Un romanzo è un apparecchio complicato

15 febbraio 2004
Pubblicato da

di Maurizio Salabelle

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(Un anno fa moriva Maurizio Salabelle, classe 1959. Se è possibile essere amici senza frequentarsi mai, allora Maurizio era un mio amico. Un mio caro amico. La cosa più “insieme” che abbiamo fatto, oltre a nascere nello stesso anno, è stata quella di esordire entrambi per l’editore Bollati Boringhieri. Ci si sarà sentiti per telefono due o tre volte nella vita. In una di queste occasioni gli chiesi un intervento per la rubrica “Martin Eden” che allora tenevo sull’Indice. Un pezzo in cui esplicitasse qualche aspetto della sua attività di scrittore, della sua poetica. Lui mi mandò questa riflessione. Mi dicono che sia stata l’unica volta in cui Maurizio ha direttamente parlato della sua scrittura. Dario Voltolini)

Un romanzo è un apparecchio complicato

All’origine dei testi narrativi che ho scritto finora (romanzi o racconti), ci sono sempre due elementi connessi tra loro: un’immagine (che è forse la prima cosa che nasce, e che potrei anche chiamare “visione”), e una struttura, che non è altro che il disegno, o pianta, di ciò che sarà quel delicato meccanismo costituito dal testo. Credo che una genesi simile sia piuttosto frequente: uno tra i miei scrittori preferiti, Georges Perec, prima di scrivere “La vita: istruzioni per l’uso”, immaginò un edificio parigino a cui era stata tolta la facciata; in seguito ideò la complessa struttura del libro, determinata essenzialmente da questa prima immagine.

Così il mio primo romanzo, “Un assistente inaffidabile”, ha avuto origine dall’immagine di una vasca da bagno piena d’acqua insaponata (piuttosto scura per la sporcizia), dentro cui galleggiano svariati cappelli da uomo con la cavità rivolta verso l’alto. Il secondo, “Il mio unico amico”, da quella di un motocarro a tre ruote (genere “Ape”) rovesciato in mezzo alla strada in seguito a un incidente: tutt’attorno, sull’asfalto, decine di bottiglie di latte fracassate, grandi pozzanghere bianche e ruscelli lattei che scorrono tra i frammenti di vetro. Altre immagini hanno dato origine ad altri libri: in un caso, quella di un’enorme pentola piena d’acqua poggiata su una struttura che la fa ruotare alla velocità di un disco, e dentro la quale oggetti di ogni tipo (pettini, peli, cartaccia, dadi) vorticano assieme al liquido. (Mi accorgo adesso che tutte queste immagini hanno a che fare con dei liquidi: ma che cosa significa? Forse nulla, ma certo i liquidi esercitano su di me un fascino particolare).

Un romanzo, se è veramente tale, non è la trama che racconta, nè la psicologia dei personaggi, nè una morale o un messaggio: è invece un oggetto complesso dotato di una struttura e di un funzionamento, un meccanismo costituito da numerose parti (ingranaggi, pistoni, rotelle, valvole) che l’autore deve costruire e assemblare, e che poi devono muoversi autonomamente. L’autore deve quindi avere gran cura, mentre scrive, sia delle migliaia e migliaia di piccoli pezzi che compongono questo complicato apparecchio (e che sono poi le parole, le sillabe, le frasi, addirittura le virgole), sia della struttura di tutto l’insieme, che deve mettersi in moto senza dare noie. Spesso succede che, alla fine del suo lavoro, egli si stupisca del funzionamento del meccanismo, e ciò a causa del comportamento imprevisto di qualcuno dei pezzi che vi ha inserito. Per quanto mi riguarda procedo così: mentre la struttura è preordinata dall’inizio, con una vera e propria scaletta che rispetto fedelmente, i piccoli pezzi sono inseriti in seguito a decisioni estemporanee, spesso scegliendo quelli che, tra minuscoli ingranaggi e rotelle sparpagliati sulla mia scrivania (che somiglia al tavolo di un orologiaio), mi sembrano più adatti al mio scopo mentre sto scrivendo.

Mi sono reso conto che i miei libri potevano essere definiti “comici” o “umoristici” solo quando sono stati letti da qualcuno che mi ha poi detto di essersi divertito. All’inizio non pensavo lo fossero: gli scrittori che prediligo (Tozzi, Flaubert, Manganelli, Walser, Perec, Bernhard, Mastronardi) non sono degli umoristi, anche se mi accorgo che quando li leggo mi viene spesso da ridere. Hanno in comune il fatto di essere dei visionari: di raccontare le loro personali visioni, loro deliri e allucinazioni, senza curarsi delle cosiddette “realtà” o “attualità”, nemmeno quando sembrerebbe proprio il contrario. Ed è forse perchè il delirio, oltre a inquietare e intimorire, fa di solito un po’ ridere, che in loro è sempre presente un certo lato comico.

Nel mio caso, penso che la comicità sia dovuta principalmente al tono del mio stile, che è, a quanto sembra, sempre piano e impassibile. Questo succede perchè, nello scrivere, seguo una musica o un ritmo interno che è del tutto indipendente da ciò che narro, che non si fa coinvolgere dai fatti raccontati. È una musica poco appariscente e un po’ monocorde, che mi arriva non so da dove ma che sento di dover seguire e assecondare e che determina la lunghezza dei periodi, il numero di sillabe delle parole, la posizione dei segni di interpunzione. Mi succede a volte di scegliere un vocabolo non tanto per il suo significato, ma per il suo suono, o di doverne scartare uno appropriato perchè sento che stona. Così se devo, nella fase di revisione del testo, sostituire un’espressione, devo cercare il suono che si incastona meglio nello spazio rimasto vuoto, adoperando a volte termini poco adeguati. Questa musica o ritmo che mi guida, e che somiglia a un dettato, mi procura di solito una certa sonnolenza, mi trasporta in una condizione di stupore leggermente catatonico, che mi fa essere impassibile e distaccato dagli eventi di cui parlo. È proprio questa mescolanza di torpore e grande attenzione (che coesistono durante la scrittura) a determinare, penso, l’accento umoristico.

È giusto, comunque, che la voce del narratore non muti a seconda dei fatti di cui riferisce. Dato che il testo è un apparecchio, e ciò che accade al suo interno è il suo funzionamento, se il linguaggio (che è parte del testo) si commovesse, ridesse o si esaltasse quando un personaggio muore, inciampa o vince alla lotteria, sarebbe come se un motore si mettesse a ridere o si disperasse ogni volta che i suoi pistoni cominciano a muoversi.

Un’ultima riflessione: come un motore può essere applicato a un’automobile, a una pompa idraulica o a un generatore, così ogni romanzo ha il suo tema. Nel mio caso il tema è sempre lo stesso: i rapporti interpersonali, le difficili e goffe relazioni che ciascuno di noi intrattiene con coloro che lo circondano.

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Pubblicato in “Martin Eden”, L’Indice 2000, n.05

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6 Responses to Un romanzo è un apparecchio complicato

  1. Massimiliano Governi il 21 febbraio 2004 alle 00:47

    maurizio salabelle era un grande scrittore, e 0 commenti non se li merita. lascio il mio di commento, per quello che vale. maurizio salabelle era un grande scrittore.

  2. gianni il 22 febbraio 2004 alle 23:56

    Mi accodo.

    Gianni

  3. andrea barbieri il 24 febbraio 2004 alle 10:23

    Al salone del libro di To dell’anno scorso avevo comprato il suo ultimo romanzo. La signora dello stand solo a pronunciare il nome di Salabelle si era commossa.

  4. don giovanni il 24 febbraio 2004 alle 13:47

    salabelle. credo di avergli rubato anche una frase del suo primo libro, “un assistente inaffidabile”, anche se non ricordo quale: bene, ora salabelle vivrà per sempre anche nelle mie, di pagine…

  5. dario il 25 febbraio 2004 alle 00:34

    In rete c’è questo salabellianissimo scritto di Maurizio: http://www.italiaplease.com/ita/megazine/giroditalia/2001/06/pisa/index.html
    Saluti

  6. don giovanni il 25 febbraio 2004 alle 10:45

    grazie della segnalazione. hai ragione: salabellenissimo come pezzo. W salabelle.



indiani