Metafisico cabaret

27 febbraio 2004
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di Federica Fracassi/Teatro Aperto

Metafisico cabaret, in scena al Teatro dell’Arte di Milano, è uno spettacolo diretto da Giorgio Barberio Corsetti, ideato insieme alla sua compagnia Fattore K.
E’ una smorfia, una carezza, un tentennamento, un urlo, una lapide, un ghigno,

un sogno, un altare, un totem, un rutto, un volo, un precipitare con un peso sghembo, una sostanza, una forma, una bestemmia, un niente, un così niente che ti fa piangere e ridere per quanto di vuoto lo riguarda e insieme riguarda te che lo guardi guardare e impaurire.
Cos’è uno spettacolo? Cos’è un attore? Cosa dovrebbe essere un attore se non questo?
Filippo Timi è un attore di teatro, come tutti gli attori dovrebbero essere. E’ un semplice attore. Ma credo anche di poter aggiungere con assoluta fermezza: Filippo è un genio.
Vi giuro che di solito, essendo attrice io per prima, sono invidiosa e stronza fino al midollo e, prima di celebrare un altro essere che mi rubi un po’ di luce, mi taglierei le vene.
Ma questo Filippo buffone triste l’ho conosciuto tanti anni fa ormai, quando lavoravamo con il Teatro della Valdoca, quando solo ancora balbettava e mi faceva fare i voli da rockstar in aria, perché era una mossa che aveva imparato pattinando sul ghiaccio.
Questo Filippo massiccio e glorioso l’ho visto a teatro più e più volte in questi anni. Ed è stato sempre emozionante e da pelle d’oca verificarlo presente a tutto, sempre presente, mentre noi scappiamo al tempo, alla nostra vita, agli appuntamenti, pensando che poi…poi forse succederà qualcosa, e poi è fatalmente troppo tardi. Lui invece l’ho trovato sempre lì, presente a se stesso e agli altri sulla scena, tramite di brividi e domande, sprezzante e indagatore e divino.
Pensate che tutto ciò non vi riguardi? Sì che vi riguarda. E’ l’essenza del teatro.
Anche Giorgio Barberio Corsetti conosco da tanto tempo, una conoscenza più distante che è quella che si deve al regista che ammiri, anche se non lo prendi troppo sul serio con la sua aria da eterno ragazzo. Conservo ancora le locandine dei suoi spettacoli, i primi che andavo a vedere quando diciottenne mi avvicinavo al teatro e mi è anche capitato di essere sua allieva a Modena. Lo facevano ridere le mie calze a quadri.
Giorgio e Filippo si sono incontrati da un po’ di tempo ormai e io credo che sia stato un incontro molto fortunato. Così come Federica Santoro, in scena anche lei e sempre bravissima, Filippo dà carne e sangue alle metafisiche buffe storture di Giorgio, sporca i disegni che Giorgio ha in testa, incarna il disequilibrio rendendo lo spettacolo divino, perché troppo umano, così ironico da essere commovente e lieve fino alle lacrime.

(A proposito di lacrime. Quando arrivi a teatro trovi una banda scalcagnata che suona e pensi che sia una trovata registica: lo spettacolo in fondo tratta di cabaret, di evoluzioni circensi come hai letto dal giornale. Poi capisci che non è così. Sono gli ex-dipendenti del teatro che protestano. Aspettano la loro paga da nove mesi, inascoltati. Tristezza. Angoscia. Incazzatura. Siamo alle solite, al solito Crt che prende i soldi dagli enti pubblici e poi umilia gli artisti, i dipendenti. Sta per uscirmi un urlo: perché il teatro fa così schifo? Perché deve essere lordato da questa mancanza di rispetto? E poi stasera è come uno schiaffo sulla mia faccia. E’ da due anni che boicotto da spettatrice questa sala, per protesta contro questo trattamento che era stato ovviamente riservato anche alla mia compagnia, Teatro Aperto. E mentre sono lì che tentenno la banda scalcagnata mi picchia forte e dice: “Perché stai entrando vigliacca, perché?”. La domanda è pertinente. Ma stasera ho bisogno di entrare. Lo so. “Infrango il mio voto per la banda che sta là dentro”, rispondo. E la banda fuori capisce e mi dà la sua benedizione.)

“Ed ora?…” chiederete curiosi “…dopo tutte queste introduzioni parlaci dello spettacolo”.
No, non sono un critico.
Invece di descrivervi quel che ho visto, in questo mondo stitico di complimenti, voglio solo ringraziare Filippo e gli altri per gli istanti di ieri, celebrarli così come faceva Ginsberg “Holy, Holy, Holy…”.
E’ così il genio: qualcosa che va celebrato; qualcosa che sta esattamente dove deve stare e per questo è più forte di noi, più testardo e forte e dissacrante di tutti, più fragile della nostra fragilità, più bastardo della nostra cattiveria, più animale di noi uomini e più generoso. Più generoso di umori di quanto lo siamo noi, perché ci dà il respiro, e la saliva, e il piscio mischiato alla poesia: tutto ci dà il genio, si risucchia tutto e si sputa fuori per noi, non può fare a meno di svuotarsi ogni giorno un po’ per noi spettatori, e questo almeno vale un grazie.
Questo è Filippo. Che a tavola parla e fa improvvisare forchette e tovaglioli, che legge i diari di Nijinsky e ti parte con una tesi filosofica, che quando hai la febbre ti si butta sul letto e ti fa un monologo, che gira con i tacchi per i festival, che rimane muto e triste con gli occhi spalancati che vedono poco, che si distrae continuamente e non puoi farci un discorso, che passa dal comico al tragico, dal canto alla danza, dal vomito al cielo. Che lo pensi creato per il mondo intero, ma ora, non domani, ora.

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