Emergenza di specie

23 febbraio 2004
Pubblicato da

di Carla Benedetti

Bosh1.jpgIl discorso della politica copre e rimuove l’emergenza più grande e tremenda in cui viviamo, quella del pianeta. Da anni gli scienziati annunciano sconvolgimenti climatici imminenti, allagamenti di intere terre, siccità e desertificazione in altre, migrazioni di milioni di profughi, fame, epidemie…Annunciano queste catastrofi, dati alla mano, ma i vari governanti del mondo si coprono gli occhi. I giornali ne parlano poco. Per non allarmare, certo. Ma è un silenzio complice, terribile. Complice di un modello di sviluppo e di una logica del profitto che non abbiamo scelto.

Ci chiedono di avanzare a occhi chiusi verso l’abisso che è a due metri di distanza! Penso ai bambini, a quelli che si affacciano oggi alla vita, a quelli che stanno per nascere, o nasceranno in futuro. E’ un pensiero intollerabile! Cosa possiamo fare? Ora. Subito. C’è rimasto poco tempo!

Il settimanale britannico The Observer, in un articolo firmato da Mark Towsend e Paul Harris, ha dato notizia di un documento segreto, preparato per il Pentagono da due consulenti della Cia. L’articolo si può leggere qui:
the observer

Qui sotto incollo il riassunto che ne ha fatto oggi l’Unità:

L’effetto serra è peggio di al Qaida: questo è l’ammonimento dell’esplosivo rapporto commissionato dal Dipartimento della Difesa a due esperti di pianificazione strategica: il documento prevede che i bruschi cambiamenti del clima che attendono il pianeta tra 2010 e 2020 rischiano di portare il mondo sulla soglia dell’anarchia e di conflitti combattuti sul fronte della mera sopravvivenza e non più della religione, dell’ideologia, dell’onore nazionale.

Guerre torneranno endemiche. Il rapporto, completato alla fine del 2003 prevede che «rivolte e conflitti diventeranno parte endemica della società: la guerra tornerà a definire i parametri della vita umana». Secondo il documento, la vera minaccia per la sicurezza dell’America e del mondo non è quella di Osama bin Laden e dei suoi terroristi. È invece quella dell’effetto serra, in conseguenza del quale a partire dal 2007 violente tempeste abbatteranno le barriere costiere rendendo inabitabile, ad esempio, gran parte dell’Olanda. Città come l’Aja verranno sommerse dalle acque e dovranno essere abbandonate.

Iceberg lungo la costa del Portogallo. Tra 2010 e 2020 l’Europa sarà la regione più colpita dagli effetti del clima: un rallentamento della Corrente del Golfo, che ha mantenuto temperato il clima del Vecchio Continente porterà a un calo di 3,5 gradi centigradi della temperatura media contro 2,8 gradi in meno lungo la Costa Est del Nord-America. Il Grande Freddo in meno di vent’anni potrebbe essere così pronunciato da far apparire iceberg lungo la costa del Portogallo, ma anche nel migliore dei casi in Gran Bretagna il clima diventerà più freddo e più asciutto: Londra dovrà abituarsi a schemi meteorologici simili alla Siberia. Non è però solo un fatto di clima: secondo Peter Schwartz e Doug Randall, i due autori del rapporto, è tempo che «i cambiamenti climatici escano dal dibattito scientifico per investire quello della pianificazione strategica» perché entro il 2020 «catastrofiche carenze di acqua e energia diventeranno sempre più acute e faranno precipitare il pianeta nella guerra.

Usa ed Europa fortezze anti-profughi. Disordini e conflitti interni lacereranno l’India, il Sud Africa e l’Indonesia. Aree ricche come gli Stati Uniti e l’Europa diventeranno «vere e proprie fortezze« e alzeranno il ponte levatoio per impedire l’afflusso di milioni di profughi da terre sommerse dalle acque o regioni incapaci di produrre raccolti». Il Pentagono ha pronosticato anche un’inevitabile ripresa della proliferazione nucleare: Giappone, Corea del Sud e Germania si doteranno di capacità nucleari al pari di Iran, Egitto, Corea del Nord mentre Cina, India e Pakistan saranno tentati di usare la bomba.

………….
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23 Responses to Emergenza di specie

  1. Elio Paoloni il 23 febbraio 2004 alle 18:25

    C’è un libro, l’ha scritto un ex Greenpeace, sembra uno documentato. Avevo letto una sua interessante intervista smontacatastrofismi, così in libreria gli ho dato un’occhiata. Ho deciso di non comprarlo: costava parecchio e poi avrei dovuto immergermi in mille pagine di grafici, numeri e comparazioni. Sarei riuscito a farlo, forse, trascurando i venti libri che desidero leggere e che girovagano da un tavolo a un comodino a una borsa, da soli, a gruppi, tutti insieme. Ma a che sarebbe servito? Per farmi davvero un‘idea avrei dovuto compulsarne ancora altri, di autori di diverso avviso: numerini, grafici e confutazioni eccetera. E poi, alla fine, scoprire che la mancanza di competenza mi avrebbe impedito in ogni caso di sposare una o l’altra delle tesi.

    Insomma: qualcuno lo ha letto? Chi ha, qui, abbastanza competenza per confutarlo? E’ una domanda retorica: so già che Lumina mi illuminerà.

    PS 1: quello che trovavo interessante nel libro era l’analisi delle motivazioni del catastrofismo: quelle ovvie (sete di potere, di fama e di buona parte del denaro che viene spostato in seguito all’accoglimento di certe tesi) e una più “psicologica”: molti sono costituzionalmente attratti dalle previsioni pessimistiche, quasi tutti sono gratificati dall’idea che i nostri comportamenti siano in grado di modificare gli assetti del pianeta – o dell’intero sistema solare.

    PS 2: sulla CIA ci sono due scuole di pensiero:
    1 – sono i burattinai del mondo, onnipresenti e onnipotenti.
    2 – sono la quintessenza dell’ottusità americana, ogni loro impresa finisce nella Baia dei Porci.
    (dato curioso: spesso entrambe le scuole sono rappresentate dagli stessi soggetti).
    Un elemento che farebbe propendere per la 2 è il collegamento che l’Agenzia avrebbe fatto tra aumento della temperatura e “propensione a usare l’atomica”, della serie: ti si riscalda la testa e cominci a menar cazzotti. Sarà una semplificazione dovuta alle diverse rielaborazioni giornalistiche.
    Ma pur propendendo per la 2 è un po’ difficile credere che quei geniali rapporti possano arrivare sulle scrivanie dei giornali senza che loro lo vogliano.

  2. gianni il 23 febbraio 2004 alle 18:57

    Dai, Lumina, forza: sei tutti noi!

    Gianni

  3. franz krauspenhaar il 23 febbraio 2004 alle 20:33

    Mi chiedo se certe notizie non facciano parte di un piano di terrorismo psicologico. Chi siano gli psicoterroristi, però, non si capisce.

  4. luminamenti il 23 febbraio 2004 alle 22:07

    Stai parlando suppongo del’ex dirigente Greenpeace e professore di statistica il danese Bjorn Lomborg autore di “L’ambientalista scettico. Non è vero che la terra è in pericolo”, Mondadori. Libro molto contestato.
    Spero di dire qualcosa, impegni permettendo, entro domani, e dell’idea che me ne sono fatto e dell’articolo qui postato in generale e di altre cose lette su questi temi, e qualche mia osservazione. Ma suppongo che nonostante la fiducia che mi accordiate e la vostra benevolenza per la mia mente troppo affollata non necessariamente di esattezza e verità, anche voi abbiate una qualche idea, posizione sulle questioni ecologiche, il clima. Ma almeno una birra me la offrite?

  5. carla benedetti il 23 febbraio 2004 alle 22:14

    Cari Elio e Franz,
    non sono un’esperta nemmeno io, ma temo che le letture in chiave di psicoterrorismo o di catastrofismo diffuso ad arte siano molto consolatorie.

    Lo so, c’è sempre qualcuno che tende a rassicurare, pronto a dichiarare pubblicamente che le preoccupazioni sul clima sono esagerate, ma alla fine, se vai a misurare il peso di queste opinioni, trovi che sono come un granellino di sabbia nei confronti degli innumerevoli segnali, e della mole dei referti di ricercatori e scienziati, provenienti da diverse istituzioni e da diverse parti del mondo. Questa diversità di peso andrebbe tenuta presente, perché non siamo di fronte a due teorie di eguale portata. Da una parte c’è una mole schiacciante di segnali e osservazioni, dall’altra una ragnatela di rassicurazioni. E per di più si tratta anche di una ragnatela che serve molto bene a tamponare i dubbi, a non intralciare le macchine dispiegate della globalizzazione e della distruzione, a frenare la ricerca di vie alternative a questa corso del mondo…

    Pochi mesi fa, mi è capitato di parlare con Vittorio Canuto, oceanografo, ricercatore della Nasa e professore alla Columbia university, che ha partecipato alla commissione ONU sul clima, e le sue non erano opinioni ma certezze. Nell’estate dell’anno scorso aveva anche rilasciato un’intervista all’Espresso, che si può facilmente ritrovare.

    E poi, ditemi una cosa, siete davvero così tranquilli, voi? Non avete mai sgomento quando pensate al futuro? Negli anni 70 gli ecologisti misero in circolazione l’espressione “coscienza di specie”, di contro a ciò che allora si chiamava la “coscienza di classe”, tutta interna al piccolo discorso della politica e della Storia occidentale, incapace di assumersi i destini del pianeta, e con essi quelli della specie, e delle altre specie che lo abitano. Quell’espressione non ha avuto fortuna. E’ caduta del tutto. Mi è tornata in mente in questi giorni.
    Ditemi. Secondo voi questo è un sentimento assurdo? Forse sono io che esagero se a volte, quando penso alle generazioni future, mi prende un forte sgomento per questo mondo che sembra aver cancellato il futuro, dedito solo alla clonazione di se stesso, e folle, perché va solo verso la sua distruzione?

  6. franz il 23 febbraio 2004 alle 23:02

    Cara Carla,
    sto riflettendo su quello che hai scritto nel tuo pezzo e qui sopra nei comments. Intanto, posso già dirti che no, non sono ecotranquillo nemmeno io.
    Nondimeno – e qui forse sono io, che esagero – penso, in maniera diciamo così irrazionale, oserei dire quasi “sentimentale”, che no, non stiamo necessariamente correndo verso il baratro. E’ noto che ci sarà la fine, ma la fine non è nota. Non sappiamo dire quando, non lo possiamo realmente calcolare. Certo, i segnali sono inquietanti; ma il mondo occidentale, io mi chiedo e ti chiedo, ha mai avuto una “coscienza di specie”? Si, per poche illuminate persone. Gente che ha il tempo (e ovviamente l’intelligenza e la sensibilità) di pensarsi come specie in pericolo di estinzione. Potremmo anche noi comuni mortali ( o comuni irresponsabili) avere una simile coscienza se vedessimo, come si suol dire, la morte in faccia. Vent’anni fa si è pensato per un breve attimo che l’AIDS, denonimata giornalisticamente la “peste del 2000” con quasi due decadi di anticipo, potesse essere davvero una nuova peste: lazzaretti straboccanti di omosessuali e viziosi… L’ignoranza era grande, quasi spaventosa. Poi, per la strada, le uniche tracce di questa terribile malattia sono state rappresentate, talvolta o anche spesso, da qualche cartellone pubblicitario di quell’antipatico mattacchione di Oliviero Toscani, per dirne uno di quelli famosi. E l’AIDS è diventata peste del 2000 si, ma lontano da qui,molto lontano. Da quel lontano da cui era venuta fin qui. Mi ricordo negli anni 70 Carlo Cassola: prevedeva per gli anni a venire (e ora da buona pezza venuti)la fine del mondo. Come lui tanti.
    Insomma, la morte in faccia. Dovremmo vederla davvero, noi occidentali. Ci limitiamo a vederla, questa morte, soltanto in tivù. Così non vale. L’Africa assetata e affamata è troppo lontana, i nostri supermercati sono troppo pieni di acqua minerale. Le nostre giornate sono troppo affollate di appuntamenti, impegni, rotture di coglioni. Da questi appuntamenti, impegni, rotture di coglioni dipende l’ammontare del mensile che ci permetterà, tra le altre cose, di andare al supermercato ad acquistare la nostra acqua minerale preferita. (Chiarisco che io preferisco quella del rubinetto anche perchè non mi va giù – è proprio il caso di dirlo!- di buttare diciamo così nel cesso i soldi).
    Quando ci siamo abbondantemente rotti i coglioni e siamo anche passati verso sera dal supermercato, finiamo a casa a consumare una cena e, già che ci siamo (se siamo dei raffinati, è ovvio) ci cucchiamo Blob in tivù con Berlusconi montato alla Eisenstein.
    Non è assurdo per niente avere paura del futuro. Tra l’altro, abbiamo già abbondantemente paura del presente. Forse abbiamo così tanta paura del presente che accollarci anche la paura del futuro è fin troppo per le nostre povere anime occidentalmente sensibili.Non vorrei passare per il cinico che in verità non sono, ma io credo che la salvezza del pianeta diventerà un affare; e dunque, quando diventerà un affare, il pianeta sarà salvo. O, perlomeno (visto che i veri affari -sulla pelle degli altri – si concludono qui)sarà salvo l’Occidente.
    Un caro saluto.

  7. Elio Paoloni il 23 febbraio 2004 alle 23:44

    No, Carla, nessuno mette in dubbio i cambiamenti climatici (foss’anche al livello del “non ci sono più le mezze stagioni”). Il dubbio è: contano davvero gli smarmittamenti della Tipo? Prima che gli uomini imparassero ad accendere un solo focherello si sono verificati ben altri sconvolgimenti climatici.
    C’è poi un precedente: trent’anni fa un folto gruppo di illustri scienziati si riunì (Roma, vero?) per decretare il prossimo verificarsi di una serie di catastrofi, dal prosciugarsi dei giacimenti petroliferi ad altre amenità. Non ne azzeccarono una.
    Hai voglia, adesso, a gridare al lupo.

    Per il resto, ognuno ha la sua visione. Io dalla clonazione sono affascinato. Mi sembra qualcosa di grandioso. E’ il sogno dell’umanità: la vera, perfetta perpetuazione. Credo che la tecnica faccia parte della natura. Perché è nostra, e noi siamo natura.
    La distruzione? Cosa nostra, da sempre. L’autoannientamento? Potrebbe essere bello ricominciare in una terra spopolata, nuova. Hai visto mai che viene meglio?

    Lumina, per la birra non saprei: la fornitrice abituale è Gabriella.

  8. gina il 24 febbraio 2004 alle 08:57

    Una critica dettagliata e competente ma di campo avverso al discorso di lomborg si trova anche qui
    http://www.gristmagazine.com/books/lomborg121201.asp

    Consiglio comunque di leggere l’articolo originale al quale si riferisce il pezzo dell’unità, soprattutto per le valutazioni di tipo politico http://observer.guardian.co.uk/international/story/0,6903,1153513,00.html

  9. gianluca il 24 febbraio 2004 alle 09:13

    Nessun catastrofismo nelle parole di Carla. Che il pianeta stia andando in pezzi è evidente. Ma tutto questo non servirà a fermare il treno in corsa dello sviluppo. Non c’è peggior cieco di non vuol vedere.
    I miei complimenti a Carla per l’intelligenza vivissima. Non mi perdo nessuno dei suoi interventi.

  10. Elio Paoloni il 24 febbraio 2004 alle 09:34

    Franz, non ti avevo letto. Sono perfettamente in sintonia con te, e non si tratta tanto delle considerazioni quanto del tono, dell’atteggiamento, della postura direi.

  11. gina il 24 febbraio 2004 alle 09:54

    Dimenticavo. Il rapporto completo del pentagono si trova qui

    http://www.greenpeace.org/multimedia/download/1/417492/0/pentagon-on-climate-change.pdf

  12. Franco il 24 febbraio 2004 alle 14:09

    X Elio. Stai parlando di Lomborg, il campione dei “neoconservative post-environmentalists”, che dicono che va affidato tutto alla crescita e al mercato, e il problema ambientale si risolverà da sé. E’ un’impostazione tutta ideologica, smentita ogni giorno dalla realtà dei fatti. Al surriscaldamento estivo delle città il mercato non può che rispondere vendendo più condizionatori, i condizionatori sprigionano massicce dosi d’aria calda e il problema si aggrava, così il mercato vende sempre più condizionatori, e il problema si aggrava sempre di più. Quando l’estate prossima a Milano si supereranno i 50°, ci sarà lo stesso qualcuno a dire che ci penserà il mercato. Ad ogni modo, in tutto il mondo Lomborg è già abbondantemente sputtanato, lui stesso ha ammesso di avere usato criteri scientifici fai-da-te per compilare gran parte del suo libro, che è già roba vecchia, solo qui in Italia (dove il libro è stato tradotto tardissimo dalla Mondadori, ignara di quanto succedeva altrove) qualcuno ancora ci casca. Il sito di riferimento è: http://www.anti-lomborg.com/
    Di queste cose ne hanno parlato mesi fa i Wu Ming su Giap, a proposito di certe teorie “post-ecologiste” sul riciclaggio. Credo che il testo sia sul loro sito nella sezione sull’ambiente.

  13. franz il 24 febbraio 2004 alle 14:52

    Elio, mi fa piacere che siamo in sintonia sui toni. Perlomeno non ci imputeranno di inquinamento acustico… Io resto qui alla finestra a leggere gli interventi che scorrono pronto, se non a cambiare atteggiamento, a modificare certe opinioni. Vista la qualità degli interventi stessi mi sembra naturale come l’acqua oligominerale.
    Lumina, quando passi da Milano ci facciamo una birra gentilmente offerta da Gabriella o, al massimo, da me…;-)

  14. luminamenti il 24 febbraio 2004 alle 19:04

    Come ha scritto Morin: “ Allo stesso modo che ogni sistema sfugge da qualche lato alla mente dell’osservatore per dipendere dalla physis, ogni sistema, anche quello che sembra più evidente dal punto di vista fenomenico, come una macchina o un organismo, dipende anche dalla mente nel senso in cui l’isolamento di un sistema e l’isolamento del concetto di sistema sono astrazioni effettuate dall’osservatore/concettualizzatore” (Morin, 1977). Come nella sindrome del delitto perfetto, per quanto cura il colpevole metta nella preparazione del delitto, egli non potrà controllare tutti i livelli di osservazione coinvolti, o ereditati, dal suo gesto (azioni macroscopiche, tracce biologiche, microbiologiche, fisiche, chimiche, sociali, ecc…) ed è proprio a uno di questi livelli che la polizia scientifica, potenzialmente o realmente, troverà qualche segno incontrollato dalla quale risalire all’autore del misfatto. E’ messa così in crisi la possibilità di prevedere ogni cosa, ogni nostro comportamento, e il livello di osservazione può dipendere da fattori, dimensioni naturali e da paradigmi culturali. Il potere di attrazione, o motivazionale sia in termini psicologici che culturali, di qualche aspetto della realtà oggettiva o soggettiva può essere talvolta sufficientemente elevato da imporre il livello al quale esso si produce, come livello ottimale, reale, essenziale, vero, quando non unico. L’amore per una certa specie animale, per fare un esempio, impone spesso un livello di osservazione congruo e funzionale al carattere affettivo che le attribuiamo, inducendo a trascurare i livelli ai quali potremmo osservare la brutalità di quella specie verso altre di cui essa è predatrice.
    Avevo pensato di inviare, in un primo momento, un mio studio che è una critica del clima neopositivista e dell’eco del concetto kantiano di oggettività come intersoggettività, attraverso cui la riflessione critica sulla scienza rende completamente esplicito il carattere intersoggettivo e linguistico del “dato”. La conclusione di questo studio mostrerebbe che è la volontà interpretante a “decidere” un “dato” piuttosto che un altro.
    Il passaggio del fenomeno, del “dato” nel linguaggio. La teoria della probabilità è il risultato di una fenomenologia dei dati inseriti in un linguaggio dominato dalla volontà interpretante. Ma il discorso è troppo tecnico.
    Dico allora qualcosa su ciò che incarna la volontà di potenza che domina il mondo e che decide come la volontà interpreta: l’Apparato scientifico-tecnologico. L’Apparato vuole salvare l’Uomo e il Mondo e si autoregola per risolvere tutti i mali ambientali del Mondo (limitiamoci all’ambiente, è di questo che stiamo qui discutendo)e vi riuscirà perché la Potenza dell’Apparato è indefinita e in grado di guarire i mali della Terra. Sarei quindi ottimista? Per nulla! La Terra sarà abitata dal Paradiso della Felicità. A quel punto, qualcosa di più devastante della paura del presente e del futuro sopraggiungerà: l’angoscia più radicale! essendo il Paradiso delle Felicità realizzato attraverso quell’apparato scientifico-tecnologico che basa la sua esistenza, la sua sostanza e il suo funzionamento su una conoscenza che è “ipotetica”, su una volontà interpretante. L’angoscia radicale sarà il terrore che L’Uomo potrebbe sempre perdere questo Paradiso della Felicità, essendo il frutto di una conoscenza basata su ipotesi, può quindi essere sostituito sempre da qualcos’altro. Fare esperienza di qualcosa significa mettere alla prova e la prova non ha alcun esito garantito, provare significa esporsi al pericolo, e l’esperienza – e quindi l’intero edificio del sapere scientifico che ad essa si ricollega – non cessa mai di essere prova. Bisongerebbe a lungo argomentare su questo, mi limito invece a dire che il sapere scientifico è ormai pienamente consapevole che la possibilità dell’irruzione della novità imprevedibile non è una funzione (matematica) dell’incremento della conferma della prova e quindi non è in alcun modo ridotta o intaccata dalla crescita indefinita della conferma. La possibilità dell’irruzione dell’imprevisto è assoluta.
    Detto questo, mettiamolo tra parentesi questo discorso ed esaminiamo questa volontà interpretante operando una riduzione fenomenologica a ciò che la volontà di potenza (quella dominante) dell’Apparato scientifico-tecnologico crede di interpretare. Perché quello in cui crede l’Apparato sarà determinante perché L’Apparato lo risolva.
    Le preoccupazoni dell’Apparato. La popolazione umana ha raggiunto la cifra di un miliardo solo verso la metà del secolo 18esimo, e alle soglie del 21esimo secolo si avvia a raggiungere i sei miliardi. Sei miliardi di esseri umani costituiscono pur sempre appena lo 0,014 per cento della biomassa della vita sulla terra, e lo 0,44 per cento della biomassa degli animali. Una frazione così piccola non dovrebbe costituire una minaccia per l’intero sistema, e quindi per se stessa, mentre invece l’umanità lo è, giacché l’impatto che esercita è del tutto sproporzionato alle sue dimensioni e alla sua incidenza numerica. La preoccupazione suscitata da avvenimenti sensazionali che stuzzicano la nostra curiosità, pur avendo una certa rilevanza sociale ed ecologica, fanno da velo a processi che invece sono fondamentali per la nostra vita e futuro. Un caso emblematico è rappresentato dal grande interesse verso la fine degli anni 80 dalla missione di salvataggio delle balene organizzata con l’operazione Breakout. L’avvenimento fu considerato indice di una coscienza ecologica e senza dubbio lo era; ma solo alcuni osservatori notarono il suo carattere del tutto unilaterale. Fra l’8 e il 28 ottobre, mentre il mondo assisteva alla saga delle balene, 500 mila bambini morirono di denutrizione; andarono perduti un miliardo e mezzo di suolo, più 5960 chilometri quadrati di foresta pluviale tropicale; la popolazione umana aumentò di altri 5 milioni e i governi del mondo spesero sessanta miliardi di dollari per armi e armamenti. Il quadro complessivo sfuggì, viceversa l’interesse per le balene non durò più di tre settimane e la Russia, uno degli eroici protagonisti dell’operazione di salvataggio, è rimasta il maggiore cacciatore di balene grigie che esista al mondo. A prima vista, l’idea di una carenza d’acqua a livello mondiale sembra improbabile; dopo tutto, quattro quinti della superficie del pianeta consistono di acque. Tuttavia l’acqua per uso umano deve essere potabile, mentre il 97,5 per cento del volume totale dell’acqua del pianeta è costituito dall’acqua salata dei mari, mentre due terzi del rimanente sono concentrati nelle calotte polari e nel sottosuolo. Dunque l’acqua potabile rinnovabile e potenzialmente disponibile per uso umano – nei laghi, fiumi, bacini non supera lo 0,007 dell’acqua sulla superficie del pianeta. In passato questo rivoletto bastava, nel 1950 esisteva una riserva annua potenziale di circa 17.000 metri cubi di acqua potabile a disposizione di ciascuna persona. Tuttavia, dal momento che il tasso di consumo dell’acqua era pari a oltre il doppio del tasso di accrescimento della popolazione mondiale, nel 1995 questa cifra era scesa a 7500 metri cubi. Se le linee di tendenza attuali continueranno, nell’anno 2025 ci saranno appena 5100 metri cubi d’acqua disponibili all’anno pro capite. Potrei continuare molto in dettaglio sull’acqua, e su altro ma fermiamoci qui. Secondo Ignazio Masulli per andare verso una coscienza storica di specie, occorre attingere a una coscienza storica tanto profonda della nostra condizione da rendere possibile la sua modificazione attraverso la scelta cosciente dei nostri fini in quanto specie: il grande salto che siamo chiamati a compiere consisterebbe nel passaggio dalla coscienza dell’evoluzione a una evoluzione cosciente. Come la Scienza risolverà i problemi? Il futuro è nella sinergetica. Essa è orientata alla ricerca di modelli comuni di evoluzione e di autorganizzazione di sistemi complessi di ogni tipo, indipendentemente dalla reale natura dei loro elementi o sottosistemi. La sinergetica è per sua natura una teoria interdisciplinare o multidisciplinare. I modelli evolutivi non lineari sviluppati nel campo della sinergetica possono essere applicati tanto alla comprensione delle attività umane cognitive e culturali, quanto alla gestione dei processi sociali complessi. Non credo né prevedo per il futuro un grande ruolo della politica, la scienza dominerà le decisioni politiche, questo già accade sempre più spesso. Rimane sempre l’imprevisto e io non conosco nulla di meglio e di caotico che il cervello umano. Considero il cervello umano una macchina deputata principalmente alla produzione dell’imprevedibile.

  15. Franco il 24 febbraio 2004 alle 21:29

    x luminamenti. in parole povere?

  16. gianni il 25 febbraio 2004 alle 00:31

    In parole povere, sono cazzi!

    g.

  17. gabriella fuschini il 25 febbraio 2004 alle 00:31

    Come al solito quando si affrontano i temi trattati qui io vado in tilt. Le mie riflessioni non sono organizzate, sono pensieri in ordine sparso… partendo dalle domande fatte da Carla Benedetti. Io non sono per niente tranquilla, quando mio figlio quattordicenne l’anno scorso è tornato a casa da scuola dicendomi che il mondo, l’ambiente, era una gran schifezza e che eravamo degli stronzi ad averlo ridotto così, io non ho avuto risposte. Diffido per natura sia degli eccessi di catastrofismo sia di quelli rassicuranti. Però non si può nemmeno fare gli struzzi e pensare che tanto ci penserà qualcun altro a risolvere i problemi. Ci si può perdere nella rete di informazioni e controinformazioni. Quando il mondo gridava all’aids come nuova peste del secolo, nell’ambiente medico scientifico si sapeva che la percentuale di morti per aids era ridicola in confronto alle cause di morte per incidenti stradali e per malattie vascolari. Sappiamo tutti come la manipolazione di informazioni segue certi canali tesi al profitto o al bisogno di imbrigliare le menti e dunque qual è la via? Subire il fascino della tecnica? Ma la tecnica non è un’entità autonoma,e allo stesso tempo per dirla con le parole di Hans Jonas “l’avventura tecnologica non può interrompersi. Già anche le correzioni necessarie alla salvezza esigono di continuo un nuovo impegno dell’ingegno tecnico e scientifico, che comporterà a sua volta rischi nuovi. Così il compito di prevenire la catastrofe è pemanente e non potrà che compiersi sempre imperfettamente e spesso solo come rattoppo. Questo significa che in futuro rimarremo sempre all’ombra di una minaccia incombente.” Quindi secondo Jonas è proprio questa consapevolezza che ci può dare speranza, non come un’utopia ma attraverso il principio di responsabilità. Non la speranza in un paradiso terrestre ma la consapevolezza del limite. E pensando alle parole di Elio sul fascino della clonazione, mi viene in mente un film il cui titolo mi sembra sia Gattaca: in un futuro la razza eletta sarà costituita dai figli in provetta, i figli dei rapporti sessuali diventeranno dei paria perché soggetti a imperfezioni…da brivido, solo un film certo me decisamente inquietante che pone il problema del limite. Il nostro sogno fin dove si può spingere?
    A Lumina vorrei fare una domanda. Il potere tecnologico è collettivo e a dominarlo non può che essere un potere collettivo cioè politico, seguendo il tuo discorso invece è l’inverso; allora ti chiedo: dove va a finire la libertà politica, espressione più particolare della libertà dell’uomo?
    ps
    non ho capito come ho fatto a diventare la fornitrice abituale di birra…posso sempre rimediare, quando andrò a luglio a fare il raduno annuale di aikido nei pressi di Merano: cercherò di stipulare un accordo con la fabbrica della Forst!

  18. Elio Paoloni il 25 febbraio 2004 alle 10:23

    Penso che questa di Jonas sia la citazione più lucida che poteva essere fatta. L’avventura non può interrompersi. La tigre va cavalcata.
    “rimarremo sempre all’ombra di una minaccia incombente”. Come sempre, del resto. Minaccia incombente: quale migliore definizione della vita?

    Perchè non fate il raduno annuale più a nord? A me piace la Ceres.

  19. luminamenti il 25 febbraio 2004 alle 22:21

    Politica e tecnica. La relazione tra dominanti e dominati è presente lungo tutta la storia dell’uomo. Col pensiero greco tuttavia essa acquista un significato radicalmente nuovo: l’esercizio del dominio si propone di raggiungere i propri scopo facendosi guidare non dalle abitudini conoscitive (religiose, sociali, ecc.) o dagli impulsi egoistici, ma da un sapere che sia capace, svelando il vero senso del mondo,
    di re-stare fermo, imponendosi su ogni modo di pensare e di sentire che voglia scuoterlo e abbatterlo. Il pensiero greco ha chiamato questo sapere “episteme” – una espressione che viene solitamente tradotta con la parola “scienza”, ma che alla lettera significa lo “stare” (-stéme) “sopra” (epì) le forze che vorrebbero smentire e distruggere ciò che sta e che è il vero senso del mondo. Se l’epistéme è il luogo in cui si manifesta la verità (la necessità, incontrovertibilità, definitività della verità), la pòlis è il luogo dove l’esercizio del dominio è guidato dalla verità dell’episteme. La “politica” è appunto questa forma specifica e inaudita di relazione tra dominanti e dominati. Facendosi guidare dalla verità dell’episteme, il dominio politico stabilisce, rispetto alla dimensione dominata, quello stesso rapporto che lo star-sopra, in cui l’episteme consiste, stabilisce rispetto alla dimensione su cui esso riesce a stare. Vero e stabile è l’agire politico guidato dall’episteme. La politica è figlia primogenita della filosofia: la cura per la verità, in cui la filosofia consiste, diventa volontà che la vita umana, innanzitutto sociale, sia guidata dalla verità. La storia della tradizione occidentale coincide con questo significato essenziale della politica. Ma a partire dalla prima metà del 19esimo secolo il pensiero dell’Occidente si rende conto, in modo sempre più perentorio, che la verità dell’episteme è impossibile, non può riuscire ad imporsi sulla vita e sulle forze che vogliono travolgerla, e il suo sovra-stare è violenza! E’ l’episodio decisivo della nostra storia. La stessa “libertà” dell’uomo moderno, nel suo significato più profondo, è la vicenda della liberazione dell’uomo moderno da ogni ordinamento stabile che la verità dell’episteme vorrebbe imporre. Ma raramente si riesce a cogliere il carattere decisivo di questo episodio. Ne è una prova il fatto che la completa indifferenza, con cui è spesso accolto il discorso sulla morte della verità, si unisce altrettanto spesso al più vivo stupore di fronte alla cosidetta “crisi della politica”. Si parla di degenerazione della politica, di cattiva politica, di morte delle ideologie, si crede di avere a che fare con una patologia della politica, e non si comprende che, con la morte della verità, la morte della politica non è un fatto patologico, ma fisiologico – e planetario. Si dice anche che è in crisi la conduzione ideologica del potere politico; e non si comprende che l’ideologia è il modo in cui le elites politiche riescono a porsi in rapporto alla verità dell’episteme, sia pure percependola nelle proiezioni deformate e ridotte dalla quali si fanno guidare. La defonrmazione lascia però sopravvivere le proprietà formali della verità epistemica (necessità , incontrovertibilità, definitività); sì che ancora oggi il politico tradizionale crede di possedere la verità anche intorno alle questioni più irrilevanti, e non presenta i propri programmi come tentativi, ipotesi, congetture falsificabili, verità provvisorie, ossia con i tratti che oggi determinano il linguaggio scientifico, che pure gode del massimo credito presso la gente a cui il politico si rivolge. La crisi della politica va di pari passo con l’avvento della democrazia parlamentare. L’ordinamento democratico è la configurazione assunta dalla politica dopo il tramonto della verità dell’episteme. Per questo lato, sembra che non si possa parlare di morte della politica in quanto politica, ma della politica in quanto figlia della tradizione filosofica. Il concetto moderno di democrazia, che in buona parte coincide con la rappresentazione che hanno di sé le democrazie anglosassoni, vede nella democrazia un mezzo per regolare le decisioni relative alla vita associata, ed esclude ogni volontà di imporre il contenuto dottrinale di una certa decisione indipendentemente dal criterio della maggioranza. La democrazia moderna prescinde, appunto, dalla verità. Non in senso generico: prescinde dalla verità dell’episteme. Anzi vede nella persuasione di possedere la verità la radice della violenza. A differenza della forma epistemico-ideologica della politica, la democrazia, come procedura formale, non ha scopi esterni al suo agire. L’unico scopo che le compete per se stessa è il proprio funzionamento ottimale, la propria capacità di regolare, senza ricorso alla violenza, la realizzazione degli scopi che i soggetti politici di volta in volta si propongono. Per i soggetti politici tradizionali esiste uno scopo comune a tutti i membri della società: è il “bene comune”, ossia ciò che appare come bene dal punto di vista della conoscenza della verità – e che non è la semplice sopravvivenza della società, ma quella forma di sopravvivenza in cui consiste la “vita buona”, la vita “veramente” buona. Ma col tramonto della verità vanno spegnendosi anche le diverse forme di volontà di una vita veramente buona, e lo scopo e il bene comune della politica democratica vengono a identificarsi con la semplice sopravvivenza della società o col rafforzamento delle condizioni che le rendono possibile. A sua volta la volontà di sopravvivenza sociale non è altro sostanzialmente nella democrazia che la volontà di perpetuare il funzionamento ottimale della procedura formale democratica (con il fondamentale presupposto che tale procedura formale implica, cioè la libertà dell’individuo umano, e la dignità che l’individuo umano possiede in quanto libero). Al di là di questo residuo formale del bene e dello scopo comune, la democrazia moderna è la frantumazione di ogni bene e di ogni scopo comune. Nessuno scopo (diverso da quelli che siano realizzati gli scopi voluti dalla maggioranza) ha per se stessi la capacità di presentarsi come il vero bene comune; quindi restano in campo soltanto i diversi scopi particolari tra loro equivalenti e in conflitto e la cui realizzazione non è imputabile al loro valore intrinseco, ma al fatto di diventare gli scopi della maggioranza. Si tratta a questo punto di comprendere che per realizzare i propri scopi ogni gruppo politico, come ogni altro gruppo di potere, ha interesse a conservare la forza di cui dispone e ad aumentarla per prevalere sia sui propri dominati sia sui gruppi politici antagonisti. Questo interesse è divenuto straordinariamente drammaticamente visibile nella lotta che le democrazie occidentali hanno condotto contro il socialismo reale; e tale interesse permane anche oggi, per la necessità del mondo democratico-capitalistico di arginare la pressione esercitata su di esso dai popoli non privilegiati. Ma ecco il punto. Da tempo, la forza vincente, di cui può disporre un gruppo politico ( e un qualsiasi altro gruppo di potere, come l’impresa capitalistica) per realizzare i propri scopi, è un prodotto della tecnica guidata dalla scienza moderna. La tecnica è il mezzo di cui intende oggi servirsi ogni gruppo politico, dunque anche le società democratiche del nostro tempo, per realizzare il proprio scopo. Ciò significa che anche la democrazia reale, quella attuale, è ormai da tempo costretta a non intralciare la perpetuazione e il potenziamento della forza tecnica di cui essa fa uso. E’ cioè costretta a subordinare il proprio scopo alla tecnica; ossia ad assumere come scopo il funzionamento ottimale della tecnica; e dunque a non essere più democrazia (giacchè un qualsiasi agire è ciò che esso è in forza dello scopo a cui esso è ordinato). La volontà di esercitare il potere facendosi guidare dalla verità del marxismo ha intralciato e ostacolato, nell’Unione Sovietica, la perpetuazione e l’incremento della forza tecnica che avrebbe dovuto realizzare la società veramente giusta. La verità del marxismo ha quindi dovuto farsi da parte per non ostacolare la forza che avrebbe dovuto realizzarla. Questa emarginazione della verità, da un lato, presuppone un atteggiamento che non vede più nel marxismo una verità dell’episteme e che in generale esclude la possibilità stessa di una verità siffatta, dall’altro alto significa che la forza della tecnica si è trasformata da mezzo a scopo. E’ proprio perché un progetto politico non appare più come verità che esso si lascia subordinare al mezzo da cui sarebbe dovuto essere realizzato, e che pertanto, da mezzo, diventa lo scopo del proprio scopo. Quanto avvenuto all’Est, nel rapporto tra verità marxista e tecnica, sta riproponendosi all’Ovest in relazione al rapporto tra democrazia e tecnica. La congruenza tra le procedure quantitative della democrazia formale e i criteri della scienza e della tecnica tende a diventare sempre più irrilevante rispetto agli ostacoli che quelle procedure pongono al funzionamento ottimale dell’apparato teconologico. E il contesto conflittuale in cui ancora oggi si trova la democrazia reale fa sì che anche quest’ultima debba assumere come scopo il potenziamento del mezzo dal quale dovrebbe essere realizzata. Anche Webew riconosce di passaggio e in astratto che il mezzo di un gruppo politico in certe corcostanze è diventato scopo di per sè. Ma egli non riesce a vedere che questa trasformazione del mezzo in scopo riguarda tutti i gruppi politici che oggi intendono servirsi come mezzo della tecnica. E che se un agire assume come scopo un contenuto diverso dalla scopo iniziale, tale agire cessa di essere ciò che esso è, tramonta e muore.La tecnica, come scopo dei gruppi di potere, quindi anche della democrazia, è certamente organizzazione tecnologica del potere e della società, ossia è “tecnocrazia”. Ma le connotazioni negative della tecnica – che si esprimono nel modo in cui da Tocqueville a Weber, da Marx a Simone Weil ci si riferisce alla “macchina” statale – presuppongono la validità della pratica politica tradizionale. E sopratutto credono di poter comprendere (è anche il caso di Heidegger) che cosa sia la “tecnica” e la sua “disumanità”, e quindi l’umanità dell’uomo, mantenendosi all’interno dell’orizzonte in cui si mostra dapprima l’evocazione e poi la distruzione della vertà dell’episteme. Sino a che quei concetti rimangono avvolti dall’oscurità, rimane indeterminato anche il senso autentico del tramonto della politica nella tecnica. Una conferma, questa, dell’importanza centrale che ha oggi per noi il problema della tecnica
    (Emanuele Severino)

  20. Elio Paoloni il 26 febbraio 2004 alle 18:22

    Qualche precisazione:

    – il rapporto non era per nulla segreto (come avevo immaginato)

    – era un gioco, un gioco di guerra: una proiezione su improbabili scenari. La richiesta fatta agli autori era: “immaginare l’inimmaginabile”, che è la principale occupazione degli strateghi per tenersi pronti a ogni evenienza: e se il Papa si converte all’Islam? e se il Burkina Faso mette a punto la macchina del tempo?

    – i tipi non sono climatologi: uno è ingegnere aeronautico e consulente per film di fantascienza (appunto)

    – lo scoop Observer era la riproposta (dopo un mese) di un articolo della rivista Fortune

    – lo studio è così bizzarro che in America le uniche polemiche riguardano i 100.000 dollari investiti in una roba del genere quando potevano essere usati per ricerche serie sull’argomento.

    Sarebbe il caso di riflettere su come certe notizie vengono proposte da certi giornali.

  21. gina il 26 febbraio 2004 alle 20:39

    Per elio: quasi bravo:)
    Dico quasi perchè la pensiamo in modo diverso. Secondo me, anche dal punto di vista ambientale siamo proprio messi male. E quello del lucchetto al frigo e al rubinetto non è affato un’ipotesi fantascientifica. Comunque. Quando ho visto il rapporto (oggettivamente un “capolavoro”) e che uno dei due che l’ha redatto ha fatto da consulente a spielberg per minority report, e che nel rapporto non si menzionano le fonti (forse i precog?:) fonti che in realtà abbondano, debordano,strabordano, e che non vengono menzionate le cause, di “oil” se ne parla una, forse due volte al massimo, e che tutto si gioca sul nucleare (energia autoprodotta /attacco-difesa!), e sugli appalti che bush farebbe bene a distribuire in nome della sicurezza nazionale quindi per direttissima senza se e senza ma, ma anche per assicurarsi definitivamente la vittoria nelle prossime elezioni ho riso davvero. Anche se non c’è niente da ridere.

  22. Elio Paoloni il 27 febbraio 2004 alle 21:45

    Ho visto oggi una puntata di quella serie sullo studio avvocatesco (Practice?) e un giudice condannava a un anno e sei mesi un tipo che siccome gli galleggiavano gli stronzi aveva installato nel suo bagno uno sciacquone da tre litri invece dei due litri e mezzo consentiti (in doppiaggio, vai a capire in galloni). Poi gli fa lo sconto ma gli preannucncia una serie di ispezioni. Un delinquentello che sente la notizia passare da un avvocato a un altro resta a bocca aperta: “Lo Stato va a controllare i cessi?”
    Stacco.

  23. gina il 28 febbraio 2004 alle 09:32

    saranno stati stronzi di metallo pesante, visto quello che mangiamo:). Ma il vero problema è quello delle toghe rosse, che non ti lasciano nemmeno scaricare in pace.
    ciao



indiani