso tempo un’invisibile muraglia cinese tra il presente e i secoli precedenti. Ciò significa entrare nella “Grande Età dell’Oblio”, in cui, in assenza di frontiere temporali e esistenziali, nessuno avrà bisogno di imitare nessuno né di scoprire, attraverso l’esplorazione romanzesca delle avventure di una piccola islandese di nove anni, la variazione personale di quello che avrà da tempo dimenticato.

L’uomo post-musiliano

I maschi della specie degli infantosauri hanno un grande problema: quello della riproduzione. Nel mondo ci sono attualmente circa settantacinque milioni di uomini che non possiedono uno sperma adatto a fecondare le loro femmine. Certo, non ci è voluto molto perché quest’ultime se ne accorgessero. Ho saputo che un anno fa, nei laboratori della Monash University di Melbourne, la biologa Orly Lacham-Kaplan ha annunciato che in un prossimo futuro sarà possibile mettere al mondo dei neonati senza fare alcun ricorso agli spermatozoi. Le associazioni di lesbiche hanno immediatamente festeggiato l’avvenimento come “l’alba di una rivoluzione millenaria”, “l’inizio di un’età in cui il maschio non sarà più necessario”.
Francamente, non me ne importa un bel niente se il mondo nuovo sarà popolato solo da femmine della specie degli infantosauri (dal punto di vista tecnico, ho letto, una coppia di lesbiche potrà “partorire” solo esseri di sesso femminile) e ogni maschio, dai diciotto ai settantacinque anni, sarà marchiato a vivo sulla fronte con un codice diverso, a seconda della sua percentuale di fertilità. In compenso, quello che mi ha molto colpito è aver saputo che tre anni fa, grazie a una nuova tecnica di clonazione, nello stesso Istituto australiano è nato un puledro di nome ART (Assisted Reproductive Technique). Ho avuto una rivelazione folgorante.
Mi è venuto in mente Musil, l’autore dell’Uomo senza qualità, il quale, sentendo per la prima volta l’espressione “un cavallo di genio”, fu sorpreso dalla certezza che il suo mondo stava crollando e che un altro, dove perfino un cavallo poteva avere del “genio”, era in procinto di nascere. Mi sono detto: Musil, nel suo immenso romanzo, concepito per esplorare quel suo stupore, aveva previsto tutto, ma proprio tutto, eccetto la mancanza di qualità del nostro povero sperma, eccetto quel puledro australiano di nome ART.
La qual cosa mi fa pensare che ART sia la metafora involontaria della condizione dell’uomo post-musiliano, e di quei giovani di genio che vedo uscire come puledri clonati, tutti uguali, tutti bisognosi di assistenza tecnica, dalle scuole di scrittura.
A quando la creazione di un Istituto per la Riproduzione e lo Sviluppo Artistico?

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