Poesie

3 aprile 2004
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di Andrea Inglese

Che la vita cominci da quel cane
sdraiato, o da quell’edera morente
che ha una zolla dura, di marmo.
Dia un nuovo segnale, una vampa,
il ventre nudo di quello che parla
guardandosi le scarpe senza stringhe,
si stacchi dal muro anche il corvo
lustro come uno stivale di soldato.

E si veda, da come cambia l’ombra
dentro al lavabo, che sta
avvenendo qualcosa, e si faccia
massima attenzione agli intervalli
tra le due faccende burocratiche da svolgere,
proprio quando l’estratto di nascita
ti cambia per sbaglio nome e famiglia,
o l’estratto conto disegna l’asciutto
del sacco. Proprio allora.

(Intanto, ferma tra due persone
in ritardo, che guardavano il polso
sollevato all’altezza del viso,
una signora ha fotografato un foglio
poggiato a terra. Vi campeggiava
un grande numero telefonico stampato
nero su bianco.)

* * *

Mosche

Anche oggi a riposo, le mosche.
Una sola si lucida le setole
sulla parete bianca, butta a caso
la sua ombra. Non trovi
mosche raccolte nei cartoni
vuoti. Ci stanno bene le lumache
a schiumare l’una sull’altra,
fino a che il fondo fradicio si sfonda.

(“Dobbiamo scegliere i nostri insetti,
non i nostri fiori,
la nostra compagnia cutanea,
i parassiti migliori, tenerli
da conto. È un sempreverde
il colera. Solleva una piastrella
del bagno, passa l’unghia
nei tagli dell’assito, guarda
che nero di vita! Anche nel parlagio
rimangono lembi di pelle,
calli, croste, matasse di capelli…”)

Le mosche rifuggono il gessato, gli oggetti
fabbricati in serie, il portaombrelli d’acciaio,
affollano invece le latte
aperte, gli occhi dei bovini,
le narici umane. La Musca domestica
si sgravida nel putrescente,
sulla sua cornea si frantuma il mondo
in esaedri, a migliaia.

Chi avesse poi tagliato la testa del maiale
e indossatala,
avrebbe le mosche al suo servizio,
soffiandogli dentro, attraverso le froge,
acquisterebbe, in piazza, una prestanza
divina. Otterrebbe al suo seguito
gente amante di vera pulizia,
in squadre armate, pronte
alla lotta larvicida, alla
disinfestazione di quelli
che fanno da bersaglio alle mosche.

* * *

Ho preso oggi settantasei appuntamenti,
e davvero devo, per quell’impero di me, quel segnale
a freccia che io sono nel mondo, tra Torino industriale
e Rimini mare, archiviare tre affari mai nati, otto
banconote da cento sfuggite
da sotto le dita, il cassettone indiano, e l’affitto
che non si può riscuotere ad inquilino morto
(gli pendeva nel sacco dei calzoni
anche un grumo di feci, non era egiziano
ma di Crotone, e liberava i solai,
che poi nel cesso, a piramide in vasca,
conservava tutti i fogli stampati del mondo
anche il sacchetto del pane con scritto
Grazie arrivederci). Alcuni ormai
non hanno più problemi, soffrono
e basta, come fosse il loro
unico hobby, il solo lavoro, il mestiere
più degno: aprono i pori
ad ogni molecola d’aria
avvelenata: aghi notte e giorno
nella foresta sommossa dei nervi.

(tratte da Bilico , Edizioni d’if, Napoli 2004.)

(immagine di Bill Viola, Five Angels for the Millenium, 2001)

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14 Responses to Poesie

  1. emma il 3 aprile 2004 alle 12:28

    Poesia forte, che incide. Alta, perfino. E se ha padri, sono padri importanti.
    Ottimo, Inglese.

  2. kanji il 3 aprile 2004 alle 15:33

    non ho ne bagaglio ne erudizione per poter dire buono ottimo o insufficente, dico solo mi piace e non mi piace, specificando il perché, e dall’anteprima ciò che ho letto mi piace e questo libro lo voglio……mi piace la profondità del pensiero sotto le dita, senza l’aria pesante di chi scrive imponendo emozioni…..kanji.

  3. gino tasca il 3 aprile 2004 alle 19:31

    Off off topic. Ho tradotto in rima ma allargando a quattordici le sillabe, i sonetti di Shakespeare. Mi piacerebbe mandarvene qualcuno.
    Come si fa, a chi ci si rivolge?

  4. franz il 3 aprile 2004 alle 21:45

    Bellissime.

  5. Fabrizio Corselli il 4 aprile 2004 alle 10:46

    Grande intensità espressiva! Ciao ciao.

  6. andrea inglese il 4 aprile 2004 alle 11:33

    Grazie davvero dei vostri commenti. Quanto a Gino Tasca, se il tuo indirizzo mail è buono, ti posso contattare. Altrimenti, puoi sempre secgliere tre o quattro sonetti dei più riusciti, incollarli qui sotto, e attendere con un po’ di pazienza che li metta in “dispatrio”.

  7. gino tasca il 4 aprile 2004 alle 13:53

    L’indirizzo – anche se suona un po’ ridicolo è buono – ma penso che farò come dici: ne ficco quattro qui sotto. Grazie dell’attenzione.

  8. Malatesta il 6 aprile 2004 alle 17:13

    Caro Andrea Inglese,

    ho letto e riletto queste sue tre poesie. Sono ispide, materiche e mi son piaciute, soprattutto la seconda.

    Le sue non sono le mosche di Sinisgalli, quasi trasfigurate in lari, entità positive e benigne, compagne della casa e della vita (vita contadina e popolare, s’intende).

    Mi sembrano, invece, elementi dell’inquietudine, del “putrescente”, della corruzione, della malattia e, quindi, del male…

    Bellissima la seconda strofe, dove la malattia è evocata – nonché sarcasticamente invocata – attraverso il dettagliato elenco di zone e oggetti della quotidiana contaminazione…

    Nella terza strofe leggo quasi un’assimilazione dei mondi minerale, animale e umano, in una sorta di climax: la fessura delle “latte aperte”, quella degli “occhi dei bovini” e quella delle “narici umane” sono accomunate da questo non esser parimenti risparmiate dalle mosche, cioè dagli agenti della corruzione, del male…

    “Il gessato, gli oggetti / fabbricati in serie, il portaombrelli d’acciaio” sono elementi che evocano tranquillità, continuità, durevolezza, e le mosche per questo li ripudiano, preferendo loro il “putrescente” e l’inquietudine di un mondo non pacifico e monocorde, ma frantumato, incerto, mosso…

    Dall’ultima strofe, poi, emerge una sorta di “signore delle mosche”, figura espressionistica e riluttante nel suo calzare una testa tranciata di maiale. E’ un signore mascherato che, “in piazza”, in virtù della sua maschera, acquista una “prestanza divina”. Ha “al suo seguito / gente amante di vera pulizia, / in squadre armate”, cioè dispone di una vera e propria “forza di polizia”, attraverso la quale attuare “la lotta larvicida”. Ma la lotta “larvicida” non prevede, paradossalmente, l’uccisione delle larve e cioè delle mosche, ma di coloro che delle mosche sono vittime e che come mosche saranno disinfestati…

    Ho l’impressione che, nell’ultima strofe, il discorso passi dall’esistenziale al sociale, e i versi prendano una certa intonazione civile. Mi sbaglio?

    O “quelli / che fanno da bersaglio alle mosche” non sono i reietti, i poveri ecc., ma i defunti, i cadaveri? E in questo caso…?

  9. Malatesta il 7 aprile 2004 alle 12:39

    E poi:

    la prima e la terza poesia mi sembrano molto affini, speculari, complementari, riflessioni l’una sulla vita e l’altra sulla morte.

    Sulla vita che è “ciò che accade mentre ci stiamo occupando d’altro”, per dirla con John Lennon, la prima. La vita che, paradossalmente, parte da ciò che è inerte, che è o sembra morto o morente, dalla stasi (“sdraiato”, “morente”, “zolla dura, di marmo”, “guardandosi le scarpe senza stringhe”, “ferma tra due persone”, “un foglio poggiato per terra”) e non dal movimento (“le due faccende burocratiche da svolgere” incarnate poi nelle due figure frettolose e attente all’ora: “due persone / in ritardo, che guardavano il polso / sollevato all’altezza del viso”)…

    Una riflessione sulla morte e sul dolore la seconda poesia.
    Bellissimo il parallelo tra l’inquilino morto, che conservava “anche il sacchetto del pane con scritto / Grazie arrivederci” (la scritta del sacchetto che diventa un addio come pronunciato dalla vita), e il poeta, legati dalla stessa vita affaccendata e burocratica comparsa già nella prima lirica e resa, in entrambi i casi, con un’iperbole (“ho preso oggi settantasei appuntamenti” e “conservava tutti i fogli stampati del mondo”). Tra “l’archiviare” le numerossime faccende del poeta e il “conservare” tutti i fogli stampati del mondo del vecchio di Crotone si stende un filo, che è la vita, in cui per molti il dolore è ormai abitudine, “il loro / unico hobby, il solo lavoro, il mestiere / più degno”.

  10. andrea inglese il 7 aprile 2004 alle 15:16

    Caro Malatesta,
    hai letto bene, e per altro sempre chi legge vede anche di più o altro di quello che è visto da chi scrive. Ad esempio cio’ che dici rispetto alla prima poesia non mi era cosi’ chiaro, questa sorta di simmetrica inversione di valori (stasi-vita e movimento-morte). Quanto alla seconda, la chiusa vuole dire proprio cio’ che tu vi hai letto (il signore delle mosche e la disinfestazione degli innocenti). Ma proprio per questo, le mosche per me non sono semplicemente il “male”. O meglio sono il “putrescente necessario”, l’apertura della nostra dimensione biologica alla malattia, alla degenerazione, o più semplicemente alle crudeli metamorfosi della vita. Solo la merce industriale è riproducibile, perfetta, eterna, non biodegradabile. Le mosche vanno sulle latte “aperte”, laddove il cibo si sparge nuovamente nel mondo, nell’atmosfera batterica. Ignorano le latte sigillate.
    In sintesi le mosche rimandano a qualcosa di viscerale ed entropico in noi, e questa dimensione, per inestetica e antilirica che sia, ha comunque una sua centralità nella nostra vita. Rimuovere le mosche, perseguire la perfetta pulizia, si sa, puo’ essere più pericoloso e dissennato che conviverci.

  11. Malatesta il 7 aprile 2004 alle 19:13

    Sì, caro Andrea, effettivamente sentivo nel secondo testo qualcosa che non ero riuscito ad afferrare. La mia lettura manicheistica non mi convinceva completamente, per diversi motivi.

    Innanzitutto, la prima strofe non lasciava adito all’equazione mosche=male. Le mosche presentate “a riposo” in incipit non danno quel senso di inquietudine trasmesso dalle altre strofe. Il tono qui, diciamo, è più neutro, pacifico…

    Poi, riguardo alla seconda strofe, mi sembrava anche qui semplicistico ridurre l’invocazione della malattia a mero sarcasmo. “Dobbiamo scegliere i nostri insetti, / non i nostri fiori, / la nostra compagnia cutanea, / i parassiti migliori, tenerli / da conto”: è un invito serio, reale alla considerazione – e non all’accantonamento – del lato oscuro nostro e delle cose, invito certo paradossale ma assolutamente non sarcastico… E poi quel “guarda / che nero di vita”…: la vita evocata nell’invito alla malattia mi sembrava stridere fortemente con la cornice…

    Nella terza strofe, poi, ho omesso di considerare l’azione che la mosca compie nel “putrescente” e cioè “sgravidare”, un atto estremamente positivo, di rinascita…

    Naturalmente, i conti non tornavano per questo mio irrigidimentare in una visione forzatamente manicheistica ciò che di manicheistico non ha nulla, anzi… è ovvio, come dice lei, che il suo discorso poetico verte più sulla metamorfosi e sulla compenetrazione di male e bene piuttosto che sulla loro distinzione e lotta…

    Inoltre è pacifico – e a questo punto la seconda poesia si ricollega, a sua volta, con la prima – che per lei la vita può nascere dalla stasi e la morte dal movimento così come nella putrefazione può esserci parto e dalla corruzione (fisica, morale, esistenziale ecc.) può nascere anche un cominciamento del bene. In fondo, la vita che inizia da “quell’edera morente” non è molto diversa dalla mosca che “sgravida nel putrescente”…

    C’è naturalmente un invito (un invito, dico bene, ché la sua intonazione in queste poesie è spesso imperativa, morale: “Che la vita cominci”, “Dia un nuovo segnale”, “si stacchi dal muro”, “si veda”, “si faccia / massima attenzione”, “Dobbiamo scegliere”, “Solleva una piastrella”, “passa l’unghia”, “guarda che nero”) a considerare il negativo per superarlo, a non semplicemente e semplicisticamente rimuoverlo, a “tenere di conto” il lato oscuro delle cose e di se stessi…

    Se poi volessi dilettarmi a fare il critico pignolo, farei alcuni accostamenti…

    Nella prima poesia, l’incominciamento della vita, il segnale “che sta / avvenendo qualcosa” è ricavabile dalla contemplazione delle cose minime, del dettaglio di “come cambia l’ombra / dentro al lavabo” o, nel finale, del numero telefonico su un foglio poggiato per terra “stampato / nero su bianco” e “fotografato”, cioè contemplato, fissato al massimo d’attenzione.
    Ma osservazione del dettaglio è anche la conteplazione, in incipit alla seconda poesia, della mosca che “sulla parente bianca, butta a caso / la sua ombra” (un’immagine di sapore montaliano: “e l’ombra sua non cura che la canicola / stampa su di uno scalcinato muro”).

    Il dettaglio che diventa evidenza, nero su bianco, ombra di mosca (nera) “sulla parente bianca” e ancora ombra (nera) che cambia nel lavabo (bianco)… Ma non basta: lo stesso contrasto di nero-bianco, ombra-muro lo ritroviamo nel verso “si stacchi dal muro anche il corvo”, dove tornano l’immagine del muro e del nero-ombra (il corvo)…

    Il tutto, poi, da ricollegare a quel “nero / di vita”, a quella compenetrazione di male e bene, morte e vita, putrefazione e parto ecc. che si esprime, sul piano stilistico, nel gusto del paradosso e, su quello filosofico, in una concezione dell’esistenza, dell’uomo e del mondo che più anti-manicheistica (me tapino!) non si può…

  12. Malatesta il 7 aprile 2004 alle 19:36

    Per chi non conoscesse questo componimento o, comunque, per chi volesse meglio osservare quella “poetica del dettaglio” che è una delle corsie preferenziali in cui si instrada la poesia di Inglese, posto questa lirica…

    Dettaglio

    lasciate che appaia un’asola,
    un’unghia, un angolo di carta
    da sotto il mantello,
    un’otturazione di metallo
    dalla testa reclinata
    sul marmo, lasciate
    che la scena immane sbocciata
    tra cavalieri, banchetti, ascensioni
    sia lacerata, rasa
    da un dettaglio, e che un chiodo
    sporga, luminescente, dal legno
    e l’impronta di fango
    sul muro, e la piega affilata
    della veste, lasciate che remoto
    il rammendo
    come una lebbra sfiguri
    cena, deposizione, martirio
    e una venuzza spaccata
    sia rasoio nell’occhio
    dei papi di Velasquez

    Osservo, di sfuggita: la stessa intonazione imperativo-morale di altre liriche (“lasciate che appaia” ecc.), ancora l’immagine di ascendenza montaliana del muro e di ciò che – forma dell’evidenza – vi si stampa sopra (“l’impronta di fango / sul muro”) e, naturalmente, la parola-sguardo tesa al dettaglio, al micricosmo, ombra, mosca, venuzza spaccata ecc.

  13. gabriella fuschini il 8 aprile 2004 alle 00:46

    Belle e intense le poesie e molto belli questi scambi di riflessione, grazie anche a Malatesta per aver postato quest’ultima.

  14. luminamenti il 8 aprile 2004 alle 18:53

    Bisognerebbe parlare a lungo di queste poesie. Grandi!



indiani