Dante vs Carver. Una parodia

29 dicembre 2003
Pubblicato da

di Alberto Bogo

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Mi trovavo a metà strada, circa verso i quaranta. Avevo appena divorziato da Linda Bully, mi stavo recando dal mio amico Jimmy Wait. Mi sono accorto che mi ero perso. Il vialetto era lì in fondo, ne ero sicuro. Vedevo la luce di un televisore, era estate. Intorno adesso avevo solo alberi e buio, non so cosa avessi in testa in quel periodo. Forse ero semplicemente fuori rotta, certo che quella strada era davvero brutta. Mi vengono i brividi solo a pensarci, mi sembrava di stare in un cimitero. Andare da Jimmy altre volte non mi era sembrato poi così male.

Come mi ero cacciato in quella strada? Ero stanco, avevo dormito poco per la storia con la mia ex. Per questo forse avevo preso la direzione sbagliata, c´erano due alberi e tre cespugli, uno di quei tre alberi era una betulla. Nessun lampione e il suono del televisore acceso. Alla fine arrivai in fondo a questa strada. Da lì un percorso sterrato proseguiva in cima ad un piccolo colle. La paura era diminuita. I quartieri del Midwest mi fanno sempre uno strano effetto. Alzai la testa per cercare la luna, non c´era, mi venne voglia di una lattina di Olys. L´ansia di quella strada cupa mi era passata. Mi girai a guardare il buio. Bestemmiai mentalmente nei riguardi di Jimmy e mi chiesi se avessero mai ucciso qualcuno dentro quel buio. Ripresi a camminare, c´era dell´acqua per terra e dei mozziconi di sigarette. La strada era sterrata e in leggera salita. Da un cespuglio sulla destra venne fuori un gatto, era malandato, con un orecchio morsicato. Mi ricordava quello di M.D.. Aveva fame e voleva evidentemente qualche cosa da me per la sua cena, non avevo niente di commestibile dietro. Continuava a passarmi tra le gambe senza lasciarmi andare avanti. Cosa potevo dargli a questo gatto maculato?
“Guarda che non ho nulla con me.”
E continuai a camminare, guardandomi le mie scarpe sporche di fango.

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6 Responses to Dante vs Carver. Una parodia

  1. Raymond Carver Jr. il 30 dicembre 2003 alle 16:42

    Mi sembra molto buono, mio padre sarà molto contento, dovunque si trovi.
    Grazie per l’omaggio.
    Best regards,
    R.Carver Jr.

  2. carver, raymond il 30 dicembre 2003 alle 18:25

    caro alberto,
    ti spiace se ti do del tu?
    vedi, è strano: da uno come te che dice che a rifare carver non ci vuole niente, non me lo sarei proprio aspettato. hai commesso un sacco di errori nel cercare di rifare carver.
    io per esempio non avrei mai detto “circa verso i quaranta”, piuttosto avrei detto “più o meno”, non avrei mai scritto “mi stavo recando”, troppo letterario (meglio “stavo andando”). “Intorno adesso avevo solo alberi e buio” non è da me, troppo lirico. “La storia con la mia ex”? E chi sono max pezzali?
    In più se io fossi italiano non scriverei MAI “ad un” perché uno come me (che vuole sempre risparmiare il più possibile sulle parole e pure sulle lettere) le d eufoniche le mette solo fra due lettere uguali. “I quartieri del Midwest mi fanno sempre uno strano effetto”. Ragazzo, si vede che questo carver che dici di saper imitare alla perfezione tu non lo hai mica mai letto bene! io non avrei mai scritto una cosa così generica. avrei detto il nome del paesino del Midwest, il nome del quartiere, e anche perché mi fanno quello strano effetto.
    “Bestemmiai mentalmente”? Oh, ma per chi mi hai preso? Io non ho mai nemmeno pensato di scrivere una frase così orribile. E non perché ultimamente si vuol dare di me una lettura cristianeggiante, per carità. E’ che si tratta di una frase veramente brutta, figliolo, una che non scriverei nemmeno alla prima delle mie proverbiali molte stesure.
    La rima malandato-morsicato io non l’avrei mai messa, così come non mi sarei mai azzardato a scrivere una cosa come “non avevo niente di commestibile dietro”.
    Infine, peccato per il finale, che non è male, è vero, è una chiusa abbastanza carveriana. Ma spero che il mio editor, e l’editor del mio traduttore, non lascino mai un calco così poco gradevole dell’inglese come “guardandomi le mie scarpe”.
    insomma, per concludere, caro il mio alberto: se proprio vuoi dare le tue lezioncine di scrittura, e di critica del mondo, impara prima a farle bene, le cose. bada, nnon è un rimprovero ma un consiglio: se dici che anche un fesso sarebbe in grado di scrivere un perfetto racconto alla carver, ma poi tu stesso, come ti ho dimostrato in cinque minuti, non sei in grado di farlo, stai definendo te stesso come “meno di un fesso”. e alla fine ti si ritorce contro, you know?
    con affetto,
    ray

  3. franz krauspenhaar il 30 dicembre 2003 alle 21:03

    Onestamente, uno stupendo racconto come “Cattedrale”, per citare un esempio strafamoso, mi sembra molto, molto difficile da ideare e da scrivere; figuriamoci da imitare.
    Comunque la parodia la trovo divertente.

  4. bianca il 1 gennaio 2004 alle 15:49

    la cosa più divertente di tutte è che l’altro pezzo, quello sull’odio per gli imitatori di carver (lasciando stare l’odio per carver), conteneva anche degli spunti ironici e condivisibili. ti sei buttato sotto i piedi una buccia di banana e ci sei drammaticamente scivolato sopra, con questo secondo pezzo. sei riuscito a dimostrare esattamente il contrario di quello che ti riproponevi: imitare DAVVERO carver è difficilissimo.

    per il resto, grazie ray per l’intervento da editor qui sopra: mi hai strappato le parole dai tasti, e mi hai risparmiato una bella fatica.

  5. bianca il 1 gennaio 2004 alle 15:56

    dimenticavo: per il finale proporrei un “Ho continuato a camminare, gli occhi bassi. Il fango mi sporcava le scarpe.”

  6. Mario il 2 gennaio 2004 alle 18:45

    Do parecchie buone ragioni a Bogo per aver scritto la sua invettiva; penso che, poi, la parodia vada bene come scherzo e non è poi malaccio.
    C’è un guaio serio e l’autore lo enuncia bene:
    “Sono allergico a Carver. Non tanto ai suoi libri (o ai libri del “prodotto Carver”, visto l´apporto consistente del suo editor), ma dei suoi figli illegittimi”, ovvero ad un certo punto, alcuni anni fa Carver ( suo malgrado) è stato scoperto ed è diventato trendy, modaiolo, carino quasi il migliore,l’unico con la tipica cogliona dimenticanza italiana di grandi modelli di profondità e ricerca di temi e linguaggio.
    Ed il peggio è che, persuasi in questa stoltezza, molti editors hanno cominciato ad sbrodolare, a imperversare e ad imporre ai poverini iniziandi consimili, affini stili: dimenticando nel loro fosso mentale anche i 49 racconti di Ernest H.

    Però, cosa hanno letto costoro nella loro formazione?
    Ho dei dubbi, vedo voragini.



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