La trappola del fuorigioco

22 dicembre 2003
Pubblicato da

di Andrea Bajani

guzzanti_nazione.jpg

Coloro che per mestiere fanno ridere la gente hanno una lunga frequentazione con i meccanismi della censura: è un patto implicito, quello che regola la gestione non conflittuale della messa in ridicolo, o della traduzione in riso, di alcuni aspetti della vita associata. Si conoscono le regole e le si condividono, se per condivisione si intende l’accordo che rende possibile una coabitazione tra due parti. Finché la condivisione persiste, persiste la coabitazione. Nel momento in cui salta, scatta il fuorigioco e si rimette in discussione l’assetto complessivo: si fischia l’infrazione, si ferma il gioco e si concede potere di manovra a chi ha subito l’infrazione. Coloro che per mestiere fanno ridere la gente appartengono a una categoria, che per semplificazione chiamiamo “del comico”, che storicamente ha fatto alzare in più di un’occasione la bandierina del fuorigioco. Una categoria, e non la sola naturalmente, che ha fatto scattare più di una volta la tagliola della censura.

Ora: la tagliola della censura è per sua natura, e per tautologia, un meccanismo che rende impopolare chi la applica. È l’ultimo rimedio, e il più drastico, per ripristinare un assetto stabilito a priori da chi detiene il potere. Se da un lato rende esplicita una gerarchia, e dunque riconosce il potere a chi ne è detentore, dall’altro rende manifesto un atteggiamento aggressivo, dispotico, visualizza il coltello sotto il tavolo di chi detiene quello stesso potere. Se da un lato, quindi, legittima il potere nel suo essere tale, dall’altro ne mette in evidenza il deragliamento potenziale, la deriva autoritaria, antidemocratica, dittatoriale.

Il potere, e nel caso particolare il governo che ha fatto scattare le tenaglie censorie nel nostro paese, predilige la censura preventiva. L’aggettivo “preventivo”, come sappiamo bene, ha assunto negli anni una connotazione di aggressione giustificata, è un’imposizione taumaturgica della forza. Il “meglio prevenire che curare” ha subito una fatale metamorfosi ed è diventato “meglio prevenire e poi curare”: lancio la bomba poi mando le missioni umanitarie a riparare il danno, a suturare ferite, a riempire bare e barelle. Nel caso della censura, però, la prevenzione si traduce in un’aggressione silenziosa e subdola ai contenuti, nella loro totale e dispotica sottomissione alla comunicazione. La comunicazione, lo sappiamo tutti, è la prima parola d’ordine nei meccanismi di vendita di un prodotto. La comunicazione e la sua declinazione commerciale: il marketing. E altrettanto bene sappiamo che il nostro attuale governo si fregia di ridefinirsi in termini di impresa, di mercato. Il farsi impresa è il nuovo parametro ontologico del nostro attuale governo così come di buona parte del civilizzato mondo occidentale. Diventare imprenditori di se stessi, parafrasando una delle massime del presidente del consiglio, è il nuovo obiettivo dell’individuo, è la nuova release del “conosci te stesso”, un “conosci te stesso 2.0”: diventa manager delle tua persona, diventa dirigente della tua individualità.

La comunicazione, il marketing e la censura preventiva, dunque. Piuttosto che applicare la tagliola impopolare della censura autoritaria, è più opportuno, dicevamo, lavorare sulla prevenzione applicando i parametri della comunicazione. Ciò significa lavorare sulla semplificazione, sull’abuso del linguaggio, sullo stupro del vocabolario, sull’efficacia e coerenza dell’assunto esposto, e in definitiva sull’abolizione di ogni elemento di complessità. Conosciamo la brutta fine che hanno fatto le parole “libertà”, l’aggettivo “umanitario”, la “flessibilità”, la “prevenzione”, appunto. Che cosa è successo, in questo senso, al lavoro di quelle persone che per mestiere fanno ridere la gente? È successo che il comico, per usare ancora una volta questa semplificazione, è diventato una categoria che ormai pertiene più al marketing che alla teoria dei generi. Lo stesso accade con il noir, per fare un altro esempio, o con la fantascienza. Esistono delle fette di mercato da colonizzare, e il marketing si occupa di questo. È un fatto di marketing, dunque, e al tempo stesso di eliminazione dei conflitti, di narcotizzazione delle voci contro. Lo scrittore che fa ridere la gente, per fare riferimento alla letteratura, ha la sua riserva rassicurante dove muoversi, è localizzabile su uno scaffale, in libreria, dove condivide polvere e centimetri con tutte le altre persone che fanno ridere la gente, da Giorgio Panariello, appunto, a Daniele Luttazzi. Sono tutti insieme a farsi buona compagnia e a fare mucchio. Non vi preoccupate, cari appassionati di libri, tutto questo è solo “comico”, come si legge sulle targhette a scaffale, è intrattenimento, evasione. Non prendeteli sul serio, divertitevi, evadete dalla quotidianità. Il mondo, signore e signori, è un’altra cosa.

Il pranzo è servito. La letteratura, la televisione, non fa differenza. Ciò che conta è l’applicazione di una categoria semplificante, è il massacro della complessità. Convention è definita “satira” allo stesso modo del “Caso Scafroglia” di Corrado Guzzanti o della trasmissione di Daniele Luttazzi o, appunto di “Raiot” di Sabina Guzzanti. È “satira” la macchietta di Totti che dice “Aò” come quella di Berlusconi che si ubriaca prima di fare il discorso alla nazione. Tutti insieme, a condividere target e palinsesto, tutti insieme a condividere la targhetta di comico. Non vi preoccupate, divertitevi, è tutta satira, evasione, divertimento. Eccola, la censura preventiva. Neutralizzare il conflitto riscrivendo i vocabolari, settorializzando, facendo convergere dentro lo stesso orizzonte elementi di carica opposta.

Con l’applicazione della censura preventiva, allora, sembrerebbe tristemente scongiurato il ricorso all’aggressione, al dispotismo censorio. Eppure, come ben sappiamo, le cose non stanno in questo modo. La trasmissione di Daniele Luttazzi è stata censurata, e stessa sorte hanno avuto quelle di Corrado e di Sabina Guzzanti. È scattato il fuorigioco, si è alzata la bandierina. Che cosa è successo? O meglio, che cosa hanno in comune queste tre trasmissioni? Satyricon, Il caso Scafroglia e Raiot hanno rimesso in discussione tutte le regole del gioco, hanno violato la recinzione della riserva, hanno provato a buttarsi giù dallo scaffale. Hanno applicato la trappola del fuorigioco, con un contropiede che ha messo il potere in una zona di vulnerabilità. Di qui, l’inefficacia della censura preventiva e il ricorso dispotico ai tradizionali provvedimenti censori.

Come è avvenuto, tutto ciò? In che modo hanno compiuto questo stravolgimento delle regole, e messo così a nudo l’autoritarismo del potere? Lo hanno fatto rifiutando la semplificazione, riprendendosi la complessità, negando la normativa di una categoria di marketing che prevede che la “satira”, oggi, sia un genere approntato per far ridere la gente. Ovvero: che sia un genere, una categoria, che si esaurisce nella caricatura, nella macchietta, nella risata di fronte alle malefatte del potere, di un potere, per inciso, programmaticamente autosatirico. Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti si sono ripresi la propria voce, sono usciti dal mascheramento sferzante e fuor di caricatura hanno raccontato ai telespettatori che cos’è questo potere. Non hanno rinunciato al riso, naturalmente, ma si sono presi degli spazi, all’interno della trasmissione, in cui in prima persona, a firma Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti, hanno detto Adesso vi raccontiamo il potere, senza ridere. Adesso vi raccontiamo della P2, di Craxi e di Tangentopoli, non ridere per favore, perché non c’è niente da ridere. È successo, dunque, che hanno dato un calcio al piano bidimensionale di realtà della comunicazione, che hanno riportato senza riccioli di comicità la complessità della storia, del nostro passato. La storia è complessità, la storia fa paura, per chi esaurisce il discorso storico nell’aneddotica subdolamente funzionale a sé. Ecco, questo hanno fatto. Hanno rimesso in discussione un linguaggio, quello di chi fa ridere la gente, e si sono assunti la responsabilità delle proprie parole. Hanno provato a buttarsi giù dallo scaffale consapevolmente, sapendo che sarebbero stati buttati fuori dal palinsesto. Lo hanno fatto, e facendolo hanno smascherato il potere, hanno ridato dignità a quella cosa che una volta si chiamava con orgoglio “satira”, e che oggi ci hanno sottratto con la preventiva depotenzializzazione di ogni categoria definita come tale.

Tag: ,

11 Responses to La trappola del fuorigioco

  1. Elio Paoloni il 22 dicembre 2003 alle 12:31

    Abbiamo visto cose che voi Raiottiani non potete neanche immaginare. Siamo reduci dal pianeta Albanese. Lo abbiamo visto giustiziare, in nome delle foreste di pilo, rari rapaci e comuni cittadini. Lo abbiamo visto, nelle Clark’s dell’intellettuale pentito, giocare sulle altalene come il Randone rintronato di La proprietà non è più un furto. Lo abbiamo visto, nel collare di padre/padroncino, triturare modernissimamente la sacra famiglia. Lo abbiamo visto, nei gessati di un benestante positivo, galleggiare insieme ai suoi accoliti in un ambiguo cielo blu. Siamo qui, orfani di un attore sublime che ha spostato la satira avanti di un secolo.

    E, restando in famiglia, abbiamo visto il Guzzanti massone strappare le pile all’Onorevole Vito e sezionare la sagoma vuota e tragicamente folle del giornalista/conduttore. Come lo avevamo visto reinventarsi politici, cantanti, venditori.

    Perché adesso dovremmo sorbirci questa noiosissima nipotina di Noschese che nel 2003 crede di stupirci con gli effetti speciali del cerone a quintali? Una che si permette ancora di fare “satira” sugli occhi storti, la statura, la calvizie? Una che il Bagaglino è più avanti?

    Ah certo, nel nome della libertà, come cittadino, mi schiero anch’io contro ogni intervento censorio. Abbasso la censura, ridateci la Guzzanti. Tanto io ciò la parabola, chi la pensa.

    Io non so se c’è stato un vergognoso intervento censorio. Non so com’è andata, ho visto appena dei brandelli di spettacolo. Ma ho assistito tempo fa allo spettacolo che ha dato motivo a un’altra cancellazione: quella di Luttazzi. Io Luttazzi lo adoro: non solo seguivo le sue trasmissioni ma compravo GQ per la sua rubrica, piena di battute su Berlusconi. Qualche caduta nel banale, coprolalia facile, qualche doppio senso scontato, ma, vivaddio, ce ne fossero.
    Poi, alla puntata incriminata, sono rimasto di pietra. Venti pesantissimi minuti senza un guizzo, senza un’invenzione. Quel Travaglio che non travaglia, paladino della moralità pubblica, esangue accusatore senza un briciolo di spirito, topo di emeroteca che leggeva dal suo libro riciclato (non nel senso di carta, ma di riciclaggio di vecchi articoli altrui) e lui, il MIO Luttazzi, invischiato in questa monotona elencazione di delitti. E io lì. A soffrire per lui, fino alla fine, sperando in una, una sola battuta, che riscattasse quel processo sommario.
    Nulla. Ero sintonizzato su una tribuna politica senza regole. Questo non significa che sia giusto esiliare un attore, un autore. Ma che nessuno si azzardi a definire satira quel vergognoso spettacolo. La satira è sempre sta dentro un recinto: non per questo era depotenziata.Un vero grande della satira non si fa sbattere fuori: sa come infilzare la vittima senza che questa possa ribellarsi, senza che possa dare a vedere neppure di essersi riconosciuta. Chi fa satira sa far pensare facendo ridere. Chi entra in fuori gioco non sa più far ridere, forse non gli piace neanche più: vuol fare il capopopolo, pensa – o gli fa comodo pensare – che sia arte più nobile di quella del giullare. Non lo è.
    Fare i girotondi al freddo non smaschera proprio niente. La dignità alla satira la dà la sottigliezza dell’artista, non la grossolanità dell’insulto.

  2. Gianni Biondillo il 22 dicembre 2003 alle 15:25

    Dirò una cosa all’apparenza contraddittoria: la satira non è obbligata a far ridere. Se lo fa, meglio. Veicola nel miglior modo il messaggio. Ma è il messaggio il suo fine. Potrebbe, appunto per assurdo, non far ridere affatto.
    Non ho visto Raiot. Ho visto, via internet, la serata all’auditorium.
    A me la Guzzanti fa ridere una volta su tre. È indubbiamente una autrice satirica, molto più del fratello. Che però mi fa scompisciare. Perché? Perché Corrado è un comico.
    Dunque ecco delineata, nella sua semplicità un po’ rigida, la doppia polarità: da una parte il comico dall’altra il satirico.
    Sabina è politica, contemporanea, giornalistica, faziosa. Corrado è archetipico, astorico, narrativo. E fazioso? Nessuno NON è fazioso. Tutti lo sono. Nessuno e NON politico, d’altronde. Ma dovete accettare un attimo la mia semplificazione.
    Un comico non è satirico? Può esserlo, ma non è dovuto ad esserlo. E viceversa.
    Ma allora?
    Il “satiro” non è elegante. Arriva a cena e rutta, scompiglia la serata. È un figlio di buona donna, anche un po’ antipatico. Il satiro non vuole essere simpatico, non gli interessa piacere. Non è un piacione. Se lo fosse farebbe satira di Stato (di destra, di sinistra… è uguale).
    Il tempo è la chiave di lettura: il satiro parla dell’adesso. Ora. In questo preciso istante. Rivedere le cose di Grillo di dieci anni fa non mi fa più ridere allo stesso modo. Perché? Sono cambiato io? Ho cambiato gusti, ideali? No. Molto semplicemente Dieci anni fa non è Ora. Il satiro dice: “il Re è nudo”. Questo Re, che è Ora al potere. Quando lo ha perduto, quando è morto, quando non c’è più, quando tutto è cambiato, non mi interessa, la notizia non esiste più, è stampata su un foglio di un quotidiano buono solo ad accartocciarci le uova.
    Il comico dice: ogni Re è nudo. Sempre. Noi siamo nudi. Il comico (quello vero, beninteso) svela i meccanismi dell’umano. È eterno. Albanese è un comico.
    Infatti: Grillo non è mai riuscito a fare altro da sé. Non è un attore, non è, in senso stretto, un comico. È un genio della satira. Ma la satira ha vita breve, brevissima. Vignette meravigliose di Altan, Vincino, Vauro, etc. oggi non hanno la stessa potenza deflagratoria. A meno che non siano “più comiche” che “satiriche”.
    Dunque?
    Il comico è “bene” e il satirico è “male”? No, Dio ce ne scampi. Un comico non può essere satirico e viceversa? Mai sia!
    Quella serata di Satiricon l’ho vista anch’io, un po’ di straforo. E non ho riso affatto, è vero. Ma era satira. Se Domani mattina si instaurasse un Soviet supremo di comunisti mangiabambini e mandassero tutti i giorni la replica di Luttazzi (con un Berlusconi piangente nelle patrie galere) lo troverei inutile, insensato, per nulla satirico, depotenziato. Di stato. Un po’ come il Bagaglino.
    Vorrei un Luttazzi che mi presenta un libro sugli orrori e le bestialità del nuovo potere. Questo fa la satira. Apre uno squarcio obliquo, alternativo, sull’oggi. Fa controinformazione. E se mi fa ridere è perché rido per non piangere.
    Il comico è altro. È fisico, è animale, è arte.
    Ma il discorso è lungo e purtroppo non ho più tempo.

    Buone feste, Gianni

  3. andrea barbieri il 22 dicembre 2003 alle 16:19

    La decisione di Luttazzi di ospitare per venti minuti davanti alle telecamere Travaglio fu giustificato dal fatto che in televisione non si parlava del suo libro. Ora, dopo un po’ di processi giunti a una sentenza almeno di primo grado, ci siamo resi conto dei comportamenti penalmente rilevanti dei collaboratori di Berlusconi (lui invece resta improcessabile). Quindi quel libro era assai utile, ed era doveroso che i giornalisti in tv gli dessero rilievo. Lo ha dovuto fare invece Luttazzi nel suo programma per senso civile.
    Poi un’altra cosa, Elio tu scrivi:

    “Ah certo, nel nome della libertà, come cittadino, mi schiero anch’io contro ogni intervento censorio.”

    io invece penso che tu non ti schieri affatto contro la censura, su queste cose la tua voce non esiste, ti accontenti di fare le tue solite battute tipo:

    “Travaglio che non travaglia, paladino della moralità pubblica, esangue accusatore senza un briciolo di spirito, topo di emeroteca che leggeva dal suo libro riciclato (non nel senso di carta, ma di riciclaggio di vecchi articoli altrui)”

    queste sì senza spirito, senza creatività, senza civiltà.
    Mi dispiace, così sembri una persona presa dalla disperazione più tetra.

  4. Giuseppe Cornacchia il 22 dicembre 2003 alle 19:06

    Mi spiace, probabilmente verrà fuori un’altra polemica, ma questo atteggiamento impiegatizio professoral impegnatino -non solo di Bajani ma anche di Inglese in alcuni dei suoi ultimi interventi- mi suona di birignao superficiale e superficiosamente arrovellato. Basta dire che c’è una occupazione sistematica dei media peggiore di quella della sinistra nella sua breve stagione al potere e che i pagliacci/giullari preferiti da noantri non li fanno più lavorare; dovremmo invece parlare di come aumentare le chances di far vincere le prossime elezioni ad una coalizione più professionale, destra o sinistra.

  5. Elio Paoloni il 23 dicembre 2003 alle 11:50

    Corrado Guzzanti “astorico”? Quel Don che ricusava i giudici facendoli sfilare come ballerine davanti all’impresario? Il Gran Maestro che si serviva del ciuffo di Schifani per i messaggi in codice?

    “Sabina non fa ridere, QUINDI fa satira”. Ma che argomentazione è? Sabina non fa ridere perché NON è brava. Qualcuno ha visto il suo film? Qualcuno sa dirmene bene?

    Ragazzi, se certe esibizioni le trovate apprezzabili, etiche, morali, politicamente efficaci, siete nel pieno diritto. Ma non state a inventarvi nuove categorie della satira o a stiracchiare generi e definizioni per farci entrare Travaglio a forza.
    Tito, proprio perché aveva ragione (mica tanto, ma te la lascio passare) Travaglio NON faceva satira. Lo sarebbe stata se si fosse trattato di una magnifica invenzione.
    sei Tito, no? Sti nomignoli mi disturbano)

  6. Elio Paoloni il 23 dicembre 2003 alle 12:14

    Mi era sfuggito l’inserimento in ruolo di Albanese. Forse è soprattutto un comico. Non entro in quella discussione. Ma i re in poltrona galleggianti nell’azzurro (che facevano ridere molto poco) non erano re di qualsiasi tempo. E l’intellettuale disperato per le “carriere” di Colombo e Ferrara appartiene a un epoca precisa.

  7. Gianni Biondillo il 23 dicembre 2003 alle 13:45

    Elio,
    ho la sensazione che il Tito (?) a cui ti rivolgi sia io. Cioè Gianni Biondillo. la cosa in sé è divertente perché ancora una volta la mia identità viene depressa (ci sarà una ragione occulta, non so perché ma tutti sbagliano il mio nome!).
    L’ho detto e lo voglio ripetere: io ho fatto una semplificazione. Forse eccessiva, me ne rendo conto, che voleva essere funzionale. Ma vedo che non ha funzionato.
    Tu sai meglio di me che su queste pagine si scrive di getto (almeno io faccio così). Quindi la ponderazione e lo sviluppo non è veramente presente in questi ragionamenti.
    Io non faccio “entrare a forza” Travaglio proprio da nessuna parte. Non me ne frega niente. Ne, tra l’altro, difendo Sabina Guzzanti ad oltranza. L’ho già detto: mi fa ridere (stima in eccesso) una volta su tre. Cioè non mi fa ridere. Non credo sia una buona “comica” e neppure una straordinaria “satirica”. Hai ragione a dire che è un po’ alla Noschese. Una specie di Bagaglino più dotto e di sinistra.
    OK, ci sto. Ma io cercavo, semplificando me ne rendo conto, di distinguere “in laboratorio” il comico dal satirico. Operazione mostruosa, chiaro, che non può esistere nella realtà, dove le cose si impastano ed emulsionano inevitabilmente.
    Grillo. Grillo è un satiro vero. E mi ha fatto ridere come un matto (quando riuscivo a vederlo; ora sembra al confino). Il suo è un talento vero. Ma non è, nella mia semplicissima distinzione, un comico. Non sa fare altro che se stesso. Il fustigatore. Perché, appunto, i satirici, fustigano, sono profondamente moralisti. Così è Luttazzi, meno comico di quello che sembra più “fustigatore”. Talentuosissimo. Saprebbe fare altro da sé?
    Poi si può decidere che la Guzzanti fa una pessima satira (se ne può parlare senza problemi) ma che faccia satira, come categoria, intendo, è indiscusso.
    Il fratello se e quando la fa lo fa, ottimamente, con l’utilizzo delle armi del comico. Questo non lo svilisce affatto, anzi, nel mio modo di vedere è molto meglio. Fa ridere. E in questo modo il messaggio si veicola più in fretta, perché mette in gioco la totalità sensoriale, non solo la corteccia cerebrale.
    Albanese sopra tutti. È un attore completo, da accademia, è un autentico talento comico (e quindi tragico). Se fa critica sociale lo fa stupendamente, ma (è un paradosso il mio) è meno importante rispetto la critica all’uomo in quanto tale che riesce ad esprimere con la sua fisicità. (uff, che casino. Sto scrivendo in questo rettangolino e non ho voglia di rileggermi. Non so se riesco ad essere minimamente comprensibile).
    Quello che dicevo è che anche se non mi fa ridere non posso discutere che quella della Guzzanti sia satira. Nei modi, negli intenti. E quindi, per le regole della democrazia che tutti noi condividiamo, non censurabile dal potere che svillaneggia. Nel caso si riscontrasse un abuso ci deve pensare la magistratura ordinaria. Non il potente. Chiunque esso sia. E lo direi anche se parlassimo della satira all’acqua di rose (che non è satira) di Striscia la Notizia. L’unico “censore” dovrebbe essere il pubblico, i cittadini. Ti guardo, ti seguo, o non ti guardo, ti boccio.
    Tutto qui.
    Andrea Barbieri un po’ ha ragione a trovare nelle tue parole una neppure troppo latente aggressività, e un po’ me ne dispiace. Non dobbiamo guerreggiare, non stiamo facendo una gara fra noi (almeno io credo sia così). Certo, un po’ di pepe insapora il discorso. E poi tu non sei fra quelli che esagera col peperoncino. L’importante è non cadere nella malafede. (ma mi fermo qui, sto facendo un predicozzo a una persona che neppure conosco, non ne ho il diritto).
    Aggiungo che quello che dice Cornacchia tocca un nervo scoperto e un po’ taciuto. Ci piace piangerci addosso. Ci piace stare all’opposizione, lamentarci. Non siamo capaci di formulare una classe dirigente con un portato ideale e fattivo veramente alto. “ti abbiamo portato l’acqua con le orecchie” diceva Rutelli/Guzzanti, rivolto a Berlusconi. Esempio valido di battuta comico-satirica riuscita. (perché, ovviamente, le due cose sono, nella realtà vera, indistinguibili, e spesso equivalenti all’interno della stessa persona).
    Basta, o faccio prima a scrivere un trattato.

    Rinnovo gli auguri a tutti gli indiani,

    Gianni

  8. franz krauspenhaar il 23 dicembre 2003 alle 15:17

    Volevo dire a Gianni che io il suo cognome (BIONDILLO) lo ricordo bene, anche perchè, caro Gianni, siamo diventati amici!
    Il discorso che fate tutti (Gianni, Elio, Andrea,
    Giuseppe) è interessante, molto: chi è meglio di chi, chi fa satira e chi fa comicità, cos’è la satira, cos’è il comico. Non mi sento in grado di aggiungere altro a quanto detto da voi su questo.
    Andiamo dunque al capitolo “I gusti sono gusti”: secondo me Corrado Guzzanti è proprio una spanna sopra a tutti: basti pensare a Fascisti su Marte. Come dicevano a Carosello: basta la parola. Mi viene in mente un Flaiano ovviamente Marziano a Roma che indossa la maschera di Petrolini: geniale. La sorellina fa satira, vero. Quella più o meno classica. Un pò noschesizzante, si. (Ma ricordiamoci che, al di là di tutto, Noschese era un grandissimo attore). Luttazzi mi fa meno ridere ma è un intellettuale TERIBBILE. Anch’io, come Elio, quando ho visto Luttazzi tirar fuori il Travaglio dalla placenta del “no marketing no party” sono rimasto alquanto perplesso. Al di là dei gusti personali e delle attribuzioni di genere
    il caso Raiot è esemplifivativo di un (mal)costume: la satira politica più che satira è… politica. Insomma, forse scrivo cose abbastanza ovvie, ma è qui che secondo me si vanno a scovare le cose importanti, degne di annotazione: la Guzzanti fa politica con le armi della satira. Fa, insomma, opposizione politica nuda e cruda, alla fine, con la benedizione della premiata ditta Fo-Rame. La “censura preventiva” dei boiardi di governo la impone alla pubblica esecrazione dei benpensanti benschierati. E la pasionaria S.G., un mesetto dopo, è in tutte le librerie con il suo libro+ videocassetta, ottima (e abbondante) strenna natalizia…
    Il Bagaglino fa una “politica” calmante. “Damo ‘na tazza de camomilla ar pupo” (il Popolo Italiano Teleutensilizzato). “Facce ride…” Anche Albanese, come Guzzanti (sempre ritornando con un flashback al capitolo “i gusti sono gusti”), è un vero artista: infatti s’è dato allo striminzito cinema italiano.
    E Grillo. Si, è proprio bravo, fa proprio ridere e non da oggi, però (alla faccia di tutte le apprezzabili, satiriche osservazioni che fa sull’energia alternativa da anni) pare sia stato visto in Sardegna con alcuni sceicchi arabi SUOI AMICI… (Fonti sicure).
    Beh, che altro dire? Viva la coerenza e l’onestà intellettuale. E speriamo che l’opposizione provi a fare opposizione con le armi della politica, cioè con un programma VERO, REALE, ALTERNATIVO.
    Altimenti, ci sarà davvero ben poco da ridere, nel 2006…
    Un caro augurio di Buone Feste a tutti,
    ciao-

  9. Elio Paoloni il 23 dicembre 2003 alle 20:14

    Scusa, Gianni, ma ce l’avevo con Andrea Barbieri. Trovo interessante quello che dici (specie dopo le “precisazioni”) ed è verissimo che il satirico è un moralista. Ma un moralista non è necessariamente un satirico. Ci vuole genio, e chi non ce l’ha non se lo può dare. E’ curioso che Andrea ribalti su di me la tetraggine e l’aggressività dimostrata dai suoi abbaianti eroi. In sostanza io sarei ciò che ho descritto schifato.
    Ma, tornando a Guzzanti (Corrado), trovo che l’invenzione del Rutelli-Fumo di Londra sia qualcosa di incredibilmente nuovo: l’imitazione di un comico, anzi della macchietta creata da un comico, che con il personaggio messo alla berlina sembra non avere che una piccolissima parentela (l’essere concittadino) e tuttavia mette in luce alcuni lati del politico che nessuno mai aveva colto. Speravo che dopo questo, finalmente, il capitolo “imitazioni” sarebbe stato sepolto per sempre (almeno in ambiti colti, di sinistra).

  10. Giuseppe Ferrata il 24 dicembre 2003 alle 12:51

    ma noschese è un grande!

  11. Elio Paoloni il 24 dicembre 2003 alle 13:38

    Oggi sul Corriere ottimo articolo di Zincone



indiani