Narrando in italiano #5

2 febbraio 2004
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Quinta e ultima puntata della conversazione avvenuta il 19 marzo 2002 tra Vincenzo Consolo, Laura Pariani, Tiziano Scarpa e Emilio Tadini (moderatori: Paolo Di Stefano e Ranieri Polese) al Teatro Studio di Milano, a cura della Fondazione Corriere della Sera (fondazione.corsera@rcs.it), ora disponibile nel fascicolo fuori commercio MADRE LINGUA – Percorsi di versi e di parole. In questa parte, dopo un intervento di Laura Pariani infuria ancora una volta la discussione.

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PAOLO DI STEFANO: Scusi signora, vorrei fare una domanda a Laura Pariani. Non per aggiungere elementi polemici a ciò che si diceva prima, ma io apprendo stasera – e non sono assolutamente d’accordo -– che la lingua italiana sia stata un lingua immobile da Dante ad oggi. Ma se noi abbiamo bisogno di apparati, per leggerla, abbiamo bisogno di traduzioni, mentre i francesi non hanno bisogno di nulla per leggere Villon! Credo proprio che sia questo elemento di sostrato molto ricco, storico, che porti ancora oggi, nel Duemila, molti scrittori italiani a fare lavori di scavo e di archeologia. Laura Pariani, che ne pensa?

LAURA PARIANI: Io penso prima di tutto che la questione della lingua non esista soltanto in Italia: anche negli altri Paesi, ogni scrittore si pone il problema della lingua in cui scrivere. Inoltre, ci troviamo in un momento in cui si parlano tante lingue, e tante lingue si arricchiscono, io sono molto positiva su questo cambiamento che sta avvenendo nella lingua italiana, anche a opera degli scrittori: anche, voglio dire, ma non solo. Gli autori usano la lingua scritta, ma noi dimentichiamo che l’italiano è anche la lingua della comunicazione parlata. Io sento molto forte la questione del dialetto, sento il dialetto come lingua dell’appartenenza, lingua materna, a cui sono molto legata per motivi affettivi, ma amo moltissimo l’italiano, sento come lingua mia, come posso sentire mie altre lingue che parlo abbastanza bene e con cui mi trovo a parlare e pensare. All’interno delle nostre esperienze linguistiche ci sono tuttavia delle preferenze, che vengono fuori in alcuni momenti. Borges, grande scrittore argentino, raccontava che il primo libro che aveva letto era stato il Don Chisciotte in inglese, perché nella sua esperienza, come lingua materna, aveva l’inglese. Poi gli capitò, anni dopo, di leggere il Don Chisciotte in castellano ed ebbe l’impressione che si trattasse di una brutta traduzione. È un aneddoto che mi sembra condensi la tensione fra la lingua in cui siamo stati allevati e la lingua che poi leggiamo e in cui magari scriviamo: Borges ha inventato poi il miglior castellano. È un’esperienza che io vedo anche nella letteratura europea, molti scrittori hanno scritto in un’altra lingua, penso a Kafka, Conrad, Nabokov: è una bella esperienza questa, io non la vedo legata solo a questa nostra storia italiana di tante lingue, del volgare fiorentino e delle sue vicende, anche se sicuramente dal punto di vista storico la questione della lingua è la questione che nella scuola accompagna tutto il nostro studiare letteratura. Tutto qui.

VINCENZO CONSOLO: Volevo fare una postilla a quello che ha detto Laura a proposito di Borges. C’è stata una polemica fra Borges e uno scrittore spagnolo che per ragioni di antifascismo era andato a finire in Argentina, Castro, il quale in un saggio sosteneva che l’argentino è un castigliano corrotto. Borges si è risentito e nelle Nuove Inquisizioni ha scritto proprio una Risposta al Dottor Américo Castro, sostenendo che l’argentino era un castigliano purissimo e non un castigliano corrotto. Quindi la questione della lingua esiste dappertutto. Tuttavia, la lingua italiana ha alcuni svantaggi, come per esempio il fatto che non ha molti parlanti: se si pensa allo spagnolo, al francese e all’inglese, che hanno dei bacini di parlanti enormi… La nostra lingua si parla solo in questa stretta penisola che si chiama Italia, forse la nostra debolezza dipende anche da questo.

EMILIO TADINI: Io vorrei però tirare in ballo ancora una volta Tiziano, perché quando io leggo le sue pagine, leggo una creazione linguistica! Non c’è niente da fare, è inutile che tu ora venga qui a fare il frate francescano che “accetta uno strumento che gli si dà”, tu sei uno che innova la lingua che trova intorno a sé, te ne servi come un materiale, la cambi. La muti. Tu parlavi di “scarto”: ma perché scarto? Scarto da che cosa? Colpevolizzavi questo scarto da una lingua che c’è, nobilissima, oltretutto adesso diffusa e unificata dalla televisione, dunque indicavi un po’ come un peccato mortale questo individualismo dello scrittore, il quale si permetterebbe di violentare questo strumento perfetto che gli è dato. Ma io, quando leggo le tue pagine, avverto proprio questo scarto da tutto ciò che ho intorno, sento che ti servi della lingua come di un materiale. Ecco perché ti ho tirato in ballo, perché leggo le tue pagine.

TIZIANO SCARPA: Non vorrei giocare un ruolo che non è il mio… C’era un’insurrezione di interventi…

VOCE DAL PUBBLICO: A difesa di Scarpa, e mi scusi Consolo, che rispetto molto, la nostra lingua affonda le sue radici non solo in Dante: non dimentichiamoci la Commedia dell’arte, che ha portato in giro per l’Europa il nostro italiano, non dimentichiamoci Goldoni, non dimentichiamoci Da Ponte con tutti i suoi libretti. La musica parlava italiano, Stendhal è venuto in Italia, tutta l’Europa colta parlava italiano. Si tratta di una lingua bellissima…

TADINI: Ma credo che l’oggetto del contendere non sia la bellezza della nostra lingua, o la sua nobiltà, si sta parlando della lingua oggi, in Italia, che cos’è, come la si usa e cosa fa uno scrittore con l’italiano! Il punto è cosa fa uno scrittore oggi in Italia avendo a disposizione questa lingua. Io credo che non sia molto diverso da quello che fa chiunque, perché anche uno scrittore americano compie lo stesso lavoro di rielaborazione linguistica. Anche la nazione più potente, più ricca, più forte, non offre agli scrittori uno strumento dato da prendere e usare. Non ti danno un kit in cui sono disposte tutte le particelle elementari e tu le metti insieme: sono lì! Pensa alla dialettica profondissima che c’è nella letteratura americana. Dov’è, qual è il letterato americano? Chi? Ma se sono così diversi! Tu pensa che forsennato tentativo di regolare una lingua che si dà come strumento ovvio di chi oggi ha in mano il mondo!

SCARPA: Grazie per l’intervento, che non credo fosse soltanto un’enumerazione di glorie letterarie, ma mi sembra che individuasse soltanto una prospettiva storica meno angusta di quello che siamo abituati a fare oggi quando giochiamo questo gioco a chiudere: ma l’italiano è parlato da pochi, è parlato da troppo poco tempo, e così via, è tutto un gioco a chiudere, che a mio avviso porta a piccoli tunnel e cantucci: allora godiamoci il dialetto, allora aspettiamo il sangue barbaro linguistico, che venga a rivitalizzare… è ancora un gioco a chiudere. Il discorso, secondo me, è questo, anche se non vorrei personalizzare: nei miei primi libri ho accolto, come, non a caso, tutti gli scrittori qui presenti, la vertigine, una lingua con tante voglie quante una donna incinta, dice Tadini ne La tempesta. Credo che, nel mio piccolo e nell’efflorescenza e nello stile lussureggiante degli autori qui presenti, le lingue che usiamo o abbiamo usato nutrissero tutte quest’inquietudine, patissero quest’ansia di incorporamento di linguaggi diversi, di andare altrove, di scappare dall’italiano, in varie direzioni, giovanilistiche che le si voglia chiamare, o arcaicizzanti. Secondo me, tutto il Novecento ha detto, e anche prima: attenzione, la lingua è pensiero, linguaggio, la lingua non è uno strumento, non si usa la lingua, la lingua è un mondo, è una direzione della mente, è un’ideologia, fascismo, al limite. È in ogni caso un’ipoteca: se tu parli, guardi a ovest, a nord, alle spalle ti lasci qualcosa, chiudi un orizzonte. Bene. Questo l’abbiamo imparato, lo sappiamo. Vogliamo adesso, diamine, che finalmente abbiamo una lingua con la quale ci capiamo tutti, usarla, fare questa enorme hybris, infrangere il tabù del Novecento, quando tutto quello che hanno proclamato le estetiche e le linguistiche del Novecento è che la lingua non si può usare. Non può essere un’innovazione paradossale, artistica, quella di, finalmente, usare l’italiano, e non semplicemente goderlo nella sua letterarietà stilistica? Altrimenti secondo me, godere l’italiano letterariamente, è una partita persa, perché significa chiudersi nel cantuccio…

TADINI: Nessuno pensa che lavorare la lingua sia questo godimento che tu adesso caricaturavi.

SCARPA: Io dico soltanto che puntare su questo è costoso. Ecco: è costoso.

TADINI: Quando dici usiamo l’italiano, io vorrei sapere qual è, come te lo chiederei se fosse francese, o inglese. Qual è questo riferimento così preciso che ti fa dire: usiamolo. Chi può dire: usiamo questo inglese. Ma chi? Quale scrittore può dirlo, dovunque? Le lingue sono così complesse, articolate, alte basse, gergali, letterarie. Io stento a individuare questo modello che tu indichi e di cui dici: usiamolo.

DI STEFANO: Emilio, puoi dirci che tipo di opzione linguistica ci sarà nel tuo prossimo romanzo?

TADINI: È sull’assoluta contemporaneità, mette in scena dei giovani. Cito per questo Van Gogh: ho cercato di creare un linguaggio basso quotidiano, che non esiste in realtà… Ma, per l’amor di Dio, se io leggo una pagina di Céline, non sto mica sentendo echeggiare i discorsi delle strade di Parigi. Sento una creazione letteraria straordinaria, che mi dà l’analogo, simbolico o immaginario, esattamente di un certo mondo. E Céline, cosa fa? Usa un francese dato? Grazie al cielo no. E poi dove sarebbe? Se Valéry è il francese, allora Gide non può esserlo. È così multipla, multiforme una lingua, oggi soprattutto, quando a determinarla intervengono tanti mezzi; la televisione non ha definito l’italiano una volta per tutte. È vero, ha contribuito a far capire una koiné molto elementare, indirizzandola a tutti, e questo è molto importante. È uno degli elementi che entrano nella lingua italiana. Ma tu pensa alla lingua dei giornali: dal 1945 a oggi è cambiata in modi sorprendenti. La lingua si continua a fare, va dove vuole, le corri dietro faticosamente, ma è tutto tranne che un modello stabile, un set da costruzione.

SCARPA: Sì, ma la lingua è anche il luogo del conflitto. Nessuno sta dicendo che bisogna scrivere con la lingua della televisione, dio mio, anche perché sarebbe come incitare a un uso super-espressionista della lingua; infatti, mi risulta che la televisione italiana, con i suoi mille canali locali, è soprattutto analfabetismo, errori sintattici, venditori, cartomanti e quant’altro: è quanto di più gaddiano, pasticciaccesco-di-via-merulanesco si possa pensare. È chiaro che io mi butto nella mischia quando parlo della lingua, mi butto nel darwinismo puro, è chiaro, anche quando parlo un italiano planus, semplice, ma io prediligo questo tipo di mischia, dove io per l’appunto, quando dico una frase, e dico “Il cielo è verde”, il conflitto che mi viene addebitato appunto non è di tipo stilistico cruscante lessicografico…

TADINI: Trovi qualcuno qui dentro che abbia asserito questo?

SCARPA: No, io non lo sto addebitando a questi autori o alle provocazioni dei moderatori, bensì a una lettura depotenziante della letteratura come pura lingua celibataria, come espressione celibataria della lingua, e secondo me l’opzione espressionistica o espressivistica è diventata la nuova macchina celibe, inerte, della letteratura di oggi. Secondo me. E lo dico, mio malgrado, anche, voglio dire, facendo ammenda, tra virgolette, delle mie stesse opzioni linguistiche recenti.

CONSOLO: Se stabiliamo che la letteratura è memoria – e la letteratura è memoria altrimenti sarebbe soltanto comunicazione cronachistica, giornalismo – allora diventa anche memoria linguistica. Io credo che l’impegno di chi scrive sia quello di far emergere continuamente la memoria. La nostra è una società che viene dal Rinascimento, dall’Umanesimo, viene da lontano, dalla triade toscana e così via, bisogna dunque conservare questa memoria, che non sia una memoria di tipo americano, di una società nuova e mercantile. La nostra non è stata una società mercantile, è stata una società umanistica.

TADINI: Scusa se io intervengo, ma continuare a dire che la società americana è una società mercantile vuol dire dimenticare alcuni fatti fondamentali: per la prima volta nella storia, nel secolo scorso si è dato il fatto che la potenza mondiale più forte di tutte in assoluto non ha vinto una guerra che poteva vincere con una mano, quella del Vietnam, perché al suo interno si è sviluppata un’opposizione così violenta, così forte, che non si è potuto proseguire il conflitto. In quale Paese duecentomila persone fanno i disertori?

CONSOLO: Emilio, stai spostando il problema…

TADINI: Certo che c’è Bush, ma c’è Ginsberg, c’è Kerouac, c’è Faulkner, Hemingway, c’è una cultura della contraddizione… come si fa dire che la lingua è mercantile, è una lingua viva, che cambia, che muta, che vive di eccessi. La lingua mercantile è quella dei giornali, o del presidente Bush, ma la lingua della totalità dell’America è un complesso contraddittorio di una ricchezza straordinaria. Ma come facciamo a non vederlo? Cosa ha significato la letteratura americana per i giovani di tutto il mondo? Ha significato un’apertura straordinaria, che qui non hanno trovato, che in Europa non avrebbero trovato.

DI STEFANO: Abbiamo capito stasera che la lingua è il luogo del conflitto: questo è poco, ma è sicuro!

(5 – fine)

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One Response to Narrando in italiano #5

  1. Francesco il 3 febbraio 2004 alle 01:04

    tiziano, sono ubriaco come da anni non mi capitava, quindi non aspettarti grandi discorsi. solo una cosa voglio dirti, solo per uan cosa mi sono ricolelgato: grande! ciò che dici in questo dialogo mi entusiasma, mi eccita e mi esalta! sono con te su tutto, fino in fondo. ti serve saperlo? dimmi di sì per giustificare questo collegamento. buona notte.



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