L’infinita congettura

27 febbraio 2004
Pubblicato da

di Roberto Saviano

uwe2.jpg Su un’isoletta alle foci del Tamigi nella sua casa di Sheerness-on-Sea, nella notte fra il 22 e il 23 Febbraio del 1984 Uwe Johnson muore d’infarto mentre tenta di stapparsi una bottiglia di vino. Nessuno si accorse della sua mancanza, nessuno aveva interesse e voglia di cercarlo, di sentirlo, vederlo. Solo diciannove giorni dopo, per caso, fu trovato il suo corpo morto, gonfio d’alcool. Se è vero, come qualcuno ha detto, che la fine d’un uomo dovrebbe compiersi in coerenza con la vita che ha vissuto, la fine di questo scrittore certamente smonterebbe quest’ipotesi. L’incredibile vicenda privata di Johnson infatti si compie in un clima di sospetto e di continua osservazione della sua vita da parte della Stasi (la polizia segreta della Germania dell’Est) e di tutti i servizi segreti dei paesi dell’area del socialismo reale. Uwe Johnson fu messo sotto osservazione non per attività sovversive o politiche ma perché i suoi testi sembravano nascondere qualcosa, la sua caotica precisione stuzzicò la paranoica acribia dei censori. E’ una bizzarra tragedia la morte di Johnson, un uomo che seppur spiato e osservato durante tutta la sua vita, quando muore nessuno si accorge della sua morte.

Uwe Johnson era nato nel 1934 in Pomerania. Si formò, nella Ddr di Walther Ulbricht, all’Università di Lipsia, divenendo allievo prediletto del critico Hans Mayer che subito ne riconobbe la genialità incoraggiando la scrittura dei suoi libri. Johnson in un primo momento condivise la politica della Ddr (come capitò a Brecht ed Ernest Bloch), partecipando alle attività del partito comunista, riconoscendo nella sua politica una possibilità di trovare nuovo corso storico capace di concedere agli uomini, quella storia che la preistoria borghese aveva loro negato. Presto però capirà che la Ddr è una dittatura pronta a riconoscere ogni decisione del suo governo come la più giusta e “buona” ed a costringere ogni dubbio al silenzio, ogni critica all’obbedienza.

La fuga a Berlino ovest avvenne nel 1959 quando rifiutò la richiesta del partito di organizzare lo scioglimento della Junge Gemeinde, un’organizzazione religiosa tedesca. Johnson appena fuoriuscito dalla Ddr, divenne celebre attraverso la pubblicazione del libro Congetture su Jakob (Feltrinelli 1995) un testo singolarissimo che impose il nuovo modello di scrittura di questo scrittore dell’est tedesco. Il libro, come tutte le prime opere di Johnson (Il terzo libro su Achim 1961 e Due punti di vista 1965) si forma su un impalco congetturale ovvero su un avvicendarsi d’ipotesi, indagini, ricordi, descrizioni, memorie, che nel loro procedere costruiscono la vicenda del testo, l’epoca dei fatti, senza però ricorrere ad una narrazione lineare. Jakob, tecnico delle ferrovie, muore investito da un treno mentre si reca come ogni giorno da sette anni alla cabina di lavoro. L’esordio del testo: “Ma Jakob ha sempre attraversato i binari” d’immediato lascia comprendere la forma che il racconto assumerà. I dubbi sulla sua morte, le ipotesi più disparate nessuna delle quali sostenibile con null’altro che altre congetture, caratterizzano l’estetica perenne del racconto. Suicidio, omicidio, incidente, tutto può essere vero o verosimile nelle infinite ipotesi della vicenda umana di Jakob; gli unici tasselli ricomponibili però, possono essere quelli della memoria, del ricordo, delle parole dette e trasentite, ed è proprio grazie al loro componimento che emerge in ultimo la congettura finale sull’uomo moderno in genere e sul suo tempo. Gli elementi che la letteratura aveva ritenuto fondamentali al suo essere, come la chiarezza dei dialoghi, la definizione della voce narrante, la descrizione fisica dei personaggi in Uwe Johnson scompaiono. Il dialogo è inserito di sorpresa, le descrizioni anche minute, ossessive e dettagliate sono spiazzanti nell’economia della vicenda. Hans Magnus Enzesberger suo amico e spesso bersaglio di critiche, descrive la prosa di Johnson come “contropelo” laddove “quello che il lettore può essere in grado di indovinare viene tralasciato”. Nella pagina di Johnson, il non detto, il celebre inesprimibile “ciò di cui non si può parlare è meglio tacere” ben espresso da Wittgenstein sembra essere una presenza costante (forse proprio questa sensazione deve aver insospettito gli sgherri dei servizi segreti!). Come se tutto lo scritto tendesse a voler trovare il modo di argomentare qualcosa che la semplice scrittura non poteva giungere ad esprimere, come se l’aleggiante spettro della libertà fosse il soggetto nascosto delle congetture su Jakob e la memoria della sua vita. La libertà per Johnson ormai non può più risiedere nelle sue speranze; la Germania di Bonn, la democratica BRD lo deluse fortemente; la spaccatura tedesca non troverà mai soluzione nel suo pensiero. Come apparirà nel testo Due punti di vista egli detestò l’estrema brama di danaro dei tedeschi occidentali, la frenetica ricerca dell’auto, l’accumulazione continua, la clausura nel proprio minuscolo privato.

Ne Il terzo libro su Achim è raccontata la vicenda del giornalista Karsch, tedesco occidentale, invitato a fare una visita a Berlino Est da un’amica. Karsch rimane tramortito dall’estrema diversità della Germania socialista dalla Germania Ovest, non sente continuità tra sè ed i tedeschi dell’Est. Quando gli propongono di scrivere un libro sul compagno dell’amica, Achim, ex campione ciclistico e uomo politico della Ddr (sport e politica un binomio caro alle dittature socialiste), un terzo libro appunto, sulla sua figura, Karsch si troverà in estrema difficoltà. A nulla gli servirà raccogliere vicende, memorie, ricordi, congetture, che costruiranno soltanto la memoria ed il presente di una storia umana, ma non la vita d’un individuo, in questo caso di Achim. Il giornalista non riuscirà ad esser soddisfatto di ciò che ha scritto, non è riuscito a scrivere di un alterità che non conosce, di una particolare situazione che non è possibile narrare solo con la scrittura. Sconfortato Karsch tornerà ad Ovest, ad Amburgo.

Uwe Johnson nel 1966 si trasferisce a New York non vuole più risiedere nella sua terra; la Germania colpevole d’un passato, quello nazista, impossibile da cancellare è divisa tra socialismo e capitalismo, e quindi ancora portatrice di disumanità. Responsabile perenne di sistemi che stritolano la vita dell’uomo, che annullano l’individuo nei cingoli della storia. Negli USA prima e in Inghilterra dopo, lo scrittore riuscirà invece a galleggiare in una terra di nessuno dove paesi con una democrazia più matura riusciranno meglio a nascondere le proprie contraddizioni.

A New York, Uwe Johnson inizia a scrivere il suo capolavoro Jahrestage (I giorni e gli anni oppure Anniversari). La monumentale Jahrestage è organizzata in quattro volumi usciti in Germania nel 1970, 1972, 1973, 1983. Parlare degli Jahrestage è davvero cosa impossibile.

Ci troviamo dinanzi ad uno dei capolavori assoluti della scrittura d’ogni tempo che sfugge ad ogni riduzione critica o analitica. Negli Jahrestage è narrata giorno per giorno la vita di Gesine Cressphal e Marie sua figlia, in un intreccio di storia familiare che si connette alla storia contemporanea ed a fatti storici e di cronaca reali dell’ultimo secolo. Hans Mayer, consiglia ai lettori degli Jahrestage di “darsi” completamente al testo come se si entrasse nella Recherche di Marcel Proust, dove non è possibile comprendere alcunché se il lettore non decide di immergersi nel flusso temporale della narrazione completamente spoglio da intenzioni o attese.

E’ assolutamente inutile leggere Jahrestage con una logica lineare a cui si è soliti ricorrere quando si affronta una pagina, la scrittura s’alterna su meticolose ed ossessive descrizioni all’interno di situazioni informi ed enigmatiche. Aderendo alla sua certosina labirintite si riuscirà a passare da un giorno all’altro di Gesine Cressphal come da un capitolo compiuto all’altro, attraversando dialoghi, filastrocche, pensieri, interazioni di altri personaggi ed altre variabili.

Oggi in Italia la Feltrinelli con grandissimo merito ripubblica I giorni e gli anni Volume 1 con una nuova (ottima!) traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini ed una preziosa introduzione di Michele Ranchetti. Ne I giorni e gli anni Volume 1 sono descritti i giorni della vita di Gesine Cressphal dall’agosto del 1967 al dicembre 1967. Gesine era già apparsa in Congetture su Jakob, Marie sua figlia l’ha avuta infatti proprio da Jakob, questa volta però non si trova in Germania ma a New York dove è impiegata in una banca. Questo testo possiede una forma fibrosa, strutturato principalmente su tre piani:
Gesine, sua figlia Marie e il New York Times. Eggià. Il Times è il controcanto alla vita di Gesine, non c’è momento della narrazione che non sia innestato con notizie del giornale:
Dal 1961 nel Vietnam sono caduti in azioni di combattimento più o meno 13.365 cittadini degli USA. – ma che bambina proprio gentile, davvero mi congratulo con lei….

La cronaca della guerra del Vietnam, l’arrivo in America di Svetlana Stalin, la figlia del dittatore, Che Guevara riconosciuto in una fotografia nella macchia, le risse ad Harlem, e mille altre notizie compongono il contesto di vita dei personaggi di questo libro. Un contesto vivo, in continuo movimento. Il New York Times è una voce della coscienza del presente, un metronomo che scandisce le vicende quotidiane del globo dove si compie la vita di Gesine. Il Times è chiamato zia Times, diviene infatti nel corso della narrazione quasi come un personaggio educato, cortese, un po’ insistente quasi come una vecchia zia che “non chiama un imputato colpevole”, “non chiama il presidente col nome di battesimo”, “dà la parola anche a quelli che disprezza”. Johnson tra l’altro troverà il Times effettivamente uno dei migliori giornali al mondo per metodo d’indagine e capacità di scrittura.

L’opera letteraria di Johnson appare un edificio isolato, vivente di una prosa autistica che attentamente divora il circostante, attraverso la scia di memoria che lascia sui quotidiani, sugli orari dei treni, sulle riviste, nei dialoghi d’impiegati d’ufficio. Un’archeologia del presente e della memoria che non cataloga frammenti per risalire all’origine di una civiltà ma raccoglie vicende, momenti, sensazioni, dialoghi, per poter recuperare il senso di un’individualità schiacciata dall’ingiustizia della storia e la vacuità senza traccia del quotidiano. Ciò che Gesine sente e ricorda, ciò che pensa e dice, tutto è ammucchiato e ripescato in un flusso vitale senza ordine, caotico come la vita di questa tedesca emigrata. Rifacendoci ad un pensiero di Theodor Adorno si potrebbe dire che Johnson incanala nel flusso delle “forze che si liberano nella decadenza” la vita dei suoi personaggi. Gesine, decide di raccontare attraverso la registrazione su nastro magnetico la propria vicenda familiare alla figlia Marie. Con questa decisione I giorni e gli anni Vol. 1 creano una seconda parte della narrazione fondata sul passato nel Meclemburgo. Gesine è nata nel ’33, durante i primi cento giorni del cancellierato di Hitler, alla figlia racconterà la saga della sua famiglia, il nazismo, la miseria, il tempo dell’abbandono e quello della felicità. Una memoria che sempre più flebile e parcellizzata si tramuta in un modo d’essere, in una cultura, in un gesto, in un dialogo.

Il passato in Johnson non possiede in se una soluzione, il suo non è un romanzo storico dov’è possibile attendere gli eventi già preordinati dai fatti e ben ammanniti dal narratore. V’è un continuo trasmigrare d’intenzioni e memorie, un interpolarsi di vicende e commenti. L’interscambio perenne di voci, diviene un modo per tracciare una mappa di ciò che è stato, e ciò che potrà essere, tra resistenza e smarrimento, tentando di sopravvivere alle maree della storia che si abbatte con scadenza quotidiana. Tornando indietro a rileggere alcune pagine, frammenti di brani, si ha l’impressione di leggere qualcosa di nuovo, di mai colto prima pur avendo passato l’occhio poc’anzi. I critici hanno riconosciuto in questa parte del libro la presenza dei Buddenbrook di Mann, ma è a Faulkner che sembra essere più vicino, nella misura in cui prende dai suoi romanzi la capacità ad avere una scrittura reale ma non realistica, pronta ad inventare la realtà senza però tradire la storia. La scrittura di Jahrestage s’interruppe al terzo volume.

Mentre Johnson annotava nel bloc-notes della letteratura il comporsi del mondo nella vita di Gesine Cresspphal, qualcuno lo spiava e non dal di fuori, non con un cannocchiale, o ascoltando le sue telefonate, ma in casa sua, nell’intimo delle sue emozioni più chiare, tra l’affetto più intimo. La moglie Elizabeth confessò nel 1975 di avere un amante, che poi era un agente della polizia segreta Cecoslovacca a cui inviava da anni dei dettagliati rapporti confidenziali sull’attività del marito. Uwe Johnson con la moglie aveva collaborato per la stesura di Jahrestage destinando alla figlia Katharina, impersonata nella scrittura da Marie, figlia di Gesine Cressphal e Jakob, l’intero progetto dell’opera. Per uno scrittore è un po’ come se, dopo aver posto un punto al proprio romanzo, sentisse bussare alla porta e si trovasse dinanzi ai personaggi che un attimo prima aveva descritto e creato.

Questa vicenda traumatizzò Johnson indelebilmente, bloccò la sua penna per dieci anni, gli vennero due infarti, divenne alcolista. Il tradimento della moglie era stato perenne e silenzioso proprio come l’insinuarsi del quotidiano nella vita d’una persona. Dieci anni dopo l’uscita del terzo volume, nel 1983 poco prima della morte, vide luce il quarto ed ultimo libro di Jahrestage che si conclude con Gesine Cressphal che a Praga incontra i carriarmati sovietici che nel 1968 invasero la “ribelle” Cecoslovacchia. La vita non dev’essere sostituita dalla scrittura. Per Johnson quest’impostazione estetica sembra essere più che certa. La scrittura dev’essere reale ma non realistica, capace di dare senso e giustizia ad una realtà confusa ed ingiusta, ma che non riuscirà mai a sostituirsi alla vita.

Ecco perché Michele Ranchetti, uno dei massimi intellettuali italiani, coglie nel segno quando afferma che non è possibile ascrivere nell’ambito narrativo i libri di questo singolarissimo tedesco. Non è l’epoca contemporanea più il tempo per sistemi letterari in forma di saggio critico o romanzo, né il tempo per nuove metafisiche o fenomenologie, Johnson voleva scrivere qualcosa che potesse essere trasversale ad ogni dimensione, capace di raccogliere in se ogni molteplicità, per conservare e comprendere quanto v’è d’immensamente irriducibile nella vita d’un individuo.

Walter Benjamin imprimeva alla sua ricerca la speranza di poter trovare prima o poi una porta capace di spalancarsi su un mondo altro, diverso da quello in cui si è costretti a vivere. Leggendo Johnson si comprende che, qualora vi fosse la possibilità di trovare la porta, non si avrebbe la capacità di aprirla o quantomeno non si riuscirebbe a rintracciare la chiave. E’ possibile solo trovare congetture e non soluzioni, forse neanche prospettive. Ci resta soltanto congetturare sulla morte di Jakob, cercare di ricordare ed ipotizzare la sua vita, ascoltare la voce di zia Times per sapere ciò che è accaduto mentre piantavamo le rose in giardino, raccontare a Marie ciò che è stato, in una ricerca infinita di strade percorribili, in un continuo vagheggiare sul senso dell’esistere scadenzato e costretto tra i giorni e gli anni.

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