Tre sonetti

6 marzo 2004
Pubblicato da

di Jacques Roubaud tradotti da Andrea Raos

(Dispatrio è una rubrica dedicata a prime traduzioni di autori stranieri non ancora pubblicate in Italia né su rivista né su volume; consideriamo prime traduzioni anche nuove e inedite traduzioni di testi già apparsi in italiano)

°

2.4.3. vista
sette

il tempo fugge il tempo, il tempo è come larva
il tempo è l’inconscio della terra spande
il tempo è sguardo il tempo è trasparenza
ai morti alla passione alle false prove
durata d’uomo solo e di donna sola
luci della luce dell’assenza
la lega non è che schiuma minuscola
e schiva poi le onde si separano
il tempo è vampa il tempo è dell’ombra
il tempo è questa scrittura che si accende
sulla carta sulle lingue casuali
il tempo il tempo è formica il tempo è numero
accosta i riflessi li mischia li smuove
cancella uomo, donna, infanzie

*

2.4.3. vue
sept

le temps fuit le temps, le temps est comme larve
le temps est l’inconscient de la terre étale
le temps est regard le temps est transparence
aux morts à la passion aux fausses épreuves
durée d’homme seul durée de femme seule
lumières de la lumière de l’absence
l’alliance n’est que toute petite écume
véloce ensuite les vagues se séparent
le temps est rougeoiement le temps est de l’ombre
le temps est cette écriture qui s’allume
sur les pages sur les langues de hasard
le temps le temps est fourmi le temps est nombre
rapproche les reflets les bouge les mêle
efface l’homme et la femme, les enfances

* *

nubi…

nubi glissavano grappoli di ferro
sul suolo sfuggente alto
in questo paese il vento è bianco al suo sforzo
brillano la selce e l’olivo
il tempo si è diffuso come il tempo
fa simulacro delle acque

ho dimenticato l’infanzia chiusa alla deriva
sotto il cielo dai mantelli buî

ciò che usciva da carboni verdi non ricordo
uccelli innumerevoli
verso il campo rosso guancia ancora amata

in un mese d’ardesia e di cenere
tutto era detto
uno di noi morto destituiti i venti

*

des nuages…

des nuages glissaient grappes de fer
sur le sol fuyant et blanc
en ce pays le vent est blanc à son effort
brillent le silex l’olivier
le temps s’est repandu comme le temps
fait simulacre des eaux

j’ai oublié l’enfance close dérivant
sous le ciel aux sombres manteaux

ce qui sortait de charbons verts je ne sais plus
oiseaux immodérément
vers le champ rouge joue encore plue

en un mois d’ardoise et de cendre
tout était dit
l’un de nous mort et les vents dessaisis

* *

bambino sullo scalone

ogni luce posta marca un po’ la notte
– rilievo finestre che si situano nel molto
profondo buio – niente tranne questi segni della specie
– accessi al giallo prezioso pieno un fo-
rte odore di rosso di umano – ma altrove niente
non albero non ghiaia non mondo niente che cessi
scagli
{ minacci il denso annichilito
cominci
isole
il buio bagna { (la più gialla dal cuore
armi?
davvero alto di un uomo) tondi tondi gli occhi senza batter ciglio
percepiscono: la natura? (sorella impalpabile
talmente altra che nessuna chiave)

*

enfant sur le perron

chaque lumière en place marque un peu la nuit
– relief fenêtres qui se situent dans le bien
profond noir – rien sinon ces signes de l’espèce
– des accès au jaune précieux plein une pui-
ssante odeur de rouge d’humain – mais ailleurs rien
par arbre pas gravier pas monde rien qui cesse
balance
{ menace l’épais l’annihilé
commence

îles
le noir baigne des { (la plus jeune au cœur
armes?
bien haut d’un homme) tout ronds les yeux sans ciller
appréhendent: la nature? (impalpable sœur
si autre qu’il n’est de clé)

(Un libro costruito secondo lo schema di una partita di go, di cui trascrivo e traduco tre mosse, sonetti dilapidati o scomposti. Tratti da Jacques Roubaud, E , Gallimard, 1967 e ristampe. A. R.)

(Christian Boltanski, Monument Odessa, 1991)

Tag: ,

23 Responses to Tre sonetti

  1. Fabrizio Corselli il 6 marzo 2004 alle 11:25

    Ciao Andrea; molto interessante l’articolo. Come si fa a saperne di più su questa rubrica? Grazie, Fabrizio Corselli

  2. andrea inglese il 6 marzo 2004 alle 14:52

    Caro Fabrizio, la cosa è semplice. “Dispatrio” dovrebbe fungere come un vasocomunicante verso l’altrove letterario o, detto in un altro modo, un’occasione di dispatrio linguistico, come ogni attività di traduzione è. Proporre in questa rubrica autori mai tradotti o nuove traduzioni non significa celebrare ovviamente la vitalità delle altre letterature a scapito della nostra. Significa sottolineare come la galassia letteratura non conosca, come i migranti odierni, frontiere di stato-nazione, ma solo archi più o meno ampi del desiderio, e potenza dei propri mezzi di “locomozione” linguistica.
    Ogni volta insomma ci dovrebbero essere almeno due autori in gioco, due lingue e due scritture, che entrano in tensione.
    La letteratura vive al di là dei tempi editoriali, delle decisioni opportunistiche di tradurre o meno certi autori; noi traduciamo perché leggiamo, scriviamo e pensiamo. E’ una necessità fisiologica quella del dispatrio.
    In conclusione, e prosaicamente, anche in questa rubrica, come è uso in NI, non ci sono preclusioni di genere. Per cui aspettiamo di leggere anche saggi tradotti, pagine di romanzo, ecc.

  3. Gianni Biondillo il 6 marzo 2004 alle 17:55

    che bella idea!!!!

    G.

  4. Fabrizio Corselli il 7 marzo 2004 alle 10:27

    Grazie Andrea per l’estesa spiegazione. Seguirò la cosa con grande enfasi ed interesse. Ciao ciao.

  5. emma il 8 marzo 2004 alle 19:08

    Versione dilettantesca

    il tempo fugge il tempo il tempo è come larva
    il tempo è l’inconscio della terra resiste
    il tempo è sguardo il tempo è trasparenza
    ai morti alla passione alle false prove
    durata d’uomo solo durata di donna sola
    luci della luce dell’assenza
    il patto non è che minuscola schiuma
    veloce poi le onde si separano
    il tempo è un raggio rosso il tempo è d’ombra
    il tempo è questa scrittura che si accende
    sulle pagine sulle lingue del caso
    il tempo il tempo è formica il tempo è numero
    accosta i riflessi li muove li unisce
    azzera l’uomo la donna le infanzie

  6. andrea raos il 8 marzo 2004 alle 21:04

    gentile emma, lei ha colto bene i punti in cui ho deciso di “scartare” dall’originale (la sua versione non mi sembra dilettantesca; anche se non sono d’accordo con la sua interpretazione di “alliance” come “patto”, in questo contesto). e le chiedo: quale voleva essere il respiro della sua? quale il tempo (in senso innanzitutto musicale)? cosa intenderebbe lei per “fedeltà” o “rispetto” al testo di partenza? secondo lei, perché ho scelto, in alcuni punti, di non attenermi alla “lettera”, qualunque cosa cio’ voglia dire? non dico questo per difendere la mia versione, ma per chiedere la sua opinione su alcune questioni generali che mi interessano molto.
    e più che il mio italiano, spero poi che le siano piaciute le poesie. cordialmente,

  7. lorenzo flabbi il 9 marzo 2004 alle 01:38

    Toc toc, entro in laboratorio, anche rigirando a Raos le domande che fa Emma:
    mi piace ‘spande’ per ‘étale’. Ci voleva un bisillabo, ‘spiega’ poteva anche essere più bello (gioca in filigrana anche l’eco delle ali del tempo), ma impossibile per la polisemanticità (e il senso primo, hélas, è un altro).
    Mi chiedo invece perché il ‘di’ in ‘durata d’uomo solo e di donna sola’? Raos fa una tradutio ritmica, cadenzante, e qui è costretto all’ellisse: allora perchè non ‘durata d’uomo solo e donna sola’, che non tradisce l’onda? (vado più in là: quarto verso: ‘ai morti alla passione a false prove’: ti sembra troppo?)
    Alliance: e se fosse la fede, sineddoche per matrimonio, per patto, sì, ma nuziale? (è una deviazione da ‘durée d’homme seul durée de femme seule’?)
    Mi piace la versione del verso 8, che riscrive e forza, con risultato più denso del francese.
    Emma gioca, per ammissione, con le regole della traduzione di servizio, ma al verso 9 stranamente i ruoli si ribaltano: interpreta e sceglie il metro, con gusto (anche se ‘il tempo è d’ombra’ per “le temps est de l’ombre” mi sembra che lasci cadere qualcosa di grosso). Raos, che invece gioca con altre regole, qui fa traduzione interlineare, e forse che quel verso brevissimo affloscia un po’ la tensione: ‘vampa’ è molto ricco, ma persino troppo istantaneo e sobrio (sono pure impressioni, più impalpabili della descrizione di un odore che si ricorda a malapena: ma è anche la lingua di questi versi a essere leggera).
    Sull’ultimo verso l’opinione che ho può essere più netta; entrambe le versioni mi sembrano più deboli dell’originale, e non riesco a capire quanto ciò sia deliberato: mi pare che senza congiunzione si perda il sospiro prima di “les enfances”, il fiato trattenuto, la resistenza alla pronuncia; quel ‘les enfances’ è appartato, nell’angolo aperto che sta dopo il silenzio, è il rimosso che compare, non senza fatica. Non è ‘l’uomo e la donna’, è dopo, non con loro, è prima. Sono dimenticate (‘chiuse alla deriva’), e dall’oblio riemergono.
    Se l’interlineare non piace, contropropongo: “cancella uomo e donna, e poi le infanzie”.
    Il bambino sullo scalone, letta così, senza conoscere Roubaud, a me è incomprensibile. Ma questa è un’altra storia.
    Plaudo all’iniziativa e saluto, chiudo. (o ‘… e poi chiudo’?)

  8. lor fla il 9 marzo 2004 alle 01:39

    “anche rigirando a Raos le domande che fa a Emma”, of course…

  9. emma il 9 marzo 2004 alle 07:24

    Gentile Andrea Raos, ti assicuro che non ho mai tradotto poesia (né altro, per la verità) e che sono un’assoluta dilettante. Le tue domande dunque mi mettono in imbarazzo, perché non saprei come giustificare sul serio (ed eventualmente difendere) la mia traduzione.
    Il “gioco” per me è stato riprendere una lingua di cui ho vaghe conoscenze scolastiche. Lo stimolo è stato certo il testo poetico, che mi piace moltissimo. Sono andata a cercare qualche notizia su Jacques Roubaud, e mi ha colpito la combinazione matematico/poeta. Questo però mi ha confermato il sospetto che siano possibili letture e interpretazioni molteplici, e che la mia sia una lettura molto banale.
    Quando ho “guardato” meglio la tua versione mi sono chiesta le ragioni di certi scostamenti dal testo originale, ma ho pensato – di nuovo – alla complessità e ai diversi livelli di lettura.
    La mia versione è in effetti un semplice esercizio, e non ha assolutamente l’intenzione di contestare o di criticare le tue scelte (cosa che peraltro non sarei in grado di fare).
    Io non mi sono posta particolari problemi di fedeltà al testo, ho cercato di seguire un certo ritmo, ma su un piano puramente intuitivo. L’unica cosa che davvero volevo cambiare era “vampa”, che mi ricorda Luzi (forse anche Montale), dunque una poesia che non riesco ad associare a questa.
    E quel “vampa” l’ho sostituito con “un raggio rosso”, che comunque mi sembra del tutto incongruo.
    Allora, se posso, le domande che fai a me le rivolgo a te (in un certo senso, la mia “versione dilettantesca” è un modo di fare domande). Cos’è la traduzione? Come rendere la musicalità e il respiro poetico? Cosa si intende per fedeltà al testo, soprattutto in poesia?
    Anche a me interessano queste cose, ma – lo ripeto – da semplice lettrice.
    Un caro saluto.

    P.S.: Giuro, non ho motivazioni particolari per la scelta di “patto” al posto di “lega”. Avrei voluto lasciare “alleanza”… Forse “lega” lo associo a cose che non mi piacciono. Meglio “legame”? “Nodo”?
    P.S.: Leggo ora l’intervento di Lorenzo, molto interessante e profondo. Vedo che anche lui ti pone le domande che hai posto a me…

  10. emma il 9 marzo 2004 alle 10:52

    Beh, “alliance” – se il rimando è alla chimica o a un processo chimico-fisico – potrebbe essere anche “fusione”. Ma avrebbe comunque una sillaba di troppo… E forse sarebbe eccessiva in senso lato…
    Sì, credo che “lega” sia la soluzione migliore.

  11. andrea raos il 9 marzo 2004 alle 11:53

    cara emma, le tue domande mi schiacciano… quindi rispondero’ di sbieco, tramite quelle di flabbi – comunque convergenti.
    1. in “durata d’uomo solo e di donna sola”, si’, avrei potuto togliere il secondo “di”, ci avevo pensato. ma c’erano due problemi. il primo di senso: l’originale è molto chiaro, le “durate” sono due, UNA d’uomo e UNA di donna, inconciliabili. già eliminando la seconda, secondo me, avevo un po’ forzato. ma addirittura “durata d’uomo solo e donna sola” per me proprio non va: dice una fusione (foss’anche fusione di due solitudini) che sarà “lirica” fin che vuoi, ma scardina proprio il senso. e poi (ma le questioni sono legate) c’è il ritmo. con “durata d’uomo solo e donna sola” tu fai un endecasillabo perfetto: avvolgente, sinuoso, inglobante, carezzevole come tutti gli endecasillabi. mi risponderai che anche roubaud fa un alessandrino, ma appunto: corrispondono i due? al di là del diverso numero di piedi, il “ritmo” endecasillabico e quello alessandrinico per me non hanno nulla in comune: e tradurre baudelaire in endecasillabi, ad esempio, un errore (precisando che l’ho fatto, quindi parlo per me). nell’alessandrino francese a me piace il carattere spezzato, prosaico, ragionante, direi quasi moralista (non è un caso che fortini lo abbia usato spesso). e soprattutto, più che piacermi in sé, mi interessa importarlo nella/contro la lingua italiana, come un limone spremuto in gola dopo un litro di sciroppo di ribes ingoiato a forza.
    2. sul senso di “alliance”, probabilmente abbiamo ragione tutti e tre: patto, sposalizio etc. ma mi dispiace che la mia povera “lega” sia, per emma, contaminata dalla politica: abbiamo la fortuna di leggere cose che bossi etc neppure sanno che esistono, né mai lo sapranno; godiamocele per quello che sono. è che l’ho sentita più legata alle “onde” che vengono dopo, quindi le ho dato un senso più “fisico” che “amoroso” (anche se ovviamente la metafora rimbalza poi su cio’ che precede).
    3. si dovrebbe discutere sul senso esatto di “rougeoiement”, che, confesso, mi sfugge. poi si potrà trovare qualcosa di meglio di “vampa”, senza dubbio (ma, non me ne voglia emma, non credo che “raggio rosso” sia la soluzione).
    4. “efface l’homme et la femme, les enfances”, in apparenza semplice, in realtà è spinosissimo – la mia scelta non mi soddisfa. l’analisi di flabbi è molto bella, ma “cancella uomo e donna, e poi le infanzie” mi pone lo stesso problema endecasillabico di cui ho già parlato. al limite preferisco l’idea di emma, che in più ha il vantaggio di affrontare la quasi-rima interna “efface”-“enfances”, con il suo “azzera”, che non è per niente male.
    conclusione: che bello parlare di questo cose, grazie a voi due. andrea.
    p.s. “enfant sur le perron” è molto penalizzata dall’impaginazione lumpenproletaria di andrea inglese. valla a vedere nel tascabile di gallimard, magari ti piacerà di più, spero.

  12. anto il 9 marzo 2004 alle 13:59

    gentili amici, che libro mi consigliate per migliorare le mie traduzioni, diciamo dall’inglese? anche di teoria o di storia letteraria comparata. grazie!!!!

  13. andrea inglese il 9 marzo 2004 alle 18:29

    raos, sgancia un bilione di euro e si migliora l’impaginazione di NI, e anche l’arredamento della tua stanza
    baci

  14. andrea raos il 9 marzo 2004 alle 18:52

    inglese, l’arredamento della mia stanza-bara mi va benissimo cosi’, post-atomico, psichiatrico, ascellare. quanto ai DUE bilioni di euro, si potrebbe parlare di una certa bolletta del telefono/fax…
    vabbuo’, bando alle scemenze. avevo cominciato io, ne faccio ammenda. aribaci

  15. andrea raos il 9 marzo 2004 alle 18:58

    cara anto, testi teorici come puoi immaginare ce ne sono tanti, e non sta tanto a me giudicare… citando un po’ a caso, direi almeno henri meschonnic, antoine berman, george steiner (“dopo babele”), e da li’ approfondire. ma soprattutto mi sembra importante leggere belle traduzioni e vedere come fanno gli altri; se non lo conosci, il primo esempio che mi viene in mente (ma è un ottimo esempio, anche se non dall’inglese) è la traduzione di “morte a credito” di céline fatta da giorgio caproni, per me uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi (come del resto l’originale, ovviamente). oppure il quaderno di traduzioni di giovanni giudici (“addio, proibito piangere”, einaudi) o di franco buffoni (“songs of spring”, marcos y marcos). vado di fretta, scusa. cordialità

  16. Tiziano Scarpa il 9 marzo 2004 alle 22:56

    Per Anto: mi permetto di segnalare “Teoria della traduzione” di Laura Salmon, edito da Vallardi nel 2003, pp. 290, 11,50 euro. Ricopio l’indice: “1. Teoria della traduzione: una visione d’insieme; 2. Sacralità, mistica e ideologia: la teoria tra religione ed estetica; 3. La traduttologia e la scienza: storia, epistemologia e ricerca; 4. Il traduttore e il mercato: deontologia e professione; 5. Tecnica e mestiere: il progetto, le competenze, l’addestramento”. Laura Salmon è un’ottima traduttrice dal russo. Questo manuale è veramente ricchissimo di informazioni, presenta e discute le principali teorie sulla traduzione e la situazione concreta in cui si trova a lavorare il traduttore, oltre a stanare costantemente le premesse metafisiche, epistemologiche ed estetiche di ogni atto di traduzione. Non è di facilissima lettura.

  17. Lorenzo Flabbi il 16 marzo 2004 alle 01:02

    Caro Raos, concordo pienamente: togliere il secondo ‘de’ del quinto verso rimanda in prima lettura a una fusione indebita dei due tempi ‘d’uomo solo’ e ‘donna sola’. Il fatto che sia interpretabile anche altrimenti conta ben poco, se l’effetto che si crea è un altro: la tua mi sembra l’unica soluzione possibile.
    Metricamente invece son meno persuaso: o mi è caduto un pezzo d’orecchio nello sfilarmi il maglione, oppure né il quinto né l’ultimo verso sono alessandrini. Piuttosto décasyllabe – a maiori, con accento di sesta e secondo emistichio leggermente ipometro – la cui resa con gli endecasillabi italiani è spesso abbastanza pertinente; ad ogni modo, per ciò che vedo di Roubaud mi sembra che l’elemento puramente metrico sia trascurabile. La chiave sta piuttosto nel ritmo (di frase accento durata pensiero, e solo poi sillaba), e in quella direzione intendevano andare le mie paracontroproposte.

  18. emma il 16 marzo 2004 alle 18:27

    Sommessamente. Se si decide di dare meno importanza alla metrica e alle sillabe (e ne sarei felice, data la mia abissale ignoranza di alessandrini e decasillabi a maiori), allora si può tornare per intero – alla lettera e sul piano concettuale – a Roubaud e al suo “durata di uomo solo durata di donna sola”.
    Si torna a una perfetta simmetria, che è anche il massimo della distanza, della non-fusione, della provvisorietà e insieme della resistenza / non-riducibilità / unicità / solitudine dell’individuo.

  19. andrea raos il 17 marzo 2004 alle 18:43

    per lorenzo: no, il pezzo d’orecchio è caduto a me(era già piccolo di suo), in effetti sono due decasillabi (a maiore, senza dubbio). per darti ancor più ragione, la mia idea è che roubaud calchi sull’endecasillabo italiano (in un altro punto cita esplicitamente cavalcanti – o guinizelli, adesso non ricordo). in realtà, avendo letto il libro, la mia impressione è che r. faccia un uso abbastanza concettuale (il libro è del 1967) della forma-sonetto, nel senso che dopo un po’ si percepiscono, in filigrana, di striscio, sonetti classici anche dove non ce ne sono (nonché forme “nuove” sotto i sonetti “veri”, ce ne sono alcuni). da cui il mio errore di percezione. resta pero’ il problema del significato del verso, su questo punto sono contento che tu sia d’accordo con me. col che vengo ad emma.
    si’, naturalmente quello che conta alla fine è cio’ che la poesia ci dice, e la tua traduzione letterale è una buona idea, perché veicola questo. ma il punto interessante per me è che una traduzione “giusta” in realtà non esiste: le traduzioni deperiscono molto in fretta, e tradurre è operare una scelta, sulla base della propria cultura e sensibilità del momento, a partire dalle potenzialità del testo di partenza. noi oggi decidiamo di mettere l’accento sull’irriducibilità delle solitudini, domani, in un’estetica diversa, si potrebbe stabilire – senza esplicitamente voler mentire, e non per ignoranza – che in realtà roubaud voleva dire tutt’altro. e tradurre di conseguenza. è successo infinite volte nella storia delle traduzioni – la bibbia è un esempio tipico -. è nel campo di forze che generiamo, ciascuno traducendo, magari ciascuno più volte, poesia su poesia, che probabilmente raggiungiamo non una “verità”, ma almeno una direzione (un “senso”) ANCHE intorno e riguardo al testo che ci ha smossi. almeno cosi’ mi sembra. che ne dite?

  20. emma il 18 marzo 2004 alle 22:52

    È chiaro (lo ripeto) che la traduzione letterale non è “la” soluzione, nemmeno sul piano della “fedeltà” più banale. Mi pare di capire che tradurre poesia sia un compito arduo; che si abbia a che fare con (al minimo) una doppia estraneità, quella della lingua altra e quella tutta particolare del testo poetico; che la dimestichezza con le “teorie” della traduzione possa aiutare; che il problema principale resti tuttavia il paziente corpo a corpo con la sillaba, la parola, il verso, il ritmo, il poeta…
    Il poeta (il primo autore) e il traduttore (il secondo autore) fanno entrare in gioco la finitezza delle epoche, la varietà e la variabilità delle visioni del mondo, delle estetiche, delle lingue, delle esperienze / sensibilità individuali. E dunque – anche se questo non deve impedire la ricerca della “buona” traduzione – ogni traduzione è in una certa misura provvisoria, approssimata, parziale…
    Ho trovato per caso questo articolo di Yves Bonnefoy sul tradurre Leopardi. Mi sembra testimoni bene il “come”, i dubbi e il modo di procedere (interpretare, assumere rischi e responsabilità) dell’autore (nello specifico un grande poeta) che traduce poesia: www2.unibo.it/centrodipoesia/FILES/almanacco/BONNEFOY.html.
    E comunque, sarà l’effetto di quest’analisi per me così inconsueta, il testo di Roubaud mi sembra ogni giorno più “bello”. Mi è entrato nella testa e non se ne va più via :-)
    Grazie Andrea. Grazie Lorenzo.

  21. luminamenti il 19 marzo 2004 alle 08:26

    “Perdersi di vista” di Jean-Baptiste Pontalis. All’interno c’è un saggio dedicato alla traduzione: Ancora una professione impossibile.
    Cos’è dunque tradurre? Emigrare nella “propria” lingua!

  22. andrea raos il 19 marzo 2004 alle 10:24

    sono queste le cose che ti fanno dire “ne valeva la pena”… riuscire a far “passare” anche una sola poesia, anche verso un solo lettore, grazie a una traduzione E a un processo analitico… grazie a te emma, mi hai schiarito la giornata.

  23. a. r. il 19 marzo 2004 alle 14:08

    dimenticavo la cosa più importante: una traduzione e un processo d’analisi COLLETTIVI.



indiani