Il ricettario del Signor G.

16 febbraio 2004
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di Elio Paoloni

gestalt.jpgMa cos’è la destra? Cos’è la sinistra? Contrapposti menu, separate vacanze, inconciliabili guardaroba, insinuava Gaber. Di sicuro le differenze più appariscenti sono queste (erano, anzi, perché recenti look dalemiani hanno rimescolato le carte). Dovrebbero essercene di più sostanziali: la sinistra difenderebbe gli interessi dei ceti più deboli (con riforme e innovazioni), la destra gli interessi delle classi alte e insieme i valori tradizionali. Pare che non sia esattamente così, ormai: le spinte progressiste nel costume sono ampiamente trasversali, e succede addirittura che la destra proponga innovazioni e la sinistra si arrocchi sull’esistente. Il progresso non si capisce bene chi lo avversi di più: i rivoluzionari guardano indietro con occhi pieni di nostalgia, un “governatore” di destra sponsorizza il Gay Pride.

Guardiamo più da vicino, dunque: folklore nazionale a parte, cosa distingue i comportamenti fondamentali – quelli economici, che incidono fortemente sui destini di un paese – dei contrapposti governi? Praticamente nulla: a un D’Alema che per varare le riforme si rivolge a Massimo D’Antona, succede un Berlusconi che si avvale di Marco Biagi. Acerrimi nemici, questi due studiosi? Per niente: colleghi dalle medesime vedute. Non è tempo di grandi scontri d’idee, qualunque tecnico comprende che per il bene di un paese, Inghilterra o Spagna, Svezia o Polonia, occorre fare alcuni aggiustamenti. Tanto simili erano, D’Antona e Biagi, che hanno fatto la stessa fine (gli eroi civili sono di destra o di sinistra? Questo è un argomento poco dibattuto, forse perché di eroi civili dalle nostre parti non ne nascono molti). Le mie sono considerazioni superficiali: probabilmente Biagi e D’Antona avranno avuto opinioni non coincidenti sulle gabbie salariali, gli incentivi e le detassazioni. Sfumature importanti. Non per me che, come quasi tutti i lettori, non sono in grado di apprezzarle. Nessuno è tenuto a conoscere i misteri dell’economia, men che meno uno scrittore. Gli umanisti non sono a loro agio con le alchimie di Mammona: non ci capiscono niente per vocazione. Eppure ritengono molto importante schierarsi. Meno capiscono di ciò che favorisce un’economia, di cosa manda avanti un paese, più sentono il dovere di stare dalla parte giusta.

La parte giusta, inutile dirlo, è la sinistra. A prescindere. L’ho trovato naturale anch’io, da sempre: gli imperativi sartriani, Contessa, il basco ribaldo del Che, l’Internazionale nella cover degli Area, Lukàcs, Porci con le ali, l’Immaginazione al potere. Nessuno con cui avessi minimamente a che fare poteva essere (con rispetto parlando) di destra. Ma da quando le carte si sono rimescolate, ho dovuto farmi spesso domande alla Signor G. E mi sono risposto che, accantonato l’avvento dell’Uomo Nuovo, ariano in purezza o proletario in barrique che fosse, svaporate le contrapposte nostalgie per corporazioni e piani quinquennali, la differenza tra destra e sinistra, ammesso che esista, è appunto un ricettario. Venti fasce IRPEF? No, tre. Zerovirgolacinque in meno sulle imposte dirette? No, zerotrenta sulle indirette. C’è da restaurare un lotto di dipinti del Lotto: prendiamo i soldi dal Lotto? No, dall’Ippica.

E io dovrei fondare la mia esistenza su questo? Spaccare il mondo in due con l’ascia dell’articolodiciotto? Lasciatemi fantozziare, signori: la saga dell’articolo diciotto è una boiata pazzesca. Ti risarcisco o ti reintegro? Tutto qui. Si era pronti alla guerra civile per evitare non una delle opzioni (ti risarcisco) bensì la possibilità (sperimentale) che un giudice decidesse di volta in volta per l’una o per l’altra. Non sia mai! Vade retro. Il Piave. Poi un compagno burlone tira fuori un referendum, dato che il “diritto inalienabile” da cui discende la dignità stessa dei lavoratori non è goduto dalla maggioranza degli stessi. E qualcuno decide di andarsene al mare. Forse non era poi così importante. Forse, se qualcuno se ne fosse andato a mare nelle stagioni precedenti, conteremmo due eroi in meno, con grande gioia delle loro famiglie.

L’incredibile verità, la grande, perfetta, definitiva illuminazione, l’ovvietà più accuratamente taciuta, è questa: tutto ciò che riguarda l’economia è opinabile. E in democrazia la differenza tra destra e sinistra sta nel diverso dosaggio di uguali ingredienti economici (quelli imposti dalla situazione). Perché non potremmo allora, di volta in volta, nella tranquillità dell’urna (e solo allora) tirare a indovinare sul meno peggio tra i programmi? Cosa c’è da berciare al bar come milanisti di indiscutibile appartenenza, juventini di immarcescibile fedeltà? Perché ci tocca esibire ritualmente a ogni coffee break la nostra correttezza politica (che si traduce inesorabilmente in qualità morali e letterarie)?

In compagnia di letterati non puoi nemmeno sederti davanti a un bicchiere se prima non ti affliggi doverosamente per il degrado morale a cui ci ha condannato la destra, se non ti soffermi sui roghi che ci attendono qualora la nostra scalcagnata sinistra non rimetta i culi sulle poltrone, se non mostri almeno di accarezzare l’idea di un pensoso esilio transalpino. Non c’è bar, casa, fiera, libreria, chat o forum in cui sia opportuno obiettare. Chi obietta è, inevitabilmente, un venduto: essendo ogni uomo di cultura naturalmente di sinistra (come ogni selvaggio è rousseauianamente buono) uno scrittore che non si lamenta del regime a ogni scambio di saluti sta inevitabilmente tacitando la sua coscienza in cambio di denari. Così come, essendo ogni essere umano naturalmente meditativo, chi ama le D’Eusanio e le De Filippi è un poveraccio corrotto, deviato, plagiato (ma quello lo si compiange: il popolo bue, che volete, non sa mai cosa va bene per lui).

C’è qualcosa di sconvolgente negli sguardi (o nell’equivalente scritto) di chi non trova la sponda a una gomitata metaforica, non si vede restituire l’immancabile ammiccamento sul nano bugiardo e sul suo amico tonto, il ranchero. Se avessero a che fare con un industrialotto, un bocconiano, un fricchettone della new economy, beh, allora potrebbero compatire, sorridere, anche andare a farsi una pizza insieme. Ma uno che legge, uno che scrive, uno che ascolta le canzoni giuste e va pure pazzo per Moretti (nell’esercizio delle funzioni a lui proprie) uno così, se non fa i girotondi, deve avere qualcosa di marcio, e, a ripensarci, non è che scriva poi tanto bene, anzi, riflettendo meglio, ora si spiegano certi suoi toni, quelle strane opinioni: è chiaro che non vale nulla, è uno che si abbuffa di televisione, uno che cerca Beautiful anche a Filicudi.

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25 Responses to Il ricettario del Signor G.

  1. gianni biondillo il 16 febbraio 2004 alle 23:52

    Ma Elio, santoddio, da te mi aspettavo qualcosa di più strong, di più tosto.
    Qui siamo all’ABC della provocazione. Voliamo bassini, mi pare…

    Comunque sia, se ci si rivede bevo volentieri ancora con te una birretta. Ma evitiamo di parlare di letteratura, ti prego; e anche di tutto quel troiame kitsch che piaceva tanto ai Ferrara, ai Liguori, ai Bondi dell’epoca (Porci con le ali, contessa… brrr…).

    Parliamo di economia. C’è, se ti interessa, un libro di economia politica che non ha mai letto nessuno qui da noi (nelle facoltà di economia statuinitensi fa faville), anche se tutti fanno finta di conoscerlo. Si chiama IL CAPITALE. Ci diamo una sbirciata insieme?

    con simpatia, Gianni

  2. franz il 17 febbraio 2004 alle 12:20

    Esprimo tutta la mia solidarietà al Camerata Elio Paoloni, che nell’esercizio delle sue funzioni e con indaudito sprezzo del pericolo…
    SCHERZAVO!!!
    Ho comunque apprezzato quest’intervento; per quanto la destra berluskaiseriana non può inventarsi, da un decennio all’altro,dei grandi intellettuali, come fa invece la sinistra, storicamente, da sempre. A proposito di economia, c’è il Prof.Sartori, per esempio: non ho parole per illustrarlo, davvero. Critico anche con la destra (chi lo nega?), ma esempio davvero fulgido di disonestà intellettuale. Per il resto, vario troiume ex craxiano, ex fascista.
    Va sempre a finire che i migliori cervelli, i migliori scrittori (ma Lidia Ravera, a proposito di Porci con le ali, è una scrittrice?…)sono a sinistra; la destra non ha portato che poco. Forse dobbiamo tornare alla prima repubblica (il minuscolo è d’obbligo), e pensare per esempio a Federico Fellini, grande artista e democristiano di schieramento: non erano tutti iscritti al PCI, gli intellettuali e gli artisti.
    Forse Elio, in considerazione del suo da me apprezzatissimo gusto della sintesi, ha messo troppe cose nel calderone abbastanza poco capiente di un articolo. Dunque mi autoinvito per quella birra con Gianni; naturalmente Gianni si porti il “tomo” con le sue sole forze: non ho alcuna intenzione di aiutarlo nell’impervio trasporto…

  3. Bene il 17 febbraio 2004 alle 15:12

    Immagino che Paoloni si senta un eretico, un brillantissimo pensatore che ha anche la capacità di vedere più di tutti gli altri.. che intelligenza, che spunti vividi di critica sociologica ci sono in questo pezzo..che capacità di andare contro corrente!
    In realtà non c’è nulla di più inutile in un momento storico in cui l’avversario politico non potrebbe esseere più delineato, più evidente.
    Questo pezzo è cretino.

  4. Fabio Carpina il 17 febbraio 2004 alle 15:59

    “E in democrazia la differenza tra destra e sinistra sta nel diverso dosaggio di uguali ingredienti economici (quelli imposti dalla situazione).”

    In una democrazia di corto respiro come la nostra, è senz’altro così. Ma il problema è decidere se le cose stiano così INTRINSECAMENTE o se c’è margine, pur restando all’interno delle istituzioni democratiche, di progettare modifiche strutturali di respiro più ampio. Perchè guarda, Elio, che se si dovesse decidere una volta per tutte che la democrazia è strutturalmente incompatibile con i progetti a lunga scadenza, che tutto (da entrambe le parti) è NECESSARIAMENTE sacrificato a un piccolo cabotaggio perennemente preelettorale, per noi tutti che ci diciamo democratici ci sarebbe di che pensare, no?

  5. Elio Paoloni il 17 febbraio 2004 alle 17:15

    Il piccolo cabotaggio, Fabio, è tipico delle democrazie avanzate. Più salutare, ritengo, di tanti sommovimenti rivoluzionari. Ma la domanda è: le riforme dei due defunti (e quindi dei loro contrapposti sponsor) sono di piccolo cabotaggio? E perché nessuno vuol commentare (o smentire) la sostanziale identità delle due proposte (avversate, guarda caso, dagli stessi soggetti)? Menare il can per l’aia è di destra o di sinistra?

  6. Gianni Biondillo il 17 febbraio 2004 alle 18:14

    giannibiondillo@hotmail.com
    Elio,
    in Economia 2+2+2+2 non da lo stesso risultato di 4+4.
    E sai perché? Perché è una scienza umana. (non è, cioè, come molti credono, fisica o algebra o chimica, etc…)

    sono di fretta, scusate, Gianni

  7. franz il 17 febbraio 2004 alle 18:32

    Una bella domanda, quella di Elio: menare il can per l’aia è di sinistra o di destra?
    Secondo me è di centro.
    Perchè oggi, grosso modo, destra e sinistra fanno parte di un unico centro. Contrapposto a noi tutti.

  8. Silvia Brusotti il 18 febbraio 2004 alle 01:26

    Non ho mai preso una birra con Elio Paoloni, ma la prenderei volentieri, perché condivido pienamente questo suo sfogo. La presa di posizione contro gli OGM di Alemanno è di destra o di sinistra? Mi pare di ricordare che il movimento no global nato a Seattle avesse, su questo tema, le stesse posizioni dell’attuale ministro di AN.
    La proposta di dare il voto agli immigrati di Fini, è di destra o di sinistra? Prescindendo dalle manovre strategiche subdole o meno del proponente, ricordo che nei cinque anni di governo la sinistra non ha mai realizzato nulla di simile. Se la legge Bossi-Fini sull’immigrazione è scandalosa, non meno grave è stata quella varata dalla sinistra (legge Turco – Napolitano) che concepiva i lager territoriali per gli immigrati come, ad esempio, quello di via Corelli a Milano.
    La posizione di Tremonti contro l’arbitrario strapotere delle banche in genere e della Banca d’Italia, come la vogliamo considerare? Solo perché Tremonti appartiene allo schieramento di centro destra, è giusto opporsi a lui, sempre, anche quando si pone contro istituzioni o centri di potere che sottraggono indebitamente ricchezza e opportunità di sviluppo ai cittadini?
    Giusto per amor del vero negli ultimi dieci anni, l’Italia è entrata in guerra, ha sovvenzionato la scuola privata, ha contribuito alla precarizzazione del lavoro, non ha minimamente intaccato il conflitto di interessi di Berlusconi, sia con un governo di sinistra che con un governo di destra.
    Io mi sento geneticamente di sinistra, ma non ho paura a dire che in questi ultimi anni la sinistra ha fatto spesso incetta di voti, ammiccando a valori universali di pace e di giustizia sociale per poi, una volta al potere, operare in modo ambiguo, contraddittorio e spesso troppo simile allo schieramento avverso. Non basta aver letto Marx negli anni ’70, non basta indossare la maglietta del Che, non basta vedere al cinema i film di Nanni Moretti, non basta dirsi di sinistra, per esserlo davvero.
    Scrittori e giornalisti, come Maurizio Blondet, Massimo Fini, Franco Cardini, esprimono oggi a mio avviso posizioni (ad esempio rispetto alla guerra in Iraq) molto più a sinistra di tanti esponenti della politica e dell’intellighentia della “cosiddetta” sinistra ufficiale. Eppure sono tutti e tre etichettati come pensatori di destra.

  9. luminamenti il 18 febbraio 2004 alle 17:42

    La politica del lavoro in Italia a me sembra identica a destra e sinistra: reazionaria, perfettamente hegeliana, volta a confinare con furia sadica nel Lavoro! In quanto a ciò che in economia si può fare, seguo con interesse Amartya Sen, che è impregnato di umanesimo. Non per nulla frequentò a lungo la Casa della Pace di Tagore.

  10. gianni biondillo il 18 febbraio 2004 alle 18:26

    Vincere un Nobel per l’economia ed essere statunitense (o “occientale”) è “quasi” semplice. Vincerlo ed essere indiano vuol dire essere geniali. Amartya Sen lo è. Luminamenti ci ha beccato.

    sempre di fretta, gianni

  11. Elio Paoloni il 18 febbraio 2004 alle 20:03

    Gianni, certi tuoi frettolosi interventi sono esilaranti. Continua così, non soffermarti mai.

    Cretino, caro Anonimo, era l’aggettivo preferito del genio di cui prendi il nome. Ma non era un insulto bensì un’aspirazione: essere finalmente il più cretino. Avresti potuto perciò farti meno scrupoli ed estendere la definizione del pezzo all’autore.Con “il più” s’intende.

  12. Bene il 18 febbraio 2004 alle 21:09

    Mi chiamo Benedetto. Non sono un anonimo. E non si faccia illusioni: a volare come San Giuseppe da Copertino lei non ci arriverà mai…

  13. gianni il 18 febbraio 2004 alle 22:10

    Bene, dai, su… ammetterai che uno che si chiama ELIO qualche speranza in più di noi di volare ce l’ha, no?

    Silvia. Vieni alla birrata, così c’è qualche femmina nuova (Gabriella, pora ciccia, l’abbiamo usurata!).

    di superfretta, Gianni

    (forza ragazzi. La provocazione qui non la coglie nessuno?)

  14. franz il 18 febbraio 2004 alle 22:48

    Chi beve birra campa cent’anni…

  15. gabriella il 18 febbraio 2004 alle 23:52

    “La pora ciccia usurata” è sotto stress da impegni di lavoro e di studio e non ha avuto modo di leggere con attenzione il pezzo…dopo una prima lettura superficiale mi sento in sintonia con quanto scritto da Luminamenti. Comunque Gianni hai ragione: la prossima volta non lo pago io il conto del bar! :-)
    ciao a tutti

  16. andrea barbieri il 19 febbraio 2004 alle 09:57

    Non ce la faccio a spiegare a Elio la differenza tra risarcimento e reintegrazione, e nemmeno le buone ragioni per cui l’articolo diciotto non si applica alle piccole aziende, e per le quali molti italiani non hanno votato al referendum. Del resto penso che ormai siano cose oscure solo a lui.

    Invece ho trovato questo pezzo garbato su un blog (per ricordarci qual è lo stile della destra):

    http://brekane.blogspot.com/2002_04_01_brekane_archive.html

    venerdì, aprile 19, 2002

    Sciopero delle banane

    L’altra sera, a casa mia, si discuteva con Nicola di quello che Libero – giornale pacato e obiettivo – aveva chiamato Lo Sciopero delle banane, sottotitolando – altrettanto pacatamente e obiettivamente – Gli ultimi comunisti in piazza, d’accordo con chi ha ucciso Biagi. Non abbiamo discusso molto. Tra fagioli alla Bud Spencer e patate al forno e vino e grappa ci si è un po’ persi. Ma una cosa mi è rimasta in mente, perchè poi l’ho sentita dire anche dal nostro mega presidente del consiglio – devo proprio nominarlo? – l’onorevolissimo cav. Silvio Berlusconi. (Baciamo le mani) L’argomento è, più o meno, “Molti di quelli che hanno scioperato, non sapevano perchè scioperavano”. Il nostro super presidente del consiglio ha dato cifre più precise, naturalmente; secondo lui 8 persone su 10 non sapevano perchè stavano manifestando. Ciò vuol dire che se lo avessero saputo, se fossero stati più consapevoli, cioè se non si fossero fatti traviare dal malefico sindacato, senza dubbio non avrebbero scioperato. Per cui non vale. Fatta Marron. Sbandius.
    All’inizio, pensavo che un argomento del genere fosse solo offensivo. Non mentre ne parlavo con Nicola. Perché tra amici queste discussioni si fanno, in tranquillità, e argomenti del genere vengono fuori più e più volte. Anche se non si hanno dati certi, si può parlare, no? Si può dire anche che secondo me 8 persone su 10 non sapevano esattamente perchè votavano Forza Italia, e quindi le elezioni non valgono. Chi mi contesterà questo? Certo si può dire che altrettanti non sapevano perchè votavano a sinistra. Ancora meglio! Un elemento in più per dire che bisogna rifare tutto, che non vale! Ma le elezioni ci sono state e c’è stato lo sciopero e ce ne saranno altri, credo, se si andrà avanti così…
    Ma non stavo parlando di questo. Dicevo che all’inizio pensavo che un argomento del genere fosse offensivo. Perchè dimostrava che considerazione avesse il nostro iper presidente del consiglio nei riguardi di chi lavora. Cioè zero. Cioè una mandria di pecore asservite a chi li sa convincere meglio. Ma una cosa è parlarne tra amici, una cosa invece è se lo dice una carica dello stato, un’altra cosa ancora se lo dice un’ importante carica dello stato che ha fatto la sua fortuna proprio su questo concetto. E mi sono sentito schifato, offeso, disgustato, eccetera: vedete voi che aggiungere…
    Poi ci ho pensato meglio, però. E ho capito che il magnificentissimo cav. Silvio Berlusconi non voleva offendere quegli 8 su 10 che hanno manifestato per sport. L’offesa era diretta a quei 2 su 10, quei poveri 2 che erano consapevoli e che quindi andavano consapevolmente contro l’infallibile governo!
    Poveretti! come fanno a sbagliare così? Come si fa? Eh?
    Ma per fortuna lui è buono, basta dire le parole magiche e tutto tornerà come prima, tornerà ad essere in nostro buon padre di famiglia, salvifico e bonario e divertente. E ci racconterà una barzelletta e rideremo tutti e amici come prima.
    E le parole magiche sono – ripetetele con me:
    Egregio cav. Silvio Berlusconi,
    capo del governo e massima divinità in terra, ti prego,
    perdonali perchè non sanno quel che fanno.

    P.S. vorrei chiedere a silvio berlusconi come ridurmi le tasse, a me le trattengono alla fonte, è un casino veramente. Silvio non potresti farmi un decreto legge dove dici che io posso ridurmi le tasse? pensaci la riduzione di entrata per te è minima, sarebbe un voto quasi regalato. Prometti che ci pensi? In fondo hai fatto di peggio no?

  17. Elio Paoloni il 19 febbraio 2004 alle 18:38

    Tu spiegala lentamente, Andrea, ripetendo i concetti e usando i verbi all’infinito: vedrai che Tarzan c’arriva. Del resto avevo detto di NON capire. Ma se io non vedo l’enormità della differenza, e non la vedono milioni di altri, non vorrà dire che come linea Maginot fa cacare? Che non puoi farne una striscia sulla lavagna per spartire i buoni dai cattivi? Uno scrittore, io lo voglio giudicare dalla sua posizione sull’uso del punto e virgola, che mi sembra una scelta di portata etica infinitamente superiore a quella di essere contro (o pro) l’art. 18.

    Bene, Benedetto detto Bene. Abbiamo un nome proprio, come di quelli che telefonano in trasmissione, o degli intervistati fantasma del settimanale tipo (mi dice Giovanni, bla bla). Forse un giorno avremo anche un cognome.

  18. andrea.inglese il 19 febbraio 2004 alle 20:15

    Paoloni (premetto che mi sono scioccamente dilungato, facendo torto a me e agli altri), se ho ben capito il tuo articolo dice due cose: la politica economica dell’opposizione non si differenzia granché da quella del governo. Su questo concordo. Concordiamo in molti. Chi con un senso di fatalità e di liberazione da oziose fantasie di “alternative politiche”, chi affliggendosi e continuando a carezzare fantasie (chissà se oziose oppure no)
    Poi il tuo articolo dice: tra i letterati tutti pretendono di essere di sinistra e reagiscono male all’esistenza di letterati di destra. Credo che sia anche questo abbastanza vero. Ma cos’è dunque, il tuo, un tormento esistenziale, di “mobbing” all’interno della corporazione, di mancanza di degni compagni di sbronze? Io che pur faccio parte della “massa” dei letterati di sinistra ho un paio di buoni amici, un artista e un poeta, di destra. E per bere in pace, non parliamo quasi mai di politica (se no’ l’incazzatura reciproca è certa.)Caso raro, ma non impossibile.
    Ma il problema che volevi in qualche modo sollevare non l’ho ben capito. E’ questo? O quello che vuoi dire è che non apprezzano il tuo talento, per via delle tue convinzioni politiche?
    Oppure, ancora, vorresti dire che, siccome non esiste attualmente divergenza tra politiche economiche di opposizione e di governo (e credo che sia vero per parecchi altri paesi europei), tutti quanti, letterati e no, dovremmo smettere di ipotizzare, difendere, approfondire concetti come progresso-conservazione, sinistra-destra, difesa dei lavoratori-difesa degli imprenditori, sfruttati-sfruttatori, e via dicendo…
    E se questo è cio’ che pensi, come lo definiresti un pensiero che tende ad abolire ogni possibilità di distinguere prospettive politiche, valori, idee, stili di vita, in modo tale che non esista più alcuna forma di antagonismo sociale basato sul tipo di lavoro che le persone fanno all’interno della società?
    Io credo che l’esistenza di una prospettiva diversa sul futuro e l’agire collettivo sia da fondare non nei programmi dei rappresentanti politici, ma nelle condizioni di vita dei vari gruppi sociali della nostra collettività. Credo che se si parte dalle condizioni reali di vita delle persone, si vede immediatamente che cosa va a vantaggio di certi e a svantaggio di certi altri. (E qui non c’è bisogno del nobel dell’economia …)

  19. Benedetto Moro il 19 febbraio 2004 alle 22:16

    Ringrazio Andrea Inglese per aver così ben espresso con il suo post quello che è anche il mio pensiero a riguardo del pezzo di Paoloni (pensiero che, lo ammetto, per neghittosa pigrizia non avevo esplicitato).
    Poi: caro Paoloni, come vede firmo qui con nome e cognome. Così è più tranquillo..

  20. gabriella fuschini il 20 febbraio 2004 alle 01:17

    Andrea, hai un grande dono: il potere della sintesi! Sono pienamente e totalmente d’accordo con tutto quello che in poche righe hai espresso. Dico “poche” perché non avendo io questo dono, avrei usato molte più parole per esprimere i pensieri che si accavallavano inquieti in cerca di una strada…
    con profonda stima

  21. Elio Paoloni il 21 febbraio 2004 alle 08:27

    Inglese:

    “Paoloni (premetto che mi sono scioccamente dilungato, facendo torto a me e agli altri), se ho ben capito il tuo articolo dice due cose: la politica economica dell’opposizione non si differenzia granché da quella del governo. Su questo concordo. Concordiamo in molti.”

    – Già, ma Barbieri non concorda per niente, e con lui moltissimi altri

    “Chi con un senso di fatalità e di liberazione da oziose fantasie di “alternative politiche”, chi affliggendosi e continuando a carezzare fantasie (chissà se oziose oppure no)
    Poi il tuo articolo dice: tra i letterati tutti pretendono di essere di sinistra e reagiscono male all’esistenza di letterati di destra. Credo che sia anche questo abbastanza vero.”

    – Meno male.

    “Ma cos’è dunque, il tuo, un tormento esistenziale, di “mobbing” all’interno della corporazione, di mancanza di degni compagni di sbronze?”

    – I miei tormenti esistenziali, per sfortuna (o per fortuna?), sono di tutt’altro genere, anche se il Gianni mi cade alla prima birra.

    “Io che pur faccio parte della “massa” dei letterati di sinistra ho un paio di buoni amici, un artista e un poeta, di destra.”

    – Io NON sono “di destra”. E che debba specificarlo sempre, sol perché non mi allineo alla vulgata corrente, mi fa girare le palle. La cosa TREMENDA è che tu abbia SOLO amici di sinistra o di destra. Com’era quella frase: tertium non datur?
    Non esistono, in questo merdoso paese di faide, persone che possano guardare al teatro del mondo e al teatrino della politica italiana (della quale fa parte a pieno titolo, ovviamente, colui che questa definizione usa) senza “appartenere” a nulla?

    “E per bere in pace, non parliamo quasi mai di politica (se no’ l’incazzatura reciproca è certa.) Caso raro, ma non impossibile. Ma il problema che volevi in qualche modo sollevare”

    – ‘Vorrei sollevare un problema’ non è frase che mi appartenga: io descrivo le cose buffe che capitano intorno.

    “non l’ho ben capito. E’ questo? O quello che vuoi dire è che non apprezzano il tuo talento, per via delle tue convinzioni politiche?”

    – Sul forum Fernandel (e poi sul blog di Mozzi, mi sembra) c’è stato un indegno processo – tra il moralistico e lo stalinista – al “tradimento” di Avoledo, reo di aver “postato” sul Giornale nemico nonché cognato. E’ solo un caso, ma tu ne conoscerai altri cento, non fare l’ingenuo. Non c’è stato proprio qui tutto un ciarlare sulla scorrettezza di Fazi? E le diatribe sui reprobi che accettano di pubblicare per Mondadori, dove le ho lette, su Cronache Marziane?

    ”Oppure, ancora, vorresti dire che, siccome non esiste attualmente divergenza tra politiche economiche di opposizione e di governo (e credo che sia vero per parecchi altri paesi europei), tutti quanti, letterati e no, dovremmo smettere di ipotizzare, difendere, approfondire concetti come progresso-conservazione, sinistra-destra, difesa dei lavoratori-difesa degli imprenditori, sfruttati-sfruttatori, e via dicendo…”

    – A mio parere certe categorie andrebbero cambiate più che approfondite. E che vadano difese o meno, appunto, è cosa opinabile: non è che lo si debba fare d’ufficio sol perché si è letterati, o maestri, o lettori.

    “E se questo è cio’ che pensi, come lo definiresti un pensiero che tende ad abolire ogni possibilità di distinguere prospettive politiche, valori, idee, stili di vita, in modo tale che non esista più alcuna forma di antagonismo sociale basato sul tipo di lavoro che le persone fanno all’interno della società?”

    – ‘Stili di vita’: ecco qualcosa di meno usurato. Pasolini l’aveva capito trent’anni fa che gli stili avevano scompaginato le classi: ricordi il dibattito televisivo con l’indignato Sociologo?

    ”Io credo che l’esistenza di una prospettiva diversa sul futuro e l’agire collettivo sia da fondare non nei programmi dei rappresentanti politici, ma nelle condizioni di vita dei vari gruppi sociali della nostra collettività. Credo che se si parte dalle condizioni reali di vita delle persone, si vede immediatamente che cosa va a vantaggio di certi e a svantaggio di certi altri. (E qui non c’è bisogno del nobel dell’economia …)”

    – ‘condizioni reali di vita delle persone’. Per te sono un dato, vero? Qualcosa di certo, di chiaro, di inequivocabile. Beh, non è così. E per coglierle davvero c’è proprio bisogno di un premio nobel. Per la letteratura, magari.

  22. andrea barbieri il 21 febbraio 2004 alle 13:27

    Io credo che la politica di questo governo, compresa quella economica, sia liberista. Anche la sinistra a fatto scelte che vanno verso il liberismo, per esempio, come avete detto, ha contribuito a precarizzare il lavoro, ma non si può dire una politica economica liberista, la sinistra non vuole rendere tutto il lavoro precario, non vuole vendere i beni del demanio ai privati, non vuole l’assenza di regole per gli imprenditori, non vuole abolire il principio per cui si concorre alla spesa pubblica in ragione della capacità contributiva, non vuole abolire le norme penali sul diritto societario, non vuole dividere l’Italia in Padania ecc…, non vuole abolire il welfare. Se i principi che usiamo per valutare sono realistici, la differenza tra politica economica di destra e di sinistra esiste eccome.

  23. helena il 21 febbraio 2004 alle 16:48

    Appunto. Esempio: la sanità lombarda. La sanità in mano a Formigoni ha prodotto un aumento di strutture private CONVENZIONATE – spesso, puta caso, gestite da gente di Cl o magari dalla Compagnia (che non è il male assoluto, secondo me)-, strutture che quindi funzionano secondo i criteri di proficuità del privato (in soldoni: più esami costosi fai, meglio ti va la baracca), ma i cui costi vengono poi coperti dalla spesa pubblica lombarda, cioè da noi. E infatti la sanità lombarda con questo bel sistema è andata in rosso in modo pazzesco. Ovvero: ci costa di più e ci da di meno. E ovviamente dovrebbe essere il modelloper la riforma della sanità italiana nella sua interezza. Magnifico.
    Questo, a mio giudizio, è assai diverso da tutti i contorsionismi fatti da tutti i governi (italiani e non) di tutti colori negli ultimi anni per tamponare il buco delle pensioni, il debito pubblico e tutte le altre problematiche che richiedono tagli e ristrutturazioni “di destra”. E visto che non bastano, trucchetti per drenare come il Superenallotto.
    Questa è una scelta che se non la vogliamo ascrivere solo al personalistico interesse di Formigoni di favorire i suoi amici di parrocchia – e non lo voglio affatto – è proprio l’espressione della volontaria e radicale direzione liberista che caratterizza questo governo. Questi non privatizzano perché DEVONO. Questi priavtizzano perché VOGLIONO. E’ una novità in un paese governato fin d’ora principalmente da cattolici e socialisti, in breve: da gente che non ha mai professato il darwinismo economico e sociale, pensando che il mercato si regola da solo e che vince il migliore. Neanche AN è a suo agio con questa linea, visto che parte come erede di una destra sociale.
    Infatti non serve pensare che il governo sta facendo solo gli interessi di Berlusconi. Fa anche quelli, ma sta principalmente facendo gli interessi dei ricchi (se preferite i semieufemismi “ceti agiati”), interessi che non coincidono tout cuort con quelli delle imprese, esattamente come fa Bush negli Stati Uniti e come accade ogni volta che in un paese x regna un governo ultraliberista. Non c’è nessun scandalo, ma basta saperlo. Che negli ultimi due anni si sia tanto impoverito il ceto medio è colpa di tanti fattori, ma certo il governo non è stato d’aiuto per evitarlo.
    Detto questo esistono i benpensanti di sinistra tutti buoni e autocompiaciuti e conformisti. Sono parecchi e stanno sui coglioni pure a me (e non mi sento sola) ma vabbé, Elio, chi se ne importa.

    Saluti a te e a tutti dalla vostra umile servetta di Berlusconi.

    P.S. Il mio padrone- dice un amico che lavora abbastanza in alto a “Mediolanum”- e’ un buon capo d’azienda. Non ho nessun motivo per dubitarne. E’come capo del governo più governo medesimo che – lasciamo pure perdere il dest’ sinist’- viene fuori una bestiale inadeguatezza.

  24. Elio Paoloni il 21 febbraio 2004 alle 19:15

    E’ tutto giusto. Tra l’altro trovo che la situazione descritta è molto simile a quella pugliese.
    Ma c’è un errore di fondo: che c’entra il liberismo? Se io favorisco la clinica di mio cognato facendone pagare le spese all’erario, questa è la continuazione dell’economia ingessata, politicizzata, statalista, all’italiana, quella che ha permesso agli Agnelli per almeno mezzo secolo esattamente questo: godimento dei profitti e copertura di ogni perdita. Ma gli Agnelli sono dei signori, mica dei parvenu. Gianni ostentava le sue rughe da affascinante condottiero, mica era un tappo liftato. E sui suoi giornali stava comoda tanta gente. Perciò l’estetizzante intellettualità italica, quando il Ministro degli Esteri, l’ineffabile Susanna (com’è che Benigni non si è mai sganasciato dalle risate recitando: Ministro degli Esteri Susanna Agnelli?) andava a trattare la situazione delle fabbriche FIAT in Jugoslavia con quelli che già macellavano di brutto, non si è sognata di gridare al conflitto d’interessi.
    Il liberismo, più o meno ultrà, contempla la competizione di soggetti economici FUORI da interventi governativi. Ciò detto, io non sarei liberista: benchè attratto da tutte le desinenze della libertà, preferirei considerarmi liberale e libertario nonchè, alla fin fine, socialdemocratico.

  25. franz il 22 febbraio 2004 alle 14:30

    Elio, mi hai tolto le parole di bocca su tutto, te possino: soprattutto sul “socialdemocratico”, alla fin fine.



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