The Golden Gate

26 febbraio 2004
Pubblicato da

di Vikram Seth ma anche molto di Christian Raimo e Luca Dresda

1.1

Salve Musa, per cominciare è meglio
restar leggeri. O caro lettore,
tanto tempo fa, era il primo abbaglio
degli ’80 , c’era un uomo di nome
John. Era, nel suo campo, realizzato:
giovane, solitario, rispettato.
Una sera attraversando il giardino
accanto al Golden Gate, il suo cammino
s’andò a incrociare con un frisbee rosso
che quasi lo decapitò: “Chi farei
disperare”, pensò, “chi renderei
felice con la mia morte?”. Fu scosso,
e da questi concetti deprimenti
si rivolse a meno estremi argomenti.

1.2

Per quietarsi, sintonizzò i pensieri
sull’elettronica e sui circuiti,
accantonando gli umori più neri
e i sentimentalismi gratuiti.
Si concentrò sugli “or-gates” e sugli “and-gates”,
sui CDROM, sui “nor-gates” e sui “nand-gates”,
su bit, megabyte, nanosecondi,
nanoquarti… ma mentre varie rondini
e uccelli stilizzati più diversi
gridano in un cielo merlettato
di pini, viene di colpo strappato
dalla sua tana: i suoi pensieri spersi
al largo. Lui si sente trattenuto
dalla solitudine, e grida aiuto.

1.3

È bello John, e veste un po’ formale,
parla a voce bassa, è sveglio d’intelletto.
Sul lavoro tiene un ritmo abnormale,
e a mo’ di ex-voto, gli pende sul petto
il nome su una targa plasticata.
Guadagna sì, ma non è scapestrato,
paga l’affitto, fa una vita sana:
mai sigarette, poca marijuana.
Si astiene dagli alcolici e dai preti,
coltiva il giardinaggio e la lettura,
da Thomas Mann a San Bonaventura.
(un modo come un altro per star lieti).
Degli amici quasi evita il contatto,
(ma il suo capoccia è molto soddisfatto).

1.4

Occhi grigi, biondo, aristocratico
per altezza, piglio, espressione, sguardo,
selettivo anche se non dogmatico,
assai fragile dietro un baluardo
di abitudini e gusti affinati,
anche se i suoi future sono alle stelle…
il suo abbigliamento tweed e vera pelle…
John sente che la sua vita va in declino.
È un uomo appassionato, attraente
e respingente insieme: senza quasi
volerlo, ha avuto un sacco di spasi-
manti, colte dal suo temperamento
di fuoco. Ma tutto ciò precedeva
l’attuale fase “castità & carriera”.

1.5

John guarda i fiori autunnali sui rami,
osserva come le piogge a settembre
han rinverdito l’intero fogliame
sulle bionde colline. È stato sempre
così, anche quand’era ragazzino:
San Francisco e il suo inquieto destino
gli accendevano dentro una scintilla
che oggi in questo stesso parco, brilla
di nuovo. E la spinta delle falde
tettoniche è come se lo slanciasse
dalle vecchie dune verso le masse
oceaniche. Ma ormai è tardi,
gli uccelli al tramonto tornano al nido,
e scende la notte su ogni respiro.

1.6

È venerdì sera, e l’intera città
si libera in una gioia edonistica.
John sente in sé un’ombra di pietà
che lo avvolge. La solipsistica
sua vita non contempla una famiglia,
o meglio: la madre è morta, ed è a miglia
e miglia di distanza il padre, tornato
nel suo natio Kent, dove di rado
risponde alle lettere d’oltreoceano
del figlio (rare a lor volta), e scrive
al Times per lamentarsi delle cattive
poste; contro i disagi che creano
nella corrispondenza Europa-Usa,
usa una penna caustica e furiosa.

1.7

Un cane sciolto, senza moglie e senza
figli né fratelli – John vaga solo
dentro un bar, dove nota la presenza
di due innamoratini con un cono,
che mordono a turno, per poi ridere
tra loro. Mentre, cupo, lui decide
di scegliere il suo gusto preferito:
chewing-gum e zucca. Ma appena servito,
se i suoi occhi vanno a precipitare
su dei visi felici, su un gruppetto
di tre ragazzine, oppure su un quadretto
di una famiglia vociante, o magari
su un hippie accoppiato a un clone di Castro,
John conclude: la mia vita è un disastro.


1.8

Torna a casa a cercar consolazione
tra vecchi album di Pink Floyd e Beatles,
ma “Girl” gli causa solo frustrazione
e “Money” lo lascia ancora più avvilito.
Ché di soldi non ha certo penuria,
ma ciò che gli manca è una dolce Julia
che gli sussurri: “Money – it’s a gas”
oppure “The lunatic is on the grass”.
Si versa una birra e subito irrompe
nel suo animo sconsolato un flusso
di sogni e di ricordi: la sua bussola
interiore è perduta, e incombe
l’ardua impellenza di un Ticket to Ride,
diretto alla luna, verso il suo Dark Side.

1.9

Ai vaghi giorni del college ripensa…
Phil… gli amici di Berkeley… quelle notti
in cui la ricerca di stima e sapienza
naufragava in sbronze e cazzotti.
Eheu fugaces… Silicon Valley attira
i neolaureati nella sua spira
di divoranti ambizioni attraverso
il richiamo ineludibile e perverso
del potere e del soldo. Scaccia via
gli indecisi, obbliga a far sacrifici,
e spegne ogni sogno. Ben presto gli amici
contano meno dei files: un’eresia
il tempo libero, se è sacro il lavoro.
Il dio Chip pretende altissimo onore.

1.10

Era così anche per Phil, fino al recente
abbandono della “dimora dorata”
della Difesa (una scelta indecente –
è l’opinione di John – e troppo affrettata).
Mentre John, che è ancora fedele al culto
aziendale, ritiene che il nuovo sussulto
pacifista di Phil spezzi qualcosa
nel loro rapporto, ma è ritroso
anche a chiamarlo. Può la politica
trasformare di colpo un’amicizia
basata su due risate, una pizza,
un po’ di cameratismo, un’uscita
a quattro? La vita è diventata grigia
da che seguivano le stesse vestigia.

Pubblicato sul “Caffé illustrato” di gennaio/febbraio, il libro intero uscirà per Fandango a Natale 2004, se Dio vuole.

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9 Responses to The Golden Gate

  1. helena il 26 febbraio 2004 alle 18:37

    Mi ricordo di aver letto “The Golden Gate” per lavoro e di aver espresso, in sintesi, il seguente giudizio: è già un miracolo che questo pazzo indiano sia riuscito a scrivere un romanzo contemporaneo sul modello del Onegin più lungo dell’Onegin stesso, ma mai al mondo si potrà trovare un pazzo capace di tradurlo. Insomma complimenti.
    Ripeto a scopo biecamente pubblicitario: Christian Raimo e Luca Dresda stanno trasponendo in italiano un ROMANZO IN VERSI di duecentoepassa pagine scritto da un indiano sullo schema metrico e compositivo di uno dei massimi capolavori della letteratura russa, ma ambientato a San Francisco e popolato da gente che provviene da varie parti del mondo nonché da un’iguana. Venghino, venghino lorsignori.

  2. gianni il 26 febbraio 2004 alle 22:42

    Posso dirlo? Mej cojoni!

    gianni

  3. nasturzi il 27 febbraio 2004 alle 13:04

    “me cojoni”, gianni, non “mej cojoni”

  4. gianni il 27 febbraio 2004 alle 14:33

    Nasturzi,
    grazie per la consulenza. C’è sempre da imparare.(però, ti assicuro che l’ho sentito dire così a Roma, magari va da quartiere a quartiere, non so).
    Ciao, G.

  5. franz il 27 febbraio 2004 alle 15:57

    Ma chi ci crede, Gianni?… Mej cojoni… Sei proprio un para… T’è scappata una “j” sulla tastiera e adesso ce la vuoi vendere così. Vuoi vendere il ghiaccio agli eschimesi, insomma; dato che Nasturzi pare romano de Roma…
    Ciao, disgrasiàa.

  6. gianni il 27 febbraio 2004 alle 16:20

    beh, allora, per essere precisi bisogna scrivere: “me’ cojoni”.
    (ao’ semo mejo da ‘a Crusca!)
    g.

  7. chiccherone il 27 febbraio 2004 alle 21:19

    fosteruollas ve sta’ a rovina’…

  8. […] capitoli precedenti si trovano qui, qui e […]

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