I maiali

13 novembre 2003
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di Antonio Moresco

alfredino_rampi.jpg Bisogna andare lontano dall’Italia per vedere l’Italia. O anche solo essere un po’ dislocati all’interno del suo territorio, su una delle sue isole, per esempio. Qualche anno fa, a Favignana, nel tardo pomeriggio raggiungevo con una vecchia bicicletta noleggiata una scogliera dietro il piccolo cimitero dell’isola. Mi sedevo là sopra e ci restavo fino a perdere la nozione del tempo, guardando la lontana costa della Sicilia. Qualcuno mi aveva detto – o forse me lo ero soltanto immaginato – che quella che si vedeva da quel punto era la parte di costa siciliana su cui, un secolo e mezzo prima, erano sbarcati i mille di Garibaldi, che proprio lì c’era stato il primo impatto con l’esercito dei Borboni. A Marsala, poi a Calatafimi. Una battaglia difficile, dall’esito a lungo incerto, perché i soldati erano in alto e sparavano da lassù sui garibaldini che dovevano guadagnarsi palmo a palmo la salita tra i corpi di quelli che cadevano sotto i colpi. Eppure continuavano a salire. Non si fermavano, non si arrendevano, anzi contrattaccavano alla baionetta, anche se la sproporzione militare era enorme e l’impresa poteva apparire disperata. Finché sono riusciti ad arrivare in cima e, per il solo fatto di aver saputo reggere quel primo scontro e di essere arrivati in cima, sono poi riusciti a liberare o a conquistare metà dell’Italia.

“E’ successo veramente tutto questo, dall’altra parte di quel braccio di mare?” mi chiedevo guardando verso la Sicilia, nella leggera foschia che velava la costa mentre la luce calava e c’erano delle barche che galleggiavano senza fare rumore qua e là. E mi domandavo che cosa succede a volte nella mente e nei corpi degli uomini. Perché si liberano questi picchi di libertà e di coraggio, e poi tutto sembra scomparire nel nulla, per anni, per secoli? Rimangono soltanto le pietre, la terra, che non ricorda niente, o ricorda solo altre ferite, altri traumi. Com’è possibile che in tutta questa inerzia si liberi a volte questa abnegazione, questo azzardo? E mi venivano in mente altri momenti culminanti del nostro Risorgimento. Quello che è successo a Napoli, Roma, Venezia, la straordinaria sollevazione di popolo di Milano, la città in cui vivo e dove cammino, come ce la racconta Carlo Cattaneo nel suo libro sull’insurrezione del ’48. Cos’è successo, cos’è potuto succedere in quelle stesse strade che io percorro ogni notte, tra quelle masse di popolazione allevata, tutte quelle facce giovani e vecchie di borghesia ignava, ottusa, abituata a mettere la testa sotto la sabbia e a stare sotto tallone? In quelle stesse case e in quelle stesse strade strappate palmo a palmo al potente esercito austriaco dal popolo in armi, in quella ennesima rivolta italiana tradita anche allora da servilismo, difesa di piccoli interessi gregari, paura della radicalità, della libertà. Mentre le strade si riempivano sempre più di barricate costruite con ogni cosa, mobili gettati giù generosamente dalle finestre, carrozze messe di traverso, pietre, perché potessero resistere anche alle cannonate, lastre di granito legate con delle catene, balle di merci, carri, letti dei dormitori ammassati dagli allievi del seminario, che combattevano assieme agli altri. E cataste di tegole ammucchiate sull’orlo dei tetti, mucchi di sassi da usare come proiettili, sui davanzali delle finestre. I ponti rotti, i canali sotterranei sfondati. Un fumo denso velava ogni cosa, era giorno e sembrava notte. Colonne di fiamme dietro la mole del Castello, dove gli autriaci asserragliati bruciavano nel cortile d’armi, sopra cataste di paglia, di masserizie e di carri, i cadaveri dei loro soldati e di alcuni –vivi o morti- degli insorti catturati. E, alla fine, le vie disselciate, cataste di mobili sfondati, mura crivellate dalle cannonate, logge di granito spaccate, cadaveri stesi qua e là o malsepolti e, in mezzo a tanto orrore, il passaggio delle donne che avevano con le loro mani divelto i selciati e caricato le armi sopra le barricate, mentre i sessanta campanili della città battevano a stormo nelle strade ormai liberate.

Tutto questo è successo davvero? In quale città, in quale paese è successo?

Quest’estate, in Portogallo, ho pensato molto all’Italia. Sono partito da Porto, con quell’odore di sardine fatte cuocere sulle griglie lungo la strada che costeggia la grande foce del Douro, il centro con tutte quelle case abbandonate, dai vetri delle finestre sfondate, gli azulejos anneriti delle facciate, le sue piazze inclinate, i suoi ponti sospesi. E le periferie delle città dai condomini colorati, l’autostrada che passa in mezzo a boschi di eucaliptus. E poi Coimbra, lo sfarzo della sua vecchia università dalle tegole tricolori e i vecchi in abiti fuori moda e con la bocca priva di denti. Il delirante castello bomboniera dei templari di Tomar. Lisbona con le sue belle ragazze angolane dal portamento eretto, le spalle di seta. Le grandi spiagge semideserte del sud, che si aprono improvvisamente tra le alte barriere di rocce a strapiombo. Il vento. I surfisti sopra le grandi onde gelate, serrati nelle loro mute nere di gomma. Pensavo all’Italia, ogni tanto. Cosa sta succedendo nel nostro paese? Perché è successo? Chi avrebbe mai immaginato, se solo ci avessero fatto vedere una decina di anni fa le fotografie di certe facce, che di lì a poco i loro possessori sarebbero arrivati per via elettorale al governo del paese? Gente dura, rapace, volgare, dietro le loro maschere di gomma per infinocchiare i gonzi in televisione, ascesi per mezzo di enormi macchine di corruzione in grado di comperare tutto e l’uso sapiente e cinico del condizionamento pubblicitario scientifico. Una miscela spaventosa di vigliaccheria e arroganza, un personale politico allo sbando, abituato a convivere con il proprio piccolo cinismo in vendita al migliore offerente. Il peggio del peggio che, al nord come al sud, è riuscito a produrre il paese è salito per via elettorale al potere. La dimensione economica come unico orizzonte dominante. Un orizzonte che non ha evidentemente nessuna difficoltà a convivere e interagire con forze che nel recente passato si presentavano come opposte tra loro, liberalismi, postfascismi, postsecessionismi, clericalismi di copertura, senza spina dorsale, senza intransigenza, senza radicalità spirituale, con le loro schiere di faccine di politici e giornalisti ben vestiti e dall’aspetto deodorato ma con l’alito che puzza di varechina, e di bravi ragazzi partoriti da quella solita, vecchia, grande, grandissima puttana che è la loro madre. All’orrore del comunismo al potere è seguito quello complementare della metastasi economica imperiale oggi dominante. Non si sente quasi parlare d’altro che di soldi, sui giornali, per strada. Parlano quasi tutti di soldi, sempre e solo di soldi, giovani e vecchi, ciascuno a suo modo, direttamente o indirettamente. Che cosa è successo? La gente ha sempre parlato di soldi, ma mai come adesso! Sembra che non esista nient’altro. Ma, se conta solo questo, se disporre di un sacco di quattrini è l’unica cosa che dà valore a una persona, indipendentemente dal modo con cui se li è procurati, se con i quattrini si può comperare ogni cosa e persino il potere politico – chiavi in mano – di un intero paese, perché stupirsi se tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, cercano di fare quattrini con ogni mezzo e con ogni parte della loro mente e del loro corpo? Che cosa valgono le prediche ipocrite dei moralisti di professione, se non si vuole mettere in discussione l’orizzonte generale che favorisce ed enfatizza questo stato di cose? Mi viene da ridere – ma anche da vomitare – quando sento quelle facce citare strumentalmente, adesso, qualche frase di Pasolini, che a suo tempo avrebbero di sicuro esecrato. Non oso neppure immaginare cosa direbbe oggi Pasolini di queste figure e di queste facce e di questa merda che ci circonda!

Dietro di essi, caste di grandi ricchi prive di visione, ottuse, egoiste, abituate da sempre a parassitare ciò che resta di questo paese e a venderne le spoglie al miglior offerente, a prezzi stracciati. Una piccola borghesia (quella che almeno un tempo si chiamava così) diffusa e narcotizzata, piena di paura, ignorante, accecata, che non possiede neanche più gli strumenti per capire quello che sta succedendo, che non capisce neppure chi la sta veramente fregando. E intanto, sempre più, il gonfiarsi trasversale, nazionale e internazionale, di una massa umana invisibile e miserabile, in vario modo mendicizzata, schiavizzata e affamata, refrattaria a ogni definizione e catalogazione, che sta sperimentando in estensione planetaria e drammatizzata dallo stato in cui versa il pianeta la condizione dei miserabili che vivevano un tempo negli anelli di miseria che circondavano le prime grandi città ascensionali. Nessuno che spieghi a fondo cosa sta succedendo, tra chi avrebbe gli strumenti e le conoscenze per farlo. Dicono solo una parte della verità, se va bene, a seconda della propria collocazione. Bisogna andare a cercare un po’ di verità nella spazzatura, nei pettegolezzi, nelle parole di chi ne dice solo una parte e si guarda bene dal dire il resto, di chi guarda con un occhio solo, senza mai andare a fondo delle cose, perché tutti o quasi sono all’interno delle stesse macchine o dentro macchine speculari, trasversali, nazionali e internazionali, palesi o occulte, con il loro personale politico asservito. Neanche i giornali dicono la verità fino in fondo, non la dicono tutta. Ci sono giornalisti che rischiano la vita per documentare situazioni estreme di guerra e altri che non riescono a dire la verità fino in fondo su quello che sta succedendo nel nostro paese, per esempio, anche quando la conoscono bene. Perché anche le macchine dei giornali hanno dei padroni e, a seconda dei padroni, possono solo tollerare una certa percentuale di verità, quella che serve alla parte, o fare al massimo un po’ di equilibrismo, e chi non sta al gioco non passa, non va avanti, non fa carriera. Viviamo in una situazione ben grave se è più facile sfidare la morte su lontani campi di battaglia che compiere il proprio dovere professionale di informare su come stanno veramente le cose in casa nostra! Mentre quella cosa orrenda che è diventata la televisione continua a ottundere, a narcotizzare. La maggioranza della popolazione vive con la testa in questa spaventosa, colorata marmellata di merda. Che coagula il consenso attraverso una macchina politico-pubblicitaria asservita. Agli elettori mettono davanti le facce, perché si dividano solo su quelle. Questa massacrante macchina di castrazione di fronte alla quale l’unico gesto “ragionevole” dovrebbe essere quello del rifiuto totale, non quello di battaglie gregarie per usufruire di sempre più piccoli spazi al suo interno. L’unico gesto – non dico il più radicale, ma quello minimo – dovrebbe essere quello di sradicare queste macchine di rimbambimento dalle pareti delle nostre case e di andarle ad accatastare nelle pubbliche piazze!

E poi c’è l’opposizione politica, coi suoi gruppi dirigenti insipienti, gregari, blindati, legati ad altri carri e ad altre cordate, nazionali e internazionali, palesi e occulte. Incapaci di pronunciare parole semplici, chiare, brucianti, che possano aprire gli occhi. Gruppi dirigenti impossibilitati a muoversi eppure inamovibili, forse letteralmente, in un modo o nell’altro, sotto tutela o ricatto. Persone che hanno sbagliato tutto e che pure hanno le spalle perennemente coperte e anzi montano in cattedra. Burattini mossi da burattinai invisibili ai più, che vengono chiamati a votare solo per dei prestanome, degli interfaccia. Mentre le cose viaggiano da un’altra parte, e ciò che arriva a volte alle maggioranze sono solo gli esiti mediatici di questa lotta sorda che avviene da un’altra parte. In che razza di spaventoso paese viviamo, sotto la sottile crosta della sua vanità e cinica inconsistenza?

E’ tutto marcio. Un paese che si prende per il culo da solo, si attribuisce sentimenti che non possiede. Sentimentale, ma privo di sentimenti. Moralista, ma privo di ogni morale. Ipocrita e corrotto fino al midollo. Anche il cosiddetto mondo culturale è in gran parte così, nonostante si creda migliore. Non è meno corrotto di quello politico, non ha nessuna ragione per guardare dall’alto al basso quello politico. Anche qui gli stessi meccanismi, le stesse tangenti. L’unica differenza è che qui vengono pagate in modo diverso. Gli stessi servilismi, le stesse viltà. Gli stessi metodi, gli stessi baroni. Dietro di loro, schiere di piccoli leccaculo e di altri piccoli e grandi baroni, in attesa di diventare a loro volta baroni. Piccoli carrieristi che si nascondono dietro il velo dell’ideologia, della teoria. Sembra che si riproducano dappertutto. Io lo so, li ho visti in azione. Porto ancora i segni dei loro colpi di frusta sulla pelle della mia schiena. Non mi vengano a dire adesso che sono diversi da quello che sono, che sono diversi dagli altri, che anch’io dovrei unirmi a loro, che sono i buoni. Dappertutto le stesse macchine, la stessa merda. E’ tutto marcio! Non sto parlando di quello che ancora riesce a scaturire di tanto in tanto da ciò che resta del tessuto della società e dalle sue tensioni e illusioni, magari a loro volta giocate da un altro gioco parallelo più grande, ma che non metto in un unico fascio con tutto il resto, che non disprezzo, a cui anzi mi sento a mio modo vicino.

Un giorno, a Lisbona, nell’enorme Praca dos Restauradores, ho visto un uomo che non aveva la faccia. Stava seduto per terra a chiedere l’elemosina, era un mendicante. Ma nessuno osava avvicinarsi per l’orrore. Non ho mai visto una cosa simile. Non credevo ai miei occhi. Tutta la sua testa e il suo volto erano un unico ammasso violaceo di decine e decine di escrescenze sanguigne, enormi gangli scoperti come gigantesche emorroidi che cadevano a cascata le une sulle altre e invadevano tutto. Tanto che in un primo momento ho pensato che si trattasse di una qualche orribile copertura di gomma che l’uomo si era fatto co-struire e si infilava sulla testa come una maschera per sbaragliare le difese emotive dei passanti. Non c’era nient’altro oltre quella spaventosa cascata sanguinolenta di gnocchi. Niente capelli, niente occhi, naso, bocca… solo questa massa cieca di carname portata orribilmente allo scoperto.

C’era molto caldo, in quei giorni, i negozi tenevano l’aria condizionata al massimo e le porte spalancate, si sentivano zaffate di aria fresca venire da dentro, quando ci si passava davanti. Alcune ore dopo, quando sono dovuto ripassare di lì, ho incrociato di nuovo quell’uomo. Adesso era in piedi. Con mio enorme stupore ho visto che stava bevendo a collo da una grande bottiglia di plastica. Per poterlo fare, si era sollevato con una mano e parte del braccio tutto il grappolo di gangli sanguigni che gli arrivava fin quasi al petto, mentre con l’altra si ficcava il collo della bottiglia in qualche apertura che evidentemente esisteva là sotto. Sono riuscito a vedere, nel brevissimo istante in cui ho potuto guardare, che c’era anche un occhio, qualcosa che almeno faceva pensare a un occhio, collocato molto in basso, dove c’è in genere il mento.

Certe volte, quando sono sopraffatto dall’orrore per queste maschere di gomma che ci governano, e anche per quelle che dovrebbero opporsi ad esse, arrivo a desiderare di veder comparire qui da noi, in televisione, la massa di sangue di quella testa definitiva, in primo piano nel video. La tua testa di “mostro” in mezzo agli altri veri mostri che le persone del mio paese credono di poter guardare senza orrore. Porta nelle nostre case la tua bellezza! Vieni a parlarci – se quel tuo grumo di testa è in grado di emettere suoni – tu che sai che cos’è la vita! Vieni a dirci cosa dobbiamo fare!

Avevo portato con me “Prospettive democratiche” di Walt Whitman. Lo leggevo di tanto in tanto, in quei giorni, nelle pause dei viaggi. Che cosa è successo alla cosiddetta “democrazia” nel nostro paese e nel mondo? Che cosa resta, oggi, delle potenti illusioni che questa idea della democrazia aveva suscitato al suo nascere? Cosa c’entra questa roba che ci stanno propinando con la democrazia? Se gli elettori non sono più in condizione di sapere per chi veramente votano, che cosa c’è davvero dietro le facce, dov’è la democrazia? Ci sono in giro, a piede libero, possessori e collettori di enormi ricchezze economiche e finanziarie che si mangiano interi paesi, con le loro schiere di mercenari corrotti, di servi. La “gente” non può più sapere quello che c’è dietro, perché anche i meccanismi che erogano informazioni sono in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, asserviti. L’informazione è pilotata, il gioco è truccato. Questa logica del puro dominio economico, imposto con la potenza dei mezzi tecnologici di cui oggi dispone, sta portando al disastro il nostro stesso rapporto di specie con il solo pianeta di cui disponiamo, questa meravigliosa e terribile e unica sfera ricoperta di foreste e di terre e di sabbie e di acque, avvolta nella placenta dell’atmosfera, che stiamo spremendo come un limone con un’ottusità di cui nessuna delle altre specie che noi ci permettiamo di considerare meno intelligenti di noi ha mai dato prova. Masse sterminate di persone che devono solo divorare e consumare merci e moltiplicare ricchezze finanziarie che si spostano qua e là come nuvole di cavallette. Che non possono più influire veramente su nulla, possono solo “scegliere” tra due o più versioni diverse dello stesso gioco. Sentite invece che razza di pazze illusioni riusciva a suscitare al suo inizio questo sogno della “democrazia”:
“Perché, dico, la vera nazionalità, l’unione genuina degli Stati, quando si giunge al punto di una crisi mortale, consiste e deve consistere, tutto considerato, non nella legge scritta né (come invece generalmente si suppone) nell’interesse individuale o in obiettivi comuni di natura pecuniaria o materiale –bensì nella fervida e possente idea che con irresistibile calore fonde ogni cosa, e tutte le distinzioni minori e limitate risolve in un vasto, sconfinato potere spirituale e emotivo.”
Oppure:
“Scopo della democrazia – come quella che soppianta l’antica credenza nella incontestabilità di un potere stabilito, dinastico o temporale, ecclesiastico o scolastico, inteso quale unica garanzia contro il caos, il delitto, l’ignoranza – è di illustrare a ogni costo, pur attraverso una serie di trasformazioni, di innumerevoli situazioni ridicole, controversie e fallimenti apparenti, codesta dottrina o teoria che l’uomo, opportunamente educato nella più sana e più alta libertà, può e deve divenire una legge in se stesso, anzi una serie di leggi che provvedono e presiedono non solo al suo controllo individuale ma anche a tutti i suoi rapporti con gli altri individui e con lo stato: e che, mentre altre teorie (come si vede nella storia delle nazioni del passato) si sono dimostrate abbastanza sagge, e magari indispensabili, per le loro condizioni, questa, così come stanno oggi le cose nel nostro mondo civile, si profila come l’unico schema su cui valga la pena di lavorare, ga-rantendo risultati simili a quelli delle leggi della Natura, capaci, una volta fissate, di procedere da sole.”

Anche se Whitman non si nascondeva come stavano veramente le cose anche allora, in pagine che sembrano scritte adesso, se non fosse che oggi tutto questo ha un ritorno infinitamente più devastante per la moltiplicazione impressa dalla superiore po-tenza di cui questo meccanismo dispone.

“Io dico che faremmo meglio a guardare i nostri tempi e il nostro paese scrutandoli in faccia, come un medico intento alla diagnosi di qualche riposta malattia. Mai forse prima v’è stata tanta falsità di cuore come oggi e qui negli Stati Uniti. Sembra che ogni genuina fede ci abbia abbandonato. Non si crede più sinceramente nei principi che sorreggono gli Stati (nonostante tutti questi ardori febbrili, queste melodrammatiche grida), né nell’umanità stessa. Esiste un occhio penetrante che non riesce a percepire tutto ciò sotto la maschera? Lo spettacolo è spaventoso. Viviamo perennemente in un’atmosfera di ipocrisia. Gli uomini non credono nelle donne, né le donne negli uomini. Un’arroganza gonfia di disprezzo detta legge in letteratura. Scopo di tutti i littérateurs è trovar qualcosa su cui fare dello spirito. Una risma di chiese, di sette ecc, i più tetri fantasmi che io conosca, usurpa il nome di religione. La conversazione è un cicaleccio balordo. Le conseguenze della falsità dello spirito, madre di tutti i mali, sono già incalcolabili. (…) La depravazione della classe commerciale del nostro paese non è minore, bensì infintamente più grande di quel che si suppone. L’amministrazione pubblica americana, nazionale, statale e municipale, in tutti i settori e in tutte le branche, eccetto la giudiziaria, è satura di corruzione, venalità, falsità, incapacità: e quella giudiziaria è già infetta. Le grandi città puzzano di latricinio e di furfanterie rispettabili e non rispettabili. Nella vita mondana, leggerezza, tepidi amori, gracili infedeltà, piccole ambizioni o niente ambizioni del tutto tanto per ammazzare il tempo. Nel mondo degli affari (questo termine moderno che tutto divora) l’unico obiettivo, a qualsiasi costo, è il guadagno. Il serpente dello stregone, nella favola, divorava tutti gli altri serpenti; il nostro serpente magico oggi è il far quattrini, ormai unico padrone del campo. La classe migliore che possiamo esibire non è altro che una plebaglia ben vestita di speculatori volgari. (…) E’ come se fossimo in qualche modo dotati di un corpo vasto e sempre meglio equipaggiato, ma cui fosse rimasta solo un poco, o niente affatto anima.”

Oppure ancora:
“Orgoglio, competizione, segregazione, maligna caparbietà e licenza oltre ogni dire già incombono su di noi. Pesante e immenso qual è, chi riuscirà a trattenere il mostro? Chi metterà le briglie al leviatano? Pavoneggiamoci pure – ma ovunque, lungo le strade del nostro progresso, balugina una enorme incertezza, un presagio temibile e minaccioso. E’ inutile negarlo: la Democrazia lascia crescere rigogliosamente la più fitta distesa di piante e frutti nocivi, mortali – introduce invasori uno peggiore dell’altro – e quindi ha bisogno di più nuove, più vaste, forti e volonterose compensazioni e spinte.”

Accidenti! E tutto visto con questa lucidità, nel suo momento iniziale!

Ora siamo arrivati al punto in cui il “leviatano”, dopo aver divorato ad uno ad uno i suoi avversari, sta ora cominciando a divorare se stesso. Tutta la vita è da riguadagnare e da reinventare. Alla fine di tutto questo – ammesso e non concesso che ci possa essere davvero una fine – il lavoro che ci sarà da fare, le macerie che altri dovranno spalare saranno così enormi che un tale sforzo potrà essere tentato solo se nascerà, se si innescherà qualcosa che noi oggi non riusciamo neanche lontanamente ad immaginare.

E’ solo un’illusione, un sogno? Certo che è un sogno! E con questo?

C’è una cosa, successa tanti anni fa, che continua a venirmi in mente. Tra i tanti fatti enormi, epocali, che sono successi nei decenni scorsi e di cui il caso ci ha fatto essere contemporanei, c’è una cosa che mi è rimasta impressa più delle altre e che non riesco a dimenticare. Sto pensando alla morte del piccolo Alfredino Rampi, successa più di venti anni fa. E’ come se a volte, in certi terribili snodi epocali, accadesse qualcosa che permette di vedere in un istante che cosa sta succedendo sotto i nostri occhi, in che stato siamo. In questi anni ritorno spesso a tutta quella incredibile storia, che mi pare sveli come poche altre il volto di questo paese e di questa epoca. E mi immagino, nei momenti di disperazione per quanto ci circonda, che stia succedendo adesso, che stia succedendo ancora, che stia continuando ininterrottamente ad accadere. E che, ai bordi di quel buco dove è precipitato il bambino, non ci siano gli uomini di allora, ma quelli di oggi, tutti in piedi, attorno a quella ferita sempre aperta. E che, sullo sfondo delle persone che ce l’hanno messa tutta e che ce la metterebbero tutta anche adesso, che hanno dato e continuerebbero a dare l’anima, ci siano i notabili di oggi, col loro seguito di servi e di guitti in posa di fronte alle telecamere.

Ma facciamo un passo indietro. Io la vedo così. Ecco… è ancora notte, un po’ prima dell’alba, perlomeno. Un lembo di campagna abbandonata, deserta. Ci sono solo tre o quattro maiali che si muovono grugnendo qua e là. Lo so che i maiali stanno in genere nelle porcilaie, ma qui invece sono liberi, non so cosa farci. D’altronde ce ne sono così tanti in libertà, in questi anni! Annusano il terreno in cerca di qualsiasi cosa che sia commestibile, con quel disco molle che hanno alla fine del muso. Si allontanano ogni tanto l’uno dall’altro, si avvicinano ancora, a seconda di dove li porta la loro ricerca. D’un tratto uno dei maiali grugnisce più forte, fiutando insistentemente qualcosa per terra. Anche gli altri si avvicinano a quel punto. Grugniscono sempre più forte, tutti assieme, coi musi infilati in un’apertura che evidentemente c’è nel terreno. Le loro groppe ammassate sembrano scosse da un’agitazione improvvisa. Passa di lì un contadino, un bracciante che stava andando al lavoro prima dell’alba. Si avvicina a quel punto, attirato dai loro grugniti. Capisce che è successo qualcosa. Li fa allontanare mulinando una gamba nel gesto di sparare dei calci. Si mette a sua volta a guardare. C’è un buco, in quel punto, quasi interamente nascosto dall’erba, forse l’apertura di qualche pozzo artesiano. Si inginocchia ai suoi bordi, sporge la testa dentro. Un istante dopo la ritira di scatto, perché gli è sembrato di sentire una voce gridare da dentro la terra, una vocina. Corre a dare la notizia, nelle case vicine, nelle cascine. La voce si sparge. Comincia ad arrivare gente. Ne arriva sempre più. Ma non la voglio tirare lunga, perché anche qui ci sarebbero molte cose da raccontare. Congetture. Telefonate. Nelle case più povere, nei palazzi. Storie di persone, di animali, di oggetti. Redazioni di giornali, uffici televisivi, sedi politiche. Quante storie ci sarebbero da raccontare anche solo a questo punto iniziale! E ne potrebbe venire fuori un film sul nostro paese e sui nostri anni. Storie che si intrecciano. Gente che si sveglia di soprassalto, da sola o intrecciata a qualche altro corpo. Intanto, intorno al buco, si raduna sempre più gente. Polizia, vigili del fuoco. Cominciano ad arrivare auto sempre più lunghe, bombate, coi vetri affumicati. Ormai è giorno alto. Arrivano le prime macchine dei giornali, i camper bianchi attrezzati per le riprese televisive. La voce si sparge sempre più. C’è un bambino, là sotto, a una trentina di metri sotto la linea dell’orizzonte! Qualcuno comincia a parlargli con un megafono, infilandolo nel buco per farsi meglio sentire. Il bambino risponde di tanto in tanto con piccole frasi. Arrivano i genitori (quelli del bambino di oggi, voglio dire, quello della mia immaginazione, perché non voglio aggiungere nuovo dolore in chi ne ha avuto in sorte una simile dose). Parlano anche loro dentro il buco con il megafono. Arrivano gli inviati delle varie televisioni, i conduttori dei telegiornali, i truccatori che li preparano per la diretta. Hanno piazzato attorno al buco i cavi degli impianti, i riflettori.

Passa il primo giorno. Arrivano nuovi macchinari per scavare un altro buco e collegarlo con un tunnel a quello dov’è caduto il bambino. Ma il lavoro viene interrotto perché potrebbe provocare una frana nel terreno fangoso e seppellire il bambino nell’altro buco. Voci sempre nuove si danno il cambio a parlare con il bambino. Cominciano ad arrivare anche i pezzi da novanta. Si fermano vicino al buco. I riflettori vengono posizionati per le nuove riprese. Ci sono tutti ormai, lì attorno al pozzo, mentre altri continuano il loro febbrile lavoro. Giornalisti, presentatori televisivi, conduttori di aste, di quiz. Ma sì, mettiamoci anche qualcuno dei nostri letterati! Ci stanno bene anche loro attorno a quel buco! E poi predicatori via etere, acrobati da circo, giocolieri che fanno mulinare nell’aria le loro clavette, mimi che gonfiano palloncini dalle forme un po’ genitali, funamboli. E anche cantanti, per allietare il bambino che si annoierà di sicuro a stare da solo, là sotto. Italiani, ma anche di altri paesi, perché la notizia ha fatto ormai il giro del mondo. Gridano tutti dentro il pozzo, coi megafoni, i microfoni, con la testa dentro. Qualcuno approfitta della presenza delle telecamere per aprirsi di colpo l’impermeabile. Viene allontanato immediatamente. Un tenore affetto da masticazione inversa canta una romanza d’opera. Un noto imitatore di voci rifà il verso al bambino di fronte alle telecamere. Un cantante americano canta in playback una sua nota canzone inginocchiato per terra, con la testa e il lungo collo nel buco per farsi meglio sentire, dimenando il culo che spunta fuori. Arrivano altri uomini politici. Il Presidente del Consiglio canta una canzone napoletana facendosi accompagnare da un chitarrista obeso. Il Presidente della Repubblica fa issare il tricolore sopra un pennone, a fianco del buco. Arriva alla fine anche il papa, sopra la papamobile.

Di notte comincia a piovere. Un violento acquazzone. La gente scappa via, il buco rimane per qualche tempo deserto. I maiali si avvicinano di nuovo. Grugniscono di tanto in tanto. Si allontanano un po’, ritornano ancora in quel punto. Infilano dentro il muso e grugniscono due o tre volte nell’imbuco del pozzo. Uno di essi appoggia pesantemente le zampe sulla groppa fradicia d’acqua e di fango di un altro, comincia a montarlo sotto la pioggia, emettendo dei lunghi versi striduli, acuti, alla luce dei riflettori abbandonati lì dalla troupe.

Cosa sta succedendo intanto là sotto? Il bambino sente le voci che gli parlano e lo chiamano dall’alto, anzi i vocioni perché sono amplificate da megafoni e altri strumenti acustici, e dalla stessa fenditura in cui si trova, che fa da cassa di risonanza. Ma che cosa sta facendo di preciso? Ecco, io mi immagino che lui in realtà non sia incastrato nella terra, bloccato, ma che possa invece muoversi agevolmente là sotto, perché piccole punte di pietre e altre sconnessioni del terreno gli permettono di salire e scendere a suo piacimento, mettendoci sopra i piedi come su dei rozzi gradini. Certe volte si arrampica verso l’alto, rapidamente, come una piccola scimmia, quando sente qualcuna in particolare di quelle voci, quella della madre, per esempio, o di qualche bambino o bambina con i quali giocava. Sale così agevolmente e così in alto che dà a volte persino l’impressione che potrebbe addirittura uscire per conto proprio dal pozzo, se lo volesse. Invece, ogni volta, sul più bello si ferma. Rimane per qualche istante così, poi ritorna giù, fino al punto dov’era finito cadendo. Anzi, certe volte ancora più giù, perché non lo chiamano solo dall’alto, ma anche dal basso. Anche da giù sente delle voci che lo chiamano, lo chiamano, da una zona profonda del buco, dalla quale gli sembra di veder salire persino un leggero bagliore. Ma un secondo dopo si sente di nuovo chiamare dall’alto. Sale ancora, con quattro balzi, fin quasi all’imboccatura lontana del pozzo.
“E voi chi siete?” chiede il bambino dal basso.
Le voci, le vocione, una dopo l’altra rispondono:
“Cucù, sono il Presidente!”
“Cucù, sono l’ altro Presidente!”
“Cucù, sono il papa!”
Il bambino domanda:
“Che cosa volete da me?”
“Tirarti fuori, perbacco!” rispondono.
“E perché dovrei uscire?” domanda il bambino.
“Perché fuori è più bello!” gli rispondono le voci.
“E perché è più bello?” domanda ancora il bambino.
“Perché è più bello!” gli rispondono in coro.
Il bambino rimane per un istante indeciso. Poi ricomincia a scendere.
“Vieni fuori! Vieni fuori!” lo chiamano da sempre più lontano le voci “Tu là dentro sei solo! Noi siamo in tanti!”
Il bambino ritorna al punto da dove aveva cominciato a salire.
Dopo un po’ – non saprei dire quanto perché là dentro si perde la nozione del tempo – comincia a sentire un’altra voce che lo sta chiamando da sotto, da quel punto profondo da cui arriva il leggero bagliore.
“E tu chi sei?”
“Cucù, sono Dio!” gli risponde la voce da sotto.
“Dio chi?” domanda il bambino.
“Dio Dio!” gli risponde la voce.
“Ma Dio non è in alto?”
“Chi l’ha detto? No, no, io sono qui! Non lo vedi il chiarore?”
“Sì che lo vedo! Da dove viene?”
“Dal centro della terra. Vieni giù anche tu!”
“Perché?”
“Perché qui è più bello!”
“E perché è più bello?”
“Perché è più bello!”
Il bambino non risponde.
“Vieni giù!” gli dice ancora la voce “Qui sarai libero!”
Il bambino ci pensa un po’ su.
“Libero di fare cosa?”
“Tutto!”
Il bambino rimane per un istante indeciso.
“Mi potrò togliere i capperi dal naso?” domanda.
“Meglio ancora! Non ne avrai più bisogno perché non ci sarà più naso e non ci saranno più capperi e non ci sarà più niente!”
“Ma a me piace togliermi i capperi!”
Il bambino sta fermo ancora un istante, poi comincia a risalire pian piano.
“Vieni giù! Vieni giù!” continua a chiamarlo la voce “Dove sei tu fa freddo! Qui fa caldo!

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14 Responses to I maiali

  1. andrea barbieri il 14 novembre 2003 alle 00:42

    L’ho sentito leggere da Moresco nella biblioteca di Santarcangelo di Romagna. Mi ricordo come adesso la parte su Alfredino, anche perché con quei cucù allo stesso tempo ti veniva da sorridere e sentivi l’orrore della storia, e poi quel dialogo stranissimo del bambino con la formica, col lombrico, dopo aver parlato col Presidente della Repubblica parlava con gli esseri più semplici che abitano nella terra. Fosse soltanto visionario non farebbe quell’effetto, invece è tutto innestato nella realtà. Anche Mozzi aveva cominciato un po’ così, con Questo è il giardino, c’era il visionario e il reale che andavano assieme, per esempio nel racconto Tana. Veramente viene da pensare che con le parole si possono muovere parecchie cose dentro le persone, basta credere che sia possibile FARE con le parole, come dice Scarpa in un commento.

  2. luminamenti il 14 novembre 2003 alle 00:43

    Bello! molto bello! non saprei dire di più

  3. Dario Voltolini il 14 novembre 2003 alle 11:53

    Ieri in tv, da Ferrara sulla 7, hanno augurato all’autore di questo testo di finirci e di restarci lui nel pozzo.

  4. andrea barbieri il 14 novembre 2003 alle 15:36

    L’importante è che Moresco, e voi autori, nonostante le incomprensioni, le stronzaggini, le querele, le richieste stolide delle case editrici continuiate a lavorare a tutto vapore.
    Mentre a Ferrara non gli si può augurare niente che dal pozzo non ci passa nemmeno un piede.

  5. Raul Montanari il 14 novembre 2003 alle 19:25

    Dario, sai che io questo caritatevole augurio non l’ho sentito?
    Guardo sempre Otto e Mezzo perché ho un debole per l’intelligenza. E’ un guaio, lo so, ma che ci posso fare?
    Con un bastardo intelligente ci puoi parlare, con un cretino buono ci si può solo scaldare i piedi a vicenda. Non parliamo poi di quello che capita quando hai a che fare con i cretini bastardi: un vero disastro.
    Insomma, ho seguito tutto dall’inizio, compreso il momento in cui Benedetta Centovalli, in un look alquanto sbarazzino, ha riassunto il racconto di Bettin e quello di Moresco, ma a parte qualche snort di Ferrara, deluso perché non c’era nessun racconto che parlava bene dei carabinieri, non ho colto assolutamente un’espressione del genere.
    L’ha detto alla fine?

  6. anna il 15 novembre 2003 alle 12:25

    “In che razza di spaventoso paese viviamo, sotto la sottile crosta della sua vanità e cinica inconsistenza? E’ tutto marcio. Un paese che si prende per il culo da solo, si attribuisce sentimenti che non possiede. Sentimentale, ma privo di sentimenti. Moralista, ma privo di ogni morale. Ipocrita e corrotto fino al midollo”.
    Caro Moresco, penso alle parole (pavide, abiette, sconce) di questi giorni, a chi ha parlato di “morti per la patria”, di “ground zero italiano”. Non so dire se sia più forte il cordoglio umano per la morte di uomini, padri,figli, mariti… o la rabbia, la nausea, la rabbia, la nausea, la rabbia, per il siparietto che si è aperto immediato su quella scena. uno sproloquio assordante rispetto al quale pure la vergogna si vergogna di definire. dosi massicce di retorica, di sedativi linguistici, di facili argomenti sentimental popolari, che inibiscono, intorpidiscono, anestetizzano qualunque stimolo, impulso critico. tutti che spiegano con le parole pronte, giuste, opportune, e che piangono, sì piangono si addolorano, mostrano le loro facce contrite di patrioti colpiti al cuore. la faccia dell’Italia partecipe al dolore, all’umore, ma anche fiera del sacrificio dei suoi figli, pronta a difenderne e avvalorarne l’onore, la memoria. bene. bello. giusto (seppure fosse). ma per quanto? cinque, dieci minuti, venti… insomma sì i tempi della diretta o della registrazione i tempi necessari perché passi l’immagine, la rap-presentazione, l’idea precotta o quantomeno buona per condire, riempire la zucca di quella che chiamano l’opinione pubblica, un bel piatto. gustoso e veloce. quattro salti in padella. ecco, i tempi necessari perché arrivi l’ora dello spot, delle letterine, dei quiz che, dei commedianti sabato a sera, delle partite in cui zittitutti per un minuto e poi pluf, come per magia, come d’incanto,altro mondo, altra storia. nuova vita. luci e colori alla ribalta. balli, canti, culi, c’è posta per te, 5000 euro, l’accendiamo? l’ultimo libro di vespa accanto al plastico di nassyria, piccolo compenente d’arredo perché no? le trombe da costanzo prima dello show, e, audience alle stelle, l’isola dei famosi, con il delirio e la preoccupazione per gli eroici finalisti, “i sopravvisuti”. chi prima, chi dopo il tg (c’è da rimpiangere il tempo del cacao meravigliao!) non ci lasciano mai soli. generosi, altruisti, coraggiosi perché loro sanno che “the show must go on”.
    L’Italia si dice che sia desta, ma a me pare che dorma, narcotizzata. su fratelli, sveglia, che è ora…

  7. Raul Montanari il 15 novembre 2003 alle 20:10

    Impossibile non essere d’accordo con Anna e il suo bellissimo post.

    Nell’attesa di mettere a punto un intervento, sto facendo un piccolo studio sul mio speaker televisivo preferito, Giorgino di Rai1.
    Il giorno della tragedia Giorgino aveva un’espressione molto cupa, pienamente consapevole e compartecipe.
    Il giorno dopo il suo volto esibiva un’adombrata amarezza, con una lieve sfumatura di malinconia tendente all’ennui.
    Attualmente mantiene una facies che definirei severa.
    Uno che non sapesse di quello che è successo si stupirebbe nel vedere una simile mutria parlare di sport o cucina, e penserebbe a problemi personali, o caratteriali, comunque in via di risoluzione.

  8. il superficiale il 15 novembre 2003 alle 23:05

    è una specie di “io non ho paura” scritto da un letterato…

  9. Raul Montanari il 17 novembre 2003 alle 12:32

    Che strana osservazione fa Il superficiale.
    (Qui per esempio mi sono trovato in imbarazzo: volevo rivolgermi direttamente a questa persona, con cortesia, dandole del lei. Ma come potevo fare? “Che strana osservazione fa, Superficiale”. “Che strana osservazione fa, signor (Il) superficiale”. Suonano tutte ironiche, sarcastiche, esattamente come non vorrebbero essere.) Non l’ho capita ma mi ha incuriosito, vorrei me ne spiegasse i sottintesi.
    1. Il sottinteso è che Moresco è un letterato e Ammaniti non lo è?
    2. Sia come sia, la definizione letterato è semplicemente descrittiva o a sua volta sottintende una connotazione positiva o negativa?

  10. il superficiale il 17 novembre 2003 alle 13:02

    sinceramente non l’ho capita nemmeno io. non esamino a fondo le cose che dico, sono generico, poco profondo. mi chiami pure superficiale, e tralasci il signor.

  11. anna il 18 novembre 2003 alle 10:28

    piccola nota a quanto scritto: oggi niente spot sulla rai per tutto il giorno, mediaset, la7 e sky per tre ore, negozi chiusi per un quarto d’ora, minuti di silenzio e sessanta secondi di stop alle operazioni di borsa (immagino le facce degli agenti e il loro borsino cerebrale che decelera per qualche secondo, quanto basta per realizzare che è cominciato il minuto di lutto, allora “pensiamo che sono degli eroi, che poveracci loro e le famiglie, che hai visto quanta gente, che in certe occasioni ci si ritrova tutti”, e intanto il pensiero accelera, che “mancano pochi secondi prima che allo scadere del minuto e porca miseria dobbiamo venderevendere tim, comprarecomprare snam, e sperare sperare che il il Mibtel riprenda, che se non finisce ‘sta giornata a piazza affari non si respira!”); la giornata del dolore l’hanno chiamata e io mi sento una stronza, una cinica, una poco di buono, a non parteciparvi. a non aver fatto la fila di quattro ore, a non aver portato fiori, a non aver tirato fuori dalla tasca un fazzoletto se non per riparare a un raffreddore imminente; mi sento una disertrice di questa Patria , mi sento estranea, estranea alle immagini, ai commenti. leggevo poc’anzi un giornalista che definisce “crudele” (riferito ai familiari delle vittime) non potersi abbandonare all’afflizione che brucia nel petto, e “essere accanto a una bara dinanzi a migliaia di occhi affettuosi ma estranei, semza poter mostrare il più umano sconforto per quella vita che non c’è più”… ecco se c’è una cosa di cui mi sento partecipe, complice è quella crudeltà. la crudeltà di celebrare, enfatizzare, massificare il dolore(anche come spettratrice),fino a farne un evento. occasione di gossip. in un certo senso si può in guerra a nassirya, come questi uomini, o in pace a roma come un attore, quello che va ricordato è quante ore e quanti chilometri di coda si fanno a piazza venezia.
    di questa crudeltà, per i morti e per i vivi, mi dispiaccio e mi vergogno.

  12. anna il 18 novembre 2003 alle 10:32

    piccola nota a quanto scritto: oggi niente spot sulla rai per tutto il giorno, mediaset, la7 e sky per tre ore, negozi chiusi per un quarto d’ora, minuti di silenzio e sessanta secondi di stop alle operazioni di borsa (immagino le facce degli agenti e il loro borsino cerebrale che decelera per qualche secondo, quanto basta per realizzare che è cominciato il minuto di lutto, allora “pensiamo che sono degli eroi, che poveracci loro e le famiglie, che hai visto quanta gente, che in certe occasioni ci si ritrova tutti”, e intanto il pensiero accelera, che “mancano pochi secondi prima che allo scadere del minuto e porca miseria dobbiamo venderevendere tim, comprarecomprare snam, e sperare sperare che il il Mibtel riprenda, che se non finisce ‘sta giornata a piazza affari non si respira!”); la giornata del dolore l’hanno chiamata e io mi sento una stronza, una cinica, una poco di buono, a non parteciparvi. a non aver fatto la fila di quattro ore, a non aver portato fiori, a non aver tirato fuori dalla tasca un fazzoletto se non per riparare a un raffreddore imminente; mi sento una disertrice di questa Patria , mi sento estranea, estranea alle immagini, ai commenti. leggevo poc’anzi un giornalista che definisce “crudele” (riferito ai familiari delle vittime) non potersi abbandonare all’afflizione che brucia nel petto, e “essere accanto a una bara dinanzi a migliaia di occhi affettuosi ma estranei, semza poter mostrare il più umano sconforto per quella vita che non c’è più”… ecco se c’è una cosa di cui mi sento partecipe, complice è quella crudeltà. la crudeltà di celebrare, enfatizzare, massificare il dolore(anche come spettratrice),fino a farne un evento. occasione di gossip. in un certo senso si può morire in guerra a nassirya, come questi uomini, o in pace a roma come un attore, quello che va ricordato è quante ore e quanti chilometri di coda si fanno a piazza venezia.
    di questa crudeltà, per i morti e per i vivi, mi dispiaccio e mi vergogno.

  13. anna il 18 novembre 2003 alle 10:44

    scusate il doppio post; mancava una parola (importante) al primo ma non ho trovato il modo di aggiungerla. poi volevo inserire il nuovo post tra i commenti all’articolo di piotti e invece ho ripubblicato qui… insomma un’imbranata

  14. franz krauspenhaar il 18 novembre 2003 alle 19:01

    Anna, sei stata grande. (Altro che imbranata!)
    Continua così.
    (I 2 post uguali vanno bene, si rilegge con molto piacere.)



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