Viaggio in Argentina #8

15 febbraio 2004
Pubblicato da

di Antonio Moresco

Monzon2.jpgSanta Fe
Sveglia prima dell’alba, dopo pochissime ore di sonno. Il tempo è cambiato. Il cielo è tutto nero, piove, la temperatura si è abbassata di colpo di dieci, quindici gradi. Guardo, dall’altra parte della ringhiera, le mie mutande e le mie canottiere stese, che ieri avevo lavato con un pezzo di sapone e appeso a un filo con le mollette. Inutile ritirarle. Sbattono fradicie d’acqua, per il vento. Vado a svegliare Giovanni, bussando alla sua porta. Dall’interno sento venire un grugnito. La macchina che ci deve portare all’aeroporto è già ferma di fronte al nostro hotelito. L’uomo che la guida entra, anche se è ancora quasi notte, sale le scale, per accertarsi che i viaggiatori ci siano davvero, che la prenotazione non sia una fregatura. Giovanni si spiccia, in cinque minuti è pronto, ficca le macchine e gli obbiettivi dentro il suo sacco. Non è in mutande, oggi si è messo un paio di calzoni al ginocchio, alla pescatora, ha i soliti infradito ai piedi. Mentre scendiamo lungo le scale fa dello spirito sul mio bucato, dice che quelli di Mantova stendono sempre la biancheria quando piove…

Arriviamo all’aeroporto. La macchina attraversa strade e incroci allagati, si sposta in un paio di punti con l’acqua quasi all’altezza dei finestrini. Nel bar dell’aeroporto delle linee interne argentine mangiamo tre medialunas a testa. Saliamo sul piccolo aereo. Il tempo è brutto, il volo difficile, esplodono lampi e fulmini vicino alla fusoliera dell’aereo. Giovanni dorme, sonnecchia. Scalo a Rosario. Nuovo decollo. Vuoti d’aria continui. Prima dell’arrivo a Santa Fe sorvoliamo una piccola città sull’acqua, dove mi hanno detto che vivono le famiglie dei superstiti tedeschi della battaglia navale del Rio della Plata, da cui hanno tratto anche un film che avevo visto da ragazzo, con Richard Widmark. L’aereo vola come può. Giovanni si sveglia del tutto, comincia a vomitare dentro il sacchetto di carta. Lo chiude con cura. Prende l’altro sacchetto che c’è nel mio sedile e se lo mette in tasca, perché dice che gli può servire per metterlo come un preservativo sopra il flash e distribuire meglio la luce. Sotto di noi l’immensa zona di lagune e paludi e di anse colore del fango del Rio Paranà e dei suoi bracci e affluenti, da cui sporgono migliaia di isole verdi per decine e decine di chilometri, fino alle cascate dell’Iguazù che – ci ha detto Laura per averle viste di persona – non sono bianche di spuma come si vede nelle cartoline ritoccate per i turisti, ma gialle, marroni, colore del fango, un immenso fronte di cascate di fango.
Poi l’aereo finalmente atterra, malamente, su una ruota sola. Rimbalza sull’altra. Si stabilizza.

C’è Enrique Butti che ci aspetta all’aeroporto. Piccolo, magro, camicia ricamata, bombacha, sandali di cuoio, sembra un elfo argentino. Alcuni dei suoi libri sono anche tradotti in Italia. Io non ho letto i suoi racconti. Laura dice che sono belli e ne sta traducendo qualcuno. Ci è venuto a prendere con una macchina non sua. Guida lentamente, nelle strade allagate. Avrebbe voluto portarci da un suo amico che vive su una delle piccole isole che abbiamo visto dall’alto – ci dice – ma non può perché la pioggia ha reso impraticabili le stradine di terra per arrivarci, la macchina si impantanerebbe nel fango. Là la geografia cambia continuamente dopo ogni alluvione… Giovanni è un po’ preoccupato di non avere la luce giusta per fotografare Butti. Io infierisco. Allora Giovanni assicura che la luce giusta invece arriverà verso le quattro o le cinque del pomeriggio. A quell’ora smetterà di piovere, le nuvole si apriranno, il sole di tanto in tanto comparirà, arriverà quella luce meravigliosa, perfetta, che c’è a volte in queste zone subtropicali. Io continuo a dire che è impossibile, lo prendo un po’ in giro. Lui si dice sicuro. «D’accordo» mi arrendo alla fine. «Il mago della luce sei tu».

Giriamo un po’. Non si sa bene dove andare, con quella pioggia e le strade allagate. Enrique ci porta in un caffè. Io mi accerto che ci sia un cesso, perché so che può sempre succedere da un momento all’altro. Parliamo un po’. Enrique ha una mutevolezza facciale sorprendente, non riesco a dargli un’età. Quando è serio sembra un vecchio letterato arcigno che vive isolato in questo luogo umido di paludi, di zanzare e di fango, fuori dal mondo, da Buenos Aires e dalle sue caste letterarie che dettano legge qui in Argentina, all’infuori delle quali non sei nulla, nessuno, se vivi lontano da quella enorme città che coi suoi sobborghi conta quattordici milioni di abitanti, la metà dell’intera popolazione argentina. Quando invece si mette a ridere e a scherzare sembra un bambino, un piccolo, irresistibile elfo teppista con una sana propensione al turpiloquio.
Parliamo un po’. Enrique ha vissuto anche a Roma, in passato, dove ha un figlio. Ma si capisce che non parla volentieri dell’argomento. Frequentava la scuola sperimentale di regia, c’era anche Susanna Tamaro, in quegli anni, di cui era amico. Mi chiede del mio lavoro. Io cerco di dire qualcosa. Enrique capisce tutto, anche se sta in questo buco liquido fuori del mondo, ha una sensibilità che gli permette di capire tutto, mi pare, anche un pezzo in più di quello che dici. Siamo d’accordo su un sacco di cose, meno che su Borges, come mi succede continuamente qui in Argentina.
Usciamo dal caffè, saliamo di nuovo in macchina. Enrique ci porta a vedere la bianca chiesa di San Francesco, con la cupola interna di legno lavorata a mano e senza chiodi dagli indigeni, col chiostro dalle ringhiere e dai soffitti anch’essi di legno scuro. C’è un piccolo museo con grandi statue di notabili e generali perfettamente vestiti o in divisa, coi volti arcigni, arroganti. Dentro un’urna, le ciabattine ricamate dei vescovi, i loro vecchi paramenti sdruciti. All’interno della chiesa, mi colpisce una statua del santo, perché riproduce esattamente l’immagine dipinta da Giotto ad Assisi, con i raggi che partono dalle stimmate del crocefisso e vanno a formare le stimmate delle mani e dei piedi di Francesco. Per fare i raggi, hanno usato delle semplici cordicelle un po’ impolverate, una delle quali è addirittura un vecchio filo della luce.
Giovanni fa alcune foto ad Enrique nel chiostro, nonostante la poca luce. Io mi diverto a fotografarli tutti e due. Prima di uscire, Enrique è colpito da un dipinto che rappresenta un frate che vola. Gli dico che si tratta di Giovanni da Copertino e gli racconto la storia. «Ma volava davvero?» chiede Enrique. «Mah, chi lo sa!» gli rispondo. «Allora non c’erano quelle teste di cazzo dei fotografi!»

Usciamo, raggiungiamo la macchina saltando le pozzanghere. Enrique ci porta a vedere un grande, grottesco monumento a Monzon con i pugni alzati, di pietra gialla, che sembra fango indurito, l’indio nato qui e che è stato campione del mondo di pugilato, ha demolito Benvenuti in un celebre incontro che anch’io ho visto tanti anni fa in televisione. Andiamo a mangiare in un locale vicino, lungo le rive giallastre di un affluente del Rio Paranà, che arriva in certi punti fino a dieci chilometri di larghezza, non si riesce neanche a vedere la riva opposta. Ci servono, tra l’altro, un enorme pesce di fiume spaccato in mezzo. Io continuo a ingerire cibi come se niente fosse. Tutt’intorno, le pareti sono interamente ricoperte di fotografie di Monzon, col proprietario del locale, con l’allenatore, in combattimento, con la sua faccia da indio, assieme a un altro pugile con la più impressionante mascella quadrata che abbia mai visto in vita mia, con persone celebri, Alain Delon, tanti altri evidentemente passati anche loro da questo locale. E poi locandine, vecchi guantoni usati in incontri importanti, che pendono da tutte le parti. Racconta Enrique che negli ultimi tempi Monzon era come letteralmente impazzito, era un inferno, ogni notte, qui a Santa Fe, eccessi, ubriacature, sfrenatezze, baldorie, l’indio folle pestava a sangue l’amante, la moglie alla fine l’ha ammazzata buttandola fuori dalla finestra. È finito in galera, è morto schiantandosi in macchina, mentre era in libertà vigilata.
Sembra incredibile, ma il cielo intanto sta cominciando ad aprirsi. Usciamo. Di fronte al locale e poi lungo il fiume Giovanni scatta alcune foto ad Enrique, che si fa la cresta con la mano dietro la testa, mi chiede di fargli da assistente reggendo il disco argentato del riflesso, per caricare la luce. Abbaglio Enrique senza pietà. Giovanni si fa fotografare a sua volta da noi con la sua macchina. Tanto prima era carogna con il riflesso, tanto adesso pianta grane, si lamenta per la luce, stringe gli occhi, fa un sacco di storie. «Figlio di puttana» gli grida Enrique abbagliandolo a sua volta senza pietà. «Adesso succhiami il cazzo!» Gli mostra il pugno, il nostro borgesiano getta finalmente la maschera e si mette a parlare come un teppistello da strada.

Ponti crollati, sotto i quali corre l’acqua densa e gialla del fiume da cui spuntano ciuffi di vegetazione, la grande stazione di Santa Fe abbandonata e invasa da erbacce, nonostante questa sia la città capoluogo di un’intera provincia argentina, da quando non esiste più collegamento ferroviario in questo paese. Si vedono ancora i cartelli con le destinazioni, nell’atrio di marmo dove c’erano un tempo le biglietterie, qualche pezzo di treno merci fermo su un segmento di binario, all’esterno, in mezzo alle pozzanghere, alle immondizie.
Il sole è uscito davvero dalle nubi, incredibilmente, per un po’, come aveva previsto Giovanni, che fa ancora alcune foto con la luce che cercava. Andiamo in casa di Enrique. Ci mettiamo a sedere. Enrique ci legge una poesia di Ritsos che parla di una città dei poeti, ci offre la polpa gialla di un grande frutto di un albero brasiliano che ha in cortile, dall’afrore indefinibile e intenso. «Sa di figa!» sintetizza Giovanni. Poi si piazza sul lettuccio di Enrique e si mette a dormire. Lui fa così, dorme in aereo, caga continuamente, anche più volte al giorno, come per farmi dispetto, la ricchezza che si pavoneggia di fronte alla miseria… Io e Enrique scendiamo in cucina, gli chiedo di mostrarmi come si prepara il mate, perché ho comperato il recipiente di zucca e un pacchetto di erba. Me lo insegna pazientemente, con le sue varianti, perché qui ognuno lo fa a modo suo, taglia l’erba mate con altre erbe aromatiche di suo gusto. Usciamo fuori, mi metto su una specie di sdraia di nylon, guardo per un po’ le piante di questo cortile, alcune abnormi, tropicali, ma c’è anche un gelsomino pieno di piccoli fiori bianchi molto profumati, alla fine di questa stretta e lunga casa santafesina che probabilmente non vedrò mai più, assieme a questo amico incontrato per caso che non è detto che vedrò mai più in vita mia.
Alla fine ci accompagna con la macchina all’aeroporto, lentissimamente, costeggiando una massicciata di terra franata, che ha trascinato con sé un paio di vagoni di un treno, immobili e rovesciati in quel punto da chissà quanto tempo. Prima della partenza, nel bar, Enrique ci regala un alfajor da portare via, con un trucco, perché sa che noi conosciamo la sua povertà e non glielo avremmo permesso. Ci salutiamo, gli auguro buona fortuna. Saliamo sull’aereo. Stessa cosa che all’andata. Scalo a Rosario. Il biglietto aereo costa poco a noi, per questioni di valuta, ma molto agli argentini. Infatti ci sono solo bianchi. Di tutta la rete di collegamenti viene assicurata a una piccola minoranza scampata in qualche modo, in tutto o in parte, al tracollo, la rete aerea interna, mentre i treni non ci sono più, gli autobus sono quasi sempre in condizioni incredibili, viaggiano per ore e ore su strade interminabili e vuote, in mezzo a zone del tutto disabitate, deserte.
Poi comincia ad apparire sotto di noi, vicinissima, una galassia di luce. L’aereo si abbassa sempre più, continua a volare per molto rasentando lo sterminato tappeto di luci delle lunghe strade, gli immensi quartieri con le loro quadras illuminate a perdita d’occhio, i fari delle colonne d’auto che si spostano nelle avenidas, e non si distingue niente da qui, disperazione, miseria, macchine sfasciate, immondizie, solo questo sterminato tappeto di luci della immensa città di Buenos Aires che palpita nella notte.

Nell’aeroporto sembra che ci sia il coprifuoco. Eppure non sono neanche le dieci. Non riusciamo a mangiare niente perché al self service stanno abbassando in fretta e furia le saracinesche. Alla fine di ogni corridoio il personale distribuisce ai passeggeri appena sbarcati volantini con vistosi segnali di pericolo, che invitano a stare in guardia, a non prendere macchine davanti all’aeroporto, per la propria incolumità personale. Persino di fronte ai Remise ci sono dei falsi Remise che si offrono, ti girano attorno, bisogna stare attenti che quello che ci viene a prendere sia davvero l’uomo giusto, da un cenno d’intesa tra lui e l’impiegata quando passa a prendere nella gabbiola la scheda con l’indirizzo.
Arriviamo all’hotelito affamati. Apriamo senza pensarci due volte l’alfajor di Enrique, ne divoriamo due grandi fette scricchiolanti appoggiati alla ringhiera, mentre, nonostante cerchi di fare cabarè con la mano, grandi schegge bianche appesantite dal dulce de leche cadono irrimediabilmente giù nel piccolo patio che c’è al piano di sotto, per la gioia di altre mille e mille dentature di minuscoli animali alati e di insetti in attività cieca durante la notte.

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Pubblicato su “Fernandel” n. 4, ottobre-dicembre 2003. La foto è di A. Moresco.

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One Response to Viaggio in Argentina #8

  1. gigio il 21 febbraio 2004 alle 00:40

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