Narrando in italiano #3

2 febbraio 2004
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tadini 2.jpg Terza parte della conversazione avvenuta il 19 marzo 2002 tra Vincenzo Consolo, Laura Pariani, Tiziano Scarpa e Emilio Tadini (moderatori: Paolo Di Stefano e Ranieri Polese) al Teatro Studio di Milano, a cura della Fondazione Corriere della Sera (fondazione.corsera@rcs.it), ora disponibile nel fascicolo fuori commercio MADRE LINGUA – Percorsi di versi e di parole. Questa volta Paolo di Stefano rivolge una domanda a Emilio Tadini (ricordo che le immagini, peraltro inconfondibili, sono quadri di Tadini stesso).

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PAOLO DI STEFANO: Emilio Tadini è pittore, critico d’arte, narratore, poeta, ha scritto testi teatrali, si trova quindi a usare linguaggi, codici, registri diversi. All’interno della sua produzione narrativa c’è, ad esempio, questa escursione notevolissima dall’alto al basso: l’ultimo romanzo, La tempesta, è una continua traduzione dal registro del protagonista Prospero, preso dalla sua follia, in un registro sempre più basso, cronachistico, da giornalista. Siamo sempre nella “funzione Gadda” o c’è qualcosa di diverso? C’è un’alternativa alla funzione monolinguista petrarchesca italiana e alla funzione espressiva, espressionista, espressivista, come dice ?

EMILIO TADINI: Mi piacerebbe inserire una citazione all’inizio delle chiacchiere che mi accingo a fare, ed è una frase di , che peraltro vorrei mettere nel libro che sto finendo adesso, un libro scritto in modo molto diverso dagli altri. La frase di Van Gogh è molto bella: il pittore, rendendo conto del lavoro fatto soprattutto negli ultimi anni, quando va al Sud, in Provenza, e comincia a dipingere in modo molto più acceso, dice: “Non me n’è importato assolutamente niente della verità del colore”. Si tratta di una frase molto semplice, ma bellissima, per la verità. Intanto è interessante vedere come nessuno di noi si porrebbe davanti a un quadro pensando di parlare di qualcosa che non sia esattamente il materiale linguistico che lì entra in azione. Sì, si può parlare anche di iconografia; ma davanti a un quadro di mele di Cézanne, nessuno di noi penserebbe che il discorso potrebbe esaurirsi nel fatto che si tratti di mele e di una natura morta: evidentemente la di cui è fatto è essenziale. A volte sembra che non sia così per la letteratura: sembra che la lingua sia data, sia materiale a disposizione e ciascuno possa farne quello che vuole. Invece non è così, naturalmente. Anche la lingua va letteralmente inventata. Nessun pittore si trova davanti un codice che può portare avanti tranquillamente: sì, lo può fare, ma diventa imitatore di qualcuno, è iscritto in una scuola e non innova. Se ha questo scrupolo di innovare, deve lavorare la lingua in modo da farne qualcosa di suo. Dov’è dunque quella verità della lingua rispetto a quella verità del colore che Van Gogh diceva di aver disprezzato? Quella stanza non è più blu acceso ma un azzurro pastello, e Van Gogh la fa diventare un oltremare profondo. Dov’è dunque la verità della lingua? La verità è imprendibile, in realtà. Quando, per esempio, parla di dialetto, ne parla in modo completamente diverso da come potrei fare io, perché – e lì ora conta, sì – Scarpa è nato a Venezia e cresciuto a Venezia, dove il dialetto è del tutto naturale oggi; per me, milanese nato a Milano da genitori milanesi, il dialetto è una innaturalità, qualcosa che io parlo perché mi diverte, qualcosa che tengo vivo artificialmente, ma: chi lo parla, in una città in cui la lingua si è mescolata, sono intervenuti mille apporti diversi? Io penso che ogni scrittore, bene o male, nella misura che gli è concessa, non può che tentare di inventare una lingua, di creare uno strumento che gli consenta, se, fortuna sua, sarà grande, di dare alla lingua comune qualcosa di nuovo. Io ho cominciato a scrivere folgorato dalla pagina di , che mi sembrava, e mi sembra ancora adesso, tra l’altro, una delle più grandi scritture del secolo, e si tratta di una scrittura completamente inventata, Faulkner scriveva con in una mano la Bibbia e nell’altra, probabilmente, Shakespeare, riuscendo a trarne una lingua moderna e straordinaria. Ma non è che i Quarantanove racconti di Hemingway siano scritti in una lingua più vera, più simile alla verità della lingua di Faulkner. Céline diceva che rendere il parlato nella scrittura è la cosa più difficile del mondo, perché bisogna ricostruirlo per farlo sembrare vero. A questo proposito, faceva un esempio bellissimo: se mettete un bastone nell’acqua, il bastone sembra storto, per farlo apparire dritto, bisogna romperlo. Così è con la verità della lingua: per farla sembrare vera bisogna davvero spezzarla e cercare di rifabbricarla. Questo naturalmente fa avanzare tutte le indispensabilità e i limiti di chi lo fa, ma se qualcuno riesce a farlo bene, che lo faccia pure.

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One Response to Narrando in italiano #3

  1. luminamenti il 2 febbraio 2004 alle 07:26

    Chiaro e limpido il discorso di Tadini



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