L’ultimo nostos di Ulisse #1

4 febbraio 2004
Pubblicato da

di Alessandro Garigliano

orca1.jpg“‘Dove stiamo andando’, chiede Enrico di Ofterdingen, l’eroe dell’omonimo romanzo di Novalis, alla misteriosa figura femminile che gli è apparsa accanto all’antichissima rupe nella foresta, dove è diretto il nostro cammino? ‘Sempre verso casa,’ gli risponde la fanciulla, conducendolo a una larga e luminosa radura”.(1)

Iniziamo così il nostro viaggio attraverso Horcynus Orca, accompagnando il protagonista verso quella che sarà la sua unica possibile meta. Rilevando la pregnante etimologia classica del nome del villaggio natale di ‘Ndrja Cambrìa, protagonista del libro di D’Arrigo, E. Giordano dà una prima chiave per capire quale sarà il movente del viaggio e la meta ultima del libro: Cariddi, “colei che risucchia”, e al contempo ovvio “appellativo della dea del mare distruttrice”.(2) Ciò che caratterizza chi tiene con silenziosa tenacia la via che conduce a casa è una sorta di fede nella propria identità. Tale caratteristica accomuna l’eroe dell’Odissea a ‘Ndrja.

Bisogna innanzitutto ricordare che Horcynus Orca è una delle poche opere
culturali italiane, ambientate nel periodo della seconda guerra mondiale, che anziché
raccontare la Resistenza, affronta la fuga.(3) Fuga che avvenne all’indomani della
data tragica dell’8 settembre 1943. ‘Ndrja, reduce da un evento che aveva sconvolto
la realtà, soprattutto militare, italiana, nel suo ritorno a casa incontra di riflesso una
realtà civile ‘straviata’, dopo appena nove pagine:

Femminote lontane dalla base? si chiese. Femminote straviate per nord,
contrariamente al loro naturale? Ma non ebbe tempo, sul momento, né di
capacitarsene né meravigliarsene quanto avrebbe dovuto.(4)

‘Ndrja somiglia all’immagine di Odisseo che traccia P. Scarpi, l’eroe che durante il
nostos “non ha dubbi né incertezze sulla sua identità, anche se può essere minacciata,
anche se il suo itinerario è un continuo moltiplicarsi di incontri con la morte”.(5)

Infatti non si meraviglia affatto di ciò che è accaduto alle “Femminote”, sorta di
Amazzoni dedite prima di allora al traffico di sale tra Scilla e Cariddi. Sin da adesso
‘Ndrja procede verso casa senza sbandamenti, nonostante attraversi una realtà in
preda a un delirio di trasformazioni continue:

Ciccina Circé, Caitanello Cambrìa, don Luigi Orioles: sono tutti protagonisti
di repentine trasformazioni, inquietanti voltafaccia, colpi di coda improvvisi
che rivelano un’indole insospettabile. ‘Ndrja è come circondato da elementi,
personaggi ed esseri metamorfici, dall’insidioso scill’e cariddi percorso da
correnti che ne mutano costantemente la superficie, alle femminote il cui
vero mestiere sembra quello di stupire con la loro bizzarria e imprevedibilità;
dalle fere, delle quali si può dire tutto e il contrario di tutto, a seconda che le
si chiami fere o delfini, all’Orca, che sembra un monolitico simbolo di morte
e che poi invece ritroviamo dispensatrice di manna-cicirella, e quindi di vita:
presentata dapprima come Morte immortale, finisce per essere banalmente
scodata e uccisa dalle fere come qualunque altro onesto e normale verdone.
In realtà, percorrendo il testo con un occhio più attento a captare ogni più
impercettibile mutamento di forme, ci accorgiamo che anche nei luoghi meno
sospetti della narrazione capita di imbattersi in prodigiose trasmutazioni.(6)

L’abbrivio che farà da spinta al movimento verso casa è un incipit modulato sì su
un’andatura epica, ma subito franto dall’ “aritmia dello sparpagliato progredire dei
giorni della storia”:(7)

Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno,
che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio,
nocchiero semplice della fu regia Marina ‘Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle
Femmine, sui mari dello scill’e cariddi.(8)

L’intera narrazione conterrà questa contraddizione lacerante tra la ciclicità ritmica
con la quale si cerca in qualche modo di ricostruire il passato di un mondo perduto e
la ineluttabile cadenza del procedere della Storia nella sua manifestazione più
violenta e serrata: la guerra. Si ha davvero la sensazione che il protagonista torni
verso il proprio villaggio natale con la speranza di riordinare il mondo esploso a
causa della guerra. Salvare il cosmo, la terra natìa, se stesso. L’avventura di ‘Ndrja
Cambrìa attraverso il “deserto della storia”(9) si distingue per il suo essere dilatata nel
tempo, come a volere rimandare all’infinito la morte del passato e “in un riflesso, la
sparizione ultima”(10) del cosmo intero.

Per motivi di saggezza non è importante conservare esclusivamente dentro se
stessi il passato, avere cieca fede nelle origini per ritrovarle cristallizzate. ‘Ndrja
Cambrìa incede taciturno e ottuso per il viaggio, nonostante i disperanti incontri
profetici. Ma, ci siamo chiesti, possiede la duplice forza che l’acume sensibile di I.
Calvino così descrive:

Sul tema del “dimenticare il futuro” avevo scritto anni fa alcune
considerazioni (“Corriere della sera”, 10 agosto 1975) che concludevano:
“Ciò che Ulisse salva dal loto, dalle droghe di Circe, dal Canto delle Sirene,
non è solo il passato o il futuro. La memoria conta veramente – per gli
individui, le collettività, le civiltà – solo se tiene insieme l’impronta del
passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel
che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza
smettere di diventare.(11)

Intanto è necessario ritornare.

Ma verso dove? È la domanda che ci siamo posti all’inizio del saggio, ma anche
all’inizio della tesi. Vedremo che la domanda in realtà nasconde svariate e
affascinanti ipotesi, che non servono a dare definitive risposte “alla domanda ma a
gestirla ( a mantenerla ad elaborarla)”, come dice R. Romano.(12) Il nostro
narratore desidera far tornare ‘Ndrja Cambrìa a casa, sic e simpliciter? Per
raggiungere la tranquillità del focolare domestico? No, naturalmente.

In quattro erano, dopo un giorno o due che lo tallonavano, gli contavano i
passi, lo tenevano d’occhio dall’alba al tramonto, in mente a lui si erano
come moltiplicati. Qualche volta, se si girava a occhiare verso di loro gli
veniva da immaginare che il polverone sollevato dalle pezze in cui
strascicavano i piedi, fosse solo l’inizio di una lunga nuvola biancastra,
dentro la quale, per le coste calabresi, il popolo ebraico, di guerra in guerra, si
spostava verso sud, sud est, sempre affamato, ramingo, ferito, sempre in
cerca di una patria, d’un cielo e d’una terra per tetto e rifugio. Avanzi di
guerra miseriosi e pezzentieri; impiagati e mutilati, chi si vedeva e chi no, e la
stampella di Boccadopa ci stava come per insegna e simbolo, avevano l’aria
di marciare veramente dietro a lui verso il Mar Rosso. Anche se ignari: quella
era l’aria, Portoempedocle gliel’aveva proprio marcata: l’aria ebrea, siciliana,
di quelli che tireranno il respiro solo quando passeranno il mare e solo là, di
là, si sentiranno salvi: sentirmele dire pure a me quelle parole
mammalucchine: apriti, mare.(13)

Solo dopo tre pagine lo chiamano Mosè. Non sarà che la prima di una serie di
reincarnazioni(14) riesumate dal firmamento letterario, dai Testi Sacri, dall’opera dei
pupi, dal folklore, ecc., come figure che dovranno essere “smorfiate”, direbbe
D’Arrigo, per potere capire quale sia la meta del narratore, del protagonista e del
libro tutto. Si sa, il Mosè biblico è diretto verso la terra promessa. Lo stesso
potremmo dire di ‘Ndrja, proiettato verso una terra separata dal continente Italia
dallo stretto, che D’Arrigo chiama sempre in modo evocativo il “due mari dello
scill’e cariddi”, cioè col nome dei due mitologici mostri marini rappresentati
nell’Odissea di Omero. Abbiamo già visto la fantasia di ‘Ndrja fare associazioni col
popolo ebraico, ma per il solo fatto che l’intero romanzo parli di un ritorno, non si
può non considerare fin dall’inizio ‘Ndrja un ulisside. Ora, abbiamo potuto appurare
attraverso la lettura di “Lontano da dove”, libro di C. Magris, pubblicato
dall’Einaudi nel 1971, che il nostos di ‘Ndrja è molto simile a quello degli ebrei
orientali, “per i quali non esiste alcuna Heimat in cui potere reinserirsi come a Itaca,
ma esistono solamente tombe in ogni cimitero cui, periodicamente ma fugacemente,
ritornare per poi ripartire”. Simile, non identico. Insomma, a noi pare che ‘Ndrja
Cambrìa incarni sia la disperazione dell’ “impossibile ritorno”(15) che caratterizza gli
ebrei orientali, sopravvissuti al mondo della Storia e alla ricerca di “quel mondo di
valori trascendenti e transindividuali” che era lo shtetl, sia che viva al contempo
alcune esperienze da Odisseo, anzi, secondo noi, l’esperienza non narrata. Basandoci
sul libro di P. Boitani, in cui si cerca di stimolare riflessioni intorno al cono
d’ombra che l’eroe Odisseo getta sulle figure della letteratura mondiale a seconda
del loro contesto storico, abbiamo avuto un’intuizione fondamentale per la tesi.

Boitani scrive:

Vi sono due possibili mete, o ‘fini’, del viaggio di Odisseo (si parla
dell’ultimo viaggio di Ulisse, quello dopo il ritorno, profetizzato da Tiresia.
N.d.R.), entrambe prefigurate già nell’antichità. Una è quella che, come
abbiamo visto, indica Licofrone, secondo il quale la destinazione ultima
dell’eroe è l’ ‘altro’ mondo per eccellenza: Ade, il regno della morte. L’altra
rimane invece aperta alla speranza.(16)

A noi pare che D’Arrigo abbia voluto far compiere al proprio eroe l’ultimo viaggio
di Ulisse sbarrando la strada alla speranza. ‘Ndrja procede lungo un percorso che
possiede tutti i requisiti per essere definito infernale. Appena dopo l’incipit già
citato, lo scirocco che “durava sino dalla partenza da Napoli”(17) arde sul mare. E
subito dal capoverso successivo viene dipinto un paesaggio a tinte fosche,
acherontee:

Solo da alcune ore, anche se lo scirocco era sempre quello e anzi aveva
infocato la posta, aveva cominciato sotto sotto ad allionirsi. Era stato
naturalmente nel farsi da mare rema, intrigato e invelenito alle prime
tormentose serpentine di spurghi e di rifiuti, simili a gigantesche murene
che
egli, col suo occhio di conoscitore, andava scandagliando dal colore diverso,
come di pietra muschiata, gelido e rabbrividente. Era stato, perciò, dopo che
le Isole erano scomparse alla sua vista dietro Capo Milazzo, e Stromboli,
Vulcano, Lipari, che intravvedeva per la prima volta distanti e da terra, dopo
averle viste sempre dalla palamitara, salendo per il Golfo dell’Aria,
sembravano vaporare nel sole come carcasse di balene cadute in bonaccia.(18)

Esala dal passo un afrore di morte. Rubando a A. Di Grado un’immagine che
nel suo libro Il Silenzio delle Madri(19) aveva suggerito per Conversazione in Sicilia
(altro libro che racconta di un nostos verso la Sicilia, e che D’Arrigo amava),
abbiamo notato che ‘Ndrja nel suo avanzare ricorda il ritratto dell’Angelus Novus di
Klee, o meglio la magistrale e nota interpretazione che ne dà W. Benjamin:(20) ‘Ndrja
vola verso Cariddi pur vedendo un’Italia colpita dalla catastrofe della guerra e col
pensiero rivolto al passato si proietta verso un agognato futuro, nella realtà
anch’esso contaminato dal progresso della guerra. A tale proposito occorre dire che
il pensiero facondo svolto nel romanzo per tutte le 1257 pagine ci pare messo in
movimento dalla considerazione del fatto che la civiltà immobile che Omero cantava
è scomparsa, lasciando il posto a tragiche trasformazioni che non risparmiano
neppure le terra natale di ‘Ndrja, il quale, come altri protagonisti della letteratura
italiana del novecento, è alla ricerca di mondi incantati incastonati in mitiche età
dell’oro.(21) A tale presa di coscienza “si collegano i processi di interiorizzazione e di
problematizzazione del racconto”,(22) che sfociano nello scoprire che “il mito, come
l’Età dell’oro, esiste solo, sfortunatamente, in frammenti del proprio inconscio,
come necessità di un’innocenza e d’una felicità perduta per sempre”.(23)

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1 – continua

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