Gli ossimori e gli eroi

19 novembre 2003
Pubblicato da

di Giordano Meacci

Quello che sta accadendo in questi giorni (il lutto, il pianto, la glorificazione dei carabinieri ‘caduti per la patria nel nostro 11 settembre’, i due civili – che parte della stampa ritiene doveroso considerare quasi-soldati: come se, altrimenti, si perdesse un po’ il senso dello schema complessivo – aggiunti al lutto nazionale insieme con i ‘combattenti per la pace’)è in qualche modo legato con la retorica classica rivisitata, la demagogia, Bertolt Brecht (non solo per il grottesco che la tragedia, suo malgrado, si è vista appioppare dai vertici dello Stato) e l’ultimo incontro tra Osvaldo Soriano e Marcello Mastroianni.

L’aiuto per l’interpretazione di questo periodo si nasconde nell’unica categoria linguistica che i mass-media riescono a ravvivare in continuazione (spesso senza accorgersene: un po’ come mister Magoo prezzolati della comunicazione; molte altre volte con la consapevolezza di mascherarsi dietro le parole facendo cosa gradita a chi potrebbe invece censurarli, con ovvia perdita di molto di più del semplice pane quotidiano e della liberazione dal male).

L’ossimoro. Guerra-Umanitaria, Bombe-Intelligenti, Soldati-Missionariperlapace, Guerra-Giusta (e il catalogo potrebbe continuare, non si creda, solo deviando di poco l’obiettivo dall’estero all’interno: Andreotti-Innocente, Berlusconi-Politico, Ciampi-Garante). Un’evoluzione politica, questa, del ‘ghiaccio bollente’ di Tony Dallara verso le spiagge strumentali della demagogia. L’evidenza di questo meccanismo retorico, usato in questo modo – almeno a me pare – nasce da una realtà di fondo: la necessità di creare, da subito, proprio mentre si sta dando la notizia (o al momento di comunicare al mondo uno dei tanti reati di fatto di cui si ammantano parecchi stati liberi e democratici) anche l’interpretazione mirata della notizia stessa. Dire missione di pace e inquadrare i fucili è un facile ripiego per mascherare la realtà di quel che sta succedendo: ma come? te l’ho già detto, l’hai già visto: io sono la comunicazione obiettiva… non puoi accusarmi di mentire… sì, certo: te l’ho detto che è una guerra. Umanitaria, ma una guerra. Una guerra, ma umanitaria. Con la stessa sgradevolezza disarmante di chi ti dica: sì, ti odio e se posso ti sparo alla schiena, ma almeno ho il coraggio di dirtelo… come sono onesto, diomio, come sono onesto…

Così la morte di “questi ragazzi in Iraq” (altro artificio retorico: un ragazzo – malgrado la tendenza iperonimizzante e giovanilistica del mondo libero sia quella di ascrivere questo termine a un’età che fluttua dai dieci ai quarant’anni, ormai – un ragazzo non ha mai più di sedici anni: e in Iraq sono morti “padri di famiglia” di quarant’anni, e non per questo è meno grave), la morte per la pace, gli “angeli della nostra patria”, sono tutte frasi che, da subito, vietano qualsiasi possibilità di replica: visto che la demagogia è già pronta, dentro ogni singola parola, così da poterti rinfacciare (dopo anni di rodaggio): assassino, parolaio, stàtti zitto, rispetta i morti. E tu, che fino a ieri dicevi le stesse cose di oggi, “sono contrario a qualsiasi tipo di guerra: questa guerra, inoltre, non è stata voluta dall’ONU ma dagli Stati Uniti, non esistono armi di distruzione di massa, è tutta una scusa, il Parlamento ha fatto finta, col placet del presidente della Repubblica, di inviare una scorta armata in Iraq per un ospedale da campo e ha violato l’articolo 11 della Costituzione…”, tutte cose che hai detto e ripetuto fino alla nausea per impedire la morte, almeno per non renderti complice, per quel poco che puoi fare… ed ecco che, oggi, quelle stesse persone che hanno mandato i soldati a morire (insieme con due civili che volevano documentare) ti dicono di stare zitto; di rispettare, tu, quelle morti che loro stessi hanno provocato. Comunista, pacifista, cattivo che non sei altro.

A tutto il resto aggiungiamo una consuetudine della nostra informazione nazionale (che, a questo punto, duole dirlo, trova riscontro nella stragrande maggioranza del paese, secondo meccaniche note da solito-serpente che si morde la solita-coda: paese-cassa di risonanza mediatica- paese), la tendenza a respirare di sollievo quando la morte non ci interessa direttamente. Ricordo ancora la notizia di qualche anno fa, con un aereo caduto e il telecronista che parla di 146 vittime, “fortunatamente nessun italiano”.

Formulazioni trappola che si legano a doppio filo con la demagogia di ritorno: i vertici dello Stato e i media piangono coccodrillescamente, la nazione si commuove, amplificando la demagogia dello Stato e dei media; finché le persone intervistate al Vittoriano non ripetono, parola per parola, gli slogan luttuosi del Tg1 e del Tg4. Un fenomeno inquietante che ti porta alla domanda fatale: se Giorgino non abbia influito, nella sintassi nazionale di questo tempo, più di qualsiasi altro parlatore in azione.

Queste morti sono morti volute dallo Stato. E lo Stato le piange. Questa guerra in Iraq nasce come un inganno (come tutte le guerre, in realtà) e i gabbati ritornano, per dirla con il Poeta, sotto forma di spoglie avvolte nelle bandiere “legate strette perché” sembrino “intere”. Giovedì scorso, nel corso del dibattito parlamentare, solo rifondazione, comunisti italiani e, in parte, i verdi, hanno detto che era una vergogna. Il D’Alema Massimo del partito che negli ultimi anni ho votato è ritornato, di nuovo, sulla questione della responsabilità di chi deve fare la guerra, ecc. ecc. Poi ha trovato il tempo di parlare della questione-politica-Craxi. Un ex-latitante.

In questi giorni, proprio quando il valore del dibattito politico istituzionale sulla guerra in Iraq e nel mondo aveva la stessa forza dirompente di una canzone di Gigi D’Alessio (che, a proposito: la pongo come domanda: l’ho sentito cantare Bocca di rosa sabato scorso… Non vorrei essere il solito ottuso che, in realtà, per moltissime cose, sono, sicché potrei aver inteso male: qualcuno mi può dire se è vero o no che NON è stata cantata, sabato scorso, la strofe “spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno” – già variata in “il cuore tenero non è una dote di cui sian forti i carabinieri ma quella volta alla stazione l’accompagnarono malvolentieri?” – il che sarebbe un bell’esempio di questioni che, per quanto tu le voglia tenere fuori, ritornano comunque… e un’autocensura su De André… altra metafora di questi giorni… ).

Felice il paese che non ha bisogno di eroi, diceva Brecht. E invece è proprio questo che vogliono ora. Eroi (e ancora il poeta e la gloria / di una medaglia alla memoria). Immaginatevi uno Schifani televisivo che non aspettava altro che dire “il nostro 11 settembre”, variazione della “crisi economica che ha determinato la tragedia dell’11 settembre” e “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”. Da quanto tempo dicono che ogni cosa (dal rincaro reiterato dei prezzi a Tony Renis a Sanremo) dipenda dalla tragedia dell’11 settembre? Be’, questi morti serviranno a zittire qualsiasi protesta contro la merda delle guerre, al grido di: “si vergogni, lei non rispetta gli eroi di Nassiriya…”.

Quello che stupisce – e non penso di essere cinico – è che la popolazione italiana si sia prestata, in gran parte, a questa pagliacciata in maschera del tricolore alle serrande, del lutto nazionale con “corazzieri in gualdrappa” (cito testualmente dal Tg1 del 17 novembre)… Stupisce che anche nella mia sinistra ci sia chi si è dimenticato (e con questo, sì, decretando l’esistenza di morti di serie A e di serie B) che questo avvenimento tragico non è diverso dalle morti di Ustica, dai civili della funivia tranciati dai top gun, dai morti civili sul lavoro di Genova, dai morti del Petrolchimico. Dire, in Parlamento, che questo evento luttuoso è la più grande sciagura dal dopoguerra in qua, significa affermare che i morti civili contano meno dei militari (non sono io a fare graduatorie, sia chiaro); che i morti in guerra, diciamocelo, di Ustica, sono poco meno di un incidente statistico.

Sono cinico se penso alla preoccupazione di dare soldi ai familiari di questi ragazzi (sacrosanto diritto dei familiari di vittime) e mi chiedo perché ci siano sempre due pesi e due misure a seconda dei casi e del grado di militarità delle morti? Sono cinico se penso che “questi ragazzi” sono stati strumentalizzati prima e ancora di più ora che le loro salme valgono un tanto al chilo nel mercato politico? In questo paese in cui bisogna convivere con la mafia, in un pianeta dove per coprire il crollo della Enron si parla (e non so se si parli soltanto) di altri crolli, si coprono i Bin Laden prima agenti CIA poi nemici dell’umanità (con evidente problema di identificazione del prima e del poi a scapito del durante), si individuano senza catturarli, nel deserto, i mullà-omàr – in dialisi, guerci e in fuga con il side-car – si finanziano i Saddam Hussein, si armano i Saddam Hussein, si nascondono i Saddam Hussein, non si parla della Cecenia, né delle guerre centroafricane… in questa scenografia, i protagonisti sono oggi i soldati e i civili dell’attentato a Nassiriya. Servivano come il pane: li hanno trovati. E il primo che mi venga a dire che non stanno sguazzando nel sangue e strumentalizzando le loro morti per addormentare il paese, gli augurerò di trovare nella vita proprio quello che sta cercando. La più estrema delle maledizioni.

Pensate all’ipocrisia di dire: in rispetto dei caduti modifichiamo i nostri palinsesti; ai tg che trasmettono solo la stessa notizia per giorni (e intanto si costruisce un muro in Palestina, muoiono persone a Istanbul, i fanatici fanno la guerra e muoiono sempre i civili… Cadono elicotteri come mosche ma non si deve dire più di tanto…). Luttwak (da me già premiato più volte col premio Strangelove), Ferrara, Giorgino, Vespa ci riempiono di buoni sentimenti e però veicolano in filigrana l’idea che bisogna rimanere in Iraq. Siamo tornati indietro di una domanda, non più che fare? ma ancora che dire?

Mi dispiace per i morti. Ma questo mi dispiace sempre – più o meno (e spiegare questo più o meno significherebbe una digressione di centomila righi). Ho sentito Gino Strada dire cose sensate, immediatamente insultato dalle grida patriottiche del sottosegretario alla difesa.
Ho visto rispolverare tutta la paccottiglia del peggio del peggio della retorica militarista (e in questo, maledizione, il caro signor Carlo Azeglio Ciampi ha una delle più grosse responsabilità, lui e tutta la fanfara sfilatistica del 2 giugno). Rivedo onore (parola cara tanto a certa politica che alla mafia, se non erro), patria… E nessuno che si azzardi a dire che siamo in guerra…
Questa è la vergogna mascherata con gli ossimori. Con il paradosso (se posso passare da una retorica pubblica a una retorica privata) che, se qualcuno di noi dicesse a chiare lettere che l’Italia è (oltre che stupidamente, insensatamente come sempre, quando si parla di guerra) illegittimamente in guerra, rischierebbe – credo – un linciaggio mediatico. E però: sarà pure ora di ripeterlo fino allo sfinimento, che tutto questo è grottesco.

In questi giorni (come altre volte) mi sono ricordato di un aneddoto raccontato da Soriano. Un aneddoto che, per me e per Greta, di fronte ad alcune situazioni planetarie, è diventato una sorta di cifra privata, una metafora di coppia degli avvicendamenti storici.
Quando Mastroianni e Soriano si salutarono per l’ultima volta, con Mastroianni ormai sulla nave, il Marcello di tutti noi gridò a Soriano, sul molo, la frase dei Compagni che Soriano gli chiedeva sempre di ripetere, quando erano insieme. Quindi: immaginate Mastroianni che grida, da lontano, “Senta, scusi, che paese è questo?”. E Soriano che riesce a rispondergli “questo è un paese di merda”. Prodigi della globalizzazione commutativa, in parecchi casi (come questo di cui parliamo, evidentemente, fatto di lutti strumentalizzati e guerre mascherate), basta sostituire paese a mondo e il risultato parrebbe non cambiare.
E di qui, però – stupidamente, ottusamente – il pensiero speranzoso: che in questo mondo ci sono anche Mastroianni e Soriano.

Sono convinto che i morti vadano rispettati in modo diverso dall’ucciderli e poi santificarli. E questo vale per tutti, credo. Anche se, si sa, la verità assoluta non esiste. Felice il paese che non ha bisogno di eroi. Diciamolo il più possibile; chissà che alla fine non si avveri.

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2 Responses to Gli ossimori e gli eroi

  1. silvia brusotti il 19 novembre 2003 alle 18:02

    No, non è cinico Giordano Meacci. Condivido appieno il suo pensiero e le sue preoccupazioni. Anche io ritengo che queste morti siano state subdolamente strumentalizzate da quanti la guerra l’hanno voluta. E questa strumentalizzazione convince. Sono in molti oramai a credere che sia giusto mandare altri “ragazzi” là.
    Condivido il suo pensiero. Non ho certezze, ma viene anche a me la nausea di fronte a tanta ingombrante celebrazione. Come se volessero venderci una volta ancora la vita per la morte e la morte per la vita. Grazie.

  2. anna il 19 novembre 2003 alle 18:49

    non è carino, forse, fare un copiaeincolla dei propri post ma ciò che ho scritto commentando il pezzo di Moresco, l’altro giorno, vale anche oggi e mi pare s’addica a quanto scritto da Meacci. perciò riporto:

    “In che razza di spaventoso paese viviamo, sotto la sottile crosta della sua vanità e cinica inconsistenza? E’ tutto marcio. Un paese che si prende per il culo da solo, si attribuisce sentimenti che non possiede. Sentimentale, ma privo di sentimenti. Moralista, ma privo di ogni morale. Ipocrita e corrotto fino al midollo”.
    Caro Moresco, penso alle parole (pavide, abiette, sconce) di questi giorni, a chi ha parlato di “morti per la patria”, di “ground zero italiano”. Non so dire se sia più forte il cordoglio umano per la morte di uomini, padri,figli, mariti… o la rabbia, la nausea, la rabbia, la nausea, la rabbia, per il siparietto che si è aperto immediato su quella scena. uno sproloquio assordante rispetto al quale pure la vergogna si vergogna di definire. dosi massicce di retorica, di sedativi linguistici, di facili argomenti sentimental popolari, che inibiscono, intorpidiscono, anestetizzano qualunque stimolo, impulso critico. tutti che spiegano con le parole pronte, giuste, opportune, e che piangono, sì piangono si addolorano, mostrano le loro facce contrite di patrioti colpiti al cuore. la faccia dell’Italia partecipe al dolore, all’umore, ma anche fiera del sacrificio dei suoi figli, pronta a difenderne e avvalorarne l’onore, la memoria. bene. bello. giusto (seppure fosse). ma per quanto? cinque, dieci minuti, venti… insomma sì i tempi della diretta o della registrazione i tempi necessari perché passi l’immagine, la rap-presentazione, l’idea precotta o quantomeno buona per condire, riempire la zucca di quella che chiamano l’opinione pubblica, un bel piatto. gustoso e veloce. quattro salti in padella. ecco, i tempi necessari perché arrivi l’ora dello spot, delle letterine, dei quiz che, dei commedianti sabato a sera, delle partite in cui zittitutti per un minuto e poi pluf, come per magia, come d’incanto,altro mondo, altra storia. nuova vita. luci e colori alla ribalta. balli, canti, culi, c’è posta per te, 5000 euro, l’accendiamo? l’ultimo libro di vespa accanto al plastico di nassyria, piccolo compenente d’arredo perché no? le trombe da costanzo prima dello show, e, audience alle stelle, l’isola dei famosi, con il delirio e la preoccupazione per gli eroici finalisti, “i sopravvisuti”. chi prima, chi dopo il tg (c’è da rimpiangere il tempo del cacao meravigliao!) non ci lasciano mai soli. generosi, altruisti, coraggiosi perché loro sanno che “the show must go on”.
    L’Italia si dice che sia desta, ma a me pare che dorma, narcotizzata. su fratelli, sveglia, che è ora…

    sono passati duetre giorni, e segni di risveglio neppure uno. anche se parrebbe che i signori dell’informazione siano ben attenti e desti. mai lette tante affermazioni di anti-retorica. o meglio di metaretorica. l’ultima oggi: un giornalista che si compiace del comportamento degli italiani, capaci di “trasformare il cordoglio in un sentimento complesso fatto di orgoglio, dignità, fierezza, di rifiuto dell’ostentazione.” rifiuto dell’ostentazione? siamo al surreale, davvero. le bare in passerella, i familiari in vetrina, e i tricolori appesi e portati al collo e si ha il coraggio di dire rifuto dell’ostentazione?! e continua parlando di questo nostro “paese serio che non si è fatto catturare dalla retorica che in questi giorni gli è stata somministrata”; giusto, peccato che questa retorica pare essere proprio sulla bocca di tutti, pure di quelli che ne fanno smodatamente parlando di quella degli altri. chissà magari è un incubo.
    su fratelli, sveglia, che è ora…



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