Narrando in italiano #2

1 febbraio 2004
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Prosegue la trascrizione della conversazione avvenuta il 19 marzo 2002 tra Vincenzo Consolo, Laura Pariani, Tiziano Scarpa e Emilio Tadini (moderatori: Paolo Di Stefano e Ranieri Polese) al Teatro Studio di Milano, a cura della Fondazione Corriere della Sera (fondazione.corsera@rcs.it), ora disponibile nel fascicolo fuori commercio MADRE LINGUA – Percorsi di versi e di parole.

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RANIERI POLESE: Una scrittrice come Laura Pariani, che in soli nove anni ha pubblicato otto libri – l’ultimo è in uscita in questi giorni, un romanzo, Quando Dio ballava il tango – è molto attenta alle funzioni del linguaggio e alle contaminazioni. Tipica della sua produzione è la mescolanza: il dialetto lombardo della zona fra Busto Arsizio e Varese si va ad aggiungere a parole dello spagnolo, del castellano, dei luoghi dell’emigrazione, dell’America Latina, dell’Argentina in particolare. Non è soltanto l’uso di una lingua così polifonica, ma anche un modo di raccontare così complesso ad avere i suoi inizi, nella produzione della Pariani, con un esperimento molto interessante: negli anni Settanta, l’autrice scrive e disegna storie a fumetti, cosa che le permette in qualche modo di smontare a rimontare la macchina narrativa e di arrivare a quell’uso della narrazione e del linguaggio di cui appunto, adesso, ci può parlare.

LAURA PARIANI: La lingua che ho utilizzato è strettamente legata alle cose che raccontavo; devo dire che – piccolo riferimento biografico – io sono nata in un paese dove tutti parlavano il dialetto, quando ero bambina, agli inizi degli anni Cinquanta, e sono cresciuta in questo strano bilinguismo: gli adulti parlavano in dialetto e noi bambini comprendevamo il dialetto ma dovevamo parlare in italiano. Ho vissuto poi questa esperienza di emigrazione di Argentina, con l’apprendimento di una lingua nuova, e quindi il dover imparare a pensare e parlare in un’altra lingua. Ho vissuto una situazione linguistica complessa, e questo sta alle spalle. Quando ho cominciato a scrivere il mio primo libro, la prima stesura era in italiano, o meglio in italiano con riferimenti letterari, sicuramente influenzato da tante cose che io avevo fatto, in primo luogo dal mio lavoro sulle immagini, quindi con scelte di inquadrature, e di quel tipo di linguaggio, quel tipo di narrazione che cerca la scena con maggior tensione, per portarla al lettore. La stesura di Di corno o d’oro non mi piaceva, non mi riconoscevo, era come una lingua estranea, perché io sono una persona che ha diverse lingue alle spalle, e queste lingue inevitabilmente interferivano, affioravano. All’inizio ho cercato di censurarle, poi ho capito che dovevo lasciarle venire in superficie. Infatti, nel primo racconto ci sono le mie tre lingue. Ho cercato di inventarmi una lingua che mi permettesse di usare espressioni e parole di queste altre lingue, se vogliamo, per me perdute, che poi sono proprie del mio modo di pensare. Chi ha un’esperienza di più lingue sa bene che non è indifferente dire una cosa in una lingua piuttosto che in un’altra, io mi accorgo che, quando parlo in castellano, cambio persino la mia maniera di parlare: è la bocca che emette dei suoni differenti, ma è anche la testa che si muove in altro modo, secondo un altro ritmo e con strutture linguistiche che fanno riferimento a un altro mondo. Ogni lingua è, secondo me, un mondo, una maniera di pensare e di avvicinare l’esperienza: ogni lingua esalta certe forme di esperienza e ne esclude, forse, altre. Ho cercato di lavorare su queste cose, e devo dire che ho avuto più difficoltà con il dialetto che con lo spagnolo, probabilmente perché lì valeva la forte censura in epoca scolastica, che avevo interiorizzato assumendo il dialetto come lingua che non si poteva scrivere. Negli anni Cinquanta, c’era fortissima questa distinzione fra il dialetto che si poteva al massimo parlare e poi l’italiano, la lingua della scuola e della scrittura. Ci sono dei suoni in dialetto o in castellano, che non esistono in italiano: quest’attenzione alla sonorità delle parole mi ha portato a ottenere anche nella pagina scritta sonorità diverse. Per molto tempo ho lavorato su questo: La signora dei porci è il libro in cui mi sono concentrata di più su questo aspetto, sul suono scuro delle parole e della pagina, che per me era anche il modo di sprofondare in una materia tanto lontana e tanto difficile come quella della stregheria del Cinquecento.

POLESE: Tiziano Scarpa, che anagraficamente è il più giovane degli scrittori qui presenti e che molto spesso, facendogli in qualche modo torto, è stato catalogato tra i “giovani scrittori”, compagno di strada di varie esperienze degli ultimi anni, come quella dei cannibali, che ha pubblicato alcuni libri negli ultimi anni in una collana come quella di Einaudi Stile libero, fortemente dedicata ai giovani, è al tempo stesso un narratore, un saggista e a modo suo, anche un poeta, per via delle traduzioni di alcune canzoni della letteratura americana. Quello che noi vorremmo sapere da Tiziano, che ha iniziato a pubblicare intorno alla prima metà degli anni Novanta, è se, quando ha cominciato a pensare di uscire con un libro, si è posto il problema di quale lingua usare, sia per riuscire a comunicare con un pubblico che sarebbe dovuto essere quello dei giovani, e dei suoi coetanei, sia per riuscire a esprimere un proprio mondo di strani eccessi, di paradossi ai limiti del grottesco, vale a dire gli elementi che hanno poi popolato la sua produzione.

TIZIANO SCARPA: Ho pubblicato il primo libro nel ’96, vale a dire ho cominciato a scriverlo nel ’94, ma questo ha poco interesse. La lingua non è il linguaggio, come la fotografia non è la luce, la grana della pellicola non è il montaggio di un film. Adesso non lo so, ma quando ho cominciato mi affascinava l’intemperanza della lingua, il suo essere eccessiva, il suo essere impresentabile. Anche qui non è rilevante dove si è cresciuti perché quando uno fa il suo ingresso nella pagina non ha nessuna importanza da dove venga, secondo me. A ogni modo, mi sento molto un erede, in quanto italiano, dell’atteggiamento da “funzione Alberto Sordi”. La funzione Alberto Sordi nella lingua è semplice: l’italiano è un’impostura, è una falsità, è burocrazia, ipocrisia, fregatura, abbindolamento, mentre il dialetto è sincerità, la verità di ciò che si pensa, però allo stesso tempo è impresentabile, è un signore nudo, grasso con la panza pelosa e i calzini bucati che puzzano: questo è il dialetto. Quindi questo è Alberto Sordi, che quando parla, dice la sua, non può fare a meno di contenere certi strappi, certe eruzioni, che sono per esempio un “che tte devo dì” mentre sta parlando un italiano assolutamente forbito e impeccabile. Queste eruzioni sarebbero la verità della lingua, la verità della rappresentazione mentale che in quel momento sta accadendo nella testa dell’italiano. Quindi ha poca importanza che questo sia il dialetto o sia qualcos’altro, quello che mi dà da pensare è che, quando ho cominciato, non ha importanza, ripeto, che tipo di sottofondo o di altrove o di a fianco dell’italiano tenessi presente, quello che ha importanza è che tenevo presente un di fianco, un sottofondo, un altrove, un eccesso, un di più: che questo fosse dialetto, fosse parola preziosa arcaica, fosse tecnicismo inglese, parola straniera, citazione, imprecisione o addirittura, perché no, parola crassa, parolaccia, questo mi affascinava e mi affascina tuttora (anche se forse si cambia). Direi che, se questo ha importanza per un noi, per una comunità – perché poi gli scrittori sono sempre idiosincratici, non rappresentano altro che se stessi, quindi è un po’ imbarazzante parlare di sé e del proprio rapporto con la lingua, è come parlare del proprio rapporto con l’atmosfera, è come se io ne avessi uno particolare, mio e soltanto mio: respiro… Però, appunto, se devo parlare del mio rapporto con la lingua, dico questo, forse può avere qualche minimo interesse per noi italiani. Io penso che viviamo un momento, che dura in realtà da tantissimo, in cui abbiamo l’impressione che le cose accadano da un’altra parte, e questo succede anche nella lingua: per la funzione Alberto Sordi, appunto, si crede che la verità succeda nel dialetto o addirittura nei gesti. Pensate a un americano, che non ha alcun bisogno di usare parole straniere. È divertentissimo pensare a quello che succede adesso nell’economia, nel mondo del linguaggio tecnico-aziendale, dove sono in uso espressioni del tipo as is e to be per significare “la situazione attuale e la prospettiva futura”: gli americani non usano “situazione attuale”, bensì il tecnicismo (semplicissimo!)“as is”, e per dire qual è la previsione futura, prospettive di vendita, allargamento della clientela, dicono “to be”. Non delle parole assurde, o cervellotiche: as is, “come è”, e to be, “quello che sarà”. Già la traduzione “aspettativa” è troppo lambiccata rispetto alla semplicità di un to be. L’americano parla dunque un linguaggio tecnico (che noi consideriamo ipertecnico, l’unico linguaggio utilizzabile per farsi capire in ambito tecnico, tant’è vero che non lo traduciamo nemmeno, lo menzioniamo in inglese come se fosse un sofisticato tecnicismo lessicale), sentendosi al contempo perfettamente a proprio agio, come in pantofole nella lingua, perché usa parole semplicissime. Noi, quando parliamo, abbiamo, vuoi verso il basso della parolaccia o del dialetto, vuoi verso l’alto del tecnicismo o della parola impomatata, una sorta di terror panico che ci fa scappare altrove. Persino la letteratura italiana del Novecento, nella sua funzione gaddiana, continiana, ha trovato il valore dell’italiano non nell’italiano medio, semplice, ma nell’arcaismo, nel preziosismo, nel sinonimo ricercato. Ora, come bilancio su me stesso (non è una palinodia, ma un’autocritica) questo disagio l’ho patito anch’io, per quanto questo possa essere rappresentativo: si tratta di un sintomo del non sentirsi mai veramente seduti col culo tutti sulla sedia dove si è, non sentirsi mai a proprio agio dove si è, sentire che si sta dicendo qualcosa ma non abbastanza, sentire che la verità, o il punto dove noi sentiamo che la nostra intensità è d’accordo con se stessa, è altrove rispetto a quello che noi diciamo. Questo, volendo essere un po’ spirituali o spiritualisti, penso possa significare l’uso che ho fatto finora della lingua.

(2 – continua)

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6 Responses to Narrando in italiano #2

  1. andrea barbieri il 1 febbraio 2004 alle 23:03

    Tiziano, sono molto belle le interviste che stai postando. Se le pubblichi tutte su NI faccio un copia-incolla senza rompere le scatole al Corriere.
    Ciao

  2. Tiziano Scarpa il 2 febbraio 2004 alle 00:57

    Potrò pubblicare tutta la prima conversazione, “Narrando in italiano”. Per le altre bisogna contattare la Fondazione e richiedere il fascicolo. Grazie, ciao

  3. gianluca barbera il 5 febbraio 2004 alle 13:50

    un nuovo nome per dire blog?
    io propongo “isola”

  4. robert il 6 febbraio 2004 alle 16:56

    ie inviece brobongo grandofratello. dopo tutto guesto bblogghe quà como indernet è tutto nu grandofratello, no?
    allora vafangulo, brendedevi sta barola, grandefratello che va bbene puro pe mme ghe so in to a la suit go anzianotti.
    giao vafangulattutti.
    sgarpa ho lett il tuo libbro, veramende grandefratello a mme! me piacerebbe esse uno scrittoro come a tte pe andà a scopà gon dutte ste fregne, gomblimende!

  5. violet il 16 febbraio 2004 alle 02:09

    sono pochi a sapere chi ha inventato neologismi celebri, tipo tangentopoli o paparazzo.
    Intendo: pochi fuori dalla riserva indiana. Se lo invento, torno e lo scrivo. Miggiuro.

    V

  6. violet il 16 febbraio 2004 alle 02:20

    “acchiappapensieri” è troppo lungo?

    dai, scherzavo ;o)
    V



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