Quello che doveva fare Pantani

18 febbraio 2004
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar
pantani.jpgLunedì sera guardo La7, Otto e mezzo: c’è Giorgio Dell’Arti, il giornalista-scrittore, che parla con cinica pacatezza dell’omicidio e del suicidio. Non è un caso: sta pubblicizzando il suo ultimo libro, che s’intitola “Coro degli assassini e dei morti ammazzati”. Giulianone Ferrara gli chiede un parere sulla morte di Pantani. Dell’Arti riprende le “ispirate” parole di Candido Cannavò, ex direttore della Gazzetta dello Sport: doveva parlare, doveva dire tutto all’indomani di quella squalifica di Madonna di Campiglio, giugno 99. E va pure oltre: anche lui, Pantani, aveva le sue colpe.

Io, lì per lì, mi dico che forse è vero. Nella vita bisogna confessare le proprie colpe, bisogna dire tutto, vuotare il sacco, svuotarsi la coscienza come una vescica. La resa dei conti, d’altra parte, arriva per tutti. E poi siamo immersi, spesso a testa in giù, nella società della comunicazione; come uomini in ammollo da “Bio Presto” ma prossimi ad affogare. Comunichiamo. E non solo il nostro sgomento, la nostra rabbia, la nostra indignazione, la nostra odiosa banalità di esseri umani. Comunichiamo le nostre colpe. Se veniamo investiti dall’ispirazione di Cannavò, beninteso.
L’indomani mattina ci ripenso. La notte, evidentemente, ha portato consiglio. Si, mi dico mentre bevo il primo caffè, è facile parlare! Già, è facile parlare. Facile dire cosa si doveva fare. Nei panni di Pantani non ci si vuol mettere nessuno. Nessuno ci si può mettere, oltretutto. Sono panni che quell’uomo si è cucito addosso dall’inizio alla fine della sua breve vita. Panni scomodi in versione assolutamente esclusiva…
In questi giorni tutti hanno detto la propria. Ognuno canta la sua canzone. Dallo stornello al “lied” dodecafonico. Un modo come un altro per mettersi in mostra. Anch’io, a mio modo, m’imbrago nel “festival”… Sono una specie di “nuova proposta”…
Un dirigente Coni spara a zero sui suoi nemici. Si chiama Donati. Forse è l’ultimo che dovrebbe parlare.
E Candido Cannavò si era fatto bello dalle colonne della “Rosea” per avvertirci che lui glielo aveva detto! Lui glielo aveva detto, al Pirata, di vuotare il sacco, per il bene suo e dello sport. E così, dunque, il Pirata avrebbe dovuto fare. Se fosse stato più forte, se avesse avuto dei “valori”. Quali valori? Quelli, immondamente falsi, di cui si ciba un Cannavò qualsiasi pregno come un uovo marcio di retorica, di “grandi exploits”, di “titaniche imprese”, di “eroi della pedata e del pedale”?
Al Processo di Biscardi, a seguito di Otto e mezzo, lo stesso “Aldo nazionale” (questo è il paese dei nazionali: delle Raffe nazionali, degli Albertoni nazionali, degli scandali nazionali e internazionali…) urla dal suo scranno che l’hanno ucciso.
“Marco è stado uggiso dall’ambiende che l’ha lasciado solo!!!”
Quest’affondo retorico è stato facile, d’altronde, per il trombettiere molisano: ha ripreso le parole straziate – straziate davvero, quelle – della mamma del campione.
Solo poche voci si stagliano, un po’ più bianche, nel solito coro di baritoni stonati e bassi sconvolti e continui. Sempre da Biscardi, l’editorialista del Tempo Franco Melli fa giustamente notare che il ciclismo è sempre stato uno sport drogato; ai tempi eroici di Bartali e Coppi i chilometri e le salite erano grosso modo gli stessi. La differenza con oggi? Forse le “bombe”, allora molto più artigianali, facevano un po’ meno male. E poi Anquetil, che ci rimise anche lui la pelle seppure in maniera molto meno drammatica di Pantani, l’aveva pure detto: “E’ umanamente impossibile fare 200 km al giorno, salite comprese, per più di due settimane a pane e acqua…”
La cosa che mi fa più rabbia però è sempre quella. E mi rimbalza nelle orecchie come una melodia distorta: è questo volersi mettere nei panni di Marco Pantani, questo dire impunemente cosa avrebbe dovuto fare, cosa avrebbe dovuto persino pensare. Questa cosa proprio non la sopporto.
Nuovi sviluppi, nuove voci, vecchie voci: afone, distorte, retoriche, retroattive, di circostanza e di circostanziato uso e consumo. La parola è pietra ed è droga, la parola è concessa a tutti; a tutti – o quasi – è concesso di sparare cazzate come veline della televisione. E’ il pluralismo della cazzata, è il Grande Fratello che tracima dal suo palinsesto e finisce dritto per dritto nei telegiornali, nelle rubriche di approfondimento. Nulla è più sommerso, se non ciò che soltanto per viltà non viene nemmeno accennato.
Le notizie incalzano a seguito dell’autopsia. Edema polmonare e celebrale. Forse abbiamo già sentito in altre tristi occasioni questi termini; ma stavolta ci s’imprimono nella memoria: riguardano la fine di un giovane uomo dal cuore fisicamente grande che per una breve stagione ci aveva esaltato. Anch’io, che il ciclismo non lo seguivo più dai tempi di Saronni e Moser, m’ero lasciato convincere dallo scatto del Pirata; il Pirata m’aveva fatto arrendere al suo sport in declino per l’ammirazione del singolo protagonista. Il ciclismo, con Pantani, aveva rialzato la testa.
Ecco, siamo a mercoledì: il tempo, interminabile sprinter, come sempre vola; e viene evocata la losca, elegante figura di un uomo che il campione aveva visto prima di morire. Forse uno spacciatore di droga. Accanto agli psicofarmaci, il corredo tradizionale del depresso di “professione”, Pantani conservava il vero oppio dei popoli delle società tecnologicamente avanzate: la cocaina. Ecco, si: forse Marco, quella maledetta notte di San Valentino, ha preso il micidiale cocktail senza volere e sapere, forse non ha voluto darsi volontariamente la morte. Ma che differenza fa?, mi chiedo io. Scorrono le immagini del suo funerale da tutti i telegiornali, è una lunga scia di fotogrammi ossessivamente ripetuti, il replay accanito di una specie di fischio di chiusura: il corteo lungo un chilometro e mezzo che taglia quasi tutta Cesenatico. Penso a quella canzone di Enrico Ruggeri, Il mare d’inverno. Chissà perché. Forse cerco anch’io una colonna sonora grosso modo appropriata. Forse perché anch’io, come quasi tutti, non riesco più a stare sotto silenzio, in silenzio, con il silenzio. Cosa poteva fare Pantani?, mi domando ancora. Ho appena spento l’audio della televisione, la vecchia canzone scava nel mio pensiero mentre le immagini scorrono, sfumano, montano come nuvole di pioggia.
Non c’era nulla da fare, questo io penso. Pantani aveva il cancro. La depressione è un cancro. In questi casi, spesso, il destino è segnato.

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51 Responses to Quello che doveva fare Pantani

  1. luminamenti il 19 febbraio 2004 alle 06:56

    Io ho capito principalmente, prioritariamente una cosa da questa triste vicenda Pandani. Ho ripensato al mio bambino interiore, alla voce interiore del passato,ho compiuto una regressione all’indietro e mi sono collocato nel tempo dell’adolescenza, nel tempo delle Ombre, e mi sono detto: quasi quasi mi metto a fare sport agonistico, sono ben dotato geneticamente e poi mi farò aiutare per meglio andare dalle pozioni magiche e vincerò e vincerò la mia stessa vita e potrò finalmente morire celebrato da tanti che mi piangeranno, che verranno ai miei funerali, si parlerà molto di me, per diversi giorni, dappertutto, anche chi non mi ha mai seguito prima non potrà fare a meno di trattenermi nel suo cuore per qualche giorno…in un mondo dove ognuno di noi è sempre più solo ma senza solitudine, in un mondo dove si deve valere perché essere equivale a niente, ecco in questo mondo dove mi sento immerso, morire così è finalmente essere considerato, è il mio riscatto sull’inutilità del mondo, perché perchè non dovrei doparmi, perché perché non dovrei drogarmi, perchè perché non dovrei vincere, perché perché dovrei evitare una morte giovane e misteriosa quando alla fine il mondo sarà ai miei piedi con fiori e lacrime, quando alla fine non morirò da solo e dimenticato dal mondo, quanti muoiono come Signori Nessuno, io no, io no, io morirò, voglio morire in grande compagnia, perché oggi quasi tutti muoiono soli, io no, io eviterò questo…mi farò valere…

  2. gianni biondillo il 19 febbraio 2004 alle 10:37

    Franz,
    ma che cazzo guardi in tivvù? Cannavò, Ferrara, Biscardi… goditi un bel pornazzo, c’è più moralità!
    Luminamenti ha ragionissima. Anzi, quasi vien da dire che tutta la cricca retoricogiornalisticasportiva sta facendo istigazione al dopaggio e al suicidio.
    Lo sport non è sano, mettimocelo nella zucca. Dai tempi di Nerone.

    ciao, piove, governo ladro, (ma questo dovevo scriverlo a Elio), Gianni

  3. gabriella fuschini il 19 febbraio 2004 alle 12:03

    Ieri mattina durante la rassegna stampa di radio 3 è stato letto uno stralcio dell’editoriale di Feltri su Pantani. Oggi sono riuscita a procurarmi da un pz il quotidiano.
    “Il mondo è pieno di Pantani
    … Un tempo lo chiamavano esaurimento nervoso, ora hanno “inventato” un eufemismo politicamente corretto: depressione. Io lo definisco “cancro dell’anima” (o dell’animo, uguale). Non è diverso dal tumore. Se ne sta lì buono per anni. In parecchi casi non si sveglia mai. Ti lascia campare. In altri, all’improvviso tira su la testa e ti rode il cervello…”
    Ecco, è l’unico articolo in mezzo a decine scritti sul caso Pantani in cui non c’è retorica ma una riflessione amara e rispettosa dell’avvenimento.
    Perché alla fine il risultato è lo stesso: il livello del cimitero appiattisce tutti alla medesima misera condizione.

  4. Elio Paoloni il 19 febbraio 2004 alle 18:32

    Ueh, Gabriella, stai accusando Franz di plagio?

    C’è un argomento Ciclismo nel forum Maltese, dal quale riciclo il mio commento (accontentati, Franz, in tuo onore ho rivisto la punteggiatura):

    Mi spiace ammetterlo, ma questa volta i giudici non c’entrano. E manco i giornalisti. Nessuno, mai, ha goduto del rispetto, della comprensione, della pazienza e dei riguardi tributati a Pantani: fino all’altro giorno decine di persone, da un capo all’altro del mondo, hanno tentato di salvarlo. Il “lasciato solo” è la ricorrente cazzata di un mondo che non ammette la responsabilità individuale: il piagnisteo catto-comunista (che non c’entra niente col cattolicesimo, fondato sul libero arbitrio, e neanche col comunismo, che pretende un atto di consapevolezza personale, la scelta sartriana) cioè quel miscuglio di cascami del lassismo, dello statalismo e del peggior psicologismo. La reazione rabbiosa e infantile di chi vuole un colpevole ESTERNO. Lo stato, il capitalismo, la famiglia, il comune, i giornalisti, l’assemblea di condominio, i medici sportivi. L’uomo sarebbe perfetto: è questa cazzo di società che lo rovina. Beh, se qualche volta può sembrare proprio che sia così, non è il caso di Marco.

    Un po’ di chiarezza, per piacere: il doping, che ha ammazzato e sta ammazzando tanti campioni, con la morte di Pantani non c’entra niente. Risaliamo al primo atto della tragedia: quando viene allontanato dal giro, Pantani non solo non è accusato di doping, ma non viene neppure squalificato. Viene fermato dal medico perché certi valori (che a volte si elevano anche fisiologicamente) potrebbero costituire un rischio per la sua salute. Naturalmente Pantani si era fatto l’epo, come TUTTI. Ma per via dell’altitudine (e di un altalena eccessiva dei suoi valori, forse costituzionale) quel giorno, invece di essere appena sotto la soglia, come gli altri, era appena sopra. E il medico l’ha fermato. Merckx, che fu squalificato e svergognato, dopo un piantino scrollò le spalle e si rimise a divorare i colleghi. Pantani ha fatto tutto quello che di sbagliato di poteva fare.
    Era un grandissimo campione (partiva davanti, non si nascondeva dietro per rapinare dieci metri di sorpresa, e quando decideva di alzarsi sui pedali non si concentrava preoccupato sulle pedivelle, ma continuava a guardare gli altri in faccia, uno per uno, beffardo. Andava via come se la bici si fosse agganciata a un treno, senza badarci, guardando indietro non, come fanno i conigli, per paura di essere raggiunto, ma per godersi appieno il vuoto, ghignando di soddisfazione, non di fatica. Chi fa queste cose, da una base di quasi – ah, quel quasi, quanto danno – perfetta parità chimica coi colleghi, lo fa perché ha le gambe, e il cuore – in tutti i sensi).
    Ma, nonostante l’impressione che ci aveva dato nel riprendersi dai gravissimi incidenti, non era un grand’uomo.

    C’è un Meridiano Zero sul ciclismo “oltre”: Duri da morire di James Waddington. L’ha letto qualcuno?

  5. Elio Paoloni il 19 febbraio 2004 alle 18:34

    Gianni, adoro questi tuoi commenti trasversali, apparentemente casuali, velatamente minacciosi, praticamente mafiosi.

  6. pizzos il 19 febbraio 2004 alle 18:48

    Non so, provo. La depressione, se è malattia mentale – e non quello stato psichico che ciascuno di noi può aver provato almeno una volta nella vita che chiamerei meglio tristezza – deve essere curata da uno psichiatra (possibilmente con la psicoterapia, cioè senza farmaci). Detto questo, non riesco a non fare qualche pensiero cinico: Marco Pantani, da quando è stato scoperto positivo al doping, si è pianto addosso. Lo ricorderò più per questo che per le sue vittorie ciclistiche. Altri sportivi sono incappati nello stesso “incidente di percorso” e ne sono usciti diversamente… Accoppiato al piangersi addosso si trova un altro atteggiamento, solitamente: l’idea di superare gli altri con la furbizia. Il doping altro non è che questo. Come la raccomandazione per il posto di lavoro, la tangente nella gara di appalto, la corsia di emergenza dell’autostrada percorsa per arrivare prima. Dire che il doping è una pratica diffusa non giustifica, altrimenti non servirebbe a niente cercare di riportare un po’ di giustizia laddove non ce ne sia. Dalla scoperta della positività al controllo anti-doping, lo sportivo si è avviato per una discesa pericolosa che è il piangersi addosso, che è anche quella mania di persecuzione che ci fa sorridere fino a che non si trasforma in tragedia (non si preoccupino i sostenitori del capo del governo, questi non si suiciderà mai). Che sia morto Pantani, mi dispiace, sinceramente. Come mi dispiace sinceramente quando muore un ragazzo della mia età. Tutto il resto è un parlarsi addosso, senza lacrime. Non rileggo, posto.

  7. franz il 19 febbraio 2004 alle 20:43

    Elio, Gianni è scampato dal’ultima retata antimafia, ma è questione di tempo. “Tiradritto” ha già fatto il suo nome…
    Ma come fai a dire che il doping non c’entra nulla con la morte di Pantani? Concordo su tutto quello che hai detto, per il resto; l’ipocrisia di chi blatera che l’hanno lasciato solo (e lui, il blaterante, intanto dove cazzo era?…), le menate retoriche ecc. Ma il doping con quella morte c’entra. Come? Poco tempo fa un altro ciclista, spagnolo, tale Jimenez, è morto per abuso di cocaina. Era convenientemente dopato,e soffriva di depressione. Non so quando, comunque non tanto tempo fa, Manuel Ocana, ex grimpeur spagnolo (corse a cavallo degli anni 70/80)soffriva di brutto di depressione. Risultato: si spara una revolverata alla testa. Tu mi dirai: e allora? Era depresso come un qualsiasi ex pescecane della new economy dopo il tracollo. Ma il fatto è che i ciclisti, come hai detto anche tu, sono TUTTI fatti come cucuzze, nessuno escluso ex e in s.p.e.. Dunque è chiaro che il doping c’entra. L’epo può portare alla depressione, la depressione -se presa male – (gioco un pò con le parole)può portare all’uso di stupefacenti. Eccetera eccetera.

  8. gianni il 19 febbraio 2004 alle 22:03

    Miinchia! Pure mafiuso sugno… Aspettatevi gente a casa.

    Baciu li mani, Don Gianni

  9. Jacopo Guerriero il 19 febbraio 2004 alle 22:27

    Caro Franz, grazie di aver scritto questo pezzo. Io un’idea su Pantani non ce l’ho. Lo sport – tranne il pugilato che pratico da dieci anni -mi ha sempre fatto schifo. Però, quando Pantani ha vinto il tour, ho piantato la sessione d’esami a metà, sono partito con un mio amico e sono andato a vederlo sugli Champs. Mi ricordo che si è fermato a salutarci insieme a Fontanelli e a Podenzana.. Sabato scprso mi è dispiaciuto da morire.

  10. gabriella fuschini il 20 febbraio 2004 alle 01:05

    Beh, Elio stai scherzando spero! Il pezzo di franz è bellissimo e io ho postato quelle righe di Feltri perché mi sembravano in piena sintonia con quanto detto da Franz. Feltri ha preso lo spunto dalla morte di Pantani per fare un articolo garbato e amaro sulla depressione, allargato a tutti quelli che ne soffrono. Se avessi pensato a un plagio non avrei scritto nulla sul colonnino, l’avrei detto in separata sede a Franz!

  11. vittorio sgarbi il 20 febbraio 2004 alle 09:51

    Di vittorio ce ne 1! capito? mettetevelo bene in testa, soprattutto quel signor paoloni!!!
    TUTTI GLI ALTRI VOI COMPRESI SIETE SOLO DEI CULATTONI RACCOMANDATI!!!
    culattoni RACCOMANDATI!!!
    (SCUSATE IL MINUSCOLO ALL’ULTIMO CULATTONI!)

  12. don giovanni il 20 febbraio 2004 alle 10:56

    l’unica cosa sensata da fare è fermare tutto. tutto lo sport. o quasi. il ciclismo per primo. poi il calcio. poi il nuoto. si riparte da zero. con lo zabaione nella borraccia. con il té caldo tra il primo e il secondo tempo. con le crisi di fame. col fiatone. coi polpacci che mordono. coi crampi. chi vince è il più bravo, non il più furbo…

  13. un ex tennista il 20 febbraio 2004 alle 15:00

    Sono un ex giocatore di tennis, sono stato un professionista negli anni settanta.Non dico il mio nome, probabilmente a molti di voi, forse a tutti, non dirà nulla, come maggiore impresa della mia vita sportiva sono arrivato a strappare una volta un set a Panatta, la mia posizione nella classifica nazionale non è mai andata al di là del quarantesimo posto. Però il tennis di un certo livello l’ho frequentato bene, anche fuori dal nostro paese. E posso testimoniarvi che in uno sporti individuale, se praticato a livello di agonismo esasperato come nel mio caso, già ai miei tempi ci si dopava eccome. Non era così per tutti, peromeno non nel nostro ambiente, ma diciamo l’ottanta per cento prendeva delle cose, e io facevo parte di questa maggiornza naturalmente silenziosa, e quanto silenziosa! Un silenzio di tomba! Prima di ogni partita mi sparavano in corpo delle belle punture di cui non sapevo nulla. Avevo vent’anni, volevo vincere, non ci riuscivo, ci riuscivo poco, mi facevo sparare altre punture, pasticche. Cos’è? chiedevo ogni tanto. I miei non sapevano niente, mia madre era felice di avere un figlio che ogni tanto compariva nei giornali sportivi, magari soltanto in mezzo a tanti altri nomi, in una classifica. Sognavo di imitare Panatta, Borg, McEnroe, Nastase. Arrivai a giocare contro Borg una volta,in un torneo. Era il Borg degli inizi, mi picchiò duramente , 6-1 6-1. Negli spogliatoi lo vidi accasciarsi: sembrava stesse male, mi avvicinai al grande campione, il grande campione mi fece un gesto quasi dispettoso, come per caciarmi via. Mi disse che aveva avuto un capogiro. Chiesi a gente dell’ambiente: ma non lo sai che quello è fatto di brutto?, mi risposero. Dopo quella partita con Borg, che avevo giocato come in trance, io un ragazzo di ventisei anni contro il numero uno del mondo, era emozionante soltanto strappargli un game, e gliene strappai due, non fui più lo stesso. Chiesi a destra e a manca, tutti mi ridevano pieni di sottintesi. Si fa ma non si dice.
    Una notte (vivevo ancora coi miei genitori, gente benestante, in una cittadina ligure)pieno di angoscia andai a svegliare mio padre e gli raccontai i miei patemi. Mio padre decise di parlarne con un suo amico chirurgo di una certa notorietà. Il medico amico di mio padre volle parlare con noi insieme, mi chiese di quelle punture, di quelle pasticche. Roba contro la fatica, gli dissi. Stimolanti, energizzanti. Li prendono tutti… Ma è droga?
    Si, disse lui, ti hanno drogato per anni, fin da quando eri un ragazzino che cercava di farsi strada nei circoli della tua città. Mi fecero un check-up, e finchè il medico non disse che non avevo nulla ma che avrei dovuto smettere immediatamente con l’attività agonistica, io e la mia famiglia avemmo i sudori freddi. Mi ritirai a 27 anni, più o meno come Borg il grande campioneche avevo visto accasciarsi in uno spogliatoio straniero.
    Decisi di non toccare più una racchetta in vita mia. Ma per mesi ebbi delle crisi. Mi spiegarono che erano crisi d’astinenza. Mi parlarono con nomi scientifici: quei nomi li ho impressi a fuoco nella mente, mi fanno compagnia da quegli anni, parliamo del 1977.
    Ora ho 53 anni, mi sono sposato, ho avuto due figli, ma vivo nella paura che qualcosa possa capitare. Io dico solo una cosa: lo sport, tutto lo sport, sia quello individuale che quello di squadra, è marcio da troppo tempo. Pantani era vittima dell’ingranaggio e di sè stesso. L’unica cosa sarebbe non accettare. Se da ragazzino ti dicono di prendere certe cose tu non accettare. Io non parlavo mai coi miei, i miei non sospettavano nulla. Io me ne fregavo, pensavo solo a giocare,giocare era tutto, e poi c’erano i soldi (magari non molti ma per un ragazzino erano più che sufficienti) e dunque c’erano le ragazze che venivano cone te perchè eri bravo a giocare. C’erano tante cose false.Sono d’accordo con Don Giovanni: l’unica cosa sensata sarebbe fermare tutto. Ma non sarà così. Gli unici che potrebbero fare qualcosa per fermare questa folle corsa sono gli atleti. Ma gli atleti, come nel mio caso, sono quasi tutti stupidi, folli, ignoranti, irresponsabili.
    Grazie per aver parlato di queste cose, sono un vostro lettore affezionato.

  14. gianni biondillo il 20 febbraio 2004 alle 15:13

    Ecco un caso dove l’anonimato, il nickname, è d’obbligo.
    Trovo le parole dell’ “ex tennista” di una tale profondità, maturità e consapevolezza che quasi ammutolisco.
    Grazie, grazie e ancora grazie.
    Mi dispiace solo non poterti stringere la mano.
    Da padre a padre: io ho una bimba di quasi 4 anni. Ogni sabato mattina ci divertiamo insieme al corso di nuoto. Le tue parole saranno per me un monito per il futuro.

    ciao, Gianni

  15. un ex tennista il 20 febbraio 2004 alle 15:27

    Ti ringrazio, Biondillo. Ho parlato col cuore di un ex atleta in mano. E’ importantissimo che i genitori come te, genitori di figli che intendono distinguersi negli sport, vigilino sui loro figli. Mio padre non lo fece non tanto per ignoranza, quanto per eccesso di fiducia proprio nello sport. Noi lo sport in generale l’abbiamo messo sul piedistallo. Se ti raccontassi certi retroscena con campioni famosi come protagonisti, li si che ammutoliresti, e con te tante tante persone! Questo non vuole dire che bisogna precludere lo sport ai ragazzi. ma attenti, attenti bene, perchè è pieno di spacciatori, di gente che anche a bassissimo livello specula sulla vita altrui, per la performance. Io mi ricordo quando giocavo. A volte le partite duravano 3 – 4 ore, il tennis è uno sport massacrante, anaerobico, fatto di scatti brevi e recuperi ancora più brevi. E come nel ciclismo, devi rigiocare spesso il giorno dopo, e così per tutta la durata del torneo. Insomma mi ricordo che quando finiva la partita spesso al ritorno in albergo ero prostato dalla stanchezza, mi addormentavo all’istante senza neanche mangiare, dovevano svegliarmi per scendere a cena e a volte li mandavo al diavolo e mi facevo mandare i panini in camera, li sbranavo letteralmente e riprendevo a dormire come un sasso. Eravamo tutti con la bava alla bocca.
    Noi lo sport lo abbiamo messo sul piedistallo. E questo grazie alla stampa sportiva, e per questo l’articolo qui sopra dice una verità importante sull’ipocrisia di certi commentatori come Cannavò, gente che spara i titoloni per vendere copie, gente che è COMPLICE degli spacciatori di doping, perchè fa dell’informazione dopata, niente di più niente di meno. Se tu mi spari un titolone su Pantani dicendo che è un eroe, poi quando Pantani si scopre che non è un eroe ma un campione che si droga come tutti gli altri, cosa fai? Gli dici di vuotare il sacco. ma come? Tu giornalista lo sapevi ma ti guardavi bene perchè quel Pantani campione drogato ti faceva comodo. E in più, ora che è morto, per stupida vanità vai a raccontare che glielo avevi detto di parlare. La sua parola contro il silenzio di un morto! Sono d’accordo con l’indignazone che traspare. E comunque l’importante è preservare i nostri ragazzi da queste cose. Al minimo sospetto intervenire. Curare i ragazzi, nel senso che vanno seguiti, i figli non sono giocattolini, orsacchiotti a nostra immagine e somiglianza. Se fai un figlio ti devi impegnare a seguirlo per tutta la vita. Io quando ho avuto il primo bimbo ho smesso di fare l’idiota. Ho deciso tra le altre cose di diventare un uomo fedele alla propria sposa, e non ho più cambiato, e lei mi ha ricambiato con amore.
    C’è sempre spazio per cambiare. Tempo no purtroppo, tempo ce ne è poco, il tempo stringe e lo sport è finito da un pezzo.
    Cari saluti

  16. mamma marcia il 20 febbraio 2004 alle 15:59

    vogliamo parlare di marazzina, di quante squadre ha cambiato in due anni? e del motivo per cui ogni volta è stato scaricato? faccio il nome di marazzina, ma potrei farne tanti altri di nomi. ma li sapete già. o forse fate finta di non saperli…

  17. cletus a.a.. il 20 febbraio 2004 alle 16:01

    al tempo. quella trasmissione ho avuto la ventura di vederla anche io (ne ho postato qualche nota anche). Dell’Arti ha detto un’altra cosa: ha detto che proprio la visibilita’ (l’autorevolezza ?!) di Pantani avrebbe potuto avere quell’effetto mediatico di colossale denuncia. Il fatto che citasse Cannavo’ mi e’ sembrato incidentale, tant’e’ che poi Dell’Arti ha esteso una sua personale valutazione sulla “cultura” tradita dello sport. Il ricorrere alle droghe (cito a braccio) denuncia una resa. L’incapacita’ di saper accettare la sconfitta, e quindi in ultima istanza di “tradire” lo spirito stesso dello sport. Una resa, appunto. Su questo sarebbe bene riflettere, piuttosto che giocare con le parole nel solito poligono per gli addetti ai lavori.

  18. franz il 20 febbraio 2004 alle 17:10

    Il richiamo a Cannavò non era affatto incidentale. Anche perchè lo stesso Cannavò aveva detto – magari con minor finezza dialettica – che proprio dal pulpito così alto di un Pantani certe cose dette possono avere valore.
    Buono per i merli, come direbbe Holden Caulfield!
    Siamo sempre lì, caro Cletus: come davvero modestamente ho scritto io, è facile parlare! Poi mi devi spiegare (se vuoi, per carità)cosa significa “incapacità di accettare la sconfitta” nello sport. Già, perchè a me questa bella frase sembra una stupenda contraddizione in termini, una frase che per chi ha fatto sport non per scherzo (e io l’ho praticato da ragazzo a un livello abbastanza decente)suona come una piccola (o grande) presa per i fondelli. Ma come? Io che mi faccio un culo così con gli allenamenti, che magari mi faccio le flebo e quant’altro, che invece che andare a fighe me ne sto in albergo in compagnia del massaggiatore, che mangio regolato e tutto quanto, devo essere anche capace di accettare la sconfitta? Ma in che meraviglioso mondo dei balocchi vivete tu il Dott. Dell’Arti e il Dott. Cannavò? Da quando in quà uno sportivo degno di questo nome (dilettanti allo sbaraglio compresi) accetta la sconfitta a PRIORI? La sconfitta è giusto accettarla dopo, non PRIMA. Prima ci si fa in quattro per vincere, perchè nello sport – checchè ne abbia detto quel povero illuso di De Coubertin- l’importante è vincere. La sconfitta è il risultato di una tua incapacità a vincere, ecco cos’è.
    Lo spirito tradito dello sport di cui parlava Dell’Arti senza sapere di che cazzo stava parlando, va bene per la partitella in parrocchia, credi a me.
    Un caro saluto.
    P.s.
    Ci sarebbe davvero da riflettere su quanto ha scritto l’anonimo ex tennista qui sopra.

  19. cletus a.a.. il 20 febbraio 2004 alle 17:27

    e’ il ricorso ad “altro” da me (mezzi illeciti, doping e affini) questa e’ la sconfitta. Il non saper affrontare la gara con i PROPRI MEZZI, ecco dove se ne sta bella rintanata la sconfitta. Del resto, non e’ un caso che la morale imperante, e la tua ultima precisazione non se ne discosta, faccia del tutto per sottacerla.

  20. gianni biondillo il 20 febbraio 2004 alle 18:03

    Franz ha ragione. E anche Cletus. Basta capire da dove si guarda.
    Quello che è sempre stato lo sport, nella cultura umana, e quello che è ora , qui, in questa società è fondamentale per capirla appieno. Lo sport non è solo sport. Ha un ruolo simbolico (politico, sociale, economico, etc.) centrale, quasi paradgmatico.
    Mesi addietro (novembre) a partire da una poesia di Nove si sono lette sui post di NI cose importanti di Scarpa, Voltolini, Montanari. Lì si parlava di calcio, ma il senso è lo stesso.
    Io dico, sottovoce: il bisogno di Eroi, la sostituzione della guerra combattuta a quella giocata, l’idea di Nazione che si coltiva sugli spalti sportivi (vi ricordate dove Arkan ha coltivato i suoi sgherri? Vi rammentate dove è cresciuta la Lega?), la retorica dela bandiera, la funzione di visibilità del politico, o dell’imprenditore, la POLITICA, la DESTRA che ha preso in mano lo sport nazionale 50 anni fa (ecco il vero monopolio politico. Che la SINISTRA si sia accontentata della CULTURA è roba da polli), il giro impressionante di affari, di denari, la stessa metamorfosi dei costumi, del vestirsi… insomma. Vi pare che tutto ciò possa reggersi con lo spirito (sacrosantissimo) voluto da Cletus?
    Questo cosa vuol dire? Che non vedrò più una paertita della nazionale?
    Ecco il bello. Non ostante ciò, continuerò a giore per un gol degli azzurri (gli azzurri, Forza italia, vi dice niente?). Lo “sport” (inteso questo da me descritto, non quello che “vorremmo”) penetra nel nostro immaginario infantile, ci coccola, rendendoci schiavi. Si può cambiare partito ma non squadra del cuore (Solo Emilio Fede lo ha fatto, ma quello è un caso limite).
    Squadra del cuore. Eroi. Un uomo solo al comando. I nostri ragazzi. Il gioco maschio.
    Ecco cosa ha capito a fondo, la destra, di Gramsci: il concetto di egemonia culturale. Applicata però dove noi non ce lo aspettavamo.

    Scusate la confusione, vi scrivo mentre lavoro (parlo al telefono, etc.). non mi rileggo (chissà le cazzate).

    ciao, Gianni

  21. franz il 20 febbraio 2004 alle 18:21

    Cletus, questo è lapalissiano, perdonami. La sconfitta dello sport sta nell’uso di agenti esterni che non siano la bistecca, certo. Ma davvero pensi che la morale imperante (e anch’io) ci mettiamo a parlare della cultura della vittoria tutti allo stesso modo? Mah. Io vedo i giornali sportivi che prima mettono Pantani sull’altare delle sue eroiche imprese e poi stendono il “coccodrillo” con tanto di “ricordino” per noi posteri del morto:lui, il supergiornalista, glielo aveva detto! Eh!
    Ma brutto figlio di puttana (non tu, per carità!…) perchè, allora, non hai cambiato la linea del tuo fottuto giornale?
    Adesso che il “coro degli ignavi e dei vivi per modo di dire” si spande con le solite frasi di circostanze ci vieni a dire quello che quell’uomo doveva fare? Prima era un eroe con tanto di “bomba a orologeria” al cuore e ora è una vittima di sè stesso che non ha avuto il coraggio di fare il gran passo? Cazzo, è pieno di giornalisti cuor di leone, in giro! Basta fare la conta. A me non pare di aver sottaciuto nulla, Cletus, però mi posso sbagliare; posso dirti sul mio onore che comunque sono in buona fede. Ho solo detto in maniera veemente – e me ne scuso, ma sono fatto così, purtroppo – che lo sport agonistico punta alla vittoria con ogni mezzo. Questo da sempre. I mezzi per arrivarci si sono sofisticati, le performances sono sempre più alte, e le morti sempre più facili.
    All’amico Gianni vorrei dire che lo sport è sempre stato usato per i suoi fini anche dalla sinistra. Non parliamo poi di quella “sinistra” sinistra U.R.S.S. e accoliti satelliti. I farabutti della Deutsche Demokratische Republik (poi, un giorno, chissà se i libri di storia spiegheranno il vero significato di quella parola, “demokratische”…) sono tuttora attivi nella Repubblica Popolare Cinese (credo si chiami ancora così). Emilio Fede è folclore di bassa lega.
    p.s.: quelli che diventano milanisti per opportunismo non sono neanche tifosi. Gli hooligans, al loro confronto, sono da proporre perla canonizzazione…

  22. don giovanni il 20 febbraio 2004 alle 18:24

    la depressione è un sintomo, maledizione, non una causa. è come la febbre. ancora si brancola nel buio riguardo a questo argomento. ancora si fraintende. pure tu, franz, che sei uno scrittore, parli a vanvera. cancro. malattia. ma che dici? si-n-to-mo. la depressione è un sintomo. conosci il significato di questa parola?
    il problema degli sportivi è che sono apsichici. non c’è psicologia nello sport. un calciatore si rompe una gamba ogni sei mesi e i dottori e i giornalisti e i tifosi pensano: che jella. un ciclista imbocca col suo fuoristrada una strada contromano, fa filotto con le aute parcheggiate, e l’indomani sul giornale, leggi: probabilmente era ubriaco.
    un corridore di formula 1 si schianta con un elicottero nel giardino di suo padre, gli si stacca di netto una mano (una delle preziose mani con cui guidava la sua macchina), e tutti ripetono: c’era vento, l’elicottero ha perso il controllo.
    siamo nel duemilaequattro è ancora la maggior parte delle persone di questo pianeta ignora che ci sia l’inconscio. conosce, sì, l’avverbio “incosciamente” e lo usa a profusione, ma non conosce l’inconscio.
    capito? e stiamo qui a parlare di depressione, di male oscuro, che avrebbe ucciso pantani.
    dite che è stata “sfortuna”, “il caso”, che è stato “un complotto”, facciamo prima…

  23. Ibanez il 20 febbraio 2004 alle 18:31

    mamma marcia, fai i nomi please, fai i nomi! marazzina e poi? voglio sapere!
    ciao.

  24. gianni biondillo il 20 febbraio 2004 alle 18:36

    Ovviamente, Franz, io parlavo della nostra destra italica. Non che è di destra, in assoluto, USARE lo sport.
    Ma soprattutto, che lo sport è usato, qualunque sia il regime, in funzione di creazione di consenso. E di bisogno di “mito”.

    Don Giovanni: la questione della mancanza di “psicologia nello sport” non è roba da poco. Spiegati meglio, mi interessa. La depressione è un sintomo. Qual’è la causa? (vediamo se ho capito)

    augh, gianni

  25. franz il 20 febbraio 2004 alle 18:39

    Caro Don, il mio citare il cancro era un modo sintetico – ma certo, non tecnico- per spiegare come ti può fottere questa malattia, la depressione. Perchè, non mi dire che la depressione non è una malattia…
    La depressione l’ho provata anch’io. C’è stato un periodo della mia vitaccia che prendevo antidepressivi, ansiolitici e sonniferi. E’ durato poco, grazie a Dio. Per fortuna non mi ero messo a prendere cocktail: niente alcol, meno che meno droga: evidentemente volevo guarire. Da cosa? Da un sintomo?
    No.
    Da una malattia.
    Per il resto hai ragione; per il pubblico, lo sportivo è una specie di macchina. Niente psiche. Ma no, che dico? Nemmeno per gli addetti ai lavori. Quello va a schiantarsi contro un palo e magari era una specie di suicidio, dico bene? Sono piene le strade di incidenti stradali causati dalla depressione. Hai fatto bene a rilevarlo.
    La depressione è una malattia che spesso ha una storia lunga quanto la persona che ne soffre. Può darsi che Pantani abbia cominciato a morire molto presto, molto tempo fa.
    Sempre a disposizione.

  26. luminamenti il 20 febbraio 2004 alle 20:04

    Forse non c’è psicologia nello sport (agonistico-professionistico) perchè Psiche si nutre dei suoi fallimenti(e uno sport professionistico non può consentire fallimenti!)…l’anima (Psiche) è malinconica…ma quando la malinconia, la tristezza (buona materia per l’apprendimento, come dice Handke, per capovolgersi in Gioia) evolvono in depressione…allora…allora è un’altra cosa? cosa?

  27. Elio Paoloni il 20 febbraio 2004 alle 21:16

    Bella questa tribù: non solo bla bla di scrittorucoli come noi ma anche interventi di persone che hanno esperienza nei campi specifici. C’è un punto però nel discorso del tennista che non mi convince. C’è un’idea – tra l’altro un po’ moralistica – che percorre questi post e anche quelli del Maltese: vincono PERCHE’ dopati, questa gente vuol vincere con la furbizia. Ma il nostro tennista era impasticcato come Borg. E Borg lo ha stracciato. Il nostro tennista non voleva fare il furbo: forse sapeva anche che non avrebbe vinto neppure impasticcato.
    Quello che vorrei far capire è che un minimo di sostanze, si trattasse anche solo di caffeina (più di un paio di espressi è doping, lo sapete, no?) servono semplicemente a farti ENTRARE nello sport. Se no fai la figura di certi personaggi dei cartoni animati che corrono, corrono ma sembrano fermi. E’ come se non partecipassi neanche, ammesso che davvero l’importante sia partecipare. Cosa a cui non credo, e sono d’accordissimo con Franz sull’animabellismo dei decoubertiani: affrontare certe imprese “con i propri mezzi” è come non partire. Mi si può dire “non partire, allora”. Ma sono frasi di chi lo sport (o una passione in generale) non sa neanche cos’è.

    Franz, quella frase non si riferiva certo al tuo pezzo (sono i danni del riciclaggio di parole sporche): scaturiva dalla confusione di un articolo riportato da Marco Drago, nel quale le morti “sul campo” erano associate ai suicidi, alle overdose, alle patologie nate a distanza di anni e, addirittura, agli incidenti stradali. Io non sono un esperto ma non mi sembra che la cocaina faccia parte della valigetta dei massaggiatori. Pantani e Maradona non la usavano in campo ma in discoteca.

    Sui rimedi, ovviamente, non mi azzardo a dir nulla, tranne:

    1 – Sono d’accordo con Franz: è facile parlare, specie se a parlare sono persone che lo sport lo guardano storto e pensano abbia senso solo per le tasche dei giornalisti e la gloria dei regimi (e qui ha ragione Gianni: io non ho una squadra del cuore ma come si fa a non capire che si tratta della religione del nostro tempo?).

    2 – Le dimensioni odierne sono davvero preoccupanti, per diffusione e pericolosità “a lungo termine”, ma non mi si venga a parlare di epoche dello sport “puro”. Il doping nasce prima di Olimpia.

    PS: mi sembra che ultimamente la depressione venga considerata come una vera e propria malattia: gli psichiatri, infatti, sono ritornati alle terapie farmacologiche (anche se “ritornare” è parola sbagliata: i farmaci ora sono completamente diversi).

  28. cletus a.a.. il 20 febbraio 2004 alle 21:59

    ho capito bene ? il termometro, il misuratore stesso della “passione” consiste nella disponibilita’ a ricorrere A QUALSIASI MEZZO sia in grado di alterare, amplificandole scorrettamente, le prestazioni in gara ? Bene, celebriamo allora l’ignavia malverniciata da snobismo. E la mancata denuncia di questo, si, e’ davvero supina accettazione dello status quo. Povero Pantani, davvero.

  29. gabriella fuschini il 20 febbraio 2004 alle 23:03

    Elio hai ragione, la depressione viene considerata una vera e propria malattia, gli psicoanalisti che conosco( alcuni medici psichiatri, altri psicologi)concordano nel parere di affrontarla con i farmaci, poi si può intervenire con una psicoterapia. Purtroppo la psicoterapia da sola a volte è inefficace. Come in tutti i campi ci sono ciarlatani che asseriscono di poter curare con rimedi che sono ridicoli(vedi new age e affini). Vorrei dire a don giovanni che certamente esiste l’inconscio ma esiste pure il calcolo delle probabilità: di certo un calciatore ha più probabilità di rompersi una gamba, ma più spesso un menisco o un legamento, della sciura pina che sta in casa tutto il giorno a fare la maglia…stiamo attenti a non entrare nel gioco dell’interpretazione a tutti i costi: è un gioco pericoloso che può sfociare nel delirio. Se per lavoro sto tutto il giorno in auto, sono più esposta al rischio di un incidente di uno che lavora in ufficio. Il significato simbolico o sincronico di un evento dipende dalla dimensione di senso di ogni persona, non possiamo fare di tutta un’erba un fascio. Sarebbe un ragionamento disonesto, diventa di nuovo il ragionamento causa/effetto e il simbolo, l’inconscio non sta a queste leggi. Ovviamente non penso di avere la verità in tasca, sono riflessioni che provengono da anni di lavoro e studio in un campo dove non esistono certezze.

  30. don giovanni il 21 febbraio 2004 alle 00:31

    l’aspirina cura la febbre ma non la malattia. sì, l’aspirina toglie la febbre, ma se uno ha la polmonite l’aspirina non serve a un cazzo. così succede per gli antidepressivi che curano in parte i sintomi della depressione ma tutte le ragioni della depressioni restano.
    mi fate venire la depressione con questi discorsi…

  31. luminamenti il 21 febbraio 2004 alle 09:22

    Strette osservazioni scientifiche e politiche sul doping. L’ipocrisia e l’ignoranza regnano sovrane! Bisogna innanzitutto dire che la pratica dei test anti-doping ha un costo economico non indifferente. E’ un problema! in quanto, dato un campione di sangue o di urina i medici-analisti deputati alla ricerca di sostanze alteranti le prestazioni fisiologiche decidono sulla base degli studi scientifici del momento di andare a cercare nei campioni corporali prelevati, solo una o soltanto alcune tra le tante possibili sostanze che fino a quel momento si sa o si suppone possano alterare la prestazioni sportiva. Più sostanze si cercano nei campioni prelevati più costoso economicamente è il test. Inoltre c’è una continua rincorsa tra coloro che individuano nei campioni ematici, di urina le sostanze dopanti possibili e coloro che sperimentano nuovi farmaci o combinazioni di vecchi e nuovi farmaci al fine di alterare la prestazione sportiva o mascherare l’individuazione delle sostanza dopanti prese. Faccio un esempio, ma ne potrei fare parecchi. Ci fu un periodo in cui alcuni scoprirono che prendendo un farmaco anti-gotta si mascherava l’individuazione di steroidi anabolizzanti nell’urina. La cosa accadde in due fasi. Nella prima fase la lista antidoping stilata dal Cio non comprendeva i farmaci anti-gotta, per cui non si andava a cercare nell’urina il farmaco anti-gotta perché non inserito nella lista in quanto non determinava miglioramento della prestazioni sportiva, e così quando si andavano a cercare gli steroidi anabolizzanti (se ne possono cercare solo alcuni, se si dovesse cercarli tutti, il test costerebbe milioni! quindi si limita la ricerca con una scelta casuale di uno, massimo due metaboliti steroidei, basandosi su quelli che si presume possano essere più frequentemente usati, ma così non è detto che ci si azzecca)non li si trovavano perchè avevano preso anche il farmaco anti-gotta che impedisce di trovare lo steroide anabolizzante. Il bello della faccenda è che tutti vedevano, sapevano che per esempio un ginnasta attrezzista prendeva un farmaco anti-gotta (cosa assurda, perché la gotta produce dolori molto forti nelle articolazioni che si caricano di cristalli di acido urico e quindi rende impossibile la prestazione a un ginnasta attrezzista!)ma siccome ancora non era incluso nella lista anti-doping non veniva cercato nei test e tutti facevano finta di non capire che era molto strano che un atleta prendesse un farmaco anti-gotta. E sapevano che lo prendeva perché tranquillamente il medico sportivo dell’atleta dichiarava con tanto di certificazione presentata alla Cio che quell’atleta usava un farmaco anti-gotta per problemi di acido urico. Ma siccome ancora il farmaco anti-gotta non era in lista antidoping tutto era regolare sebbene i medici dei test sapevano benissimo che era molto strano che quell’atleta prendesse farmaci anti-gotta (una contraddizione in termini che una atleta possa fare l’atleta con i cristalli di acido urico nelle articolazioni anche usando farmaci anti-gotta. E poi tutti sapevano all’inizio che era strano perchè erano tantissimi i medici sportivi che dichiaravano che i loro atleti erano ammalati di gotta e dovevano prendere farmaci anti-gotta. Erano tutti malati di gotta gli atleti, c’era da ridere). Quando poi, dopo almeno quattro anni (tanti ne sono passati) si scoprì ufficialmente che i farmaci anti-gotta mascherano l’individuazione degli steroidi anabolizzanti allora finalmente i farmaci anti-gotta vennero inseriti nella lista anti-doping e così nei test si andava a cercare il farmaco anti-gotta e se lo si trovava automaticamente l’atleta era squalificato perchè era farmaco in lista, e il suo uso presupponeva che il soggetto in questione avesse preso steroidi anabolizzanti. Ci sono ricerche anche per vedere come si può mascherare a sua volta l’individuazione dei farmaci anti-gotta. Capite cosa sto dicendo? Ho riportato un esempio ma ne potrei farne di molteplici. Rimane molto difficile l’individuazione del doping, si stima che ben il 50 per cento dei test anti-doping risultanti negativi in realtà non lo siano, proprio perchè si deve limitare la ricerca ad alcune sostanze e perché escono continuamente nuovi metodi per mascherare l’individuazione delle sostanze dopanti. Le sostanze dopanti non sono più solo quelle che si presume migliorino la prestazione sportiva ma anche quelle che pur non influenzando la prestazione sportiva, possono servire a mascherare l’individuazione delle sostanze dopanti che servono a migliorare il rendimento sportivo. Inoltre. La complessità delle interazioni farmacologiche e metaboliche fa sì che si possano fare valutazioni errate di doping quando in realtà non c’è. Questa è una delle ragioni per cui gli atleti sono tenuti a dichiarare i farmaci che stanno usando in quel momento per ragioni di salute, e sappiamo ancora poco delle possibili interazioni di farmaci presi in buona fede per reali problemi momentanei di salute dagli atleti, in relazione alla loro influenza su parametri che potrebbero alterarsi indicando doping. Non è un settore facile, su certi farmaci siamo informati su altri no. E che dire di quelle sostanze che prese durante i periodi fuori dalla gare e che spariscono quasi subito, nell’arco di uno, due giorni senza lasciare traccia, per cui per beccare l’atleta non basta neanche fare i controlli fuori gara, poiché se viene fatto due giorni dopo l’uso di quella sostanza, non ne rimane traccia. Si è parlato dell’uso frequente dell’eritropoietina per fare aumentare i globuli rossi nel sangue (con crescita dell’ematocrito, cioè del rapporto tra parte corpuscolata e liquida del sangue). Ma si può indurre l’aumento dei globuli rossi con altre sostanze anche più pericolose se maneggiate da persone non altamente competenti. Mi riferisco all’uso di catecolamine, adrenalina e noradrenalina, che tra l’altro hanno un effetto anche lipolitico (bruciano i grassi). La cocaina viene usata nello sport anche per questo, in quanto stimola moltissimo la produzione endogena di catecolamine, migliora la resistenza fisica e influenza alcune aree del cervello deputate all’esaltazione aggressiva, alla perdita di paure inibenti, tutti epifenomeni potenzialmente utili a un atleta (anche a molto rapinatori a mano armate, per superare la fifa!)Inoltre.Si considera dopato un atleta se il valore di ematocrito supera un certo range di soglia che fa supporre quindi che abbia usato sostanze (che non è ancora possibile identificare direttamente)mirate a innalzare questa valore. Tengo a precisare che la letteratura scientifica non è unanime su questa questione nel senso che ci sono molti fattori anche fisiologici, normali che possono alterare anche considerevolmente l’ematocrito senza avere usato alcuna sostanza mirata all’alterazione dell’ematocrito. Perdita eccessiva di liquidi corporali durante la gara non sufficientemente compensati da recupero idrico, condizioni atmosferiche con tassi di umidità elevati, produzione massiccia di catecolamine durante la prestazione sportiva indotta da sintomi di sovrallenamento e supercompensazione mancata e ancora altri che non sto qui a dire, così come non voglio tediare oltre con la complessa questione dei neurofarmaci, con gli psicofarmaci interferenti con il sisteme neuroendocrino, l’uso delle prostaglandine (una famiglia numerosissima)o l’uso del GHIF (fattore somato-inibitore)per miniaturizzare giovanissimi atleti che si vogliono artatamente mantenere di statura bassa, smilzi, leggeri e con baricentro molto basso. O ancora: gli stretti rapporti fra ormoni tiroidei e funzioni vegetative sarebbero sfruttati per influenzare la trasmissione adrenergica migliorando le prestazioni. O ancora l’uso degli ormoni surrenalici che regolano l’attività simpatica. O ancora: l’uso dell’ormone della crescita (già diversi atleti si suppone siano morti a causa di questo abuso) I rischi dell’autoemotrasfusione e l’accumulo eccessivo di ferro per una pratica che è messa in discussione persino sull’efficacia nel migliorare le prestazioni. Infine c’è il problema del reintegro delle sostanze consumate durante la prestazione sportiva e delle dosi sovrapponibili, questione che vede un enorme divisione e confusione tra gli addetti ai lavori
    e sul loro ruolo nell’alterazione doping della prestazione sportiva che assume proporzioni gigantesche. Sappiamo per esempio un intenso training fa consumare quantità notevoli di alfa-tocoferolo (vitamina E). Ora viene messo in evidenza che se il soggetto assume anche in dosi non controllate preparazioni a base di vitamina E, nessuno parla di doping. Eppure si fa notare che gli effetti farmacologici e tossicologici dell vitamina E sono ben noti e tutt’altro che irrilevanti, dato che si comporta come un ossidante.
    E non parlo di quello che si può fare al contrario, cioè cosa fare durante la fine della prestazione sportiva, o appena finita la prestazione sportiva per fare scendere l’ematocrito. La materia è di una tale complessità che di fatto, allo stato attuale, l’attendibilità dei test anti-doping sia nel bene, sia nel male, sia che c’azzecchi sia che non ci azzecchi, è affidata alla Dea Fortuna.
    Sui limiti delle risultanmze degli esami anti-doping si potrebbero dire moltissime cose. L’ipocrisia regna sovrana (accompagnata da tanta disinformazione voluta ad arte ma anche non voluta perchè molte cose o ancora non si sanno, o se si sanno sono estremamente complesse che è difficile persino una divulgazione volgare)

  32. Fabio Carpina il 21 febbraio 2004 alle 09:37

    Don Giovanni, dai per risolta una questione che è aspramente dibattuta ai massimi livelli scientifici. La depressione è un sintomo? Bene, d’accordo, ma di cosa? di un problema di ordine psicologico o di un disturbo neurologico di tipo organico? Tu parli di “ragioni della depressione”, mi sembri propendere, in tutti i casi, per una causa non organica. Purtroppo non è così: ho avuto esperienza personale di un caso in cui la depressione era sintomo di un tumore al cervello…

  33. luminamenti il 21 febbraio 2004 alle 10:46

    Precisazioni (dimenticate nel mio post precedente e che riguardano l’intervento di Don giovanni). Sulla depressione. E’ vero fino a un certo punto che i farmaci anti-depressivi agiscono solo sul sintomo e non sulle ragioni della depressione. Inanzintutto esistono diverse forme di depressione, oltre la divisione schematica ma importante tra depressioni nevrotiche e psicotiche. In quelle nevrotiche il depresso sa di essere più o meno depresso e vuole guarire, in quelle psicotiche o simil-psicotiche (sono in aumento) il depresso è gravemente depresso e non vuole guarire, tanto che è improponibile una psicoterapia e molto spesso non è semplice fargli prendere i farmaci ed è un problema che viene anche affrontato con il ricovero e con la somministrazione controllata ed effettuata a vista dei farmaci. Ci sono situazioni depressive dove divengono praticamente indistinguibili o difficilmente distinguibili le ragioni o cause della depressione, dove cioè le cause formali e la cause sostanziali si sovrappongono, dove gli input delle situazioni di vita, l’ambiente, gli accadimenti della vita influiscono in maniera significativa sull’omeostasi neurochimica del cervello, neurochimica del cervello che a sua volta influisce sugli output comportamentali del soggetto, e i due aspetti si mescolano a tal punto che diviene privo di senso pensare di rimuovere prima gli input e poi gli output, anche perché input e output si rovesciano anche in senso temporale. Ci sono condizioni genetiche di neurochimica che condizionano le nostre reazioni a situazioni di vita, quindi bisogna cercare di agire su quelle, o succede anche viceversa. Molti farmaci antidepressivi non sono solo sintomatici, dal momento in cui modificano i gradienti di certe sostanze del nostro cervello fino a influenzare non solo i nostri umori, ma anche emozioni, sentimenti e pensieri.
    Addirittura si modificano le connessioni sinaptiche e la neuroanatomia, cioè le strutture fisiologiche, il numero di recettori di membrana e la letteratura scientifica è ricchissima di dimostrazioni del fatto che i pensieri sono anche chimica ma neanche riducibili a chimica. Bisognere poi fare una distinzione tra categorie (qualità, qualia)di pensiero. I trattati di logica buddista sulla mente continuano per me a rimanere fondamentali per una comprensione della mente e delle sua qualità, come anche le osservazioni sulla autopoiesi di Maturana e Varela. Detto questo non sono un sostenitore dei farmaci, che non sono solo sintomatici, che agiscono anche sulle cause, le quali cause sono e non sono materiali, sono e non sono formali, sono e non sono sostanziali, sono e non sono non sostanziali. Certo anche psicoterapia, psicoanalisi e ancora altro. E non sto neanche dicendo che prima o prioritamente o più fondamentalmente vengono i farmaci e poi la psicoterapia eccettera eccetera, ma sarei cauto a sostenere sempre e in ogni caso anche l’inverso, pur rimanendo persuaso che la riflessione della psichiatria fenomenologica (quindi ad impronta non farmacologica) rimane centrale nella comprensione della depressione (e altre malattie mentali), come rimane fondamentale ancora oggi per gli psichiatri fenomenologhi, il monumentale testo di Karl Jasper sulla Psicopatologia, le riflessioni di Bruno Callieri, gli studi imprescindibii di Silvano Arieti sulla depressione, come i suoi studi sulla creatività, l’immenso lavoro di Sergio Piro con le sue Antropologie Trasformazionali, gli studi sulle pratiche filosofiche per influenzare la mente di Romano Madera (questo campo abitato ormai da molti studiosi è ormai vasto e ben documentato), l’enorme lavoro su testi letterari fatto qui in Italia dallo psichiatra Eugenio Borgnia, o la Patosofia nell’antropologia relazionale di Viktor von Weizsacher, o gli studi sulla anestesie isteriche a partire da quelli su cui fondava lo Schleich la sua teoria dell’immaginazione, o le osservazioni sulle malattie psichice cinesi e su quanto dipendano da mentalità culturali e di come quindi modificando queste si veda svanire la malattia, o le osservazioni sulla differente percezione del dolore fisico e mentale e valutazione delle stesse malattie in Paesi diversi, anche in Paesi assimilabili per vita economica, sviluppo e appartenenza alla comunità scientifica mondiale,documentati dalla Sontag o Paolo Vineis,o “Mindfullness Al di là del pensiero, attraverso il pensiero” Zindel V. Segal, J. Mark G. Williams, John D. Teasdale Prefazione di Jon Kabat-Zinn.Introduzione all’edizione italiana di Fabio Giommi.Traduzione di Maria Antonietta Schepisi. Anno 2004 Bollati Boringhieri, testo che sta per uscire fra poco e che documenta i risultati di alcune pratiche meditative sulla nostra salute mentale, o andare a vedere il testo Emozioni Distruttive del Dalai Lama e Daniel Goleman, libro ricco di esperimenti scientifici.
    In quanto all’aspirina (acido acetil-salicico) è vero che agisce sulla febbre che è un sintomo che viene modificato attraverso una modificazione del sistema di regolazione dei centro ipotalamici deputati alla termoregolazione del calore corporeo, ma è anche vero che l’acido acetil-salicico ha una complessità di funzioni veramente straordinarie, che per esempio, influisce moltissimo sulla famiglia delle prostaglandine e sugli ecosanoidi, sostante che hanno anche una molteplicità di effetti curativi e di guarigione e in ultimo di regolazione di parametri metabolici fondamentali per una condizione di salute fisiologica prolungata nel tempo. Considerarlo un farmaco solo sintomatico è una insufficienza.

  34. don giovanni il 21 febbraio 2004 alle 11:26

    è l’esatto contrario. nel caso del tumore al cervello la depressione segnalava che c’era un problema – un grosso problema. l’anima pativa. o è una parola astratta e fumosa anche “anima” per voi? ci sarebbe da parlare anche dei tumori – perché prendono in una determinata parte del corpo e non in un’altra, ma non mi sembra il caso.
    cambiamo discorso.

  35. cletus a.a.. il 21 febbraio 2004 alle 11:45

    suggerisco per dirimere la diatriba: IL LIBRO DELL’ES di Groddeck :D

  36. luminamenti il 21 febbraio 2004 alle 12:37

    “Di Cancro si vive, l’ipotesi psicosomatica” di Luigi Oreste Speciani, 1982, Masson editore, testo che rimane ancora affascinante (non è però il caso di esprimersi così di fronte a una persona ammalata, profondamente depressa o con un tumore devastante)e dove si parla dell’Anima.

  37. Fabio Carpina il 21 febbraio 2004 alle 15:02

    Don Giovanni, è semre brutto quando si cerca di forzare i fatti per adeguarli alle proprie idee, ma peggio assai quando lo si fa su un caso concreto del quale evidentemente non si sa nulla. Nel caso concreto, le valutazioni di tutti gli specialisti hanno concordato sul fatto che le caratteristiche e la localizzazione del tumore erano tali da dare un effetto “neurochimico” del tutto simile alla depressione. Dovrei poi raccontarti l’evoluzione del tumore stesso e le manifestazioni progressive ad essa connesse, quali afasia, amnesie, cambio del carattere, progressiva paralsi … Meglio lasciar perdere… ma il punto è un altro: mi sta bene che ci si voglia difendere da una prospettiva interamente meccanicistica per cui tutti i processi mentali sono chimico-fisici; ma, per dio, si conceda che in certi casi questa prospettiva è quella giusta.

  38. Elio Paoloni il 21 febbraio 2004 alle 16:44

    Giusto, Cletus, quello è un libro negletto e importantissimo.
    In realtà la diatriba non ha soluzione. Si può dire: è la chimica che non va. Ma la chimica cos’è? E’ alla base di tutto o è solo il “sintomo” dell’anima? E l’anima è davvero qualcosa di diverso dalla chimica? Insomma, sono depresso perché mi manca il litio o mi manca il litio perché sono depresso? A questo punto è tutta questione di scelta di vocabolario: non c’è formula chimico che non possa essere tradotto nel poetico linguaggio della Psiche, e viceversa.

    Quello che si può affermare – adesso – è che certi farmaci non agiscono solo sintomaticamente ma hanno un effetto duraturo, molto più duraturo e certo delle chiacchiere. Scusate se chiamo così certi trattamenti, ma alcuni di essi (e penso con un brivido che operano ancora certi figuri convinti che la terapia, in pratica, non debba avere fine – e la loro, di terapia, non arriva neppure alla chiacchiera perché loro ascoltano soltanto) sono davvero fumo.

    Lumina, sono ormai abituato alle tue performance ma che fossi ferrato in doping, beh, mi ha davvero stracciato. Tuttavia, la vit. E mi sembra sia ANTI ossidante (e dannosa in quanto accumulabile, come le altre liposolubili)

  39. franz il 21 febbraio 2004 alle 16:48

    Sono contento che da un pezzo breve e modesto (uno sfogo indignato, più che altro) come il mio siano scaturiti degli interventi così importanti, così di qualità: penso ovviamente a Luminamenti, all’ex tennista, ma anche a Elio Paoloni (caspita, di persona ci siamo capiti al volo, è la parola scritta che ci frega, soprattutto a noi scrittori…); e anche a Don Giovanni – tutta la storia sul sintomo non è sbagliata, assolutamente no, ora l’ho capito grazie a voi, ma insomma, ho anche capito – cioè questa è stata una conferma – che la depressione non ha una faccia sola. Vorrei che andassimo avanti così, che si scrivessero i pezzi con l’unico scopo di suscitare interventi di qualità, per capirci un pò di più, tutti assieme. Non è un volemose bene, questo; è che questo strumento – il blog – è lo spunto per ben altro. Dare lo spunto per una volata da fare tutti assieme, senza doping.

  40. Elio Paoloni il 21 febbraio 2004 alle 18:37

    Ma la birra è inserita nell’elenco delle sostanze dopanti?

  41. gianni il 21 febbraio 2004 alle 19:05

    è da quando ho letto l’articolo di Franz che ci penso: ma gli scrittori si dopano?
    Non lo dico scherzando (beh, un po’ sì, dai…).
    Il bisogno di sostanze allucinogene (o di altro tipo, birra inclusa) che alterano lo stato di coscienza è tipico di tutta una certa letteratura (e cultura, non solo occidentale). Ma, in senso stretto, non è obbligatorio il doping per raggiungere alte performance letterarie (a differenza, a quanto pare, dello sport professionistico).

    Di cosa ci droghiamo “veramente”? O, anche, cosa DOPA il “mercato culturale”?

    Gianni

    P.S. Lumina: MINCHIA! Ma chi sei, Ippocrate? Sappilo: sono sempre più il tuo umile servo.

    P.P.S. Franz, Elio, Fabio, Don Giovanni, Cletus e compagnia: perdonate se non riesco a scrivere come vorrei ma sto passando un bel momento “complicato” della mia vita (c’è una scadenza, che Franz dovrebbe ricordare, che impelle).

  42. gabriella il 21 febbraio 2004 alle 19:45

    Elio, sono d’accordo con tutto ciò che hai scritto nel tuo ultimo intervento(strano,eh?:-)), non quello sulla birra,quello prima ancora.
    A proposito di libri, anche Dove si nasconde la salute di Hans Gadamer ed. Cortina.
    Lumina, grazie per tutte le indicazioni.
    ciao

  43. Elio Paoloni il 22 febbraio 2004 alle 09:52

    Gianni, io sto per contrarre dipendenza da Nazione Indiana. Come smettere di “farsi” con pezzi pesanti (nel senso di densi, efficaci, a largo spettro) come quello di Vasta?

  44. luminamenti il 22 febbraio 2004 alle 13:47

    Caro Elio, quello che dici sulla vitamina E è giusto ma non esatto. Provo a spiegare. La vitamina E è in realtà un ossidante anche se blando, che in determinate condizioni può comportarsi da antiossidante. Per comprendere quanto dico bisogna avere dimestichezza con il concetto o se vuoi fenomeno delle ossido-riduzioni. L’ossidazione è una perdita di elettroni, cioè una sostanza si ossida quando perde elettroni. La riduzione è un acquisto di elettroni. Una sostanza che perde o
    che cede elettroni è riducente. Una sostanza che acquista o cattura elettroni è ossidante. La
    vitamina E, a causa della sua struttura molecolare con un anello aperto e spaiato a livello atomico e per un meccanismo che qui non posso spiegare approfonditamente ma che è legato al potenziale di ionizzazione e all’affinità elettronica (sono leggi derivate sperimentalmente dal funzionamento del sistema periodico e dalla tavola di Mendelejeff), normalmente nel nostro organismo si comporta come blando ossidante, cioè acquista elettroni ( ci sono prove in vitro e in vivo). Tuttavia, in determinate condizioni, si comporta da antiossidante. Quando accade questo? cioè quando si comporta come antiossidante? Questo accade quando durante un intenso training sportivo (ma ci sono anche altre condizioni, alcune patologiche, alcune determinate da certi farmaci, in genere cmq condizioni non fisiologiche ma patologiche) l’atleta produce alcuni specifici radicali liberi, che sono dei dannosi e molto forti ossidanti e nello specifico gli ioni superossidi e i radicali idrossilici. Quando l’organismo produce questi specifici e forti ossidanti, la vitamina E essendo rispetto a questi un blando ossidante finisce per reagire (esattamente si appaia o ancora più volgarmente si unisce a) con questi forti ossidanti e radicali liberi impedendo loro di acquistare o catturare elettroni, insomma impedendo la loro forte funzione ossidante che tenderebbe a fare una vera e propria rapina nell’organismo di elettroni, il che equivarebbe a danni cellulari e molecolari. Ora, l’atleta che compie un intenso allenamento produce molti ioni superossidi e radicali idrossilici e costringe il corpo a cercare di tamponare il danno consumando una grande quantità di antiossidanti endogeni, tra i quali un alta quantità di vitamina E (alfa-tocoferolo). Ora, se un atleta consuma a causa di un intenso
    training molta vitamina E, è giusto che poi la reintegri. Ma come? Ovviamente la prima cosa che
    uno pensa è attraverso l’alimentazione. Questo è un problema, perchè a causa dei moderni metodi
    di produzione, coltivazione, distribuzione del cibo oggi sappiamo che il cibo contiene quantità
    minori di vitamina E. Ora, non voglio entrare nel merito del discorso dei cibi biologici e di
    molte altre questioni relative allo specifico caso della vitamina E, e al consumo veramente
    massiccio che un atleta realizza di tale sostanza durante lo sforzo fisico. Mi preme far capire cosa voglio dire in relazione al doping. La vitamina E non è inclusa nella lista anti-doping. Ma se a causa del fatto che un atleta ne consuma tantissima sotto sforzo, io decido di prenderne in forma di supplemento una dose non controllata, diciamo una dose molto superiore a quella che ho consumato sotto sforzo,nessuno mi dirà che sarò dopato, eppure gli effetti farmacologici e tossicologici sono ben noti e tutt’altro che irrilevanti. L’effetto tossicologico (senza entrare nello specifico con le sue molteplicità, ma attenendomi al generale) è dato dal fatto che la vitamina E è sì un blando ossidante, ma pur sempre un ossidante, quindi se ne introduco nell’organismo in quantità massicce e superiori decisamente ai miei consumi organici, finisco per fargli svolgere dentro il corpo molta attività ossidante, cioè dannosa per le cellule. In quanto all’effetto farmacologico, posso assicurare che la vitamina E è capace di influenzare positivamente una prestazione fisica, perché tra le sue attività farmacologiche ve ne sono due decisive per molti sport a componente aerobica: 1)mantiene regolare la viscosità del sangue; 2)aumenta la capacità di trasporto di ossigeno da parte dei globuli rossi ai tessuti. Sono due fattori importantissimi per gli atleti. Così se io sono un ciclista professionista e mi prendo dosi non controllate, massiccie di vitamina E, molto superiori a quelle che consumo, ufficialmente non faccio doping, ma in verità mi sto dopando perchè: 1)la vitamia E ha effetti tossicologici che ho indicato sopra e questi si esplicano sul lungo termine, come una sorta d’intossicazione cronica che a lungo andare può portare a degenerazioni e patologie anche a distanza di molti anni; 2)l’uso massiccio di vitamina E modificherà favorevolmente (e non in maniera trascurabile o poco significativa) la mia prestazione sportiva, cioè andrà ad aggiungere
    un surplus di prestazione a quella che potrei ottenere solo a seguito di adattamenti
    supercompensativi da corretti allenamenti della mia macchina e da reintegri alimentari non in
    eccesso. Siccome però si parla di vitamina e le si pensa come innocue, ma anche perchè è molto
    complicato in termini di possibilità di test-antidoping andare a misurare quanta vitamina E ho in corpo (allo stato attuale non ci sono metodiche certe e sono costosissime!), questa sostanza non è in lista anti-doping e quindi può essere usata anche in maniera eccessiva e indiscriminata alterando la prestazione e nello stesso tempo facendosi dei danni al corpo. Questo dovrebbe ricordare anche una cosa: non sempre lo sport agonistico, com’è ai livelli attuali, significa migliore salute. Lo sport è una componente della salute, ma sport agonistico non è sinonimo di salute. Giusto invece sarebbe che l’atleta reintegri la quantità di vitamina E che il suo organismo sotto sforzo consuma, senza eccedere oltre. Ci sono metodiche in questo senso, alcune più sofisticate, altre più approssimative, ma che in ogni caso rifuggono da portare certamente ad eccessi notevoli di introduzione di vitamina E. Ma l’atleta agonista sapendo che non è in lista anti-doping e sapendo il resto è certo che ne fa ingordigia. Bisognerebbe inoltre dire della vitamina E chiamandola complesso E,che è costituito esattamente da sei tipo di tocoferoli, e questi sono solo una parte del complesso E.Perché il complesso E è formato da quattro classi di composti: 1)il gruppo dei tocoferoli che ho
    già citato;2)i fosfolipidi; 3)i precursosi degli ormoni steroidei;4) la vitamina F detta anche
    acidi grassi insaturi essenziali che chiude il complesso E.In natura la vitamina E si trova sempre sotto forma di questo complesso E.
    In natura la vitamina E si trova sotto forma di olio, ma la migliore fonte dal punto di vista
    qualitativo è di derivazione vegetale (lattuga e pianta di pisello)anche se ne contengono di meno
    in termini di Unità internazionali.Esiste anche una vitamina E2 che è una parte anch’essa del complesso E, riscontrabile nella cromatina dei bovini. Una delle sue funzioni è quella di impedire i crampi muscolari attraverso un miglioramento dell’assorbimento cellulare di calcio. La birra. C’era un tennista negli anni 80 mi pare, australiano, molto bravo e tipo eccentrico e stravagante, che era famoso per consumare birra a casse la sera prima della gara di tennis.Non ricordo il nome. Le ultime frontiere del doping e del miglioramento delle prestazioni: le ricerche sulla genetica associate alle nanotecnologie, l’esplorazione della sterminata farmacopea ayurvedica (campo immenso, di difficile accesso, eppure sempre più farmacologi dello sport guarda caso si fanno viaggetti in posti esotici cercando di estirpare segreti e utilizzarli per finalità diverse da quelle progettate)le possibilità enormi della cromopuntura,l’uso di apparecchiature di realtà virtuale e non solo per l’induzione ipnagogica di esperienze di vittorie, l’uso dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessssing), la ricerca endocrinologica. Proprio su quest’ultimo tema vorrei ricordare che sempre più si tende a parlare di terapie sostitutive ormonali in soggetti sani, non sportivi agonisti. Sempre più si parla negli ambienti scientifici ufficiali di integrare le perdite ormonali che si hanno man mano che avanza l’età con l’introduzione sostitutiva delle sostanza che si vanno riducendo con l’età, allo scopo di prolungare la vita e la qualità della vita: più sani, più vecchi ma sempre più belli!!! il mito dell’eterna giovinezza. Sicuramente nei prossimi 50 anni sarà assolutamente normale prendere del testosterone, estrogeni (già si fa in menopausa), melatonina, ormone della crescita e tanti altri che non sto a dire. Le nuove modalità di somministrazione, le sofisticate tecniche di dosaggio permetteranno di praticare queste terapie ormonali sostitutive a dosaggi miratissimi. Allora mi si dovrebbe dire perché un atleta agonista che ha un notevole
    stress ormonale, non dovrebbe reintegrarli a piccole dosi controllate quando sappiamo oggi
    benissimo che sebbene un allenamento corretto consenta già di per sé un miglioramento positivo della situazione ormonale, la quantità di gare e d’impegni sportivi dei profesionisti alterano gli esiti anche di un buon e corretto allenamento e una buona alimentazione, mettendo gli atleti professionisti in condizioni di stress ormonale. O si consente la terapia ormonale integrativa sostitutiva controllata e mirata agli effettivi deficit che si creano via via, oppure si dica chiaro e tondo che bisogna fare meno gare, meno partite, meno competizioni, quindi meno soldi, meno sponsor, meno ricchezza in giro. Coloro che decidono come e cosa fare dell’antidoping sono gli stessi che chiedono, più gare, più risultati, più sponsor, migliori tempi agonistici, più vittorie! Vorrei poi dire, tempi permettendo, sulle importanti connessioni che ha aperto Gianni su: risultato letterario, su performance letterarie e droghe, sul drogarsi, sull’uso di certe droghe, sui riti di iniziazione, quest’ultimo tema lo ritengo fondamentale per comprendere questa follia che insegue in ogni modo,senza selezione e preparazione intima, il successo del corpo (quale corpo?), quello avvilente dell’intelligenza mal posta, quello
    dominante del potere della prestazione e risultato, quello della coscienza e dei suoi viaggi…

  45. franz il 22 febbraio 2004 alle 14:25

    Lumina, il tennista australiano birraiolo mi pare fosse John Newcombe. In Scozia, poi, è normale “farsi” di birra prima e dopo le partite di calcio (sia tra i giocatori che, ovviamente, tra i tifosi).
    In Germania alcuni giocatori sempre di calcio si bevono una birra nell’intervallo invece del solito tè.
    Charles Bukowski sotto l’effetto della birra ha scritto poesie straordinarie come “Il mio amico William”…
    Elio, Gianni (e chi vuole partecipare, spero), quando Elio torna a MI ci dopiamo per bene con un paio di lager alla spina, ok?

    P.s: Gianni è un tipo molto discreto. Si riferiva, post fa, all’uscita del suo noir “Per cosa si uccide”, Ed. Guanda. Ambientazione: Quarto Oggiaro. Uscita: 27 Febbraio corrente anno. Insomma, io in libreria per fine mese ci vado di corsa (a piedi).

  46. giaani il 22 febbraio 2004 alle 19:02

    ehm ehm, Franz… il 26, non il 27.
    E’ il giorno di giovedì grasso (in pratica è uno scherzo di carnevale).

    Ciao, Gianni

  47. Elio Paoloni il 22 febbraio 2004 alle 20:53

    Io non vengo perchè l’altra volta non mi avete fatto trovare la vodka

  48. gianni il 22 febbraio 2004 alle 23:20

    senti chi parla! Perché tu i taralli, poi, li hai portati?

    G.

  49. franz il 23 febbraio 2004 alle 11:28

    Già. Mica può finire a tarallucci e vodka. Meglio a birra e salsicce…)
    P.s: sull’articolo di Primo Amore, qua sopra, sono andati ben oltre…

  50. gianluca il 23 febbraio 2004 alle 13:23

    A me è successo questo: ho appreso la notizia dalla bocca di Gad Lerner, durante la trasmissione l’Infedele. E ho provato un dispiacere sincero. Come se mi avessero detto: sai, è morto Giulio, quel nostro compagno di scuola. Ma una manciata di secondi dopo già pensavo a come sottrarmi alla marea montante della retorica che inevitabilmente sarebbe seguita. Così ho spento la tele e ho evitato di guardarla per qualche giorno; e lo stesso ho fatto coi giornali. Ma naturlmente non è bastato. Lo ammetto, sono un uomo esausto. E’ come se avessi vissuto mille anni vedendomi scorrere davanti agli occhi sempre lo stesso film. Che pochezza.
    Non ho letto il pezzo che compare qui, nè i commenti. Scorrevo Nazione Indiana e davanti all’ennesima riproposta del tema sono stato colto dal raptus che qui vedete espresso. Il povero Pantani mi perdoni. Non ce l’ho con lui. Ma ne ho abbastanza per quste levate di scudo per i Sofri, i Battisti. Lupo non mangia lupo, ecco l’unico pensiero che mi viene in mente.
    Non ho altro da aggiungere. Ritorno ai miei allenamenti. Mi sto preparando per una mezza maratona. Faccio garette della domenica: in quei momenti però, tra quei volti anonimi, la gioia mi ritorna, insieme a un monte di energie.

  51. angelocesare il 28 marzo 2004 alle 22:01

    La retorica che si scioglie come spuma e si riassorbe nella sabbia della riva del mare invernale.



indiani