Platone e la fecondazione eterologa

16 dicembre 2003
Pubblicato da

di Beppe Sebaste
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…. un ulteriore campanello d’allarme per una civiltà che non sa risanarsi, non sa evolversi, non sa trovare un equilibrio nella e con la natura.

“Eterologa”: contrario di omologa, come “eterogenea” è il contrario di omogenea. Parola che introduce un principio di a-simmetria, di alterità, di an-archia (che vuol dire senza inizio, rifiuto di un’archè autoritaria). Parola che introduce quindi un elemento di apertura, di sorpresa, di viaggio, di ospitalità, e in generale quell’elemento di disordine che è tutt’uno con la natura, l’idea che il corso delle cose non sia fissato per sempre e da sempre, col suggello di qualcuno che decide per gli altri (Dio, il Padre, o chi ne fa le veci).

Viene in mente anche “eteroclita”, e l’uso liberatorio che di questa parola faceva per esempio il sublime Diderot, illuminista certo, ma soprattutto anti-metafisico, anti-ideologico, anti-platonico: i suoi scritti e discorsi, scrive allegramente nel Sogno di d’Alembert, come le conversazioni, sono “altrettanto eterocliti dei sogni di un malato in delirio”. Al contrario l’ordine del discorso, come le grammatiche della vita e dei comportamenti sociali (l’archè, la filiazione, la geneaologia, il destino…) celebrano il Potere che non tollera ciò che sfugge al suo controllo. E’ quindi del tutto coerente che il divieto alla “fecondazione eterologa” sia sancito in un momento che è l’apice di un’ossessione normativa e identitaria, quella della chiusura su di sé, sullo stesso, quella della xenofobia e dell’omologazione (ora anche sessuale) Mi sembra sia questo il tratto essenziale, peraltro assente dal dibattito, del divieto approvato dal Parlamento: il ripresentarsi in forze del tabù più antico legato al Potere (al Padre), tabù che ha ricevuto il primo imprimatur politico nella teoria del padre (appunto) della nostra civiltà: Platone.

Qualcuno ricorderà (altri potrebbero leggerla) quell’opera fondamentale che è il Fedro di Platone, che parla di sesso, di amore e di scrittura, uniti tra loro dal discorso sul “seme”. La scrittura, dice Platone, è “un cattivo sperma”, e i suoi artefici sono “cattivi giardinieri”, cattivi fecondatori: non si sa chi siano, né da dove vengano. Invenzione recente e attribuita oscuramente agli “Egizi” (sempre loro, gli altri, musulmani ante-litteram), la scrittura era fortemente avversata da Platone a causa del suo rendere pubblici e irreversibili i discorsi, cioè fuori dal controllo, dalla privacy, dalla possibilità di smentirli o di negarne l’accesso. Essa, insiste, crea una memoria artificiale alla portata di tutti, divulga i segreti, quella verità che, come la sessualità, come la procreazione, deve solo essere detta in presenza, in privato, identificata, scritta “sulla cera dell’anima e non su tavolette di argilla”. La scrittura viceversa introduce un principio an-archico di disseminazione, come ha magistralmente e definitivamente mostrato Jacques Derrida. Si capisce allora che la battaglia civile per la fecondazione eterologa non riguarda soltanto la biologia, ma la vita di tutti, ed è strettamente connessa con quella per la libertà di parola, di espressione, di manifestazione pluralistica delle culture, e per la libera circolazione delle idee, delle sessualità, dei culti, degli individui e delle etnìe.

Lasciamo da parte la veniale ipocrisia platonica di sostenere queste tesi contro la scrittura “scrivendole” (rilevarlo oggi è quasi una pedanteria, in epoca di sondaggi, di dominio televisivo, di liberalizzazione assoluta e disinvolta della falsità e delle smentite, per non dire la moda dei conflitti di interesse).
Osserviamo piuttosto l’eco platonica (inconscia, forse, e quanto involgarita) nelle frasi pronunciate in questi mesi al Parlamento: “fecondità affettiva” (cioè non genitale, in riferimento all’adozione, alternativa preferibile alla fecondazione eterologa); “seme della mutua” (detto con disprezzo per gli ignoti donatori, altrimenti definiti “angeli”, con metafisica rimozione del corpo); “paternità genetica” chiara e sicura, a “denominazione di origine controllata” (sintesi, c’è bisogno di dirlo?, della posizione leghista). Sono alcuni scampoli del linguaggio trasversale pronunciato dai politici, a mostrare quanto l’avversione allo straniero e all’ignoto possa trasferirsi sul piano “embrionale”, investendo l’evento del nascere di soffocanti ideologie omologanti. Solo la fecondazione omologa è legittima. Essere fecondati – fecondate – dall’altro, dallo straniero, sarà per legge una devianza, ovvero un crimine.

Non c’è nulla di nuovo, purtroppo, ed è questo il problema. Nulla se non un ulteriore campanello d’allarme per una civiltà che non sa risanarsi, non sa evolversi, non sa trovare un equilibrio nella e con la natura. Il platonismo del Padre sembra vincere, politicamente, perfino sull’epocale tentativo introdotto in Occidente, storicamente e antropologicamente, con l’avvento di una religione del Figlio (e dello Spirito Santo, della Grazia, parola non a caso femminile che è generalmente sinonimo dell’ignoto, trascendente quanto immanente). Nulla di nuovo, quindi, tranne lo sconforto per l’arretratezza culturale di una classe politica che predica la modernizzazione, si dice riformista, e ancora oggi metterebbe al bando Spinoza per avere equiparato Dio alla Natura, e brucerebbe di nuovo Giordano Bruno per aver detto che l’universo è infinito, e quindi non esiste nessun centro. Del resto è dal Seicento, data di nascita notarile della nostra Civiltà e delle sue grammatiche (di lingua e di vita), che non si bruciano più le streghe, avendo già allora opportunamente inventato i manicomi. E’ il riformismo, bellezza. Ma oggi quella profilassi sociale sta incartando se stessa e l’Europa in una fortezza che si pretende assediata dai barbari: dalla popolazione eterologa.

Mi chiedo: a quando l’interdizione dell’erotismo? Perché, questo si è capito, la clonazione è una pratica omologa, e quindi accettabile; ma la sessualità, il fare l’amore, è senz’altro eterologa.

Pubblicato su “l’Unità”, luglio 2002.

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4 Responses to Platone e la fecondazione eterologa

  1. paola il 19 dicembre 2003 alle 09:01

    sono piuttosto turbata dal fatto che per criticare una legge davvero abnorme si debbano attribuire ad altre cose un valore che in realtà davvero non hanno. non sono affato convinta che il punto sia: omologo- cattivo // eterologo – buono; oppure omologo-conservatore // eterologo – rivoluzionario. scusate, intanto il fatto stesso di assumere come significativi questi termini orrendi non mi sta affatto bene (com’era? le parole sono importanti…). la fecondazione è per sua natura eterologa!!! il padre dei miei figli è altro da me, è un’altra persona, è un altro genere. è una scelta di relazione, perciò presuppone sempre un secondo (eteros, alter). e comunque, se proprio vogliamo arrenderci alla terminologia che ci viene imposta, ciò che è da rivendicare è la libertà della donna e delle coppie a scegliere – in salute e autonomia- non il bene intrinseco dell’una o dell’altra scelta. se no, dovrei considerarmi conservatrice o reazionaria solo perché ho avuto i miei figli con mio marito?
    p.s. inoltre trovo piuttosto scorretta – oserei dire piegata ai contingenti fini polemici dell’articolo – l’interpretazione che si dà della posizione di platone rispetto al problema oralità// scrittura (e non è quaestione da poco, visto che la nostra epoca vive un problema del tutto analogo rispetto alla produzione e comunicazione scritta tradizionale e quella in rete). adesso fa figo dire che platone era reazionario, ma insomma… non mi pare proprio il caso.

  2. riccardo ferrazzi il 20 dicembre 2003 alle 17:00

    Sono d’accordo con Paola. Un po’ di buon senso e un po’ meno filosofia tirata per i capelli non guasterebbe, soprattutto in una materia così delicata.

  3. beppe sebaste il 23 dicembre 2003 alle 12:46

    Nel ringraziare “nazione indiana” per avere riproposto il mio pezzo (purtroppo di attualità), rispondo volentieri, se lo gradiscono, a Paola e Riccardo Ferrazzi. Il fatto è che non ho interpretato Platone (padre della nostra civiltà), l’ho soltanto citato e ricordato. Non glio ho attribuito nulla. Basta leggerlo, e si apprende che non è “reazionario” (parola che acquista un senso in età moderna, dopo le prime rivoluzioni, fine Seicento), ma semplicemente un teorico autorevolissimo della tirannide, nel volto del cosiddetto Stato etico (che prende cioè anche decisioni di carattere spirituale, morale, filosofico, etc.). (Il riferimento è, naturalmente, a “Repubblica”). Per il resto non ho nulla da aggiungere. Il “Fedro” citato è chiarissimo (ripeto, basta leggerlo, e non è tempo perso). Il problema non è non fare figli col marito o la moglie, il problema è vedersi additata/o come criminale nel farli anche, eventualmente, con altri. Saluti e auguri, beppe sebaste
    P.S. Il che mi fa venire in mente: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Pensate se fosse imposto per legge, pena il coprifuoco. Non è davvero un caso che le prime leggi varate dall’imperatore Augusto riguardassero la politica della famiglia, riprese pari pari da Mussolini (si veda come ripasso “Una giornata particolare” di Ettore Scola) e al centro delle preoccupazioni dell’attuale governo. Il potere si assomiglia sempre. Non è un’opinione, è una constatazione.

  4. riccardo ferrazzi il 23 dicembre 2003 alle 16:40

    Gentile Paola sconosciuta,
    per aver detto la nostra siamo stati tacciati – fra le righe – di non conoscere i dialoghi di Platone, cioè di essere ignoranti e quindi di aver parlato a sproposito. Sarà bene tenerlo a mente d’ora innanzi. Ogni volta che leggeremo (in onore del dio Thot e alla faccia di Socrate) osservazioni pirotecniche di qualsivoglia genere e specie, purché funambolicamente agganciate a una auctoritas, guardiamoci bene dall’aprire becco. E se il buon senso si ribella facciamolo tacere. Altrimenti la fine di Giordano Bruno rischiamo di farla noi.



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