Il diario del siamese (1)

3 aprile 2004
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Liliane Giraudon

Un capitolo di La fiancée de Makhno (2004)

tradotto da Andrea Raos

Una frase deve ogni giorno venire puntata. Ma non sul mondo che attraverso, né su me stesso. “Ossèrvati è la parola del serpente”. Franz aveva ragione. Osservarmi, ora che lei non fa più parte del mio corpo, sarebbe tempo perso. Annotare ogni giorno qualche gesto o tracciare linee nello spazio deve servire ad avvicinarmi a lei.
Devo raggiungerla. Non seguirne le tracce, come senza dubbio lei teme che io faccia, ma tagliare per altri territori e intercettarla prima che ritrovi quello che crede essere l’accesso agli antichi altopiani.
Dal mio incontro con Laika, la mia intera esistenza sarà stata simile alla dissimulazione di un combattimento. Un combattimento che avrò condotto da solo, e per lei sola. Insieme separatamente abbiamo conosciuto l’Inferno. Ciò che è stato concepito male finisce male. Li chiamano cani puzzolenti. Ma solo gli uomini impestano l’aria, mentre le donne ammorbano l’erba su cui si genuflettono, a succhiare i loro padroni.

Lasciare il Centro è stato un gioco da ragazzi. È da molto che sono diventato maestro nell’arte di distruggermi. Ma ciò che loro ignoravano è che l’ho fatto unicamente a mio vantaggio. Nel più silenzioso dei silenzi, avevano impiantato su di noi dei meccanismi capaci di mettersi in movimento da sé. Ma li avevano impiantati troppo in fretta. È su questo errore di velocità che ho dovuto lavorare. A partire da questa osservazione, la battaglia della mia vita non sarà stata altro che un incessante andirivieni tra il suo corpo ed il mio.
Il mio primo errore fu credere che il cerchio da lei a me fosse limitato. Una cosa bianca, piatta come un affresco, si è potuta piazzare tra lei e me, distorcere e spezzare il programma da me ristabilito.

Tutte le carpe dello stagno sono morte. È questo che mi ha permesso di fuggire. Erano impegnati a ripulire. Il marchese, l’hanno dato ai cani. Io ho preso un corpo molto vicino a quelli di fuori. Una pozza di pioggia mi ha informato con precisione: persino Laika, nel suo odio, non potrebbe identificarmi.
Come per certi disegni di cui non si devono temere la barbarie ed il disordine grafico, non ho paura del mio riflesso. Se provo a richiamare alla memoria l’episodio più lontano, prima della mia vita presso di lei, mi appare sempre la stessa scena: l’ottenimento di un brevetto che permette un controllo rigido delle sementi grazie ad una manipolazione che inibisce la loro ricrescita da un anno sull’altro. Tutte le mie forze concentrate lì.

Non hanno mai potuto cancellare questa sequenza della mia vita precedente, né quanto mi rispettavano a quell’epoca, mettendo a mia disposizione tutti i mezzi necessari per le mie richerche. Fino a quando, credendomi protetto, sono riuscito a pubblicare quel rapporto sulle minacce per la biodiversità e il rischio che apparissero insetti mutanti resistenti ai pesticidi. A partire da quel momento, la situazione è esplosa. Mi sono ritrovato al Centro.

Ora lo posso scrivere. Laika non è mai stata mia sorella. La sua clonazione è precedente – e questa idea di membrana, un banale test di non-solitudine. Il suo corpo appartiene al secolo scorso. Semplicemente, la sua evoluzione è stata bloccata. La prima volta che l’ho vista, era stata dislocata nella sezione delle membra da tagliare. Ho dovuto corrompere i guardiani del laboratorio perché la rimettessero in servizio nel settore dei deambulanti, sezione animali.
Quel pazzo di Crick, che può osservare ciò vuole, mi ci è voluto un anno di lavoro mentale per riuscire a suggerirgli quel tentativo di giunzione tramite una membrana protesi. È così che ho potuto collegarla a me suo malgrado, salvando una parte delle sue funzioni, riattivando per frazioni la sua memoria e quella dei suoi. In risposta ai suoi dinieghi e al suo rifiuto avevo a mia disposizione solo questo bacino di cinismo che è diventato il mio spirito, questo gusto senza compromessi per il suo corpo – talmente sessuale che la rode.

A volte, ho paura che tutte le specie spariscano davvero – che finisca per sempre la funzione circolare dell’universo.

Un solo pensiero deve occupare i miei gesti: devo riprenderla e riportarla al Centro prima che la trovino gli altri.

Faccio fatica a scrivere regolarmente come avevo previsto. Lunghi giorni di viaggio mi hanno chiesto un’energia costante. Arrivare alle Zone mi era sembrato semplice, ma mi sbagliavo. Qualcosa mi obbligava ad avanzare per centri concentrici, la mia marcia ne era rallentata. Dapprima avevo creduto che fosse a causa dei posti di blocco e dei controlli. Invece no. Piuttosto una sostanza nell’aria che, a notte, sembra concentrarsi nelle pietre che colora.
Moriranno le pietre, i muri, i sentieri? moriranno i morti? Abbiamo imparato che i morti possono soffrire una morte ulteriore, che questo può perseverare in un budello senza fine dove i morti stessi orinano all’interno dei vivi, fanno casino, defecano, staccano con dita delicate minuscoli frammenti di carne e se ne nutrono. Alimenti o latrine, i vivi si spostano, ignari di questa gravidanza che li fermenta. Io sono a metà strada. Lo so e ho pagato per saperlo: si può scegliere di diventare il proprio sepolcro. Percorro l’inferno del mio addome, del mio ventre, posso urlarvi senza che nessuno mi senta. Avanzo in totale solitudine, da tempo le tracce di sangue non mi preoccupano più.

L’altra sera, il villaggio in cui mi ero fermato per riposare un po’. La donna dalle mani senza forma, che l’esercito aveva appesa per i pollici. E poi il racconto del ragazzo, quello che era scappato attraverso i boschi…

«Tutti i torturati avevano in comune di non avere più le unghie, gli avevano tagliato una parte della pianta dei piedi. Erano a piedi nudi. Li avevano obbligati a marciare e li hanno messi in fila. Cadevano immediatamente a terra. Ad ogni pausa che l’ufficiale faceva nel suo discorso, obbligavano i torturati ad alzarsi. A bastonate. Piangevano tutti. Mia madre piangeva. Guardava suo figlio. Il mio fratello minore non ci ha riconosciuti. Mia madre dice di sì, che le ha sorriso, ma io questo non l’ho visto, no. Erano gonfi, feriti dappertutto. I vestiti rigidi. Rigidi a causa dell’acqua che usciva dai corpi. A metà discorso, il capitano li ha obbligati a togliersi i vestiti perché tutti vedessero i corpi dei torturati. Ma i torturati non possono spogliarsi così, normalmente. Allora i soldati arrivano con delle lame e li tagliano dai piedi alla testa. Avevano ciascuno una tortura diversa. Il capitano le spiega una per una. Questa, è una perforazione di aghi. Queste, sono ustioni con fili elettrici. Tre avevano i corpi gonfi come otri, ma nessuna ferita visibile. Ma erano gonfi, gonfi. Diceva che è una cosa che gli mettono nel corpo e che fa male. Ciò che conta è che la popolazione sappia che fa male e che non guarisce. Il mio fratello minore era tagliuzzato in vari punti del corpo, la testa rasata e tutta tagliata. Niente pianta dei piedi. I feriti perdevano acqua a causa dell’infezione.
La donna, l’avevano rasata tra le gambe. Un capezzolo non l’aveva più – l’altro, striato di tagli. Aveva segni di morsi su diversi punti del corpo. Era tutta morsa. Non aveva più le orecchie. A tutti mancava una parte della lingua o avevano la lingua in pezzi. Impossibile concentrarsi, non li si riconosceva. Tutti piangevano, soprattutto i bambini incollati alle madri. Durante il discorso, il capitano diceva che il governo ci amava. Che ci dava tutto. Tutto ciò che più amiamo. Che i cani sdentati portavano idee antiche, idee esotiche. Che erano loro che ci portavano alla tortura e segnavano i corpi. Che se li avessimo ascoltati avremmo avuto diritto alla vecchia morte, come loro vi hanno diritto. Che avevano ogni tipo di arma per ucciderci. Che potevamo scegliere.
Dopodiché, l’ufficiale ha dato alla truppa l’ordine di trasportare i castigati – nudi, gonfi. Li hanno portati trascinandoli in un luogo dove tutti potessero vederli. Li hanno messi in fila. L’ufficiale ha chiamato i peggiori criminali, quelli che hanno un’uniforme diversa dagli altri, e sono loro che si sono incaricati di versare benzina sui torturati. E il capitano diceva che questo non era l’ultimo castigo, che ce n’è ancora uno, c’è una sofferenza in più da subire. Ed è ciò che abbiamo fatto con tutti i cani sdentati che abbiamo catturato, perché è solo delle nostre botte che devono morire.
Sembravano mezzi morti, ma si sono drizzati quando i corpi si sono messi a bruciare. Alcuni hanno gridato, molti si contorcevano ma non avevano più voce…»

Ecco ciò che raccontava il ragazzo. Il suo racconto mi ha fornito le indicazioni che mi mancavano. Sono rimasto qualche giorno nei paraggi per riprendere forze ed informarmi sulle vie di accesso all’antico monastero. Dopo un massacro che serve a dare l’esempio, gli informatori e l’esercito per qualche tempo si occupano di un altro settore. Nessuno fa attenzione a un mendicante che parla di ritrovare le tracce di membri della sua famiglia anticamente deportati in questa regione del lago. In realtà, da molto tempo dei dispositivi hanno stabilito delle zone di sicurezza graduali a partire dalla zona di controllo assoluto, isolata, a tenuta stagna. Man mano che ci si allontana dai controlli, le zone sono abbandonate al contagio.
Sulle coste rocciose, le pareti sono ripide e formano delle vere e proprie gole. Numerose grotte hanno funto da rifugio e da luoghi di esercizio o di meditazione. Molte baie forniscono ancora oggi un nutrimento delicato alla colonia di uccelli annidati negli anfratti. Quando scende la notte, ascolto i loro “ciak” emessi in volo, così caratteristici, un po’ fischianti, leggermente calanti. Sono accompagnati da dettagli sonori variabili che producono tutta una gamma di canti sezionati nei flutti dell’aria. Ieri, ascoltandoli, ero commosso fino alle lacrime.
Una sensazione per me nuova. Simile al momento in cui ho davvero compreso la sparizione di Laika. Un nulla crepato, sottilissimo. Che lega il cuore e scende sino alle viscere. Mi sono ricordato. Gli amputati soffrivano del membro sezionato reso fantasma. Laika cucita a me mi provocava, in presenza, la stessa sofferenza di un organo asportato. Ma il marchese aveva ragione, il modo più profondo di sentire una cosa è soffrirne. È solo con la sua fuga che Laika è divenuta davvero viva per me. Ormai, le galassie sono icebergs. La massa dell’universo nascosta. Quanto lontano il grido delle poiane sui giardini del Centro.

[tratto da La fiancée de Makhno, Parigi, POL, 2004, p. 157.
Liliane Giraudon, nata nel 1946, è romanziera, poetessa, traduttrice. Vive a Marsiglia. Fra i suoi libri più recenti, Parking des filles (1998), Sker (2002), romanzi, pubblicati da POL, e Homobiographie, con la Cosmetic Company, Farrago, 2000 (poesia).
Ha fatto parte del comitato di redazione della rivista Action poétique (1977-1980).
Per altre informazioni, vd. il sito dell’editore, www.pol-editeur.fr
*
In Francia questo romanzo, uscito a gennaio, è stato accolto da un’indifferenza quasi completa.
Solo sul sito www.sitaudis.com sono apparse poche righe per dirne che è “noioso”, che “non si capisce la storia” e altre acute osservazioni di questo tenore. Vi si potrà anche leggere, fra l’altro, una mia breve risposta.
Siccome i conformismi editoriali – e quindi di lettura, di critica – sono gli stessi ovunque, questa micro-polemica mi sembra interessante anche per il lettore italiano – per esempio rispetto a certe scaramucce recenti che non mi sembra siano riuscite ad approdare a risultati interessanti. A.R.]

(immagine di C. Boltanski)

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4 Responses to Il diario del siamese (1)

  1. emma il 8 aprile 2004 alle 21:09

    Della vicenda raccontata nel libro molto mi sfugge, naturalmente. E non mi bastano le informazioni sul web.
    Perciò torno al testo pubblicato qui. Per dire che – fiction o no – a me trasmette inquietudine (angoscia, anche) in dosi massicce.
    Insomma, mi sembra difficile che ingeneri noia e indifferenza. Capisco di più un rifiuto secco, senza appello. Non la noia.
    E poi c’è quell’imperativo iniziale: “Una frase deve ogni giorno venire puntata”. Più che (oltre che) un elemento funzionale alla storia, sembra una fortissima dichiarazione d’intenti dell’autrice. Una “necessità” che in ogni caso va molto oltre la fiction.

  2. andrea raos il 10 aprile 2004 alle 13:16

    in effetti, cio’ che mi aveva interessato in questo romanzo è da un lato la sua volontà di affrontare temi forti, che in parte appaiono nel capitolo che ho tradotto: l’ingegneria genetica, la violenza della storia, il rapporto con l’altro (tramite il tema dei gemelli). cosette cosi’, insomma. e dall’altro, la grande libertà formale del testo: non narrazione lineare, non saggio, non poesia, ma qualcosa di molto più caleidoscopico.
    nel corso della simil-polemica sul romanzo italiano di qualche settimana fa, lello voce aveva proposto di discutere di forme, anziché di nomi; mi era sembrato un invito giusto e sensato, e ho cercato di rispondervi.

  3. emma il 11 aprile 2004 alle 11:15

    Beh, questa prospettiva della discussione sulle forme è interessante, anche se – forse – un po’ per addetti ai lavori. Certo i “nomi” sembrano innescare polemiche senza fine…
    Comunque ho l’impressione (da non addetta ai lavori) che nel “Diario del siamese” le tracce poetiche (gli echi) siano piuttosto forti (anche poesia epica, magari). E che la “frase” che deve ogni giorno essere puntata possa essere un “verso”, o qualcosa che gli somiglia.

    Ciao Andrea. Aspetto il seguito.

  4. […] [tratto da Homobiographie, Éditions Farrago, Tours, 2000. “Poesie pentite” : “poèmes retouchés”, in senso pittorico. Di Liliane Giraudon, vd. anche l’estratto di un suo romanzo recente, La fiancée de Makhno.] […]



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