Infanti della patria

18 novembre 2003
Pubblicato da

di Sergio Baratto

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“Il tenente l’ascoltava ammirato, Pietro era in estasi.
– Ah, perché non sei italiana! – disse con rammarico.
– Il mio cuore è italiano! – rispose la fanciulla con fervore.”
Carolina Invernizio, La piccola araba

Giovedì, i primi morti italiani in Iraq.
Dall’11 settembre 2001 ho imparato che di fronte a certi eventi è meglio costringersi a qualche ora o qualche giorno di silenzio. Che a far prendere subito aria alla lingua, si rischia di dar fiato al peggior alito. Com’era purtroppo prevedibile, i mezzi d’informazione e le autorità hanno invece prontamente spalancato la bocca. Ne è sgorgata una massa di vecchi liquami assortiti: l’amor di patria e il sacrificio per essa, la strategia calcio-spaghetti, i vili traditori, i Salvi D’Acquisto. Persino Ground Zero, il nuovo, superbo modello di ogni tragedia che si rispetti (che sia rispettabile).
L’esperienza di calarsi in questa merda, nonostante il fetore, è istruttiva.

1.
Sfoglio il Corriere. L’effetto che ha sui miei nervi è dirompente. Mi fa diventare acido, cattivo, antipatriottico. Leggo l’editoriale, la seconda pagina, la terza… Comincio irrefrenabilmente a pensare che l’Italia non esista per davvero. Che sia soltanto una summa di stereotipi da manuale di stesura per fiction televisive o film da oscar.

Uno di questi stereotipi vuole che l’italiano sia buono, incapace per natura di fare del male. L’italiano è costitutivamente impossibilitato a diventare il nazista cattivo del cinema. Il soldato italiano è sempre simpatico. Sa essere efficiente anche quando sembra un po’ un cazzone. Prende in braccio i bambini, parla a gesti con le vecchiette, distribuisce il latte in polvere Nestlé.

L’italiano ama la commedia a lietissimo fine. Non quello in cui tutti i personaggi finiscono per volersi bene. No, troppo inquietante. Quello in cui si scopre che si volevano tutti bene fin dall’inizio.

La leggenda falsissima e ammuffita del soldato italiano che si fa amare ovunque vada a piantare il campo. L’armata “ti amo”, guardate che brava, invade la Grecia, ma senza cattiveria! E gli invasi, di fronte a tanta irresistibile simpatia e bontà, proprio non riescono a far loro del male.

L’attentato di Nassiriya è stato anche uno svelamento dirompente, la traumatica rivelazione che questa era solo una favoletta auto-assolutoria. Ciò che si credeva impossibile, improvvisamente si è materializzato in carne e sangue: esiste qualcuno che non ci trova irresistibili, che ci odia e – addirittura – ci fa del male! Assurdo!

Intervistato dal Corriere, il generale dei carabinieri Bellini esprime bene lo smarrimento morale prodotto da questa imprevista agnizione: “Mi sento tradito. Tradito da quelli che in Iraq hanno fatto questo attentato, contro il senso della nostra missione: noi siamo partiti senza armi pesanti, siamo partiti per aiutare la gente”.

E allora, come succede in questi casi, se una verità mette radicalmente in discussione le nostre categorie, meglio negarla e tornare alla nostra confortevole gabbia teorica. “No, non è stata la gente di Nassiriya a concepire questa tragedia. La gente di Nassiriya ci vuole bene: vecchi, donne, bambini”.

2.
Gentile signor Folli, ho letto il suo editoriale di venerdì 13 novembre. Mi scusi per la franchezza, ma l’ho trovato falso e in malafede. “Non è bastata ai nostri soldati la cordialità verso la popolazione, non sono serviti i sorrisi, l’assenza di ogni arroganza, le armi leggere… il garbo verso i bambini”. Le armi leggere sono certamente più garbate di quelle pesanti (lo stesso vale per le droghe, ma non andatelo a dire a Gianfranco Fini). I bambini, poi, si è visto, sono un argomento che tira sempre.

Lei continua così: “È stato inutile che i nostri coraggiosi Carabinieri stabilissero la loro guarnigione a ridosso del centro urbano, anziché in qualche remota località: quasi a voler riprodurre la tranquilla serenità di una stazione dell’Arma in un paese italiano”. Mi permetta solo una battuta facile facile: spero che la stazione dell’Arma presa a modello non sia Bolzaneto.

“Gesti nobili e generosi… in Iraq per portare pace e sicurezza, non certo per inseguire modelli tardo-coloniali… missione di pace… eroi moderni, eroismo di uomini semplici e determinati… il loro coraggio…la loro missione di pace è parte di una lotta più ampia alle forme di intolleranza violenta e destabilizzante…”. Invece no, signor Folli. Facciamola finita con tutta questa ipocrisia su cui per chissà quale patto non scritto dovremmo sorvolare. Siamo andati in Iraq dopo che quegli altri hanno finito il lavoro più duro, più sporco. Da bravi italiani, prima ci siamo inventati una specie di “appoggio non belligerante”, una cosa talmente ributtante da farmi preferire persino l’interventismo dichiarato di Tony Blair (che perlomeno si assume anche tutti i rischi). Poi, quando abbiamo creduto che la situazione fosse più tranquilla, siamo partiti come cagnolini dietro il culo del presidente americano, con la speranza di vederci gettare nella ciotola gli avanzi del banchetto. Lo racconti, signor Folli, lei che è un giornalista, cosa s’intende per ‘banchetto’: 1 miliardo di dollari alla Bechtel Enterprise Holding (il cui direttore generale è membro del consiglio per l’export della Casa Bianca) per ricostruire le infrastrutture, 2,1 miliardi alla Halliburton (il cui ex-amministratore delegato è nientemeno che il vice-presidente degli Stati Uniti) per ripristinare gli impianti petroliferi.

Eppure, tra le righe, per un attimo, lei sembra lasciarsi sfuggire qualcosa: “Solo rafforzando, e non indebolendo i legami dell’ Italia con i suoi alleati, si possono influenzare scelte che riguardano tutti, frenare l’ America nei suoi errori e nei suoi fallimenti (che sono tanti)…”. Poi si ritrae. Perché? Le manca il coraggio?

3.
“… Questa comunità che va dagli Stati Uniti a Israele passando per l’Europa; e che dovrebbe abbracciare tanti Paesi derelitti, soffocati da satrapi simili a Saddam Hussein” (comunità dalla quale, a questo punto, siamo costretti a escludere due civilissime democrazie come la Francia e la Germania). Lei ritiene, gentile signor Folli, che questo non sia un discorso tardo-coloniale? Libero di affermarlo. Io mi permetto – e mi perdoni se le sembrerà offensivo – di citarle alcuni brani di un libro che mi è recentemente capitato per le mani. Si tratta di un manuale scolastico per la V elementare, edito nel 1938 e intitolato “L’impero d’Italia”:

“Il Negus accentrava in sé i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, ma tali poteri venivano esercitati anche dai ras… Una forma di governo veramente assolutista e che a noi ricorda alcune deformazioni del medioevale feudalesimo; fra questi ras v’era sempre chi voleva prevalere con la prepotenza e la ferocia. Ai pochi ricchi padroni si contrapponevano molti poveri. Questi dovevano lavorare per ricchi i quali li trattavano quasi come bestie. E si ebbe su larga scala la schiavitù più vergognosa fino alla conquista nostra. (…) Occorreva l’intervento della nuova Italia. L’Italia, mandataria ideale della giustizia romana e della civiltà latina, si è sostituita ad un governo d’inetti e di incapaci per far rendere un vasto Paese, virtualmente ricchissimo.”E ancora: “Liberare l’Etiopia dai cattivi capi che dall’alto dei monti continuavano a intimorirci con la superiorità selvaggia. E venne, piena rapida totalitaria, la liberazione dell’Etiopia”.

‘Operazione di Peacemaking’ la chiamerebbero adesso. In effetti, sfrondati i concetti da tutta la vecchia retorica fascista, mi sembra che oggi non ci siamo allontanati di molto; tra satrapi crudeli, masse oppresse, minacce alla democrazia e missioni superiori, la morale è sempre quella: siamo laggiù per liberarli da loro stessi. E per le rendite.

4.
Eroi, coraggiosi, nobili.
Erano brave persone? Non le conoscevo personalmente, ci mancherebbe che gli attribuissi arbitrariamente cattiveria e brutto carattere.

Anzi, no: per giustizia nei loro confronti, perché non voglio che vengano strumentalizzati ai fini della propaganda, perché non sopporto l’idea che vengano spogliati della loro umanità e singolarità, e poi ridotti a iconcine funzionali al discorso del potere, dirò che per me potevano anche essere stronzi, maneschi, volgari o anche solo antipatici, ma che non per questo la loro morte è meno dolorosa.

5.
Pura pornografia. I soliti sciacalletti della stampa si buttano sull’ordinaria amministrazione delle “ultime lettere” dei defunti ai parenti. Il solito voyeurismo cadaverico. Il poveraccio che, stando al Corriere, scriveva a casa che “Italy Good, dicono i mau mau”. Il gergo familiare, che giustamente se ne infischia del politicamente corretto, improvvisamente assunto a esempio ufficiale della scanzonata simpatia italica.

Sempre dal Corriere, modello tradizionale di misura e sobrietà: “Era apparso anche a ‘Porta a Porta’. Lo avevamo visto in tv con in braccio un bambino”.
Sempre questa dannata televisione a fare da filtro unico. Ciò che è televisivo è reale. Il popolo auditel attende la diretta dei funerali. Un giornalista fa la cronaca della giornata di venerdì: i soldati escono dall’aereo “come nei film”, “l’Italia televisiva (tutta, compatta, Rai, Mediaset, La7, Sky) per mezz’ora accantona i soliti show preserali”. Per mezz’ora. Bravi. Quando poi, parlando del dolore delle famiglie, traccia un’ardito paragone con il terremoto in Abruzzo dell’anno scorso, è un altro ricordo televisivo: “Vengono subito in mente altre scene apparse in tv proprio un anno fa: la grande sala ardente organizzata nella palestra di San Giuliano di Puglia dopo il crollo della scuola”.

6.
L’articolo in questione si intitola “Onore ai caduti (senza retorica)” e si conclude con un auspicio e una speranza: “Chissà che dopo tanto sangue e tanti vuoti si cominci a guardare con un’ attenzione diversa ai mille, spesso dimenticati monumenti che in ogni piazza italiana rammentano chi morì, in altri tempi, per gli stessi valori cari ai ragazzi di Nassiriya, nostri martiri contemporanei”. Detto senza retorica, naturalmente.

Ma di quali monumenti, di quali valori, di quali altri martiri sta parlando? Dei soldati mandati a morire in Russia per i deliri bellicistici di Mussolini? Dei miei avi gettati fuori dalle trincee a fiotti di grappa e colpi di baionetta da quel figlio di puttana del generale Cadorna? Se è di loro, che qui si parla, io il loro sacrificio non l’ho mai dimenticato, per averlo letto, studiato e sentito raccontare. E so che il loro martirio, se si vuol proprio usare questa parola, è stato quello tragico della carne da macello spedita al massacro dai propri governi.

7.
C’è solo quella morte orribile, decontestualizzata. Le vittime civili sono scomparse. Nessuno più che si domandi perché i nostri soldati erano a Nassiriya.
Dire che erano laggiù per una causa ingiusta è tabù. “Come osi offendere i nostri ragazzi?”

Mio nonno partì per l’Abissinia nel ’36, a ventitrè anni. Veniva dalle campagne del Veneto, dal lavoro duro dei campi e dalla miseria. Semianalfabeta, nell’esercito aveva trovato un letto, una disciplina, un lavoro pagato e sicuro, la certezza di pasti regolari. Qualche anno fa, poco prima che morisse, durante un suo ricovero in ospedale, gli ho chiesto di raccontarmi della sua campagna d’Africa. Ne parlava con piacere, si capiva che per lui era stata un’esperienza importante. I suoi ricordi erano buffi, commoventi.

In Africa, l’esercito italiano andò per una causa ingiusta. Non ho mai pensato che mio nonno fosse una persona cattiva. Ditemi: sono schizofrenico?

8.
Non poteva mancare un articolo indignato sui no-global spietati e disumani. L’incipit è micidiale, nel suo innatismo. “Ci sono italiani che non provano dolore”. Un’affermazione assoluta, una condanna categorica. Come a dire: ci sono italiani moralmente bacati che sono antropologicamente diversi dal resto degli italiani. Anzi, che non sono nemmeno veri italiani.

Chi non piange è una carogna congenita. Controllate che nell’occhio del vostro vicino scintilli almeno una parvenza di lacrima. Vigilate sui vostri compagni di banco, prestate orecchio ai loro commenti: sono italiani o mostri morali?
Tra le manifestazioni di questa spietatezza, si cita la dichiarazione di un portavoce dei soliti disobbedienti. Dice: “L’ attentato di Nassiriya dimostra che la guerra non è finita. Muoiono civili iracheni e soldati italiani, tutte vittime incolpevoli di una guerra inutile, della quale è complice il governo Berlusconi”. Sarà anche opinabile, ma non mi sembra particolarmente disumana. Mi interrogo: forse è proprio perché anch’io sono senza cuore. Forse, mentre butto giù queste righe, anch’io rientro nel novero degli italiani senza cuore.
Mi ci sforzo. Niente da fare, non ci riesco.

9.
“No, nessuno se ne andrà così, non si scappa quando ti ammazzano i fratelli. E non se ne andrà nemmeno il maggiore Claudio Cappello, «anche se da ieri ho ricominciato a fumare e ho sempre un poco di freddo addosso, credo sia lo stress». Cappello si è fatto la Somalia, Israele, la Bosnia: l’Iraq è la quarta sfida al destino, «mi sa che ho esaurito il bonus», dice. Anche la guasconeria è un modo per mascherare il magone”.

Il maggiore Cappello è con i nostri valorosi ragazzi a Nassiriya.
Il maggiore Cappello era a Genova, in Piazza Alimonda, alle cinque e ventisette del 20 luglio 2001.
Non chiedetemi di solidarizzare con lui.
Qualunque sia la sua causa, non è la mia.

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