Gentile probabilità

4 febbraio 2004
Pubblicato da

di Elena Volpato

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Do per certa una sola cosa: Giuliano Della Casa ha a che fare con la gioia, e la gioia non è affare tanto facile da trattare per un critico. Credo avrei trovato buoni maestri fra storici e accademici per qualsiasi altro sentimento, ma non mi è riuscito di trovarne uno che abbia parlato della gioia nell’arte come altri fecero della malinconia, della meraviglia o della rivolta.

A ben guardare, nell’arte si trovano scene di letizia, immagini di grazia, ma la pienezza della gioia di vivere è altra cosa. Appare sì, per il tempo di un’impressione, nel colore volatile, nella luce diffusa, di qualche estiva flânerie da concerto nel parco, ma una linea che, esatta e sicura, sorprenda in ritratto la grande fuggitiva provò a tracciarla con dichiarato intento forse solo Matisse. E pure, anch’egli lo fece per distinte scene, usando il linguaggio dell’allegoria, procedendo per somma di danza, di musica, d’eros e di natura, con spirito non molto lontano da quello con cui il Ripa ci enumera e ci motiva i diversi attributi dell’Allegrezza: un vaso di cristallo pieno di vino, una coppa d’oro e un vestito bianco, con fiori gialli e rossi, e foglie verdi. Ecco gli indizi.

Avremmo voluto sapere dei suoi occhi, delle sue labbra, di come scorre la linea del suo collo, di come appoggia il passo sulla terra, ma siamo costretti a inseguire la Gioia per somma di particolari, ricordando i suoi simboli e i suoi luoghi. E dovremo esser cauti, e attenti, molto, perché temo avesse ragione uno scrittore russo perduto nel deserto del le anime a ricordarci che in ogni scena lieta, basta un indugio, un soffermarsi attardato dell’occhio, e la felicità già ci appare tristezza. Dev’essere per questo che scorre veloce, velocissima, la mano di Della Casa, a fermare l’acquerello sulla carta, tanto che Gombrich poté parlare a proposito delle sue opere di ‘sprezzatura’. Una sapienza, la sola credo, che concede agli artisti di dialogare con la gioia, di cogliere il suo rapido apparire nelle cose del mondo, e in quelle della mente, il suo essere il tutto, pieno e compiuto, per un istante, e poi nulla.
Se è così difficile sapere qualcosa della Gioia, suonerà ormai strana la nostra prima certezza: Della Casa ha a che fare con lei. Ma è come se li avessi sentiti discorrere insieme, un giorno, nel suo studio, oltre la linea della porta. Lei diceva con voce tersa:

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,
Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
E tu su quell’erba verde fa’ conto d’esser rugiada
Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.

La gioia parlava della rugiada, come se una sola goccia trasparente potesse fare da specchio al mondo, potesse riflettere l’intero giardino fiorito, animato di limpidi suoni. Una simile immagine non dovrebbe stupire troppo, è nella curva di specchi e nel nitore di piccoli globi che abbiamo conosciuto le più magiche passioni dell’arte per l’immagine dell’universo. Eppure, né i bruniti specchi nordici, né le gessose uova metafisiche ci hanno mai parlato di gioia. Di misura, certamente, di equilibrati compendi, di affascinanti matematiche, ma la gioia danzava altrove, fuori da stanze inclinate e da rigorosi cubicoli, nei prati distesi e negli arabeschi leggeri di tralci intrecciati dal volo di uccelli.
Della Casa conosce fin troppo bene le sfera appesa nella camera della Fede di Vermeer o quella sospesa nella scatola di Morandi, ma in quelle opere la gioia fugace ha sempre lasciato il posto all’inquietudine che, una volta giunta, indugia senza promettere molti riscatti.

E poi non basta la velocità per offrire dimora alla gioia, bisogna conoscere quella lieve tensione, che è attesa dell’alba, che è un soffio che da forma, che è emozione del accadere. Della Casa la conosce perché la vive ogni volta nella stesura dell’acquerello. “Bisogna saperlo fermare – dice – altrimenti scappa via.” Quando dice così, sta parlando della gioia, del suo lavoro certo, ma della gioia nel profondo.
E’ un’altra opera che agli amanti dell’arte dovrebbe far intendere quale sia la natura della gioia e la cito qui un po’ per cercare di spiegarmi, un po’ perché vorrei dedicarla a Della Casa come si dedicano le cose quando sappiamo che già appartengono nell’intimo a coloro a cui le vogliamo donare. un’opera di Chardin, “Bolle di sapone”, dove un giovane affacciato ad una finestra, intento, soffia in un tubicino, gonfiando una bolla che è sfera del mondo, e lo è proprio perché, noi e lui, sappiamo che nel toccare il suo massimo limite scoppierà. Quel giovane è immagine di un demiurgo quanto può esserlo il Newton di Blake che, chino come lui, lungo una retta linea come lui, traccia l’arco di un cerchio perfetto che è immagine dell’universo, ma i suoi capelli non conoscono la leggerezza del ricciolo che accarezza la guancia del giovane e la luce che, piatta, distende la sua figura nell’eternità, non sa più o non ha mai saputo giocare come quella che accarezza in due tocchi la bolla di sapone. La gioia nell’eternità non respira, respira solo nel tempo della vita.
Come quella bolla di sapone sono i vasi trasparenti di Della Casa
E quel cristalla ridente di scintillante licore
È lacrima dove s’asconde sangue di cuore.

Fiori e frutti nascono da quelle lacrime di gioia, fiori rossi e gialli come prescriveva il Ripa e foglie verdi. Tulipani, come nei giardini di Persia.

Come il tulipano d’Aprile prendi in mano la coppa rotonda
se hai la fortuna di startene con una guancia di rose
bevi vino in letizia che questo antico cielo crudele
d’un tratto dell’alto tuo cuore farà bassa polvere e terra.

Gli attributi della Gioia sono disseminati in tutto il lavoro di Della Casa. Affianco ai fiori, al vaso trasparente, al rosso del vino, non manca l’usignolo e neppure il cardellino che ha ricevuto in dono dalla Garzoni insieme al fico e al buffone di vetro. Soprattutto non manca il bianco del vestito della Gioia, disteso e aperto su tutto il foglio, perché l’emozione del fiore, la bellezza della frutta devono rimanere piccola cosa in quel campo di luce. La Gioia non pecca mai di tracotanza, lavora di tocco, in piccolo spazio, E tutto quel bianco non è che il regno dell’attesa cortese di un suo breve apparire. Nelle ultime opere poche linee nette e sicure di matita tracciano spazi che si sarebbe tentati di chiamare metafisici, ma quelle linee non chiudono alcun spazio, piuttosto inventano l’orizzonte come un’unica soglia che la pittura può varcare, di nuovo, in presenza.

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La riduzione, l’astrazione sono cose che Della Casa ha a lungo studiato, a partire dalle strutture elementari degli anni ’60, ma ora tutto questo non è che spazio, sfondo pacificato, di una possibilità dell’arte che può essere nuovamente affermata. E se è difficile abbandonare la tentazione di una certa scrittura lirica a proposito del suo lavoro è solo perché questa nuova, gentile probabilità della pittura che si manifesta nelle sue opere, non può presentarsi al di qua di una linea di matita se non come commozione. Per provare a far comprendere questa commozione non posso fare a meno di riportare qui il brano di un artista che in tempi prossimi a quelli in cui il nostro artista operò il proprio percorso di riduzione raggiunse la sua personale astrazione in un disegno altrettanto scarno, in una traccia di matita altrettanto generatrice, ma che quel disegno scarno e quella linea generatrice non ha potuto riportarla alla gioia della pittura:
“Quasi vent’anni mi sono occorsi per arrivare a tracciare (era un giorno di settembre del 1960) due linee rosse, in diagonale, da quelle determinare quattro punti – e da quelli altri quattro – necessari per limitare la porzione di spazio che avrei chiamato Disegno geometrico (…) Dovranno forse passare altri vent’anni per compiere quel passo indietro e riportarmi alla memoria di oggi (26 maggio 1986) qui e ieri, se così si può dire.

Mi trovo in campagna, vicino a Siena, dove ora risiedo: di fronte a me Una ginestra in piena fioritura,poco più in qua cipressi punteggiati di ireos… Che sia “questa”, che non posso ancora citare (ma l’ho appena indicata in corsivo) la”cosa” che riapparirà un giorno, completamente urgente e inaspettato di quel quadro del quale invece (nel primo capoverso) ho riferito un’ulteriore versione in forma di parole? Sarà questa così definitivamente bella e trasparente, attraversata da luce inimitabile, origine e teatro di se stessa, pura verità sua propria descrizione, quel “dopo” che non possiamo rinunciare ad attendere sulla scena segreta del nostro sguardo?” Nell’arte di Giulio Paolini, quel fiore bello e trasparente di luce non è ancora riapparso. Nelle opere di Della Casa dopo le linee pulite delle sue strutture elementari e dei suoi tavoli, con coraggio e passione, con commozione, è comparso. Forse lui non lo sapeva, ma qualcuno potrebbe avere avuto il sospetto vedendo i suoi tavoli geometrici dai cassetti aperti, che prima o poi sulla linea del piano sarebbe vissuta di nuovo un’immagine piena e vera. Lo si sarebbe potuto intuire perché da quei chardiniani cassetti socchiusi, non uscivano piatti rettangoli bianchi come nel “Castello di Carte” o come in moltissime opere di Paolini, da quei cassetti compariva il colore azzurro dell’infinita possibilità dell’immagine. erano cassetti aperti su lucernari, aperti su laghi specchianti, aperti su mattonelle di colore che erano già, ai nostri occhi, pastiglie di acquerelli dove una goccia portata da un pennello danzante sarebbe tornata a dipingere l’intera gioia del mondo.
Non importa se dialogare con lei è rendersi conto della fugacità della vita, la sua parola e la sua voce ci ripaga dell’eternità.

Il labbro sul labbro dell’anfora posi, ebbro di brama,
d’avere alfine da lei quel che dà vita in eterno.
e labbro a labbro mi sussurrò l’Anfora in bacio segreto:
“Resta con me per un poco, io come te già fui!”

Un giorno, nel suo studio di Modena, a due passi dal Duomo, Della Casa mi disse serio serio come un professore: “Omar Khayyâm? Era un amico di Wiligelmo.” E subito scoppiò a ridere della sua enorme bugia, e io di quella bugia gli sono grata, come della luce che accarezza i suoi vasi.

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3 Responses to Gentile probabilità

  1. beppe sebaste il 4 febbraio 2004 alle 17:56

    Grazie, che meraviglia di articolo. Davvero, che gioia. Mi ha dato desiderio di comunicare con Elena Volpato, e naturalmente con Giuliano Della Casa, col quale ricordo una giornata a Venezia (festival di poesia, settembre ’77: io poco più di un ragazzo). Lo vorrei rivedere. Grazie ancora. Spero a presto (bsebaste@tin.it)

  2. andrea barbieri il 4 febbraio 2004 alle 22:19

    Capisco che ci vuole poco per distruggere qualunque cosa, ma la mia idea è abbastanza diversa da quella di Sebaste. Mi sono rimasti un sacco di dubbi. Per esempio, all’inizio, perché cercare esempi fra accademici e storici quando è così chiaro che proprio queste persone hanno considerato arte quello che pareva loro e hanno ostacolato tanti artisti, trasformando tutto nel “gioco sociale dell’arte” come ha detto su NI Andrea Inglese. Proviamo a cercare nella storia dell’arte di Argan, uno dei nostri storici e accademici più quotati, il nome dell’americano Basil Wolverton che è stato un artista immenso.
    La gioia. Ma è stata uno dei temi più rappresentati del novecento, quante opere parlano della gioia, il ciclo dell’Hourloupe di Dubuffet, i personaggi con la testa piccola e il corpo immenso, spigoloso di Picasso (vi ricordate quelli che giocano sulla spiaggia?), I bambini di Appel, gli animali di Chagall, le streghe, i bambini, i re di Luzzati, la gioia un po’ ebete, inoffensiva dell’antigrazioso di Carrà, la gioia dei colori nelle Macchine inutili di Munari, nei Mobiles di Calder, gli extraterrestri fatti con la sagoma delle tenaglie nei primi dipinti di Manzoni.
    E perché poi la rappresentazione della gioia deve essere legata per forza all’acquerello e alla velocità, non può essere più gioiosa la matericità, la sovrabbondanza, la lentezza, il ricorreggere?
    Tutti quei nomi famosi nella presentazione, così sembra un party esclusivo: Matisse, Gombrich, Paolini, Vermeer, Morandi. Cos’hanno veramente in comune? L’autorità?
    Io non conosco le opere di Giovanni Della Casa, ma la prima immagine inserita è debolissima e la seconda poco meglio (quello che non conosco invece sarà sicuramente ottimo, non lo metto in dubbio), per reggere immagini così hanno bisogno di una teoria dietro, in questo caso appunto la gioia, che le diano un po’ di mistero, ma resta un’operazione che non ha niente a che fare con l’arte, così è come una televendita raffinata.
    Vorrei dire qualcosa anche sulle copertine di Moresco ma mi fermo altrimenti mi sento troppo perfido. Dico questo perché capisco che in fondo quell’articolo è sopra la media di parecchi scritti sull’arte (me la sto prendendo con l’articolo non con i dipinti). Ma penso anche che si può fare di meglio, con più coraggio, più spazio all’immaginazione, più corrosività.

  3. beppe sebaste il 18 febbraio 2004 alle 20:37

    beh, l’ho letto adesso, e a me è piaciuto anche questo commento puntuto e ricco di spunti di andrea barbieri. grazie anche a te – detto da lettore. beppe s.



indiani