Il cinema del funzionario

22 novembre 2003
Pubblicato da

di Daniele Maggioni

È una novità che un funzionario televisivo decida di pubblicare un libro sul cinema con un approccio, si potrebbe dire, teorico, o meglio di teoria progettuale e produttiva. Non che sia “illegittimo”, ma Nuovo Cinema Italia di Carlo Macchitella, direttore generale di Rai Cinema (Marsilio, 2003), stupisce sin dal primo impatto,

oltre che per il titolo così assertivo, per l’atteggiamento vandalico con cui distrugge il cinema d’autore italiano.

Ma andiamo con ordine, cominciando con quanto dice, in sintesi, Macchitella. Il ragionamento si diparte dalla trasformazione che il cinema italiano avrebbe subito alla fine degli anni ’90, quando, terminata ingloriosamente la fase del cinema d’autore, è iniziata quella benemerita del cinema di produzione e sceneggiatura. Un ruolo decisivo in questo passaggio è svolto dalle televisioni che, intervenendo nel finanziamento dei film con maggiori responsabilità produttive, hanno imposto un rapporto più conciliante con i gusti del pubblico, favorendone il successo commerciale. Gli esempi citati sono L’ultimo bacio e La finestra di fronte. Secondo Macchitella è finalmente possibile pensare a un nuovo cinema italiano, più consapevole delle esigenze del mercato, dove i ruoli decisivi li giochino il produttore e lo sceneggiatore e non più il regista-autore. Lo strumento principe della trasformazione è la sceneggiatura, nella sua accezione più tradizionale e normativa, sviluppata secondo le regole classiche dei manuali (costruzione in tre atti, punti di svolta eccetera…). Le storie, invece, non dovrebbero riprodurre la realtà (questo semmai per Macchitella è il ruolo riservato alla fiction televisiva) ma in qualche modo estenderne le previsioni. La distinzione lascia più di una perplessità (perché mai la fiction televisiva non potrebbe contenere elementi di pre-visione?), al punto che da suggerire una lettura ulteriore del nodo teorico: da una parte la televisione, con racconti che prevedono l’uso di forme stereotipate di realtà (com’è nella maggior parte dei casi dei filmati televisivi prodotti in Italia), dall’altra il cinema con racconti che investano forme più verosimili di realtà (come dovrebbe essere, ma non è, nella maggior parte dei prodotti cinematografici italiani). Ma il problema vero è che questa alternativa ignora completamente gli aspetti della visione, dello sguardo e del punto di vista, centrali per ogni concezione moderna del racconto cinematografico.
La capacita di vedere, che si manifesta nella coesione tra regista, produttore, sceneggiatore, direttore della fotografia e scenografo è emarginata, così come la pratica della messa in scena. A Macchitella non sembra interessare il modo con cui il racconto si incarna nei personaggi e si fa vita rappresentata. Le dimensioni spazio-temporali sono escluse da ogni possibile riflessione, con buona pace del compianto Tarkowskij, e l’universo della rappresentazione è ridotto al puro racconto cartaceo. Verrebbe da dire: meglio fare dei libri, allora!
In questo nuovo scenario, il ruolo del produttore è mediare tra il pubblico e il prodotto, levigando e smussando tutti gli aspetti artistici incompatibili con la commerciabilità. Posizione questa accordata a quanto previsto dalla legge che il ministro Urbani si appresta a varare (e che dovrebbe entrare in vigore dal 1 gennaio prossimo), la quale mette in relazione le probabilità di ottenere finanziamenti pubblici agli incassi dei film precedenti e alla solidità della sua posizione finanziaria.

La prima osservazione riguarda gli esiti di questa politica, certo non sempre brillanti come pretende Macchitella. Scorrendo fra le coproduzioni di Rai cinema – tutti film “non d’autore” o meglio pensati per il pubblico – incontriamo Operazione Rosmarino, Il quaderno della spesa, Il pranzo della domenica, Sole negli occhi, Il trasformista, Sottovento, film che non sono stati visti da nessuno. Le formule magiche non ci sono e per ogni film che funziona nelle sale ce ne sono almeno altri dieci film che non ce la fanno.
Ma al di là di questa prima facile obiezione, il libro di Macchitella suscita effettivamente qualche inquietudine. In primo luogo c’è da chiedersi che ne è dell’identità del cinema. Forse il cinema è finito, come sostengono in molti. Forse il cinema non potrà più essere quello di prima, come sostiene, con argomentazioni più nobili, anche Wenders, che però pone al centro del suo ragionamento il digitale e le conseguenti modificazioni della rappresentazione della realtà. E, andando oltre, è chiaro che le nuove frontiere dei sistemi di diffusione delle immagini in movimento – con la personalizzazione della fruizione contemporanea attraverso la banda larga, la riduzione in miniatura delle immagini o ancora, l’immenso terreno delle potenzialità ricostruttrice che l’immagine elettronica e virtuale propone – pongono problemi fondamentali per il futuro dell’audiovisivo e del cinema. Porre invece il tema della relazione cinema-tv in termini di divisione di compiti narrativi è ridicolo, significa non comprendere la complessità del momento e non valutare a fondo la convergenza multimediale in atto tra i sistemi di registrazione, riproduzione, memorizzazione e diffusione di segnali. Se è vero che raccontare per immagini affronta oggi frontiere inimmaginabili fino a pochi anni fa, il cinema conserva il suo ruolo nel contesto della multimedialità narrativa proprio per la sua capacità di articolare il linguaggio e produrre senso in modo più complesso che altri prodotti.

Quello che si invece si annuncia in Italia è un fenomeno che potremmo definire il “cinema del funzionario”, dove il funzionario televisivo si sostituisce al produttore nel progetto e nelle scelte di fondo. Il caso più esemplare è Buongiorno Notte, non un film d’autore ma lavoro su commissione, fortemente voluto da Leone e Macchitella non tanto per ristabilire verità storiche, ma piuttosto come omaggio alla validità politica di culture passate (democristiane e socialiste, in particolare, vista l’origine politica dei due). In questo nuovo assetto, il funzionario interviene sulla sceneggiatura relegando il ruolo del produttore a quello di intermediario economico. D’altra parte il produttore non si azzarda a contrastare il funzionario per paura di perdere il finanziamento televisivo. Il pericolo dell’autocensura e dell’autocastrazione è decisamente incombente. La necessità di utilizzare risorse televisive fa sì che autori e produttori cercheranno di progettare film a misura di funzionario televisivo, uniformati alla sua idea di sceneggiatura e costruiti attorno a quelli che egli crede essere i gusti del pubblico.
Ma non si tratta solo di una nuova ripartizione dei poteri all’interno dell’industria cinematografica: questi nuovi assetti prevedono una diversa estetica del cinema, dove la visione è penalizzata rispetto alla parola. Ridurre tutto il processo di realizzazione di un film alla sceneggiatura può andar bene per i film di parola e per alcuni tipi di commedia, ma non potrebbe mai giustificare la realizzazione di film fondati sull’aspetto immaginifico Gran parte del cinema mondiale è inconcepibile dalla mente produttiva dei “funzionari della sceneggiatura”. I primi risultati si cominciano già a vedere: obbligo del dialogo efficace, della commedia, della brillantezza, della costruzione secondo schemi prestabiliti portano all’omologazione, come rileva il critico dell’Unità Dario Zonta nelle sue corrispondenze dal recente Festival di Venezia. La rincorsa al ribasso è già iniziata e sempre più spesso assisteremo a progetti cinematografici protesi a inseguire i canoni espressi da Macchitella nel suo libro. L’arbitraria e vandalica definizione di fallimento del cinema d’autore porterà inevitabilmente in futuro al fallimento del cinema del funzionario.

Quali prospettive rimangono, allora, ai nuovi giovani cineasti (mi guardo bene dal chiamarli autori), che vogliono sperimentare e ricercare nuove vie espressive? L’unica possibilità sembra essere di rimanere rigorosamente al di fuori degli schemi ordinari, sperando di ottenere in qualche modo dei riconoscimenti che li possano mettere in contatto con il pubblico. In fondo questo è quanto è successo al Il dono di Michelangelo Frammartino, già vincitore, negli anni passati, del premio Filmmaker alla produzione. Con una produzione no-budget, Frammartino è riuscito a realizzare un piccolo grande film, segnalatosi come il prodotto più interessante dell’anno, vincitore del festival del cinema italiano di Annecy, una palestra di talenti che negli anni ha portato alla ribalta il meglio del nuovo cinema. Un film sicuramente non pensato per il pubblico, non pensato per compiacere i funzionari, non pensato per raggiungere il successo, non pensato per scardinare, con la brillantezza dei dialoghi, le attese di qualche lettore autorizzato di sceneggiature. Un film di pura suggestione, visione, visionarietà e immaginazione, che ha sbalordito tutti coloro che l’hanno visto. Un film che non si sarebbe mai potuto “vedere” in sceneggiatura e per questo difficilmente avrebbe potuto essere finanziato (se mai fosse venuto in mente a Frammartino di chiedere un finanziamento).
Ecco, per i futuri Frammartino la strada obbligata rimane quindi l’autoproduzione superindipendente. Non sono l’unico a sostenerlo: nell’ultimo numero dei Cahiers du Cinéma (n.583, ottobre 2003) il critico e regista Jean-Louis Comolli, teorizza, per il cinema, un futuro di povertà, unica strada possibile per ritrovare una purezza di espressione, lontani dalla televisione. Anche senza essere così radicali, basterebbe immaginare che ognuno stesse al proprio posto. I produttori facessero i produttori e i funzionari televisivi i funzionari. Come faceva Pierre Chevalier quando era responsabile dell’area cinema di Arte (il canale satellitare franco-tedesco), prima del forzato abbandono di cui si lamenta nell’editoriale della stessa rivista, il direttore Jean-Michel Frodon. Chevalier, funzionario tv che conosce il cinema, ha prodotto, tra gli altri, Monteiro, Akerman, Garrel, Téchiné, tutti portatori di visioni potenti e originali.

Il cinema italiano deve ritrovare la sua identità e la sua vitalità lavorando su più fronti, con più livelli d’attenzione e di rapporto con il pubblico, tutt’altro che considerabile un blocco monolitico e stupido. Lo spazio di ricerca, di scoperta, di valorizzazione dei talenti rimane ancora e purtroppo delegato a strutture volontarie, a pochi coraggiosi che si fanno carico di sostenerlo, con risorse scarse e sempre più ridotte. I soldi sprecati da Rai Cinema con film insulsi, finanziati per motivi che spesso non hanno nulla a che fare con l’interesse del cinema e del suo pubblico, ma con giochi di appartenenza lobbistica, sono la vera piaga da combattere. Un po’ di rigore, di serietà, di competenza, un non abbassamento della guardia sul valore intrinseco dei progetti nella loro globalità visivo-narrativa, un lavoro di ricerca vero sviluppato con coraggio nel tempo, porterebbe a risultati sensibili. Scrivere un libro vacuo per giustificare la propria esistenza è un danno per tutti, anche per il suo autore.

Tag: , , ,

2 Responses to Il cinema del funzionario

  1. il superficiale il 23 novembre 2003 alle 00:35

    ma come si fa a scrivere un articolo su un libro di macchitella?
    (e un post su un articolo su un libro di macchitella?)

  2. christian raimo il 23 novembre 2003 alle 04:31

    allora la puzza di buongiorno notte aveva veramente un’origine interna.



indiani