L’ultimo nostos di Ulisse #3

4 febbraio 2004
Pubblicato da

di Alessandro Garigliano

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A proposito di nekuia, del senso simbolico del viaggio negli inferi che
attraversa il nostro romanzo, risulta affascinante considerare l’articolo di A.
Romanò. Se, come abbiamo sostenuto, il nostos del protagonista avviene in una
dimensione oltremondana, nell’unico luogo che può assolutamente offrire a chi ha il
privilegio di percorrerlo l’apprendimento della verità, se l’atmosfera in cui sono
immerse l’esperienze del protagonista rimanda alla dogmatica certezza dei sogni
profetici, allora ha ragione A. Romanò nell’ipotizzare che Horcynus Orca è tutto un
sogno:

Ma il libro si può leggere anche in un altro modo, e cioè come una raccolta di
sogni, un vasto e complesso delirio. Si potrebbe supporre che il viaggio di
ritorno di ‘Ndrja non avvenga affatto, e che in realtà il ragazzo sia morto in
guerra; e che tutto ciò che il romanzo racconta non sia altro che il sogno di un
ritorno, sognato in un momento qualunque prima di morire, durante il quale
si accendono e dispongono numerosi sogni – dentro – il – sogno, sogni
recuperati dal passato e sogni che anticipano il futuro: tutti, comunque, relati
a un tema, o sostituzione psicologica, cruciale, il bisogno, l’ossessione di
tornare, la nevrosi regressiva, la paura della realtà che si sublima in ricordo e
desiderio dell’utero – bara. Va osservato che altri simboli fondamentali del
libro sono l’acqua, la barca, il pesce, fere o orcaferone, la vita nell’acqua,
etc.(38)

È importante soffermarsi sui simboli. D’Arrigo li ha seminati per tutto il
libro quali ulteriori chiavi di lettura. I simboli sono pregni di significati ed è
impossibile dare interpretazioni che ne esauriscano il senso e il valore. Seguendo il
ragionamento sopra esposto, i simboli che elenca A. Romanò sono diverse forme
dell’archetipo della madre,(39) che a noi interessa far notare in quanto, per Jung, il
figlio con il “complesso materno” dimostra di avere “un senso della storia
conservatore nel senso migliore del termine, in quanto ha il culto dei valori del
passato”.(40)

Le ipotesi sui simboli chiariscono inoltre il fatto che uno degli aspetti
essenziali del romanzo, che ne forgiano il carattere, è l’ambiguità. Jung parla di
alcuni simboli che posseggono “un aspetto ambivalente”, e tra gli altri enumera
“(ogni animale che divori o avvinghi come un grosso pesce)”, insieme alla “morte”
e alle “acque profonde”.(41) Simboli che plasmano tutto il romanzo. La contraddizione
è addirittura incarnata dai personaggi. Il più scandaloso è uno “spiaggiatore”
incontrato da ‘Ndrja:

A giudicare dalla divisa, poteva essere soldato di tutti e di tutto: una divisa
in ogni senso battagliata, ogni pezzo, non solo di arma, ma persino di
nazionalità diversa, come se il vecchio avesse battagliato ora con questo e ora
con quello dei popoli che sul momento si facevano guerra, nemico l’uno con
l’altro, mentre lui solo era, contempo, amico e nemico di tutti e di nessuno.(42)

Tale spiaggiatore naufraga su un luogo che potrebbe essere considerato un
cronotopo(43) del romanzo: il bagnasciuga. Si tratta di una sorta di limbo. Lo
spiaggiatore di cui parliamo resta sempre pronto a mettere un piede nell’acqua, cioè
nella sua tomba, nel mare come “dimensione e movimento di eterna pena e dolore, e
di altra natura e altro mondo”. Il personaggio vive in bilico, in attesa, su una linea
che è “un filo fatto di niente”. In questo caso, quindi, l’ambiguità equivale a una
condizione di emarginazione, alla fuoriuscita dalla comunità, a essere in mezzo.

Eppure, come dice C. Marabini per un altro spiaggiatore, la filosofia di questo
personaggio “in questa miseria, e proprio nella sua accettazione, si manifesta salda e
forte, equilibrata, vitale, quasi intangibile”.(44) Sono contraddizioni feconde che
connotano l’intera narrazione, dalle figure principali alle più periferiche. Alla
concezione della vita stessa. Per esempio, l’essere che dà il titolo al romanzo,
“l’Orca, quella che dà morte, mentre lei passa per immortale: lei la Morte marina,
sarebbe a dire la Morte, in una parola”.(45) Appunto, il mostro mitico e reale che si
stabilisce nello stretto, è vero che apporta carestia, distruzione, desolazione, ma esso
stesso è causa d’altro:

Come apparve, apparve loquente che era lui la causa, il benigno cataclisma, e
la cicirella suo effetto: anche se non fosse stato vero, ma era vero,
l’apparenza quella era. Le femmine, che finalmente vedevano i muccusi
rimettere colore in faccia e rianimarsi per quei due fili di cicirella, gliene
riconobbero il merito, immediato, a vista. La Palamara, addirittura, lo
apostrofò, gridandogli: “Oh, elemosiniera, oh morte nostra elemosiniera…” e
dietro a lei, con lei, come lei, le altre, tutte le altre, anche se ognuna si
sforzava di trovare qualche parola diversa, personale, per ringraziare del
pensiero l’orcaferone.(46)

La stessa guerra non è male assoluto:

Ma una guerra è come un terremoto, non sa mai quello che piglia di sotto e
sconquassa: il brutto ma pure il bello, il malo, ma pure il buono.(47)

Continuando cogli esempi, emblematico risulta il modo di reagire alla fera. Le fere
potrebbero essere considerate protagoniste del romanzo. Sono figure ammalianti,
bestie dall’intelligenza e dall’espressione umana, giocano coi bambini e perseguitano
i pescatori, aiutano Ciccina Circè ad attraversare lo stretto perché incantati dal suo
dindin, ma in profondità per dispetto segano le reti, sono civili delfini ma selvagge
fere. Allora, è necessario l’antidoto, e nel sistema del libro pare quasi ovvio pensare
che l’antidoto sia il veleno; per cui il narratore e i pellisquadra restano a rimuginare:
Sbagliavano a dire che era un eccentrico arcano, una cosa e un’altra: danno e
rimedio, malattia e medicamento, manna, mannaia, mannite?(48)

Sembra di assistere a quella concezione primordiale delle cose e della lingua
che conteneva in sé i contrari. Eppure l’eroe, ‘Ndrja Cambrìa, abbiamo detto,
incede sicuro, nonostante gli scontri contro le numerose contraddizioni che colorano
il mondo che attraversa, rimane ossessionato dalla sua identità. Horcynus Orca punta
a riprodurre la complessità del mondo attraversandone tutti i suoi paradossi. Di
fronte alla difficoltà di raccontare un mondo che il protagonista non riesce ad
accettare, il modo lo trova il narratore:

anche se nei paragoni i fatti si vedono agevoli ma sfocati, o troppo più
distanziati o troppo più ravvicinati, come attraverso un pezzo di vetro
colorato: ma è pure vero, che solo attraverso quel pezzo di vetro, è possibile
tante volte guardare controsole, affrontare cogli occhi certe specie di luci
troppo barbare e crude, che se non accecano, abbagliano.(49)

Più volte nel romanzo D’Arrigo rende esplicita la tecnica adattata per riprodurre
l’esistenza, la chiave che usa per aprire e far vedere il modo di vivere nei luoghi
dov’è nato. Il paesaggio che il lettore può godere non è bidimensionale, non è
antropocentrico,(50) è una lotta per la vita che della vita non esclude niente.

Conclusione: a D’Arrigo interessa il negativo che è anche positivo: il mito
che è attuale, l’antico che è anche moderno, il dialetto che è prima ma non
unica lingua, la realtà che è fantastica, una fera che è pur sempre un delfino,
una prostituta può essere affascinante come una divinità, un omosessuale è
pur sempre un uomo come gli altri.(51)

Desideriamo chiarire a questo punto quelli che a noi sembrano i due modi
diversi di vedere le cose nel romanzo: il modo del narratore e il modo del
protagonista.

—-

3 – continua

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