Ponti nella nebbia

28 febbraio 2004
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

dogana_10solinas.gif

Le vere Muse
“Yo soy yo y mi circumstancia”, affermava Ortega y Gasset. Ognuno è la sua circostanza geografica, storica e culturale. Anche se oggi, all’epoca dell’emancipazione planetaria, è sempre più facile credersi liberi da tutte le radici, bisogna essere onesti con noi stessi: siamo individui finiti e limitati; non possiamo nascere due volte; nè viaggiare senza sentirci stranieri.
Nel nostro mondo, ovvero nel mondo di un uomo che ha perduto di vista il proprio orizzonte e perciò la possibilità stessa di vivere altrove, la lezione di Homo Poeticus dovrebbe essere quella di resistere di fronte alla scomparsa della nozione di esilio, concepito come solo altrove autentico; e di resistere di fronte al più grande sogno dell’umanità, la quale vorrebbe vivere in ogni luogo allo stesso modo. Infatti, se questo sogno si realizzasse non ci sarebbe più nessun luogo da dove poter sognare.

La possibilità di salvaguardare questo altrove, e la volontà stessa di costruire ponti storici tra le diverse epoche e culture dipendono dalla capacità di non perdere di vista il nostro orizzonte limitato e finito: un compito difficile, poiché Homo Poeticusnon è un altro uomo da quello che ha perduto di vista il proprio esilio interiore.
Se, dunque, c’è mai stata una “cultura mediterrannea”, se è mai esistito un mare nostrum – questa “pozzanghera d’acqua”, come la chiamava Platone – culla di molte civiltà e luogo di incontro tra Occidente e Oriente, la possibilità che essa sopravviva dipenderà non solo dalla nostra volontà di costruire ponti, ma anche di essere ponti noi stessi, di non perdere fiducia nel dialogo con il passato e con i morti. In altre parole: di non crederci gli ultimi.

Dico questo con cognizione di causa, visto che la mia circostanza è Venezia e la costa adriatica: a Venezia, anche il più solo degli uomini ha sempre un ponte alle sue spalle. Certo, è molto più facile che a quest’uomo solitario capiti di avere alle spalle una torma di turisti in procinto di immortalare la Scuola di San Rocco o la chiesa dei Frari, oppure, seduto a sorseggiare un caffè in una terrazza del Lido, di sentire all’occasione l’eco dei bombardamenti provenienti dalla costa croata. Questo fa parte del contrappeso prosaico che ogni poesia deve essere in grado di sostenere: correre il rischio della prosa è l’essenza della poesia. Ciò non significa che la poesia debba rinunciare alla versificazione, al dialogo con le forme antiche o alla metafora. Penso a Goethe e alla sua nozione di “circostanza” (di cui quella di Ortega y Gasset è una variazione): “Le circostanze sono le vere Muse”. E ancora: “Il mondo è così grande, così ricco, e la vita offre uno spettacolo così vario che alla poesia non mancheranno mai gli argomenti. Ma è necessario che sia sempre poesia di circostanza. In altre parole, bisogna che la realtà fornisca l’occasione e la materia. Un caso particolare diventa generale e poetico proprio perché è trattato dal poeta”. La poesia di circostanza si innesta sul corso del mondo, si appoggia sul presente storico, si riallaccia così al passato, prende le distanze dalla prigione dell’attualità, apre le porte all’avvenire. Il poeta di circostanza non è colui che si confessa, ma colui che è ponte tra il proprio mondo e il mondo. Tutto ciò il buon senso dell’artista non lo dimentica mai: è l’unico modo di essere universali.
Venezia e quest’angolo del mare Adriatico che è il mio orizzonte limitato e finito, li ho sempre considerati, al di là di ogni influenza bizantina, come una parte dell’Europa centrale. Unire l’ironia nostalgica, il senso della forma e del concreto della poesia e del romanzo centroeuropeo con l’energia metaforica delle letterature mediterranee è sempre stato il mio punto di partenza e di arrivo.
Ma la luce di Venezia non è quella dell’eterno mezzogiorno: ci sono dei rosa, degli ocra, dei grigi che spesso l’avvolgono anche in piena estate. E i suoi cieli sono sempre attraversati da bianche nuvole.
Il silenzioso tormento di quest’angolo di Adriatico è il mio tormento. Il suo assedio non spinge al desiderio di infinito, ma affina la coscienza di un uomo limitato dalla sua Musa Circostanza, che sa che tutti i ponti alle sue spalle possono essere sommersi in qualsiasi momento.

Il desiderio di oblio è il più forte dei desideri
“Non perdere fiducia nel dialogo con il passato e con i morti. Non crederci gli ultimi”. Ero ossessionato da queste frasi. Le avevo ripetute durante il mio soggiorno in Spagna fino a coprirmi di ridicolo. Tanto che il mio amico, scherzando, mi disse: “Mi querido, non preoccuparti, non sei l’ultimo. Ma se continui nella tua litania, io sarò certamente l’ultimo uomo capace di sopportare la tua immensa fiducia nel futuro”.
Di ritorno in Italia, ho voluto leggere un romanzo di Cees Nooteboom, Il giorno dei morti.
All’inizio del romanzo, il protagonista Arthur Daane, un documentarista olandese, gran viaggiatore con domicilio a Berlino, si rende conto, osservando alcuni libri esposti nella vetrina di una libreria, che la parola Geschichte, Storia, si sta incuneando tra i suoi pensieri. Arthur la traduce immediatamente nella sua lingua, nella quale la parola diventa geschiedenis. In olandese la parola suona meno minacciosa, soprattutto grazie all’ultima sillaba, nis, che significa “‘nicchia’, un luogo in cui si poteva cercare rifugio, o dove si poteva trovare qualcosa di nascosto”.
Il problema della conoscenza, come molti filosofi del XX secolo hanno ripetuto, è un problema linguistico. Tuttavia il problema della conoscenza romanzesca non è né filosofico né linguistico, ma riguarda l’esistenza. Chi è Arthur Daane? Un eterno adolescente ancora capace di stupirsi del mondo? Un uomo che non riesce a dimenticare la morte della moglie e del figlio? Un flâneur della memoria? Oppure qualcuno che si innamora sfiorando la cicatrice di una ragazza così da rendere quel gesto “più intimo del fare l’amore”? Fin dall’inizio il romanziere ci dà la chiave dell’opera. Per cercare di comprendere Arthur Daane e i suoi amici, Arno, l’erudito, Victor, lo scultore, Zenobia, la scienziata, Vera, la pittrice, Erna, l’amica più fidata, e Elik, la ragazza dalla “testa berbera”, si dovrà fare la spola tra queste due parole che ne formano una sola: interrogarsi su ciò che la Storia dilapida e consuma e su ciò che l’individuo nella sua nicchia, rifugio e luogo di esplorazione, è capace di strappare e salvare.

Tutti i personaggi frequentano il passato, ma tutti avvertono che il loro dialogo con i morti non è solo pericoloso, ma anche nostalgico. Le loro conversazioni infinite, che si concludono quasi sempre in bisboccia, hanno il sapore di un esorcismo: l’humour e la cultura di cui sono impregnate sembrano appartenere a un altro mondo (se non all’altro mondo). I loro sentimenti di distacco, di amicizia, di riserbo come il loro sguardo sul passato stanno per estinguersi. Berlino è un memento mori architettonico, una cicatrice a cielo aperto. Eppure il desiderio di oblio è il più forte dei desideri. Tragedie quotidiane si succedono dovunque in città. L’assalto esponenziale dei “fatti” blocca il dialogo tra generazioni inchiodate all’attualità. Tuttavia la vera tragedia è che la nicchia esistenziale sta per trasformarsi in nicchia biologica. Arno arriva a dire che ogni “monumento è una falsificazione”, poiché ogni nome non è lì per ricordare qualcuno, ma per custodire la sua assenza. Arthur, invece, ha qualche dubbio: “Se non avessimo un nome, esisteremmo solo come specie, come le formiche o i gabbiani”.
Il presente di Arthur: un ponte sospeso tra gli esorcismi sofisticati del disincanto e l’indifferenza quasi animale di fronte alle rovine. Due forme dell’oblio. Eppure il vagabondare di Arthur per Berlino e per il mondo con la sua cinepresa in spalla alla ricerca di dettagli non ha forse come ultimo scopo quello di salvare dall’oblio ciò che è più “comune”, più umano? “Voglio conservare le cose che nessuno vede, a cui nessuno presta attenzione, voglio impedire che le cose più comuni scompaiano”.
Arthur vuole salvare la possibilità semplicemente umana di consacrarsi a ciò che è mortale. Una forma di compassione che sembra condividere con Elik, la ragazza dalla “testa berbera”, capace ancora di riconoscere sentimenti estinti come il riserbo, ma troppo segnata dalla sua tragedia personale e dal cinismo dell’epoca per non giudicare ridicola il legame sentimentale che Arthur intrattiene con il passato. Tra la Elik che gratta alla porta come un gatto randagio e la Elik che scava come un segugio nella sua nicchia di studentessa per salvare dall’oblio una regina del Medioevo spagnolo, Arthur intravede l’amore. Ma è solo un istante. Il tempo di sfiorare con tutta la sua partecipazione umana, una cicatrice. Ma amare le proprie cicatrici e quelle che la Storia ha inflitto agli altri significherebbe interrogarsi sulle ferite: un compito che la specie dei vivi sembra aver lasciato per sempre ai morti.

Se non avessimo un nome
Di nuovo a Venezia. Aspetto S. sul ponte dell’Accademia che unisce la Scuola di Belle Arti al Conservatorio di musica. Guardo il cielo azzurro attraversato da bianche nuvole. Sul grande bacino un nugolo di gabbiani insegue una nave che sta per attraccare al molo della Dogana. “Se non avessimo un nome, esisteremmo solo come specie, come le formiche o i gabbiani”.
In piedi su questo ponte di legno sento lo scricchiolare del genere umano che si estingue nella specie.
Ho paura che questo scricchiolio sia tutto ciò che mi resta: il punto di partenza e d’arrivo della mia arte, la mia circostanza, la mia Musa, il mio orizzonte, il mio silenzioso tormento di fronte all’assedio della stupidità e del disincanto.
Inseguo con uno sguardo impaurito la nave che giunge da un altro paese, attraversa lentamente la frontiera e attende di riversare il carico della propria stiva sulla banchina. Il tempo per i doganieri di controllare le merci. Il tempo per l’equipaggio di sgranchirsi le gambe e fumare una sigaretta. Poi tutti si ritirano in fretta, gli uni nelle cabine, gli altri negli uffici del porto.
Ciò che resta è un allegro nugolo di gabbiani e il loro grido assordante che copre tutto: la morte, l’assurdo, le voci che si perdono nella nebbia, il presente, il passato, gli eterni esorcismi della specie. Perché tutto è passaggio: un ponte tra l’uomo e la natura, tra la vanità di chi se crede l’ultimo e il desiderio di scomparire senza lasciare traccia.

Tag:

4 Responses to Ponti nella nebbia

  1. Erica il 29 febbraio 2004 alle 21:44

    Mi piacerebbe leggere più spesso, qui su NI e altrove, parole come queste. Sentire voci che parlano la letteratura e non la urlano nel patetico tentativo di sovrastare il rumore del mondo e finendo solo per aumentarne il volume. Anche i ponti possono essere sommersi, è vero. Però vengono sempre ricostruiti. Ogni uomo può anche essere un’isola ma non può restare isolato. “Rompere i ponti col passato” è un esercizio non di rivoluzione bensì di rimozione ma solo i grandi artisti sanno produrre un ritorno del rimosso che non sia solo un sintomo nevrotico.

  2. luminamenti il 29 febbraio 2004 alle 21:54

    Gnosi

  3. Erica il 29 febbraio 2004 alle 23:41

    Lumina, ti piacciono più gli enigmi o le parole crociate? Evidentemente i tuoi interventi non hanno mezze misure. E, in questo caso, chi o cosa credi di liquidare con una parola sola? Spiegarsi, s.v.p.

  4. luminamenti il 1 marzo 2004 alle 06:44

    Anche una lumina menti come me ha momenti di stanchezza e procede per sintesi estrema. Nell’eccellente traduzione del trattato zen scritto da Dogen nel Giappone del tredicesimo secolo e intitolato Shobogenzo, trovo:Dire molte cose comporta molti incovenienti;dire poche cose ha poca forza. Dovendo discostarsi dal dire molto e dal dire poco, che cosa diremo? Più avanti si legge: Penetrare nell’erba e fare il vento. Questa è la mia irragiungibile meta, perdonami, e la mia risposta alla tua osservazione sulle mezze misure (io però avrei detto misure nel mezzo).
    No Erica, non intendevo liquidare nessuno. Mi è piaciuto molto questo articolo Ponti nella nebbia e altrettanto mi è piaciuto il tuo commento. Ho solo riassunto in una parola questa tua intelligente considerazione (ma tutto il tuo intervento era brillante): “solo i grandi artisti sanno produrre un ritorno del rimosso che non sia solo un sintomo nevrotico”. Ho anche scritto in un commento alla Generazione dei padristi, dando ragione a Scarpa nell’essenza delle sue osservazioni, questo particolare: l’apprendimento è la vera struttura trascendentale che unisce senza mediarle la differenza alla differenza (è qui che si gioca il vero riconoscimento del passato con un nuovo presente, che non è ciò che è apparso del passato, non è la sua identità), la dissomiglianza alla dissomiglianza, e introduce il tempo nel pensiero, come forma pura del tempo vuoto in generale (riempire con il pensiero questo tempo vuoto è l’immanenza!), e non come un passato mitico, piuttosto un presente da creare come mito. Sui rapporti tra Gnosi e psicoanalisi se ti va di approfondire ti rimando all’interessante lettura di Ugo Amati, Gnosi e psicoanalisi, edito da Borla.
    Il mio era un plauso al tuo intervento.
    Cmq la colpa è mia se non sono stato chiaro.



indiani