On advertising #1

19 novembre 2003
Pubblicato da

di Raul Montanari

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Da Il buio divora la strada, il romanzo di Raul Montanari pubblicato da Baldini&Castoldi nel 2002, riprendo alcune pagine che mi colpirono molto quando le lessi la prima volta, e che mi sembrano rilanciare la discussione sulla pubblicità avviata da Elio Paoloni. (T.S.)
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“Che ne sai tu del lavoro che faccio?” replicò Paleologo, freddamente.
“Be’… io non so di preciso qual è la sua mansione. Però ve-do che lei è una persona importante qui dentro. Lei è un pubblicitario, e…”
“E cosa ci vedi di tanto interessante nella pubblicità?”
Alex non ne poteva già più.
“Ma tutto, no?, tutto quello che dicono, che è il mestiere più di moda, che è creativa, è la nuova arte, tutto questo!”

Accompagnò le parole con un gesto circolare. L’intenzione era di alludere a tutte le meraviglie immaginabili, invece finì per indicare le foto porno. Non aveva fatto apposta ma la cosa gli venne così bene che risero tutti e due, e per la prima volta gli sembrò che qualcosa si fosse stabilito fra loro.
“Sai” disse Paleologo con la sua voce sporca, “in un certo senso hai ragione. Venendo qui hai incontrato qualcuna delle ragazze dell’agenzia?”
“Sì, tre o quattro.”
“Hai notato come si vestono, vero?”
“È un po’ difficile non notarle.”
La centralinista zoppa non rientra nel discorso, evidentemente.
“Bene, mi dovrei vestire anch’io in quel modo.”
“Perché?” chiese Alex.
“Fanno benissimo a vestirsi come delle puttane, perché lo sono. E io dovrei fare lo stesso, perché sono peggio di loro.”
Lo sguardo di Alex tornò a posarsi sulle fotografie incollate alle pareti, ma Paleologo fece un gesto come per dire no.
“Facciamo due battute di dialogo socratico, ti va? Dunque, Alex, cosa fa una puttana?”
“Be’…” mormorò lui, abbandonandosi di nuovo contro lo schienale della poltroncina. “Si offre. Vende il suo corpo.”
“Perfetto. E io cosa vendo?”
Alex rimase in silenzio. Sollevò una mano e la mosse nell’aria.
“Vendo la creatività, Alex” rispose l’altro per lui, in tono lugubre. “E sai cos’è la creatività? Già, scusami, il dialogo socratico non si fa in questo modo, se no sembra l’esame di maturità. Tu dovresti poter rispondere solo sì o no, giusto? Allora, Alex, la creatività è l’energia più intensa, più nobile, che un uomo possa esprimere. Che ne dici?”
“Mah… in linea di massima…”
“Specifichiamo allora. E’ un uso della fantasia, cioè anche della memoria, dell’intelligenza, di tutto te stesso, applicato alla produzione di qualcosa, al far sal-tare fuori qualcosa che prima non c’era.”
“Così mi sembra perfetto.”
“Grazie! Dunque, un artista cosa fa della sua creatività? La esprime liberamente o no?”
“Direi di sì.”
“Ecco, andiamoci piano, Alex. Naturalmente un artista è pieno di limitazioni… il pubblico, l’editore, non so, il produttore, il mercante d’arte e quel diavolo che vuoi. Comunque, anche ammettendo che neppure l’artista sia libero al cento per cento possiamo dire che è libero, se non altro, di crearsi da sé i suoi vincoli o di non crearseli, no?”
“D’accordo” disse Alex.
Forza. Arriviamo al dunque.
“Bene, io questa libertà non ce l’ho.”
E Paleologo tentennò la testa, come se avesse enunciato una verità devastante. La macchia compariva e spariva.
“Ma io” disse Alex “vedo in giro delle pubblicità bellissime… sembrano dei piccoli film, anzi tante volte sono più belle dei film che interrompono. Proprio fantastiche, davvero!”
“Ecco il solito errore” sogghignò Paleologo, picchiettandosi il mento con l’indice. “Lascia perdere se siano belle o no, che è tutta da vedere. Io sto parlando di libertà. Il regista di quel film di cui parli, quello interrotto dalle tue bellissime pubblicità, può anche aver fatto un film brutto, però nella sua opera può dire quello che vuole. Può dire io amo questo, io odio quello. Il mondo è stupendo, anzi no, ho cambiato idea, fa schifo! L’artista, qualsiasi artista, può dire: andate al diavolo e lasciatemi in pace. Viva Confucio, abbasso i Pink Floyd. Creperemo tutti come bestie. Carote venute dallo spazio hanno portato la vita sulla terra. Bisogna sterminare la razza bianca. Dio non esiste, oppure è cretino, o cattivo, o semplicemente distratto. Mi segui?”
“Certo. Un artista può dire tutto, insomma. Magari però…”
“Io, invece” lo interruppe l’altro “posso dire una cosa sola. Tutta la sterminata marea, la legione fittissima degli spot, delle fotografie, degli annunci radio, dei manifesti e mettici tu quello che ti viene in men-te, tutto questo, bada bene, dice una sola frase, che si può formulare così: ‘Il mondo è bello, la vita è una meraviglia, quindi compratevi il prodotto e state allegri!’.”
“Solo questo?” fece Alex, poco convinto.
“Solo questo. Oh, intendiamoci, lo si dice in molti modi, mettendoci un bel culo, un bel paio di gambe, un po’ di humour, una bella barca, un bel cielo azzurro, la moglie strafiga e la colf sexissima che tut-ti vorrebbero avere, il figlio ideale, non certo un mongolo o uno spastico, scusami la bassa retorica. Ma se io avessi intenzione di dire che il mondo è schifoso come le foto che prima ti incuriosivano tanto, che odio tutti e avrei voglia di farmi saltare il cervello, come faccio? Non ne ho modo.”
“Nessuno comprerebbe il prodotto” suggerì Alex, incerto.
“Vuoi scherzare? Una pubblicità del genere non arriverebbe al pubblico, non uscirebbe mai. Quello che l’ha commissionata all’agenzia la segherebbe subito, e avrebbe ragione. Perché non sarebbe pubblicità, sarebbe lo spurgo mentale di un idiota che ha sbagliato lavoro. Quindi, torniamo in circolo e chiudiamo la catena: la puttana cosa vende?”
“Il corpo.”
“Bene. Io cosa vendo?”
“La creatività.”
Che ore saranno, dannazione? Avrebbe voluto sbirciare l’orologio, ma l’altro gli teneva gli occhi addosso.
“Ergo io sono peggio di una puttana, se ritieni che lo spirito conti più della carne, o almeno le sono pari, se non vuoi ammettere questa gerarchia.”
Detto questo, Paleologo intrecciò le dita delle mani e le appoggiò sulla scrivania, guardandolo con amara soddisfazione. Dietro di lui, intorno alla sua testa, culi e cazzi apparivano in qualche modo stabili, assoluti.
“Però” sfuggì ad Alex, quasi controvoglia “il discorso che lei fa, anche se è giusto, dovrebbe valere per tutti. Voglio dire, per tutti quelli che fanno un lavoro qualsiasi… operai, impiegati… Un lavoro che a loro non dà niente, mica gli permette di esprimersi. Anche loro si prostituiscono, per otto ore al giorno. E anche le casalinghe, e tutti gli altri.”
“È molto diverso” replicò Paleologo. “Impegnano il loro tempo, e una certa quantità di energia. Non la loro creatività. Noi e le puttane siamo molto più coinvolti. Non lo capisci?”
“Be’, non del tutto. Gli impiegati dove ce l’hanno, la creatività?”
“Appunto: non l’hanno. Tornano a casa e guardano la televisione. Quello che hanno da esprimere lo tirano fuori nella partita a scopa, o nelle barzellette, o negli affetti familiari. Nella gara di pesca al laghetto, le battute coi figli. Sono come donne brutte, che non avrebbero neanche potuto darla via.”
“Be’…”
“Lo so, lo so, suona politicamente scorretto, vero? Chi se ne frega. In un’intervista o in un talk show starei bene attento a non dire una cosa del genere… mi massacrerebbero, garantito! Strillerebbero come galline, mi darebbero del razzista e peggio. Ma qui ci sei solo tu. Quello che dico è vero, lo sai tu, lo sanno loro, lo sappiamo tutti. Gli uomini non nascono uguali. Quelli come me una chance l’hanno avuta… non so da chi o perché. Privilegi sociali, forse. O genetici. Ma la chance l’hanno buttata via, vendendosi.”
Alex si passò le mani sulla faccia per nascondere uno sbadiglio gigantesco. Da due giorni si preparava all’incontro con questo Paleologo, che avrebbe dovuto dirgli qualcosa di suo padre, e adesso di cosa stavano parlando? Ma lui crede che me ne importi qualcosa di tutte queste menate? Abbassò gli occhi e guardò l’orologio, senza fare complimenti. Ormai erano le sei e tre quarti.
In quell’istante si sentì uno scatto secco. La luce si spense.

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