Cassius Clay

1 aprile 2004
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di Christian Raimo

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Romane dice a Michel che di carte non ne sa un cazzo e che dovrebbe smetterla, sta imbrogliando un sacco di gente, sta diventando uno stronzo.
“Stronzo non si dice”, mando giù il caffè, tentando di educare Romane, mentre dovrei già essere al lavoro a quest’ora, lei mi punta gli occhi dritti addosso ai miei. Ha quattordici anni e l’ultima lineetta segnata sul muro della cucina è a un metro settantuno da terra, un centimetro più di me. Poi prende un foglio e una penna, e scrive in stampatello: “CARO PAPACAZZETTO. NON ERA LA MAMMA A CHIAMARTI COSÌ?, COMUNQUE SAPPI CHE TUO FIGLIO È UNO STRONZO, PER LAVORO RUBA SOLDI A DEI POVERI VECCHI RINCOGLIONITI CHE TELEFONANO PER SAPERE SE GUARIRANNO DAL TUMORE, O SE LA FIGLIA TROVERÀ UN UOMO, FIRMATO CASSIUS CLAY”.
“È vero quello che dice tua sorella?” chiedo a Michel.
“Che è negra e c’ha il parkinson? Sì.”, mi risponde.

“Hai detto”, gli dico trangugiando una merendina che scopro appena la metto in bocca che è scaduta, “che era un lavoro temporaneo per l’estate. Non hai messo da parte abbastanza soldi?”
“Mi hanno detto che sono bravo. C’è molta gente che richiama, mi hanno proposto di lavorare fino a Natale. L’orario è dimezzato, ma sono gli stessi soldi”.
“Quanto ti pagano?”, gli chiedo.
“Siete mai stati al bar qui sotto?”, dice Romane.
“Ti rode proprio la fica?”, fa Michel a Romane, con una faccia da demone, poi si rivolge a me, come se fossi uno straniero che non capisce la loro lingua: “Mi danno ottocento euro al mese”.
“Siete mai stati al bar qui sotto? Sapete come fa la maggior parte dei…”, ripete Romane.
“Ti do gli stessi soldi, fino a Natale, ma lasci il lavoro, e fai un po’ di roba per casa”.
“Col cazzo”, risponde Michel, “io già faccio un bel po’ di roba per casa. Io mi di-, mi piace fare le carte al telefono. Perché prendi quello che dice Romane come se fosse il tuo grillo parlante?”
“…soldi il bar qua sotto? Colle macchinette dell’oroscopo. Ci sono dei vecchi che ci passano l’intera mattinata, che si spendono tutta la pensione e i risparmi per…”
“Perché hai diciassette anni e una testa che funziona”, dico mentre penso che non ho assolutamente ottocento euro da dargli, “o mi sbaglio?”
“…farsi prendere per il culo da delle macchine!”, finisce Romane.

Alle nove e tredici arrivo in laboratorio. Altri due minuti di ritardo, e mandavo a puttane l’intera giornata. Mi svesto, mi cambio, m’infilo la tuta, faccio ciao, e Samuel mi dice che sono uno stronzo: “Perché devi sempre farci rischiare di mandare in vacca il lavoro?”
“Figli”, dico, e vorrei aver detto qualsiasi altra cosa, Sbronza, Incidente aereo, Puffi che piovono.
Si gratta la faccia, non la testa come fanno tutti i mortali, ma proprio la faccia, come fosse un gatto: “Ti allacci la tuta, buon uomo”.
“Scusa, non sembra, ma questo lavoro stressa”.
Entra la segretaria di Samuel che dice che c’è un giornalista di Rolling Stone americano: “Sta a Parigi e vorrebbe farle un’intervista”.
“Niente più interviste. Gli dica che fra un mese o due uscirà un articolo su Science con tutti i risultati. Ok?”, risponde Samuel, poi mi chiede: “Tu, il naso è a posto, sì?”
“Allora niente?”, dice la segretaria.
Aspiro e dico sì, chiedo: “Chi c’è di là?”
“Tre orientali, un italiano, un canadese e un americano”.
“Che vuol dire tre orientali?”
“Adesso li vedi”.
Mi apre la porta della camera isolata. Saluto la segretaria, come se mi congedassi dal consorzio umano.
Samuel mi presenta: “Lui è Marc Dauget. È laureato in chimica biologica, lavora con la nostra équipe da un anno. Ed è la persona che deve odorare. Come vi è stato spiegato il dottor Dauget ha una particolare sensibilità agli agenti solforosi, e il suo aiuto ci è essenziale per rintracciarli”. Parla in inglese, non mi rendo conto se gli altri lo capiscono. “Ora la cosa vi è stata spiegata, e immagino che in alcuni di voi ci sia ancora un po’ di imbarazzo. Ecco, io vi assicuro che non soltanto non ce n’è motivo, ma che purtroppo se voi in qualche modo vi trattenete, e limitate la produzione di gas, alcuni dati dell’esperimento verrebbero falsati”. Mi guarda, forse vorrebbe che annuissi, io dico: “Sì”, e guardo i tre orientali. Sono un uomo che sembra un turco, un tizio giapponese o coreano sui trent’anni e una ragazza che assomiglia alla protagonista di Hong-kong Express, la tizia che nel film lavora al chiosco e canticchia sempre California Dreaming. È forse anche più bella.
“Il test”, dice Samuel, “dura tre ore. Rilassatevi, dovreste stare seduti su queste sedie, con la schiena eretta se possibile, distanziati l’uno dall’altro. Avete la tv a disposizione, e delle riviste…”
“Tutto a posto?”, mi chiede, “Possiamo cominciare?”
“Largo ai peti”, gli dico a bassa voce, e mi siedo.

Due anni fa è morta mia moglie Melanie, così almeno mi ha fatto credere. Era andata in vacanza in Cina verso metà dicembre per Natale, e io con Romane e Michel la dovevamo raggiungere per Natale. Qualche giorno dopo mi telefonò dall’ospedale di Pechino, e mi disse che forse si era presa una febbre virale, poteva essere malaria, ma sperava di no. Probabilmente si era spinta troppo in campagna, o aveva bevuto qualche schifo. Non c’erano aerei disponibili prima e riuscimmo a partire solo col volo prenotato, per Natale. Quando arrivammo a Pechino, andammo diretti all’ospedale, ma di Melanie non c’era traccia: era stata dimessa due giorni prima, aveva voluto andarsene nonostante il parere medico. All’ambasciata non c’era nulla di nulla, a parte la registrazione del visto d’ingresso. Girammo la Cina per dieci giorni, visitando tutti i posti dove presumevamo che era stata o in cui sapevamo che voleva andare. Eravamo una specie informe di famiglia monca di turisti presi dal panico. Poi decidemmo insieme di tornare a Parigi. A casa trovammo che era arrivata una lettera scritta in cinese. Andai al ristorante vicino a casa, e me la feci tradurre. Diceva: “Sua moglie sta molto male. Non sa se riesce a tornare. Se non riesce così, tornerà in un altro modo”. Mi infuriai con il cameriere del ristorante cinese, diedi fuori di matto, gli continuai a chiedere che cazzo voleva dire in un altro modo, un altro volo, un altro giorno… Mi feci arrestare per rissa, e mi feci una settimana in carcere. Questa è la storia? Questa è la storia.

Quando torno a casa c’è Michel che sta scopando. Per fortuna si trova sempre delle ragazze che gemono un sacco, così me ne accorgo prima di infilare le chiavi nella porta, e vado a farmi un giro nel quartiere. Dovrei fare la spesa, ma chiamo Romane e le dico se può pensarci lei.
“Faccio tardi qui al laboratorio”, le lascio detto alla segreteria del cellulare, “puoi prendere dei funghi e del pollo?”
Non sono neanche le tre e decido di andare al cinema. Vado all’ex-cinema parrocchiale che sta vicino al municipio. A gestirlo c’è una signora grassa con suo figlio: lei mi stacca il biglietto, lui me lo strappa. Non c’è nessuno dentro e la sala è come una cantina dismessa, sul telo dello schermo, in basso a destra c’è scritta la frase “Vaffanculo boyscout” che viene illuminata a seconda delle scene del film. Danno Giovanna d’Arco di Bresson, che ho visto già almeno altre tre volte. Mi si addormenta prima la chiappa destra e poi tutto quanto. Faccio anche un piccolo sogno così realistico: sogno che Michel torna da scuola e mi dice che ha imparato che cos’è una base e che cos’è un acido. Mi fa sedere e fa uno schema sulla lavagnetta della cucina. Poi mi chiede di chiudere gli occhi e di contare fino a dieci. Io non inizio neanche la conta che squilla il telefonino che mi sono dimenticato di spegnere e mi sveglio. Sullo schermo siamo alla scena della battaglia dopo il rogo, e in sala non c’è ancora nessuno. Rispondo, mentre penso a cosa significa il sogno. È la segretaria di Samuel, che mi chiede se mi disturba.
“Niente”, rispondo io a me stesso, ma ad alta voce.
“Le passo il dottore allora”.
“Marc”, mi dice Samuel, “volevo comunicarti i primi risultati, che sono rilevanti. Avevi ragione, cazzo. Maschi e femmine sono uguali, ma tra occidentali e orientali, pare, dico pare, che emettono peti in modo diverso. Non c’è neanche un decimo dello scatolo che produciamo noi”.
“È il cibo”, dico.
“È ovvio”, dice. “Ma per due giorni loro hanno mangiato la stessa cosa, no? Fagioli, carne di vitello e latte. Ma quello che mi interessava è un primo dato che si può ricavare: il siriano di stamattina soffre di una leggera forma ulcerosa, e le sue emissioni sono diverse e in modo significativo, anche da quelle degli ulcerosi che abbiamo registrato, capisci?”
“È…”, dico, e mi vengono in mente che ci sono aggettivi che si possono dire in qualsiasi occasione: “È interessante”.
“L’altra cosa che le volevo dire è più personale”.
“Cioè?”
“Tu hai avuto dei contatti con l’ambasciata cinese qui a Parigi, vero?”
Non nego.
“Hai presente la ragazza cinese che c’era stamattina? Ha dei problemi con il permesso di soggiorno. Mi ha raccontato una storia drammatica. Lei ha partecipato a Tien an Men dieci anni fa, quando aveva diciassette anni. E da allora è esule. È stata in Russia, in Italia, in Belgio, e adesso vorrebbe stare qui a Parigi dove pare esiste una comunità cinese di esuli mi ha detto molto…”
“Unita”.
“Esatto. E quindi mi ha chiesto se poteva parlarti”. Scorrono i titoli di coda. Rimango un istante in silenzio, e Samuel mi dice che tengo il volume della televisione troppo alto, che sembra che sto al cinema: “Lei non ha però né un telefono fisso né un cellulare, per cui mi ha detto che mi avrebbe richiamato e di farle sapere se potevate sentirvi. E anche quando”.
“Sono d’accordo”, dico, faccio una piccola scureggia, che dall’altro capo del telefono non sente.

Tre giorni dopo mi sveglio con una luce opaca che non sembra di mezzogiorno. Romane mi aveva portato la colazione a letto, ma se l’è mangiata il cane. Mi alzo e trovo Michel in camera sua, mi anticipa e mi dice: “Il lavoro?”
“Licenziato”, gli rispondo, “siamo sul lastrico. E tu la scuola?”
“Ho ucciso il preside, e mi hanno detto che ne devo trovare uno nuovo”
.
“C’era la manifestazione oggi?”, chiedo.
“Sì”.
“E perché non sei andato?”
“Perché mi sono rotto lo stracazzo di sfilare per la strada e fare sempre lo stesso itinerario. Dovrebbero inventarsi qualcosa di nuovo. Si potrebbe trovare un modo per manifestare standosene a casa”.
Fuori piove sottilmente e in diagonale. Michel mi chiede se gli do duecento euro, perché ha preso una settimana di ferie dal lavoro di cartomanzia telefonica. Gli dico: “Sei matto?”
Lui si butta per terra e si dimena come un indiavolato, strillando l’inno nazionale. Io vado in bagno, ma mi ferma sulla porta e mi dice: “Hai visto?”

Vado a lavarmi, e sento che nell’altro bagno vicino Michel si sta tirando una sega. Esco senza essermi fatto la barba, e gli urlo: “Mi ha cercato qualcuno questi giorni?”, sperando di farlo smettere.
“Sì”, mi urla di rimbalzo, “ha telefonato dieci volte una che si chiama Cu o Chi o Co. Una cosa del genere”.
“E perché non me l’hai detto?”
“Perché non sono la tua segretaria. Colta la citazione?”
“Ti ha lasciato un numero?”
“Noooo”, mi urla Michel, ancora da dentro il bagno, “Scusa, è finita la carta igienica. Non è che me la puoi portare?”

“Sei una sturacessi”, dice Michel a Romane, “Ti fai sfruttare dagli stronzi, perché non sai farti valere”.
È Natale ed è anche domenica. Il cane ha pisciato in salotto, perché Michel si è dimenticato di portarlo fuori. Io sto pulendo, e Romane cucina roba a suo dire tipica italiana: carciofi ripieni, un pasticcio di pasta. Michel finge di apparecchiare: ha messo in tavola sei bicchieri, un tovagliolo di stoffa, l’olio e l’aceto.
“Ripulire la scuola non è fare gli schiavi”, dice Romane.
“Perché a scuola nostra c’è una ragazza che si dice sia sieropositiva, neanche si sa se è vero. E qualche coglione di notte ha scritto cose come Vattene! Sei una drogata! Sei una puttana! Allora abbiamo deciso di cancellare le scritte, dai muri, oggi pomeriggio”.
“Beh allora?”, chiedo a Michel.
“Non dovrebbe farlo lei. Dovrebbe farlo la scuola. Dovrebbe farlo quello stronzo del preside”, mi risponde. “Invece a Natale fa andare i ragazzini a farsi il culo invece di muovere quello suo, che è flaccido e paralitico”.
Squilla il telefono e Michel scivola coi calzini sul pavimento e risponde. Mi dice: “È per te. È Curucurucuru!”
Vado in camera mia a rispondere. Sulla parete sopra il letto ho rimesso per Natale il crocifisso che avevo tolto qualche mese fa. Per terra invece c’è il bustone del presepio che avevo tirato giù dal palchettone, ma che nessuno si è degnato neanche di aprire.
“Ciao, sono Qi”, mi dice il telefono.
“Ciao”, dico. E lei mi parla in un francese tutto ritmato che non capisco perfettamente, e quasi dopo ogni frase mi chiede, Capito?, ma non so neanche se sia una domanda o soltanto un intercalare.
Mi racconta la rivoluzione culturale cinese, Tien an Men e il nuovo capitalismo di Deng, l’inquinamento delle grandi città e il culto dell’occidente, tutto in un quarto d’ora. Io le riesco a stare dietro sempre meno, sento con un orecchio di là in cucina Michel e Romane che si insultano a colpi di “sei una merda che striscia” e “ti caco in bocca”. Propongo a Qi di incontrarci e lei mi dice: “Sono felice”, che forse è solo un modo di essere cortese di chi non sa bene una lingua.

Il giorno dopo esco a cena con Qi. Romane è fuori Parigi con la sua squadra di pallanuoto. A Michel telefono a pranzo e gli dico che sto a cena fuori.
“Con chi vai?”, mi chiede.
“Con Qi”, rispondo.
“Eh, con chi vai?”, mi richiede.
“Con Qi”.
“Con chi?”
“Vado a cena con Qi, la ragazza cinese. Non faccio tardi”.
“Con chi?”, continua lui.
Andiamo a mangiare in un ristorante cinese nelle banlieu, molto fuori, di cui sono proprietari dei suoi amici. Ha scelto lei, dicendo che non mangia mai cibo cinese buono, perché se la invitano a mangiare fuori non le propongono mai un ristorante cinese.
Per tutta la cena mi guarda sorridendo. Io, dopo la presunta morte di Melanie, non mai sono mai uscito con una donna. Adesso mi rendo conto che mi sono anche disabituato a guardarle, o a cercare di capire quel che pensano di me. Dovrei essere imbarazzato, ma lo sono appena. Dovrei trovarmi a disagio, e forse anche lei dovrebbe, perché questa tizia l’ho conosciuta odorandole le scuregge.
“Tè?”, mi chiede.
Sembra una cena teatrale, di quelle che stanno ogni tanto in qualche pièce, in Cechov, nel teatro borghese. Lei mi sembra bellissima, quasi sul serio un’attrice: i capelli raccolti dietro, lo sguardo fisso su di me come se stesse guardando in macchina, un sorriso costante. Quando cerco di andare al dunque, di cominciare a parlare dei suoi problemi, mi storna e mi dice: “Bello qui, vero?”, oppure mi riempie il piatto, mi loda perché so usare le bacchette, o mi insegna a dire grazie ticchettando con l’indice e il medio due volte sul tavolo.
Finiamo di cenare, paghiamo metà per uno, andiamo via. Era venuta con la metro, e la riaccompagno a casa in macchina. Arrivati al suo portone, mi dice di accostare. Restiamo in macchina in un silenzio che è una pausa da palcoscenico, poi lei mi chiede: “Posso fare una cosa?”
Il vetro della macchina si è appannato e ci si legge una frase scritta con la grafia di Romane: Se ti senti debole balla, mohammed alì. Dico: “Dipende da cosa”.
“Piangere”, dice, e scoppia in un pianto acuto e melanconico da scena madre. “Sali da me”, mi dice senza punti interrogativi. Parcheggio e obbedisco. Non sono neanche eccitato, sono solo curioso. Fa gli scalini a due e due, entra e mi fa entrare di fretta. Fa un caldo innaturale dentro. “Svestiti”, mi dice, ma vuol dire: Togliti il cappotto, credo.
“Tè?”, mi chiede ancora.
“Sì?”, rispondo? io.
Lei va in cucina, lo mette a fare, e poi mi dice di seguirla in camera sua. Resta in camicia e gonna, e si lascia cadere sul letto con i gomiti sulle ginocchia. E riprende a piangere, con una specie di moto regolare ora, come un’onda. “Ti devo parlare”, mi dice, “okay?”
“Okay”.
“Ti ho detto molte bugie”.
“Okay”, dico.
“Posso fare una cosa?”, mi chiede.
“Non lo so”, sorrido
“Posso spogliarmi?”
“È inverno”, dico, senza senso.
“Non sono mai stata a Tien an Men”, dice. Si toglie tutto, a parte calze e mutande. “Non ho mai fatto, voglio dire, la rivoluzione”.
“Beh, peccato”, dico.
“Non sono mai stata in Russia, né in altri paesi. Solo in Cina”. Va prendere il tè in cucina, camminando in punta di piedi, mentre il seno le oscilla appena appena e sembrano due occhi che si muovono per la stanza. Mi porge una tazza con degli ideogrammi cinesi sopra e mi dice: “Sono partita perché volevo venire qui”.
Chiedo: “Che c’è scritto?”
“Il tè è buono”, mi dice.
“Okay”.
Mi guarda con un sorriso che vorrebbe forse essere languido ma a me pare impaurito. “Puoi fare una cosa?”, mi chiede.
Mi guardo in giro per la stanza e la sola cosa che mi viene in mente è che la fissazione di Romane per Cassius Clay potrebbe essere un sintomo di una latente omosessualità, dovuta alla mancanza di una figura materna, al senso di competizione col fratello.
“Puoi odorarmi?”
Non penso di aver capito, penso che lei voglia dire Leccare, o almeno è così che la intendo io. Ho paura di stare fraintendendo tutto, che non capisco un cazzo di cultura cinese, che spogliarsi e prendere il tè per loro è come caffè e croissant per noi. Mi sento sull’orlo di un passo falso. Mi squilla il cellulare, mi alzo un secondo dal letto, e leggo un sms di Michel che dice che ha vinto seicentocinquanta euro scommettendo su delle partite di calcio.
“Le calze, ti va? Le mutande, ti va?”, comincio a parlare anche io in modo storto.
Lei si toglie tutto, resta completamente nuda, è di una bellezza abbacinante. Sdraiata come è adesso, sembra fatta di acqua. Mi tolgo un po’ di roba anch’io, e comincio a leccarla. Lei dice: “no”, poi si mette ad ansimare come se stesse facendo il verso di un uccello.
Dopo un po’ mi ferma e mi dice: “Posso dire una cosa?”
“Ti faccio male?”, le chiedo.
“No, niente male”, mi dice, “se ti dico perché voglio che mi odori, tu mi odori poi?”
“Sì”, penso sia la risposta esatta.
“In Cina nessuno mi vuole”.
“Perché?”
“Perché puzzo”.

“Nooo, è sopportabile”, sorrido.
“In Cina noi non abbiamo odore della pelle”.
“Dai, stai scherzando?”, dico.
“No, è vero, se tu produci sudore che puzza tutti dicono che fai schifo. Nessuno odora”.
“Ohi Qi, ma pure qui se puzzi la gente ti scansa!”
“In Cina se ha il sudore che odora, devi andare all’ospedale per operarti. E io non volevo e sono venuta qui”.
“Non ci credo”.
“Hai mai visto un deodorante in Cina?”, mi guarda con le lacrime ancora dentro gli occhi, “siamo due razze diverse, noi non emaniamo odori, e voi sì. Per cui chi emana odori in Cina viene condannato”. Mi guarda ancora, e mi dice: “Mi piace come lecchi, mi fai ancora un po’?”
Prima non dico niente , ma dico: “Okay”. Voglio essere chiaro.

Rientro a casa alle due di notte. C’è Romane in salotto che piange. Le chiedo cosa c’è? dieci volte di seguito, in maniera sempre più dolce. Ma lei tuffa la testa tra le ginocchia e la pancia. Vado di là in camera di Michel che fa finta di esser addormentato. Lo chiamo, e lui mugugna e si rigira e fa “Eh? Ah?”, come se non si orientasse tra la veglia e il sonno.
Accendo la luce, e “Michel che cazzo è successo?”, gli chiedo.
“Come mai a quest’ora?”, mi fa lui, dribblando ruoli di padre e figlio, di interrogante e interrogato.
“Perché tua sorella piange?”
“Perché si è resa conto che cresce è un cammino irto di ostacoli. Puoi spegnere la luce per favore?”.

Lascio acceso. Torno da Romane, che mi dice: “Hai visto che ha fatto?”
“Che ha fatto?”, chiedo.
“Mi ha distrutto tutto”.
Vado in camera di Romane, che è ridotta a una discarica, con tutti poster alle pareti stracciati, frantumi dei quadri per terra e dappertutto, vestiti fatti a pezzi. Mi siedo in pizzo al letto per non farmi male coi vetri. Penso che è forse è più facile avere a che fare con delle donne che con dei figli. Guardo l’orologio al quarzo anche questo rotto. Forse segna le due e venti, ma si vede solo questo: “_ – : _ _”.
Michel si è alzato per pisciare. Sono sconfortato e non voglio nasconderlo: “Che è successo?”, gli chiedo.
“Hanno annullato la partita di Metz, e hanno dato la vittoria all’Auxerre a tavolino, perché hanno scoperto mezza squadra dopata. Sono dei pezzi di merda”.
“E che c’entra tua sorella?”
“Non fa altro che sghignazzare, farmi il verso come una cogliona. Lo vede che sono incazzato, c’ha la sensibilità al culo”.
Si chiude in bagno, non lo sento pisciare, non si sta nemmeno masturbando. Mi faccio un caffè, dico a Romane di dormire nel mio letto, che io mi arrangio in salotto. Busso da Michel, e chiedo se va tutto bene. Prima dice solo mmmm, poi mentre sto di là sento che urla in un lampo incongruo con questa casa: “Scusa”. Lo dice come se fosse una scommessa con se stesso.
Io vado in camera di Romane, tolgo uno per uno i vetri dal letto, li spazzo in un angolo, poi mi sdraio, e mi metto in ginocchio, vedo se riesco a pregare.

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10 Responses to Cassius Clay

  1. Vins il 1 aprile 2004 alle 17:28

    La tua prefazione a “Nel territorio del diavolo” mi era sembrata così cervellotica, mi aveva creato dei pregiudizi su una scrittura contorta. Ora me li rimangio, quei pregiudizi, m’è piacciuto il racconto, non grido al capolavoro, ma non guarderò più con diffidenza il tuo nome fra i libri che dovrei comprare…

  2. don giovanni il 1 aprile 2004 alle 20:20

    sempre contorto rimane, però…lo stile di raimo mi ricorda una scritta che lessi una volta sulla porta di un salumiere.
    “Salsicce genuine insaccate con le mie stesse mani di puro maiale”, diceva.

  3. Elio Paoloni il 1 aprile 2004 alle 21:33

    E’ un ottimo racconto, invece. Una cosa non ho ben capito (ma vale per tutti i post): il grassetto ha un senso preciso o c’è una sorta di randomizzazione?

  4. raimo il 2 aprile 2004 alle 03:08

    il grassetto ha zero senso me ne rendo conto. quelli della redazione di nazione indiana dicono di metterlo per movimentare il testo. lo faccio un po’ a cazzo, ammetto. e la scritta sulle salsicce a me piaceva. merci

  5. don giovanni il 4 aprile 2004 alle 01:19

    ho visto l’odore del sangue di martone: un film orrendo ma raccontato benissimo, tipo Eyes Wide Shut. spero che ne scriverai.

  6. gino tasca il 4 aprile 2004 alle 12:13

    Un attimo: sembra una cazzata ma non lo è proprio. Cosa vuol dire “è un film orrendo ma è raccontato benissimo”? E’ orrendo dove, allora?
    (Ah, sia chiaro: non ho visto il film: mi interessa solo la frase in sé). Nella “cosa” narrata? Spero di no. Saremmo, se no, ancora alla divisione tra forma e idea. Impossibile, vero? Credo fosse il massimo esponente del classicismo francese (Boileau, può essere?) che diceva quanto l’arte sia far provare piacere da cose orrende. Vorrei capire.

  7. simone b. il 4 aprile 2004 alle 22:25

    A me piace tutto quello che scrive il Raimo, sono da mesi un suo ammiratore.

    Cordiali ossequi,

    Simone B.

  8. lagioiadiraimo il 4 aprile 2004 alle 22:50

    fa cacare. ma veramente cacare l’ultimo di martone. fa talmente cacare che nemmeno lo motivo perché fa cacare. fa cacare e basta.

  9. leonardo il 7 aprile 2004 alle 18:12

    Esattamente come voi. Veramente talmente.

  10. caterina il 7 aprile 2004 alle 18:37

    carino il racconto. i grassetti sono fastidiosissimi, forte la frase delle salsicce
    peccato per il casino di questi giorni sulla lista della spesa.
    avevo preparato tutto ma non mando nulla, ero… fuori tema a giudicare da quello che si è scritto in questi giorni!

    saluti a tutti
    caterina



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