La cruna

14 aprile 2004
Pubblicato da

di Antonio Moresco

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Qualche mese fa, dopo la presentazione di un libro sull’Italia, a Firenze, sono stato invitato da Luciana Floris a partecipare a un convegno sul tema dell’autenticità in letteratura. L’idea del convegno, da quanto ho capito, sarebbe nata anche da un articolo apparso sull’inserto culturale del Manifesto dove veniva usato polemicamente il termine “autenticismo”.

Sinceramente, non mi interessa entrare in questo gioco di specchi. Gli scrittori non possono passare la vita a schivare parole! In particolare questa pratica degli “ismi” non porta da nessuna parte, mi pare, è assolutamente inerte. L’ho conosciuta bene e ne ho fatto addirittura indigestione negli anni in cui mi ero gettato a capofitto nell’attività politica e rivoluzionaria. Allora era tutto un attribuirsi “ismi” a vicenda: spontaneismo, ribellismo, dirigismo, economicismo… Con questo facile e criminalizzante escamotage degli “ismi” molto spesso si confeziona tutto, il buono e il cattivo, si rende tutto indistinto e orientabile in un’unica direzione. E’ un esercizio che ha piuttosto a che fare con le gerarchie ideologiche delle istituzioni, degli stati e delle chiese, piccole o grandi che siano, comunque riciclate e riconfigurate nel corso del tempo. Siamo perennemente circondati dagli ismi. Uno di quelli disgraziatamente più in voga in questo momento è, ad esempio, “terrorismo”, che nasce da “terrore”, parola che a me pare ancora più onesta della sua distorsione successiva, perché definisce una certa orribile pratica di annichilimento, ma qualunque siano le sue manifestazioni e da qualsiasi parte provenga, dai piccoli gruppi di scellerati che si nascondono dietro le ideologie politiche o religiose e da chi le muove ma anche dalle macchine da guerra degli stati, dei servizi segreti ecc… Mentre con la parola “terrorismo” si indica quel solo aspetto e quel solo modo e non altri, un solo anello della catena, come se ci fosse solo quello e se dall’altra parte ci fosse solo il bene in lotta contro il male. Tutte le riduzioni sono micidiali, sono bandierine piantate. Pensiamo ad esempio, in letteratura, a “realismo”, parola assolutamente vuota visto che la realtà non è né può essere “realista”. Oppure a “esistenzialismo”, parola-programma di qualcosa che -in molti casi- non è stato altro che una stilizzazione dei dati della coscienza separata, da cui non poteva che restare fuori tutto il resto.

Anche a me è capitato di usare qualche volta questa semplificazione dell’”ismo”, parlando di Pasolini, ad esempio, e facendo una distinzione tra la “vitalità” e la sua ideeologizzazione in “vitalismo”. Oppure di Bilenchi quando, parlando di “intimità”, ho voluto distinguerla da “intimismo”. Anche se sul senso delle cose scritte in entrambe quelle occasioni sono ancora assolutamente della stessa idea, ora penso che, in generale, questa riduzione in “ismo” sia un’etichetta semplificante e criminalizzante all’interno della quale bisognerebbe invece guardare e distinguere.

“Ma insomma” ho chiesto a Luciana un paio di giorni fa, per telefono “fammi capire bene di che convegno si tratta. Qual è il suo titolo?”
Mi ha risposto che il titolo è “Letteratura ed esistenza” e che il tema è il rapporto che un testo può avere con l’autenticità dell’esistenza. Se può essere solo gioco, convenzione, finzione ecc… o anche bisogno di verità, autenticità.
“Così va meglio!” ho pensato. Anche se, mi rendo conto, si entra in un terreno minato -che hanno minato- quando si parla di “autenticità”. Dove esiste ogni genere di scorciatoie, da una parte e dall’altra, sia da parte dei suoi difensori che dei suoi detrattori. In generale ci si trova sempre di fronte a delle stilizzazioni concettuali e a delle gabbie. E’ concesso di stare dentro la stilizzazione del concetto di “reale” e di “autentico” (ormai molto spesso ridotto a comunicazione pubblicitaria e inganno populistico) oppure, dall’altra parte, a un’idea di letteratura come puro gioco combinatorio, manieristico, autoparodistico e autocannibalistico separato in cui e da cui non entra e non esce nulla che non sia identico a se stesso e già dato in partenza. Ma guai a mettere in discussione e in sofferenza il concetto semplificato di “realtà” e “autenticità” e nello stesso tempo quello di inautenticità eretto a nuova verità speculare e insuperabile, giocata alla rovescia sulla stessa semplificazione e sullo stesso schema. Nello stesso modo si è operato da tempo sul concetto di “forma” e di “contenuto”, concettualizzandoli, stilizzandoli e divaricandoli in “formalismo” e “contenutismo”.

C’è, in generale, una doppia paura. Da una parte quella di ammettere un legame forte, inscindibile tra l’esistenza e l’opera di uno scrittore e dall’altra quella, apparentemente contraria, di valutare ogni opera secondo il metro di una riproduzione speculare dell’esperienza e tutto ciò che non sta dentro questo piccolo spazio prefissato sarebbe lontano dalla “realtà”, dalla vita “vera”. Idea piccola e piccola ideologia rassicurante fatta propria da chi ha un’aspettativa solo diversamente ma altrettanto angusta della “letteratura” come sovrapposizione edificante sul terreno morale, sociale, che trarrebbe proprio da questa piccola funzione il suo “valore”. In realtà entrambe ostili e spaventate dall’ incontrollabilità e dalla moltiplicazione -anche conoscitiva- che si può generare nel movimento umano distruttivo costruttivo non separato. Gli uni cercano di convincerci che la letteratura può essere solo autolinguaggio e nient’altro, da giocare solo dentro l’universo separato della “cultura” e dei segni. Gli altri che può essere solo testimonianza di ciò che è già, cui sovrapporre al massimo un intento edificante, psicologico, esistenziale, morale o sociale. Mai che possa avvenire una moltiplicazione, una creazione, qualcosa che prima non c’era e che non sia puro travaso di intenzionalità pregressa ma che avviene in quel preciso momento dall’incontro esplosivo e spiazzante tra lo strumento linguistico in movimento e tutte le altre tensioni psicofisiche e mentali e le forze che attraversano lo spaziotempo.

A me pare che sia stata operata una semplificazione e una separazione e che esattamente su questo si basino le strutture che regolano e annichiliscono -magari creando l’illusione della proliferazione orizzontale- ogni movimento orbitale configurato e le sue proiezioni. Ci sono dappertutto casistiche, galatei, interdetti, che sono come ragnatele concettuali che si possono dilatare e plasmare come si vuole e che paiono ormai poter dire tutto e il contrario di tutto. Un discorso che pare avere ormai il solo scopo di paralizzare ogni partenza. Io a volte, stupidamente, mi lascio prendere dalla disperazione e da un’asia di verità di fronte a tutta l’arbitrarietà e la malafede e la superficialità che vedo messe in campo e rispondo sullo stesso terreno, anche se so già che non serve a niente, che su questo piano il gioco è truccato, che ci si appiglia sempre a particolari del discorso per eliminare ciò che di grosso si cerca di dire. Stupido io a non aver ancora capito che -come suol dirsi- non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire! Ma tant’è! Uno sogna anche questi piccoli, stupidi sogni, anche se sta sognando nel frattempo altri e più grandi e ancora più stupidi sogni. Ma su questo terreno è inutile stare. La vita è una ferita sempre aperta nell’immensità del cosmo, una cruna. Si può solo passare da là dentro, allargare la cruna. Anche se crediamo di essere da un’altra parte, siamo dentro questa ferita e questa cruna. Siamo circondati da disperazione, dolore, qualche volta anche da incontrollabile gioia, mentre stiamo andando a toccare, assieme a un possibile limite di sopravvivenza di specie su questo piccolo, sperduto pianeta, anche la sua zona fluida, connessa. Intanto l’universo -pare- si espande sempre più, le nostre molecole si allontanano impercettibilmente le une dalle altre. Ci sarà un caldo enorme, da queste parti, poi un freddo enorme. Ascolto la voce di Billie Holiday che canta. Dove sarà la tua vocina, dolcezza, solo tra pochi miliardi di anni? Tutti i miti della cosiddetta modernità, antagonistici e separatistici, stanno finendo in qualcosa che non si sa se è un buco nero o una cruna. Anche la letteratura, quella cosa che è stata chiamata stupidamente, insiemisticamente “letteratura”, qualunque cosa creda di essere, è dentro questa ferita e questo buco nero e questa cruna. Tutta la massa verbale che è stata chiamata “letteratura” è ben poca cosa se crede di essere, di tenersi fuori da questo rischio e da questo passaggio, mentre molto spesso, al contrario, cerca di costituire se stessa a diaframma che ci impedisce di vedere il movimento delle nostre stesse molecole che stanno fuggendo verso questo buco nero o questa cruna.

Le parole sono spesso un terreno di guerra. Anche le parole “autentico” e “autenticità” lo sono. Contengono quest’ ansia di separazione, come a dire che, se l’autenticità è questa, tutto il resto non lo è, non lo può essere. Sappiamo ormai quale frantoio separatistico sia stata la cosiddetta modernità con le sue ideologie, e quale finto ricongiungimento sia la cosiddetta postomodernità. Ma non è facendo, nostalgicamente, un passo indietro che si supera questa scissione, ma facendone uno in avanti, o perlomeno da un’altra parte, perché non c’è solo l’avanti e l’indietro, ma anche lo spazio aperto, gli angoli di trecentossessanta gradi. Tutto questo finto equilibrismo e questo sur place appaiono sempre più grotteschi. Noi crediamo di essere da una parte e invece siamo dall’altra. E poi moriamo. Ormai mi accorgo, quasi di fronte a ogni parola, di essere spinto a vederla come la sola metà di qualcosa che è stato spaccato, e mi viene l’impulso di risalire, di essere dentro il punto in cui era ancora un tutt’uno col suo contrario, anche se mi rendo conto che tutto l’edificio del cosiddetto pensiero e della cosiddetta civiltà e della cosiddetta cultura si basa proprio su questa spaccatura e questa separazione che ha messo in moto la finta dinamica dei contrari. Per cui, anche qui, non difenderò l’”autenticità”. Ma non difenderò neanche la cosiddetta inautenticità eretta, soprattutto nel Novecento, a nuova e unica possibile autenticità. In questa epoca in cui si sono costruiti castelli teorici imprigionanti sulle nozioni di “reale” e “virtuale” e nuovi poteri e biopoteri hanno preso il posto di quelli vecchi fondati sulle ideologie e le antinomie, in una prospettiva totalizzante e svuotata. Io non posso stare dentro la metà spaccata e artificialmente separata, e neanche del tutto o dell’illusione e mistificazione del tutto, ma solo dentro la cruna, per passare dall’altra parte, anche se non si sa cosa c’è dall’altra parte, se c’è un’altra parte.

***

Ma ora mi farò accompagnare da alcuni libri, solo alcuni tra i tanti. Sono libri molto diversi gli uni dagli altri ma che, ciascuno a suo modo, sparigliano e sfondano queste separazioni artificiali di autenticità-inautenticità e passano a mio parere attraverso questa cruna. Non perché riproducono specularmente (ammesso che sia veramente possibile) la “vita” e la “realtà” ma proprio perché entrano dentro la sua ferita e la sua cruna e non cercano facili vie di fuga nelle semplificazioni o nella somiglianza apparente ma stanno dentro questa zona di rischio e di passaggio, da pari a pari, in modo inerme, proporzionale. Non cercando di salvare e salvarsi semplificando ma, al contrario, fronteggiando, proporzionalizzando, creando.

I libri che mi sono venuti in mente sono: “Se questo è un uomo”, “Le isole incantate”, “Morte a credito”, “I viaggi di Gulliver” e le poesie di Emily Dickinson.

Nella letteratura italiana del Novecento esiste, tra gli altri, un libro incatalogabile e assoluto, non solo perché espressione di un orrore altrettanto assoluto ma anche per il suo modo di stare dentro questo orrore umano assoluto. Un libro dove tutto, all’apparenza, è piano, limpido, raccontato. Dove non c’è diaframma tra esperienza vissuta e testimonianza. Ma dove, nello stesso tempo, la lucidità trasmessa è la lucidità dell’allucinazione che riesce a rendere dicibile un mondo allucinato e nello stesso tempo concretamente presente. Altri -oltre a Levi- hanno dato testimonianza di questo secolo nevralgico e spartiacque che è stato il Novecento. Ci sono stati altri indimenticabili libri che hanno attraversato l’orrore dell’universo concentrazionario sfondando le divisioni artificiali tra la “letteratura” e l’“io”, come ad esempio i formidabili “Racconti della Kolyma” di Salamov. Nel libro di Levi questo miracolo e questo gesto di irriducibilità e proporzionalità spirituale avviene in modo così semplice e silenzioso da apparire invisibile, imperscrutabile. Eppure è proprio questa la forza che promana da questo piccolo e impareggiabile libro. L’ho letto una prima volta da ragazzo. L’ho riletto una decina di anni fa. Poi basta, per pudore e perché non bisogna abusarne. Forse, prima di morire, lo rileggerò una terza e ultima volta, chi lo sa.

Ne trascrivo qui un paio di frasi, che mi pare esprimano meglio di ogni altra parola questo fronteggiamento e questo oltrepassamento:
“Ma i tedeschi sono sordi e ciechi, chiusi in una corazza di ostinazione e di deliberata sconoscenza. Ancora una volta hanno fissato la data d’inizio della produzione di gomma sintetica: sarà per il 1° febbraio 1945. Fabbricano rifugi e trincee, riparano i danni, costruiscono, combattono, comandano, organizzano e uccidono. Che altro potrebbero fare? Sono tedeschi: questo loro agire non è meditato e deliberato, ma segue dalla loro natura e dal destino che si sono scelti. Non potrebbero fare altrimenti: se si ferisce il corpo di un agonizzante, la ferita comincia tuttavia a cicatrizzare, anche se l’intero corpo morrà fra un giorno.”

Altra frase:
“Ma a migliaia di metri sopra di noi, negli squarci tra le nuvole grigie, si svolgevano i complicati miracoli dei duelli aerei. Sopra noi, nudi impotenti inermi, uomini del nostro tempo cercavano la reciproca morte coi più raffinati strumenti. Un loro gesto del dito poteva provocare la distruzione del campo intero, annientare migliaia di uomini; mentre la somma di tutte le nostre energie e volontà non sarebbe bastata a prolungare di un minuto la vita di uno solo di noi.”

Intorno ai 35 anni, alla fine dell’impressionante decennio durante il quale ha scritto la quasi totalità della sua opera e prima di imboccare il resto della sua lunga vita di ex scrittore quasi completamente dimenticato, Melville scrive “Le isole incantate”. Protagoniste sono le isole Galapagos, che Melville aveva visto anni prima durante la sua vita sul mare. Che cos’è questa cosa? Qui ci troviamo di fronte a un movimento che non è descrizione, racconto, non è storia, non è ricordo, anche se si descrive, si racconta, si ricorda. E’ qualcosa che viene da un’altra parte, qualcosa in cui ogni cosa, umana e non umana, ha la sua presenza unitaria e la sua voce che viene da una zona che sta prima e sta dopo. Alla vigilia della sua sparizione come scrittore, Melville ci fa balenare il cuore stesso e il deserto della vita e della “letteratura” e ci rende nello stesso tempo anche il movimento della disperazione creatrice della vita e della letteratura guardate negli occhi da pari a pari. E’ “autentico” questo libro? E’ “inautentico”? E’ realtà? E’ miraggio? Qui queste due piccole categorie, coi loro ancora più piccoli derivati, non hanno più senso. Leggete, se non l’avete già fatto, questo piccolo grande libro che non ce la fa a stare da nessuna parte. Io lo compero e lo regalo continuamente. Inutile dire altro. Riporto, anche di questo, un paio di frasi:
“Prendete venticinque mucchi di cenere scaricati qua e là in un’area periferica, immaginatene alcuni dilatati in montagne, e l’area vuota il mare: e avrete un’idea giusta dell’aspetto generale delle Encantadas. Un gruppo più di vulcani spenti che di isole, molto simile a quello che potrebbe essere il mondo intero dopo una conflagrazione punitiva.”

Questo è l’inizio. Altra frase:
“Contro ogni proposito, scende su di me una pausa. Non si sa se la Natura imponga il segreto a chi è stato reso partecipe di determinate cose. O, almeno, si dubita se sia buona cosa sbandierarle. Se si considerano perniciosi certi libri e se ne proibisce la vendita, che si dovrebbe dire dei fatti reali, non fantasie di rimbambiti? Coloro ai quali i libri possono nuocere non sono certo corazzati contro i fatti. I fatti, non i libri dovrebbero essere proibiti. Ma in ogni cosa l’uomo semina il vento, e il vento soffia dove gli piace: per il bene o per il male, non si sa. E spesso da bene viene male. Come da male bene.”

Qui invece siamo nel cuore stesso del Novecento, all’inizio di “Morte a credito”. La leggenda di Re Krogold:
“O Morte! Quanti rimorsi! La mia onta è immensa!… Guarda questi poveri corpi!… Un’eternità di silenzio non basterà a consolarli!…”
“Non c’è nessuna consolazione in questo mondo, Gwendor! Soltanto leggenda! Tutti i regni finiscono in un sogno!…”

Cosa dire di questo libro? Perché l’ho tirato in ballo? Vorrei parlare meglio e più estesamente di questo libro, in futuro. Ma, anche qui… E’ realtà? E’ allucinazione? Sì, c’è magari dentro anche Zola, ma dove va a parare poi tutto quanto! C’è dentro tutto il Novecento e tutta la Modernità, con le sue separatezze che non si possono tenere più separate, con le loro pareti che sfracellano le une sulle altre. La letteratura, la vita… con tutte le semplificazioni e le separazioni che ci sono state costruite sopra, con le finte riunificazioni di ciò che era già stato artificialmente separato.

Così, ad esempio, l’inventore Courtiel parla a Ferdinand:
“Convincersi agevolmente alla prima sincera occhiata che il disordine, ma proprio il disordine, amico mio, è la genuina essenza della vita stessa! Di tutto il suo essere fisico e metafisico! Ma è la sua anima, Ferdinand! Milioni e trilioni di pliche… intricate nel profondo, nella materia grigia, cincischiate, giù a piombo, subgiacenti, sfuggenti… Illimitabili! Ecco l’Armonia, Ferdinand! Tutta la natura! Una fuga nell’imponderabile! E nient’altro! (…) Qui tutto è movimento! Fermento! Ti lamenti? Tutto saltella, s’agita! Ci faccia caso un momento! Rischi dunque un ditino! Tutto si sommuove! Tutto freme all’istante! Non ci chiede che di slanciarci! Fiorire! Risplendere! Mica io abolisco, per vivere! Prendo la vita come essa si presenta! Cannibale Ferdinand? Giammai!… Per ricondurla a tutta forza al mio concetto di mestamerda! Puah! Tutto loccia? Tutto crolla? Eh! Tanto meglio! Non voglio più contar le stelle! 1! 2! 3! 4! 5! Mica presumo che tutto mi sia permesso! E il diritto di restringere! Correggere, corrompere! Tagliare! Ricucire!… Eh?… e da dove l’avrei imparato? Dall’infinito? Nella vita delle cose? Non è naturale, giovanotto mio! Non è naturale! Son maneggi infami!… Me ne sto dalla parte dell’Universo, io! Lo lascerò come l’ho trovato!… Mai lo rettificherò! No!… L’Universo sta bene com’è! Io lo capisco! Lui capisce me! E’ mio quando lo richiedo! Quando non ne ho più bisogno lo lascio andare! Così stanno le cose!… E’ una questione cosmogonica! Io non ho ordine da mettere! Tu non hai ordine! Nessuno ce l’ha!… Bùah! Bùah! Bùah!…”

E c’è poi quella cosa chiamata “allegoria” e codificata con questo consolatorio e rassicurante nome e dentro questo genere. Qualcosa che sta separata, ma solo perché è stata artificialmente separata, codificata e generizzata. Ma che cos’è veramente l’allegoria? E’ veramente allegorica l’allegoria? E allora come mai vediamo continuamente l’allegoria dentro la realtà e la realtà dentro l’allegoria? Come si configura la “realtà”? Solo attraverso i codici con cui abbiamo deciso di configurarla? Non c’è niente da fare! Qualcuno ha stabilito che, come la realtà è realistica, così l’allegoria è allegorica.

Uno dei massimi esempi di questro tipo di letteratura definita “allegorica” è “I viaggi di Gulliver” del grande Swift. “Viaggi”, appunto, perché questi viaggi sono veramente viaggi! L’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. La lente di ingrandimento per vedere l’infinitamente piccolo e quella di rimpicciolimento per vedere l’infinitamente grande. Tutto il mondo guardato veramente come è guardato, con occhi infinitamente piccoli e infinitamente grandi, da tutte le parti! La millimetria della visione è saltata. Da dove nasce un libro così? Cosa viene prima? Che cos’è l’uomo? Quali sono le sue dimensioni? Cosa dire dell’enorme magnete che sta a basamento dell’isola di Laputa? E della grande accademia di Lagado? Di che cosa si sta parlando? E’ allegoria? Quale anche solo microscopico passo in avanti pensiamo di fare dicendo a noi stessi che si tratta di allegoria?

Sentiamo:
“Mi chiese quali fossero le cause che portano un paese a scendere in guerra contro un altro; gliene elencai solo alcune: talvolta è l’ambizione di un principe che non si sente sazio delle terre e del popolo che governa, tal’altra è la corruzione di qualche ministro che sospinge il sovrano ad una guerra allo scopo di soffocare o distrarre il malcontento dei sudditi contro la pessima amministrazione. Le differenze di opinione sono costate milioni di vite umane: se per esempio la carne sia pane, o il pane la carne, se il frutto di un certo frutto sia vino o sia sangue; se fischiare sia un vizio o un nobile atto; se sia meglio baciare un legno o gettarlo sul fuoco; se il colore più bello per un vestito sia il nero, il bianco, il rosso o il grigio; se debba essere lungo o corto, largo o stretto, pulito o sporco e mille altre ancora. (…) Talvolta nasce una lite tra due sovrani per spartirsi i possedimenti di un terzo ai quali non hanno alcun diritto. Tal’altra è un principe che litiga con un altro, per paura che l’altri litighi con lui. Ora si intraprende una guerra perché il nemico è troppo potente, ora perché è troppo debole. Si dà il caso che i nostri vicini vogliano ciò che noi possediamo, o abbiano loro le cose che a noi fanno gola: allora ci azzuffiamo fino a che ci prendono le nostre cose o ci danno le loro. (…) I paesi poveri sono affamati, quelli ricchi sono prepotenti e fame e orgoglio sono sempre in lite. E’ per queste ragioni che il mestiere più nobile è quello del soldato; un soldato infatti è uno yahoo pagato per uccidere a sangue freddo quanti più simili gli è possibile, senza che questi gli abbiano fatto nulla.”

Oppure:
“Facciamo un esempio: una ciurma di pirati è trascinata chissà dove dalla tempesta, finché un mozzo avvista terra dall’albero maestro; sbarcano per depredare e saccheggiare, si incontrano con un popolo imbelle, vengono trattati con ogni cortesia, danno un nuovo nome a quella terra, ne prendono possesso formale in nome del re, piantano in terra un tavolaccio marcio o una pietra a futura memoria del fatto, assassinano due o tre dozzine di indigeni, ne trascinano via una coppia come esemplari, ritornano in patria e ottengono la grazia del re. Ecco come nasce un nuovo dominio fondato sul “diritto divino”: alla prima occasione si mandano delle navi, si deportano o si massacrano gli indigeni, si torturano i loro capi per sapere dove sia l’oro, vien data via libera ad ogni atto disumano e ad ogni lussuria, la terra fuma del sangue dei suoi abitanti; e questa esecrabile banda di macellai impegnata in una spedizione così devota è una “colonia moderna”, mandata a portare la nostra religione e la nostra civiltà a un popolo barbaro e idolatra”

Non si sta parlando di cose da nulla, ma di ciò che sta alla base della nascita stessa degli istituti politici, nazionali, religiosi e sociali e della modernità. Cambia qualcosa se decidiamo di chiamarla “allegoria”?

Anche Emily Dickinson fa franare ogni discorso semplificato su autenticità e inautenticità e il rapporto tra esistenza e letteratura. Questa personcina confinata, questa donnina esaltata, questa combattente che si proporzionalizza, questa distillatrice che vorrei sempre abbracciare…

Quasi negli stessi anni, Melville, quando è ancora un ragazzo, si imbarca sulle navi e sulle baleniere e vede emergere dalle acque il leviatano. Emily, altra grande avventuriera, non ha potuto imbarcarsi sulle baleniere, anche perché non facevano salire le ragazze sulle baleniere. Ma, come Melville dal mare, anche lei che cosa ha saputo tirare fuori dai suoi pochi fiori e dalle sue api e dai suoi uccellini!

“La mia ruota è nel buio!
Non vedo neppur uno dei suoi raggi,
eppure so che il suo passo stillante
si volge sempre in giro.”

I fiori, tutto il contesto di delicatezza che è stato creato attorno al diamante esploso della sua poesia… Emily è una combattente. Attaccata indissolubilmente al nocciolo della vita e quindi radicalmente immobile, estranea.

“Chi non subì sconfitte è impreparato
a portare un diadema!
Chi non patì la sete ai calici
e al fresco tamarindo!

Chi non ha mai scalato vette impervie
come potrebbe esplorare
i rossi territori
dei lidi di Pizarro?

Quante legioni sono state vinte?
dirà l’Imperatore.
Quante bandiere fatte proprie il giorno
della Rivoluzione?

Quanti spari ti hanno colpito?
E la cicatrice regale?
Angeli! Scrivete “Promosso”
sulla fronte di questo soldato!”

Perché ho letto questa poesia? Solo per il piacere di essere almeno per pochi istanti un tutt’uno con lei.

Che cos’è l’autenticità? Sarebbe stata meno o più autentica Emily se si fosse fermata alla descrizione apparente della “realtà” che aveva sotto gli occhi? C’è qualcosa di forsennato nel cuore invisibile della realtà e delle sue apparenze e delle sue strutture e dei suoi movimenti e delle sue stasi. Che sia questa la vita? Autenticità… Ma rispetto a cosa? Dentro cosa? Sul pelo dell’acqua o nel nocciolo dell’universo? E poi cosa crediamo che sia la letteratura? Cosa crediamo che sia la vita? In quale mondo, in quale universo crediamo di vivere?

——

(Intervento al convegno “Letteratura ed esistenza”, che si è tenuto a Firenze il 3 aprile 2004.)

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9 Responses to La cruna

  1. Malatesta il 14 aprile 2004 alle 11:52

    Mi pare che qui la questione centrale sia quella, posta da Moresco, della “finta dinamica dei contrari”. E’ la visione manicheistica, retaggio del per secoli imperante cristianesimo, del bene e del male, dei due principi in lotta, di cui necessariamente uno è chiamato ad affermare la propria superiorità sull’altro, in un aut-aut che nella realtà non esiste. Bene o male? Corpo o anima? Occidente o oriente? Forma o contenuto? Letteratura o realtà? ecc. Come se una cosa potesse aversi senza l’altra… La nostra storia religiosa, politica, filosofica e anche letteraria è tutta segnata da questi tentativi di separazione chirurgiche, da questi maldestri colpi di bisturi…

  2. Roberto Saviano il 14 aprile 2004 alle 17:50

    Già. Letteratura o verità? Scienza o Filosofia? Benedetto Croce o Alberto Savinio? Bellissimo questo intervento di Moresco.

    Malatesta potresi segnalarmi una tua email privata?

  3. Elio Paoloni il 14 aprile 2004 alle 17:55

    Già, quella che viene fuori cliccando è fasulla.

  4. Roberto Saviano il 14 aprile 2004 alle 19:02

    Mala la tua email mi serve solo per inviarti un messaggio di ringraziamento. Tutto qui.

  5. luminamenti il 14 aprile 2004 alle 22:29

    Il Pensiero di Moresco è profondo e illumina poi magnificamente con quella scelta di testi e autori. In Giappone d’istinto si schiva la diade, sostituendola con la trinità. Male-bene cede alla contrapposizione fra lo scatenamento e l’equilibrio delle forze in campo; menzogna-verità si stempra nel proverbio: “anche la bugia è un mezzo (uso mo hoben), che allude ai “mezzi” con i quali il Buddha indirizzava alla verità. Così interpretata la vita si fa duttile, discreta, gentile. Tutto questo detto in breve e con semplicità. Ma a dover trovarne una strabiliante teorizzazione occidentale trovo insuperabile uno dei più grandi testi del 900: La piega, Leibniz e il barocco, einaudi. Alla cruna dell’ago preferisco la piega.

  6. luminamenti il 15 aprile 2004 alle 06:48

    Moresco finisce: “E poi cosa crediamo che sia la letteratura? Cosa crediamo che sia la vita? In quale mondo, in quale universo crediamo di vivere?”
    Sono state date molte risposte a queste domande. Rapido (si fa per dire!) excursus scegliendo una prospettiva che dis-pieghi (pro-spettivamente, in pro-specchio, e gli specchi si sa riflettono da angolo diversi) il dualismo (nell’antinomia fondamentale di bene e male, positivo e negativo – come problema dell’oltrepassamento) in rapporto a ciò che “facciamo” – e con questo fare che già in sé guarda anche all’atto dell’esistenza della letteratura (ma non solo letteratura, penso anche alla scienza, alla matematica, letteratura non sola, forse il primo o forse l’ultimo dell’atto di-sperante dell’ek-sistere).

    Il problema verte sull’angoscia. Che ek-sistere sia originariamente peccare è l’idea che guida la filosofia della religione di Hegel (e in forma differente Schelling). L’uomo “naturale” o im-mediato non è come deve essere. Per esistere deve appunto uscire dalla casa del padre, dal Giardino, porre la scissione, giudicare-dividere, cioè conoscere. Soltanto ora sarà “immagine” di Dio. Lo sarebbe se non conoscesse? E come conoscere se non nel rapporto che “separa” soggetto e oggetto? E come lo sarebbe se non creasse? Il “male” della separazione, il momento dia-bolico è perciò assolutamente necessario. Il serpente non mente: soltanto “trasgredendo” sarete come Lui. Non è un movimento, però che ecceda la volontà divina; questa idea non porrebbe capo che ad una forma mitica di dualismo.

    In realtà, è Dio in quanto creatore che non può non opporsi a se stesso, che non può che conferire reale autonomia alle potenze che ha evocato dal nulla. Esse debbono operare “da Signore”, debbono voler porre il mondo come loro possesso. “Usurparlo” a Dio, dice il grandioso e vertiginoso Schelling. Il momento della scissione della creatura da Dio è perciò immanente all’atto stesso della creazione; soltanto opponendosi a Dio come Signore l’uomo è veramente, e dunque compie il senso stesso della creazione, ne rappresenta l’enérgeia. Attraverso il male della scissione l’uomo non “cade”, ma il suo Verfallen è elevazione alla conoscenza del proprio destino. Nel negare alla “caduta” ogni significato di colpevolezza (qui si giocherebbe quindi l’oltrepassamento dialettico di bene e male) determinata (il male), Hegel e Schelling costituiscono il presupposto ineliminabile anche dell’analitica heideggeriana.

    Ma si può divergere da questo grandioso paradigma, illustrato con grande sapienza dai due geni tedeschi, contestando i fondamenti di tale esegesi. L’uomo coltiva il Giardino, non lo abita affatto come una presenza im-mediata; è l’immagine di Dio ab origine, e semmai la smarrisce; l’arbitrio della volontà getta nella dipendenza dall’esteriore, lungi dall’elevare alla libertà. Che nel giardino egli non sia per nulla “naturale”, lo dimostra il fatto che impone i nomi agli enti che gli verranno affidati. E’ concepito come logos originariamente.

    Questa tesi implica che nei linguaggi stessi sia presente una scissione in positivo e negativo e che il ricordo della “sua” origine divina porti o all’oltrepassamento della scissione ermeneutica e decostruzionistica del linguaggio, alla ricostituzione dei nomi divini (Benjamin, parte del pensiero filosofico-teologico ebraico ed arabo…). Evidente l’esito che tale falsa esegesi si ripromette: eliminare l’idea stessa di peccato, assolvere a priori volontà e ragione, liberare il loro impetus da ogni trascendente valore. Ciò evacua completamente l’evento cristiano! Per questa esegesi, ciò che rende libero, la verità-che-libera è immanente al movimento che l’uomo intra-prende uscendo dal Giardino. Gesù non diviene, semmai, che l’annuncio di tale verità: colui che denuncia la lettera e la legge come le potenze che uccidono, che riproducono la dialettica colpa-punizione, che asserviscono l’uomo al mito di una sua originaria colpevolezza e caduta. Gesù “compie” soltanto il movimento che l’uomo ha iniziato trasgredendo, e rovescia il significato che la Legge aveva attribuito al peccato, come rovescia i tavoli dei mercanti nel tempio. Purissima gnosi marcionita! con ottimi motivi.

    IL Signore del Giardino terrebbe, infatti, prigioniera la creatura, vorrebbe impedirle di conoscere se stessa, di diventare compos sui. La rivelazione del proprio destino viene all’uomo dal Principio della separazione: dal male. Ma se è così, ne deriva che il Signore non può essere considerato l’autentico creatore del “proprio” dell’uomo, della sua anima. Hegel e Schelling mascherano ipocritamente il fondamento gnostico del proprio pensiero. Larvatus prodeo! Quale differenza dalla radicale onestà del loro grande precedessore, Marcione! Infatti se il Signore del Giardino fosse il creatore in verità dell’uomo, come potrebbe non sapere ciò che Hegel e Schelling insegnano? E cioè che la creatura può essere a Sua immagine soltanto oltrepassando ogni confine dato, ogni presupposto, diventando così liberà? (qui il senso del male).

    Se Egli punisce tale movimento, ciò può significare soltanto che non è l’autentico creatore – che Yahweh non è il Dio dell’anima dell’uomo e che l’uomo può ricongiungersi al “suo” verso Dio soltanto “mettendo a morte” chi pretendeva di usurparne la signoria (qui l’oltrepassamento del male).

    Tutto ciò può sembrare mitologico, ma è una mitologia che innerva tutta la contemporaneità e il senso dell’esserci e del fare e del linguaggio! Che il pensiero se ne faccia carico è “affare” del nostro stesso “pragma”. Allora la dinamica tra bene e male si colloca tra mimesi e metessi: solo “naturalmente l’uomo è mimesi del divino, ma può “partecipare” di esso soltanto attraverso l’atto della propria libertà. Nel Giardino, cioè, vi sarebbe mimesi, ma non metessi.

    Metessi è concepibile soltanto attraverso il movimento dell’uomo che, divenuto Signore, e proprio in forza dell’essere divenuto tale, si decide per la relazione con Dio, “ritorna” al Padre. Ma quale significato attribuire a questa epistrophé? Nella logica di questo sistema (hegeliano) la scissione è soltanto momento, la conciliazione (tra bene e male) è assicurata ab origine. Poiché nessuna opposizione (quelle per esempio citate da Moresco) potrebbe “assolutamente” isolare, ma, anzi, essa è data in forza della sua causa finale; l’opposizione non è che il manifestarsi del télos, del risultato. Certo, il manifestarsi è essenziale; il movimento produce l’accordo, ma soltanto nel senso che lo realizza. Esso è possibilità, ma possibilità assolutamente “reale” fin dall’origine. Impossibile che non sia.

    Posta la scissione, posta in ciò stesso la propria signoria sull’essente, fuori dal Giardino che “era” recinto, l’uomo avverte questo essere-fuori, il persistere di tale opposizione, come un limite, cioè come male, e pone allora liberamente l’esigenza suprema della conciliazione. Dal primo al secondo Adamo. Dall’uscita dal recinto al ritorno ricreante nel Giardino. Schelling, a differenza di Hegel, afferma la pura possibilità o l’essere puro futuro di questo Fine. Ma con chi avviene la conciliazione? Con il Dio che ci ha cacciato per il nostro peccato? Delle due l’una: o quella cacciata è null’altro che un’espressione mitica per esprimere la volontà di Dio che la sua creatura si realizzi a Sua immagine come libero creatore, oppure non sarà certo al Dio che ci accusa e punisce per l’atto della nostra libertà che vorremmo riconciliarci, ma semmai sarà soltanto la sua morte a renderci veramente liberi.

    Nel primo caso, se il nostro peccato sta nel progetto originario di Dio, esso non ci libererà per nulla; commettendolo non faremmo che recitare la parte che l’Altro ci ha dall’origine assegnato. E inoltre non vi sarebbe alcun ritorno, poiché mai ci saremmo veramente isolati dalla volontà del Padre. In questo caso però il male resterebbe inspiegato e appartenente alla natura di Dio.

    Nel secondo caso, l’éschaton, l’Ultimo della riconciliazione, ha un senso soltanto come hénosis con un Principio non solo assolutamente superiore, ma opposto al Signore del Giardino, con Dio puro spirito, Geist, la cui luce in noi, essendo stata completamente soffocata dalla origine im-mediata “naturale”, ha potuto esprimersi nella trasgressione e ora finalmente trionfa. La logica del sistema sembra confondere tutte queste prospettive, ma, a mio avviso, è quest’ultima a informarla nell’essenza e che mi apre al senso della tekné e alle pieghe dell’anima, che non è buona e ma essenzialitur immorale e solo per questa essenza che il corpo evolve verso la Gioia (ma dovrei qui argomentare allontanandomi, invece salto avanti, e salto il senso della Gloria). Quindi: nessun Dio può salvarci, nessuna potenza può destinarci all’esser liberi o farcene dono, poiché essere “liberati” significherebbe ancora dipendere da, non esser liberi. Ma nel senso che qualsiasi sintesi (bene e male, uomo e Dio) arresterebbe proprio lo s-catenarsi della libertà, che non può essere intesa, secondo la sua essenza, se non come in-finita. La situazione del peccato originale non è spazializzabile: ogni volta, per “creare”, è necessario “trasgredire”. “Peccare” significa restare aperti all’infinità del possibile, non acquietarsi (il bonarius di cui parla Schelling!) in alcun risultato.

    Questa prospettiva, che realizza ateisticamente Hegel, è sta interpretata da stuoli di edificanti bonari come una critica dell’Assoluto hegeliano, una presa di coscienza della nostra finitezza, destinata ad un esodo interminabile, e via così. Ma, in realtà, nell’idea di Spirito come liberazione da ogni presupposta trascendenza, si perviene di necessità a porne l’opera stessa come Assoluto, a fare dello Spirito qualcosa che, nella sua totalità, non trascende l’atto concreto del suo manifestarsi. Soltanto oltrepassando ogni idea di conciliazione o di Fine emerge la intrascendibilità dell’agire creativo, e cioè si fa chiaro come nulla ne trascenda il movimento. Il Fine è raggiunto, appunto, nella coscienza che non si dà confine al dispiegarsi dell’esserci che si “crea” – e può ricrearsi soltanto opponendosi a se stesso, rinnovando tale opposizione, considerando ogni sintesi come negligente-seducente arresto. Assoluto è soltanto il perenne ab-solversi dell’ek-sistere libero. Non può cessare la lotta, non può esservi “soddisfazione”, Befriedigung, per quel “leone affamato” che il peccato risveglia. L’”operari” si svolge ancora teleologicamente in Hegel, verso un fine in cui la febbre del negativo resterà “senza impiego”, in cui tempo e concetto celebreranno inseparabili nozze. Il Regno, già in noi, trionferà, allora, anche come mondo, totalità del reale.

    Il problema del peccato si trasforma così in quello stesso della comunicazione. Affinché una potenza autonoma, da nulla dipendente, in nulla fondata, possa comunicare, è necessario ecceda se stessa, apra-ferisca sé, e penetri nell’altro, trasgredendone il confine. Solo questo eccesso, l’inferno di questa notte, al limite della vergogna, come disse Bataille, può dare vita al comunicare. Non è questo il senso del fare creativo? Del fare letteratura? Poesia? Dell’arte e della scienza? Porsi in comunicazione significa mettersi in gioco sull’orlo ultimo del proprio esserci, aprirlo, rendersi compenetrabili. Fare dell’interno un esterno e dell’esterno un interno! Ogni comunicazione partecipa del suicidio e del delitto. Il peccato, il male, dunque, come l’esatto opposto dell’isolante assoluto di Kierkegaard – ovvero nessuna colpevolezza è più definibile, se non il proprio Schuldig-sein, il proprio essere cura, esposizione radicale all’imprevedibile dell’incontro con l’altro e del farsi problema del sé.

    Sappiamo come Jean Daniélou rispose a Bataille: il peccato apre soltanto dissolvendo; comunica con l’altro soltanto negandolo. Non è astratta separatezza, isolante assoluto, ma l’operare della separazione; non uno stato, ma la dinamica violenta che penetra-distrugge l’altro da sé. La negazione di ogni forma di sympàtheia; puro patos che costringe ad oltrepassare l’altro attraversandone la dimensione. Poichè il peccato, appunto, non è vuoto egoismo, ma certamente volontà di conoscere, di comunicare-partecipare. E’ quella suprema forma di comunicazione che si risolve nella negazione della comunicazione (anche in letteratura bisognerebbe riflettere su questa implicazione). E’ la comunicazione che perviene alla “disperazione” di sé, a far disperare della sua possibilità. Daniélou rovescia dall’interno la tesi di Bataille. Il peccato non è l’eccesso immanente ad ogni forma del comunicare, ma il suo silenzio. La forma più alta del comunicare sarebbe, allora, quella mistica: un’attesa a-intenzionale, un eros che nulla si attende rivolto ad un Centro che è ovunque e in nessun luogo, mai penetrabile o disvelabile. Un pura violenza senza impiego!
    (sarebbe questa una prima parte ma non so se ci sarà la seconda)

  7. riccardo ferrazzi il 15 aprile 2004 alle 15:18

    Senti, Lumina, non so cosa ti succede quando ti rileggi, ma credo di doverti dire cosa succede a me quando leggo un post come questo. Ci sono dei momenti in cui godo (quasi letteralmente): sono i momenti in cui parli chiaro. E ce ne sono altri in cui mi distrai, mi mandi in vacca la goduria di un pensiero finissimo con la mania di citare, grecizzare, latineggiare, tedeschizzare, etimologizzare. Ma chi se ne frega ! Non devi passare un esame, non hai nessun bisogno di esibire le tue conoscenze: te le accreditiamo al buio. Tu però, in cambio, non affumicarci: dacci i tuoi concetti penetranti così come sono, nudi e crudi, e lascia stare le energheie, gli essenzialitur e compagnia bella. Credimi: non hai bisogno di queste cose, anzi, ci rimetti. Con stima e amicizia
    Riccardo

  8. Mario Bianco il 15 aprile 2004 alle 17:30

    O Moresco egregio, sono stato attento a leggere questo tuo brano; per meglio concentrarmi nella lettura ho evidenziato alcuni passi e alla fine di questa ora debbo dire che ti faccio tanto di cappello, ( e pensare che ero pronto a scrivere male di te perché non amo le tue narrazioni), insomma:
    Non sei andato fuori a stilare, fare categorie di autenticismi grandiosi e categorici.
    Ti debbo dire che elogio pure il tuo beneficio del dubbio, la valutazione dell’eventualità e la facilità delle stilizzazioni che rendono il panorama umano e letterario immobile, arido ed al contempo eludibile sotto le specie degli innumerevoli “ismi”.
    Sono contento e stupito della scelta dei brani esemplari di Levi, Cèline, Melville, Swift e Dickinson. Contento perché sono artisti grandi di straordinario valore; stupito, solo un poco, perché nella scelta hai cacciato, intinto il dito nelle lucide e doloranti pagine di questi scrittori. I passi che ci hai segnato, infatti sono brani di indubbia profondità, introspezione e consapevolezza: pagine di persone lungimiranti che, allo stesso tempo, hanno guardato molto vicino, tanto presenti al proprio sentire ed all’intuizione da penetrarci profondamente nelle carni, cervello compreso.
    Un appunto:
    Hai scelto scrittori in cui il dolore esistenziale è vivo, in cui il male/essere è più che presente e in cui costoro non annegano. Non ce lo ammanniscono per distrarci, farci passare il tempo, molcirci o addolorarci cupamente, furbescamente: tutt’altro.
    (Per altro il Buddha ha detto, anzi ha chiarito, pare, per togliere ogni illusione che la nostra vita, questo mondo è pregno di dolore)
    Ma hai scelto scrittori che prediligono spesso l’aspetto doloroso di questa vita e la vita, nel suo totale, ha anche altri aspetti, a volte.

    Io tra gli autentici e profondi, tra gli allegorici chiari e limpidi, ci metterei pure Rabelais ed anche Sterne, perché sono ironici, talvolta fanno ridere di cuore: non perché mi anestetizzano mi ubriacano con le risate e le meraviglie, ma perché mi aggiungono la parte mancante, la parte lieve, ballerina della vita che se ne va anch’essa, ma c’è.

  9. luminamenti il 15 aprile 2004 alle 17:45

    Ti ringrazio per la stima e l’amicizia, e naturalmente leggo con attenzione e rispetto le osservazioni critiche, di qualunque natura purchè educate e le tue lo sono certamente. Ma, fortunatamente per me, non devo accreditarmi con nessuno e proprio per questo mi sento libero di esprimermi come ritengo più esatto o con rigore o necessario o adatto, e seguendo anche gli umori e le emozioni che vivo in quel momento. Non modificherò il mio modo di scrivere, che è poi per chi conosce bene i miei scritti versatile. Ho sempre avuto un buon riscontro, ritorno da chi mi legge,in ogni caso non aspiro alla quantificazione del lettore. Ho un’altra idea della difficoltà che il lettore deve vincere nelle sue letture. Grazie del consiglio cmq.



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