Rue du Bac

25 dicembre 2003
Pubblicato da

di Dario Voltolini
(omaggio a Julio Cortázar)

ruedubac.jpg Io sono quello che ha il negozio di liquori in rue du Bac. Il mio non è certo un negozio dozzinale, che venda a un pubblico qualsiasi liquori di dubbia qualità. No. Il mio è un esercizio di classe. Lo si vede subito, entrando: la qualità dei legni che lo arredano, le scansie stagionate, lucidate, incerate con cura. Le tendine, a fare da quinte per la rappresentazione della vetrina allestita. Ho un mobilio sobrio e ben disposto, anch’esso di legno, scuro, con venature calde, bronzee.

Lo si vede anche prima di entrare: la vetrina del mio negozio è una lastra di vetro soffiato con l’antico metodo lorenese, una lastra che, al contrario delle lastre liscissime e regolari di vetro industriale, lievissimamente deforma le figure retrostanti (forse bisognerebbe dire ultrastanti), come quando sale una vena d’aria più calda, come quando sullo specchio scivola una corrente d’acqua, quando piove.

Anche quando non piove, dal vetro della mia vetrina vedo i passanti animarsi in gesti che loro non fanno: è il mio vetro che glieli fa fare. Così la vecchia che si trascina china e torva, improvvisamente appare percorsa da un brivido, come se un ricordo di gioventù le passasse nelle ossa. È invece il mio vetro che anima, se non lei di persona, almeno la sua immagine.

Così il ragazzo straniero che non parla il francese e che entra per acquistare una bottiglia di Cognac da portare in dono ai parenti lontani. Attraversa la strada spavaldo, fremente. Quando è qui dentro, al contrario, bofonchia impedito frasi in lingua meticcia, con gli occhi bassi. E quando se ne va, eccolo nuovamente fiammante, vaporizzato, oltre la vetrina. È il mio vetro che lo ringalluzzisce.

Non posso dire di avere dei clienti affezionati, tranne forse qualche professionista che lavora qui vicino. La mia è una clientela di passaggio. Si fermano davanti alla vetrina, come se fossi un espositore di oggetti preziosi. In realtà, è un po’ vero, infatti: tengo delle riserve di Armagnac di grande valore, nascondo in posti che so solo io spiriti stagionati e caldi, ormai quintessenziali, cavati un tempo lontano da vinacce, da graspi, da materia vivente fermentata.

Mi tengono compagnia mentre leggo un libro e aspetto l’ingresso di un cliente, mentre guardo passare la gente in rue du Bac. Gente che viaggia a velocità diverse. Ci sono quelli che hanno una meta e procedono drittamente al fine di raggiungerla. Ci sono quelli che deambulano indecisi. Sono persone in anticipo, oppure irrimediabilmente in ritardo.

In questi giorni nevica. Le persone, mediamente, trascorrono nella cornice della mia vetrina più ingobbite. C’è l’ingobbimento da pioggia – che contemporaneamente pretende di riparare la nuca nel colletto e di rialzare le falde dei cappotti per allontanarle dalle pozzanghere: è un gesto di rattrappimento del tronco – c’è l’ingobbimento da vento – che si contorce un poco anche lateralmente, per opporre alla massa d’aria un taglio di spalla che la fenda con più speranza: è un gesto di pressione e torsione – e c’è l’ingobbimento da neve – sorprendentemente dissimile da quello provocato dalla pioggia: la neve opera in due tempi, prima ti tocca, poi ti scende colando liquefatta, e ingobbirsi para solo uno dei due colpi, non l’altro.

Camminano ingobbiti per il nevischio. Sono più rassegnati di quando piove. Sanno che il fiocco fradicio che si perde fra i capelli non è affatto eliminato, ma anzi tra poco si infilerà nei colletti, nelle sciarpe, vincendo ogni barriera.

Loro vorrebbero più che mai un sorso dei miei pregiati liquori. Il nevischio chiama l’alcol. Ma passano invece senza fermarsi, dando un’occhiata solo di lato al mio negozio. Quello che li trattiene è il pensiero insopportabile di uscire da qui, una volta che fossero entrati. Un pensiero che non sanno nemmeno di avere. Io però lo so, lo vedo. Nel tremolio delle loro figure attraverso il mio vetro, io vedo i pensieri che loro hanno senza che se ne rendano pienamente conto. Il mio vetro – o forse il mio mestiere – distilla i loro pensieri come fossero fatti d’alcol. Arrivano a me profumati e pungenti, caldi, più caldi dei corpi che li emanano. Appaiono come fiammelle che non bruciano, veli instabili e leggeri.

Nelle occhiate che mi lanciano – che lanciano al mio negozio, perché io sono invisibile per loro, nascosto nella penombra del mio arredo di legno, sanno che ci sono, ma non sanno dove sono, se dietro il bancone, se nel retro, al tavolo, mentre ascolto musica, non lo sanno – io indovino talvolta che corrono verso un goccio di cognac dozzinale che hanno in casa, e la vista dei miei prodotti lussuosi li rammarica e, al tempo stesso, li istiga. Vorrebbero un sorso dei miei liquori che svaniscono immediatamente nella bocca, come una vampa sulla lingua e sul palato, rimanendo solo come un’eco di sapore e calore. Non avendolo, ripiegano su quegli alcolici che scendono pastosi e gravi di sapori aggiunti giù in gola, attorcigliandosi dopo qualche minuto alle pareti dello stomaco. Guardano la mia finezza, e si precipitano sui loro intrugli.

Io indovino i loro drammi – se posso esprimermi così, con una certa volgarità. Intuisco ciò che li rode. I maschi e le femmine, uguale. Hanno un pensiero fisso, che neppure conoscono, da cui vengono attirati in un movimento ellittico, simile a quello dei pianeti attorno alle stelle. Un punto cieco attorno a cui ronzano. Per loro è molto più facile riconoscere l’analogo punto cieco nei pensieri e nella vita di altre persone, che il proprio. Per uno scambio di fuochi, allora, capita che l’orbita ripetitiva della propria mente deragli e vada a rotolare attorno al fuoco oscuro della mente altrui. Li vedo attrarsi, inconsapevolmente, guidati dai propri movimenti spontanei, che non controllano, che tengono in mano meno ancora dei propri pensieri.

Ricordo il giorno in cui, per una dimostrazione, avevo allestito qui nel mio negozio una distilleria portatile, ridotta all’essenziale. L’ampolla conteneva un po’ di vino rosso; sotto, un fuoco bruciava azzurro. La serpentina di vetro si arrotolava alzandosi e dal becco scendevano goccioline di alcol che andavano a raccogliersi in un bicchierino. «Assaggiate, vi prego» dicevo ai curiosi porgendo ora all’uno ora all’altra il bicchierino, «Siamo qui apposta, no?» e li vedevo accostare il bordo alle labbra, poi sorbire un sorso. Ma faceva più di sessanta gradi, il mio distillato! Il mio brandy fatto in casa! Facevano certe smorfie, aggrediti dalla fiammata di bruciore. Eppure, questo è il punto. Quella gradazione è veritiera, mentre una volta abbassata nella mescolanza con le acque purissime e distillate, rimane intiepidita e smorzata.

Quel giorno pensavo che tale era la conoscenza dell’intimo delle persone: di quella zona che nemmeno loro conoscono. Distillazione.

Passano qui davanti innumerevoli varietà umane. Secchi e longilinei settantenni dal muso affilato, ancora dritti, ancora svelti. Ragazzi scomposti che camminano con le mani in tasca. Gente di qui, stranieri, meticci, gente che parte.

Ma io so che sono simili l’uno all’altro, l’una all’altra, più di quanto sia disposta a riconoscere la stessa religione della fratellanza. Io, per quel che mi riguarda, accetto di somigliare soprattutto al ragno. Me ne sto infatti qui in fondo, pronto a muovermi, ma non mi muovo quasi mai. Solo la sera mi muovo, quando chiudo e me ne vado per le vie solitario, senza fermarmi, nemmeno per lasciar passare altra gente che mi attraversa il cammino, senza guardare gli altri negozi, senza salutare nessuno. Quando esco dal negozio, io divento come tutti gli altri. Covo il mio nucleo cieco dentro la mia stessa orbita, come fanno tutti. Non oso guardarlo, non riesco a trovare il coraggio per fissare il mio sguardo al centro di quel vuoto. Gli giro intorno, e giro, e giro eternamente, come fanno tutti. Non c’è alcuna differenza. Non potrebbe esserci nessuna differenza. Non dipende da me, non dipende da nessuno.

Solo nel guscio del mio negozio, fra il legno e l’alcol, io esorbito dal mio roteare. La mia è una figura parziale, ripetuta di giorno in giorno, ma provvisoria. Il mio negozio è un’impalcatura ipotetica sulla quale riesco a issarmi per angolare il mio punto di vista in modo da vedere negli altri quello che loro non vedono, e che io non vedrei fuori di qui, né in loro né in me.

Vedo molti che credono di essere importanti e dignitosi.
Intrattengono un monologo serio fra sé e sé. Guardano gli altri passanti, spesso fanno un piccolo cenno nella loro direzione. Se li indicano, se li commentano. Credono, certamente, di vedere senza essere visti. Anzi, non è che lo credano: non ci pensano neppure. E invece io sono qui, dietro una fila di distillati, di infusi, di liquori. E li osservo. E loro non lo sanno, guardano i passanti e sorridono con benevolenza, persino, e sono loro stessi i passanti più buffi. Tutti sconvolti nel loro pacato camminare dalle rifrangenze del mio vetro.

Tanto vale allora cimentarsi con quelli che non credono di essere seri, che non possono crederlo. Che credono, al contrario, di giocare. Anche loro sono in errore. Ma almeno somigliano di più a quello che sono per davvero.

Disperati, passano facendosi coraggio. Li vedo darsi un colpo di accelerata camminando. Giocano a fare gli spavaldi. Ma siccome sono sinceri e sanno che quel punto vuoto attorno al quale girano prima o poi li abbrancherà, sorridono della propria spavalderia proprio mentre la lucidano e la mettono in canna. Mi piacciono. Non ci credono, non si illudono di potercela fare, ma continuano lo stesso a camminare, a guardare le vetrine, a prendere i treni della metropolitana, a guardare gli altri, a ignorarli, a muoversi per la città.

Nel mio negozio la temperatura è costante. Fuori varia continuamente. Quando un passante, che si crede distratto o frettolosamente affaccendato in qualcosa che non gli lascia tempo da perdere, incontra un suo simile perfettamente sintonizzato sulla sua frequenza, ecco che tutta la distrazione, tutta la fretta, tutti gli impegni che urgono e premono e non lasciano nemmeno il tempo di pensare a sé, figuriamoci agli altri, ecco svaniscono, volano via. Il passante fiuta il proprio diapason risuonare nell’altro che sta andando. Crede di capire qualcosa. Talvolta inverte persino il senso della sua marcia, e tutti gli impegni, tutte le cose, tutto quanto, che cosa resta? Niente. Lui, o lei, ha fatto dietro front e insegue o tallona o si avvicina al suo simile similissimo. Magari lo perde fra la gente che passa a frotte. Magari il diapason si appanna, e allora lui o lei rientrano nel flusso precedente e ritornano a pensare e a essere distratti, affaccendati.

Magari l’altro o l’altra fanno un cambio di segnale, emettono all’improvviso un suono più basso, o più acuto. Oppure si rendono conto di essere seguiti, e allora fuggono, o rallentano, ma insomma cambiano modo di fare.

È piuttosto raro il caso della completa reciprocità. Quando cioè lui o lei fiutano lei o lui e viceversa e allora si incontrano e prendono a roteare in complessa configurazione, con orbite a forma di otto, con parziali sovrapposizioni e parziali allontanamenti. Io vedo, se quella specie di danza si sviluppa proprio davanti al mio negozio ( altrimenti me lo immagino), che i rispettivi fulcri opachi si sono scambiati di posto: adesso lui o lei vede direttamente il punto vacuo dell’altra o dell’altro: lo vede, lo conosce, lo capisce, vuole sconfiggerlo, finalmente, vuole fissarlo senza paura. Ciascuno quello altrui. Mai il proprio (è impossibile). Questa è in ogni modo la configurazione più vicina alla verità delle cose. Non riesco a fissare il mio punto limite, ma riesco a fissare il tuo, che è identico al mio, e tu fai altrettanto.

Forse è solo che in fondo al mio negozio, in fondo alle prospettive delle bottiglie di Calvados e di Marc e di Cognac, in fondo all’arredamento di legno, in fondo in fondo, io, sono un romantico.

Mi piace vedere che sembrano attrarsi per qualcosa che non è (mai!) la solita cosa che tutti credono.

Mi piace vedere che entrambi dirottano gli sguardi e i sensi dei discorsi che cominciano quasi subito a fare, senza (mai!) toccare l’argomento.

Mi piace intuire che la disperazione che li lega è da entrambi contemporaneamente riconosciuta e negata: riconosciuta da ciascuno, come propria, sotto le vesti di quella altrui, e negata da entrambi come se quella altrui potesse essere il lenitivo definitivo (mai!) della propria e addirittura viceversa.

Camminano controvento, sotto la pioggia, sotto il nevischio, scendono i gradini che li portano ai treni, salgono sui vagoni, fissano i muri delle gallerie buie, fissano i riflessi sui finestrini, le nuche degli altri, le braccia degli altri.

Li vedo passare qui davanti, vaporosi per il vetro che sta fra noi. Li immagino là, sotto terra, sui treni. Vedo che si incontrano, so la destinazione. Conosco la scena e conosco il copione. Vedo l’appartamento, vedo e sento i discorsi, il punto di non ritorno. La fine, che non è mai la fine, so dove si svolge: conosco le scale, i portoni, i corridoi. So tutto, sono i miei. Sono le mie scale, sono i miei corridoi, sono i miei androni. Se solo io uscissi dal negozio e li rincorressi, o semplicemente li seguissi, sotto, sui treni, poi fuori, sulle scale, nelle case, ebbene, io sarei esattamente come loro, non mi vedrei nemmeno fare le cose che farei. Sarebbe, quella fine, la mia fine, nudo, sbattuto fuori di casa, sarei io, cioè lo sono. Sarei lei, con cui mi accoppierei, siccome sarei anche lui.

Me ne sto quindi nel mio negozio. Non bevo, se questa può essere un’informazione utile. Non qui (mai!).

Me ne sto nel mio negozio. Immagino, so. E racconto.

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Pubblicato nell’antologia Racconti rubati, Literalia.

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4 Responses to Rue du Bac

  1. andrea barbieri il 30 dicembre 2003 alle 00:35

    Quando ho letto il nome della via “du Bac” mi è tornato in mente un nome simile “L’Ubac” l’atelier a Vence in cui Dubuffet materializzava le sue Barbes, insomma ero contento già per il titolo, e poi c’è un’altra affinità sotterranea, il protagonista del racconto vende liquori pregiati, Dubuffet aveva un grande commercio di vino ereditato dalla famiglia, che salvò dal fallimento durante l’occupazione nazista. Ma Dubuffet per un’abitudine era abbastanza suonato: non conservava mai i libri che aveva letto (tantissimi) per colpa di un’analogia che aveva stabilito tra libri letti e bottiglie di vino bevute, così li regalava.

    Peccato che l’antologia in cui è inserito Rue du Bac (credo) non sia più in commercio.
    Questo è un link per i curiosi:
    http://www.cafeletterario.it/204/8887064067.htm
    e poi
    http://www.dubuffetfondation.com/oeuvre_set.htm

  2. Anonimo il 2 gennaio 2004 alle 22:27

    Bravo Voltolini. Mi piace talmente quello che scrivi, che spero tu sia una brava persona. Ma anche se non lo sei va bene lo stesso.

  3. mario bianco il 5 gennaio 2004 alle 18:58

    Eh, Voltolini scrive bene, benissimo e questo ragno metaforico che cattura con la vista e non sugge (mai!) le sue vittime è ben interessante, è ben intorcinato su se stesso.
    Me lo sono visto in Rue du Bac, dove dicono che una volta ci fosse un Bacco, (di pietra, romano); mi sono talmente immedesimato nella relazione del liquorista che mi sono intirizzito a smicciarlo rintanato, rincantucciato presso uno stipite della sua vetrina.
    Lo cercavo là in fondo nel suo cantuccio, l’ho scorto quale ombra tra l’opaco dei legni di rovere e noce con il libro tra le mani, un romanzo, sì.
    Pareva leggesse, ma troppo spesso le sue pupille giravano verso i vetri ed io mi nascondevo ai suoi sguardi.
    Distratto, mi son fatto l’idea che colui sia distratto ed eccessivamente fantasticoso, incapace di vera concentrazione. Però la curiosità mi ha avvampato, mi ha preso le budella. Mi è colato il nevischio nel collo, il rivolo è sceso giù per la schiena tanto che non sapevo se mi ghiacciava l’artificio mentale del tipo o il liquefarsi della neve nei pressi dei lombi miei. Come novello Maigret avrei voluto possedere un intuito magistrale e le prove per arrestarlo e farlo condannare ad una qualche pena detentiva, in isolamento, perché non mi andava che se ne stesse là ad almanaccare su me ed i passanti, gratuitamente, senza prove intessendo lubriche congetture su quello e quell’altra.
    Sono entrato allora, titubante, quasi tremante, non ho chiesto di nulla, mi sono soltanto fermato là, davanti al possente bancone, impalato e colante a respirare, odorare le fragranze e a stupirmi, a reprimere curiosità mista ad astio. Lui, con quel suo camice bruno, mimetico ai legni, manco si è alzato o mosso dal suo buco; mi ha fissato per ben 12 secondi, poi ha lentamente alzato una mano che dispiegava l’indice verso di me :
    Erano alcuni anni che ti aspettavo, per te ho tenuto questo libro…il libro: finalmente sei pronto, siamo pronti…è Simenon, naturalmente, è ” Il liquorista di Rue du Bac”

  4. dario voltolini il 6 gennaio 2004 alle 19:50

    Grazie per gli apprezzamenti, mi fanno piacere. Non so se sono una brava persona o un figlio di puttana, molto probabilmente una mescolanza. Ma a chi sto rispondendo?
    Ciao



indiani