Gli Stati del romanzo

19 aprile 2004
Pubblicato da

di Giulio Mozzi

bandam.jpgDal diario di Giulio Mozzi, riprendo questo intervento, che per la verità lui aveva intitolato “Politica: un pezzo di un pezzo” (T.S.)
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In questi giorni sto partecipando a una discussione, per una rivista, sullo “stato del romanzo italiano”. Pubblico qui un pezzo del mio pezzo (che è ancora in elaborazione).

Quanto allo “stato del romanzo italiano”, ho ben poco da dire. Vedo molti, davvero molti buoni romanzi, discreti romanzi. Vedo assai pochi romanzi davvero impressionanti – ma questo mi sembra normale. Se ogni mille romanzi discreti ce n’è uno di veramente impressionante, credo che ci sia da essere contenti.

Ho l’impressione che sia più inguaiato il “discorso sul romanzo”, che non il romanzo. Tu sai, io ho sempre la tendenza a ridurre tutto a questioni di discorsi: quindi prendi quello che dico con le dovute pinze.
Il discorso sul romanzo, in Italia, mi sembra che sia soprattutto un discorso di confronto con il romanzo anglosassone; statunitense, in particolare. In un paio di recenti polemiche (una originata da un pezzo di Mauro Covacich sull’Espresso, un’altra innescata da un pezzo di Romano Luperini sull’Unità) la faccenda tendeva a ridursi a questo.

E allora, adesso provo a dire uno sproposito.

Il popolo statunitense è il popolo eletto. È l’Israele dei nostri tempi. Non mi interessa se questo è vero o no; non m’interessa nemmeno se gli statunitensi stessi ci credono o no. Dico che i discorsi che si fanno contengono sempre questa implicazione: gli statunitensi sono il popolo eletto. Questo è il mito. Gli statunitensi, da bravo popolo eletto, hanno il loro dio; e non si fanno scrupoli a nominarlo, ad invocarlo, a farsi aiutare da lui. Hanno anche un messia: e la cosa geniale, è che si tratta di un messia eletto, quindi sostituibile, rinnovabile, quindi davvero immortale.

Ora: che cosa fa un popolo eletto? Fa quello che deve fare: ad esempio, in nome del suo dio cerca di far fuori gli altri dèi (e i relativi popoli). Ad esempio, si propone continuamente a tutti – a tutti coloro che non hanno il bene di appartenere al popolo eletto – come l’irraggiungibile modello e, contemporaneamente, come il più terribile nemico. Si propone, in sostanza, più o meno come lo stesso dio si propone al popolo eletto stesso: un irraggiungibile modello (“Noi dobbiamo agire come vuole il dio”) e il più terribile nemico (“Niente è peggio che perdere la fiducia del dio”).

Che narrazioni produce, un popolo eletto in pieno fervore messianico? Produce narrazioni potentissime, ovviamente. Produce narrazioni bibliche.

Non mi dispiacerebbe, un giorno o l’altro, provare a mettere insieme la Bibbia statunitense. Cioè una raccolta di libri narrativi, poetici, sapienziali, profetici, scritti e pubblicati negli Stati uniti d’America, ciascuno dei quali corrisponda miticamente a un libro della Bibbia ebraico-cristiana. Credo che non sarebbe difficile farlo: tanto più che, è il mio sospetto, la Bibbia statunitense è probabilmente già stata tutta scritta. Ci sono romanzi statunitensi contemporanei che hanno tutta l’aria di essere delle Apocalissi, delle rivelazioni finali.
Ora: questo è ciò che manca a noi, italiani. Non mi interessano le ragioni storiche: non sto facendo un compendio di letteratura comparata, sto costruendo un’immaginazione. Io sono nato nel 1960. È da quando sono nato che vedo girare l’imperativo categorico della smitizzazione. Tutto va smitizzato, smascherato, privato del suo preteso contenuto di verità. La cosa giusta è: non credere a niente. La parola “verità” è bandita dal vocabolario. Se uno dice: “Sai, ho pensata questa cosa, e, sai, ci ho pensato su bene, credo proprio che sia vera”, la risposta è di solito: una risata in faccia, lo sbeffeggiamento – oppure l’accusa di autoritarismo, fondamentalismo, paranoia.

Bene. Io so che credere fermamente a una cosa della quale non si può né provare la verità né provare la falsità (ad esempio: credere che esista il dio e che abbia creato il mondo) è paranoico. Però mi pare che anche non credere a nulla sia altrettanto, e ugualmente, e simmetricamente, paranoico.

La differenza è che una di queste due paranoie è mitopoietica (produce miti, ragioni per vivere); l’altra è mitoclastica (distrugge miti, ragioni per vivere).

Un popolo immerso in una paranoia mitoclastica non può che produrre narrazioni mitoclastiche. Può andare in estasi difronte alle narrazioni mitopoietiche prodotte dal popolo eletto (il suo irraggiungibile modello, il suo più terribile nemico), ma non sa riconoscere come “cosa buona” le rare, rarissime narrazioni mitopoietiche che nascono nel suo seno.
Ecco. Questo, secondo me, è lo “stato del romanzo in Italia”.

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37 Responses to Gli Stati del romanzo

  1. Lara Alf. il 19 aprile 2004 alle 18:21

    consiglirei a mozzi di partecipare, o farsi invitare, a un sano banchetto totemico, per togliersi dalla testa tutte queste fisime pseudomistiche. mangi la carne del Padre, la digerisca con abbondante sangue e, magari dopo aver vaersato qualche lacrima, vada a dormire. la mattina appresso non ricorderà più nulla e si accorgerà che tutto quello che si immagina e che va scrivendo in giro è uno sforzo inutile della sua intelligenza. e che il mondo può fare benissimo a meno di lui.

  2. Gianni Biondillo il 19 aprile 2004 alle 18:58

    carina Lara, veramente carina. Un fulgido esempio di tolleranza. Complimenti.

    (Alf. per cosa sta? Scusa l’ignoranza…)

    G.

  3. emma il 19 aprile 2004 alle 19:15

    Salve Lara.
    Questo simpatico livore viscerale fa parte della telenovela “I fatti non esistono” o del numero unico “E quando daremo uno sguardo al mondo?”
    No, non mi dire che è teatro di vita…!
    Un dettaglio…?
    Che sia un “cattivo” dettaglio?

    (N.B.: chi si è perduto qualcosa si sintonizzi sui commenti al pezzo di Saviano “Annalisa. Cronaca di un funerale”)

  4. massimiliano governi il 19 aprile 2004 alle 23:03

    ragazzi, sara non l’avete proprio capita. la sua è un’esposizione al ludibrio splendida. non scherzo. il suo è un sacrificio volontario che nessuno sa cogliere. nemmeno io, fino a un minuto fa. adesso ho capito. ho capito tutto. apprezzo chi rischia così.

  5. massimiliano governi il 19 aprile 2004 alle 23:05

    rettifico: lara, non sara. (dopo questo lapsus mi viene un dubbio: forse anch’io non l’ho capita bene.)

  6. Ricambio il 20 aprile 2004 alle 08:46

    Giulio Mozzi è una delle migliori menti della nazione.

  7. Lara Alf. il 20 aprile 2004 alle 09:53

    m. governi, nonostante anch’egli, per sua esplicita ammissione, abbia non pochi problemi psichici, mi sembra l’unico che abbia colto quello che intendevo dire. io ho solo fatto un po’ di analisi a mozzi, tutto qui. del resto non mi frega niente, né se è bravo né se è ciuccio. (e smettetela di vedere persecutori dappertutto. siete patetici).

  8. evgene evtupene il 20 aprile 2004 alle 10:40

    con mozzi ho un rapporto strano; non sono un suo adoratore ( credo sia troppo intelligente per me), ma non posso fare a meno di sbirciare quel che dice.
    bello quel che sostiene sull’incapacità di guardare in casa propria.
    non sono d’accordo su Dio, dietro al quale sento un bisogno di attribuire la responsabilità di quel che siamo ( nel senso del come siamo ridotti). ma parlare di fede sarà un altro capitolo

  9. massimiliano governi il 20 aprile 2004 alle 12:32

    lara, non mi stai antipatica, è inutile che insisti a provocarmi.

    ps: questa mi è sfuggita: quand’è che ho ammesso di avere non pochi problemi psichici? di solito non lo ammetto…

  10. giuliomozzi il 20 aprile 2004 alle 13:51

    Cara Lara: come noto, siamo servi inutili. Il mondo (e anche il dio) possono benissimo fare a meno di noi. Sono dunque d’accordo con te.

  11. Fired il 20 aprile 2004 alle 17:34

    Non il mondo ne’ il dio, mi pare, possono fare a meno di noi. E’ l’Azienda a dire che nessuno e’ indispensabile.

  12. Lara Alf. il 20 aprile 2004 alle 17:43

    caro mozzi, dal tuo modo di esibire le parole, io traggo la conclusione esattamente opposta a quella che tu dichiari: “siamo tutti inutili…”. si sente benissimo che tu non ti reputi affatto un “servo inutile”. un “servo inutile” usa una lingua molto, ma molto più umana della tua, rispettosa della sua condizione di servitù e di inutilità. invece tu (ma non solo tu) parli come un trombone, pieno di sicumera, pieno di paroloni in cui ti crogioli. e alla fine, te ne sei sucito con la solita frasetta retorica, con il solito inganno. per fortuna, però, più sopra, ci sono le tue incancellabili parole da aspirante banchettante totemico… evviva la verità dell’incoscienza!

  13. Elio Paoloni il 20 aprile 2004 alle 18:10

    La questione del mito è fondamentale. Molto più di tante polemiche che infervorano l’ambiente. Non a caso Pavese – che di letteratura americana ne masticava parecchia – ci ha rimuginato sopra a lungo.

  14. gioia il 20 aprile 2004 alle 19:29

    …mi dispiace solo che le critiche all’articolo di mozzi non siano un po’ piu’ costruttive. Chi si dissocia dal club dei tromboni dovrebbe evitare parole come “banchettante totemico”, o no? Ma e’ solo un’opinione.

  15. Lu il 20 aprile 2004 alle 19:48

    io non ho letto l’articolo di mozzi ma il commento di lara secondo me era STRONZO. Badate: STRONZO il commento ho detto STRONZO il commento. Che LARA secondo i miei personali canoni sia anch’ella creatura po’ STRONZA al pari del di lei commento l’ho solo pensato, badate PENSATO. Ma come allo Zecchino d’Oro perdono le canzoni, non i bambini.
    un caro saluto e un abbraccio affettuoso. Lu

  16. luminamenti il 20 aprile 2004 alle 20:02

    Quella di Mozzi mi sembra un’ipotesi teorica accettabile, palusibile. Non so se si possa verificare, né verificare la sua negazione. Mi rimane interessante, degna.
    Peccato che poi Mozzi si perda, o meglio perda il controllo con la risposta che ha dato a Lara, che può non essere gradita da Mozzi ma è infarcita da quella pessima caratteristica di Mozzi che è la su nota falsa modestia che rischia di liquefare la sua pregevole intelligenza e capacità di analisi e capacità di farsi ascoltare. I servi poi non sono inutili, perchè servono al Signore. Hegel aveva ragione.
    Per il fegato bilioso consiglio 1cpr di hepeel a pasto.

  17. Servo Vostro il 20 aprile 2004 alle 21:22

    Una sintassi decente, una punteggiatura decente e una forma decente sono SERVE utili (DEGNE).
    SÈRVITI ogni tanto ANCHE di un BIGNAMI di Lingua italiana.
    Sappiamo bene che TUTTI gli altri BIGNAMI li conosci a menadito.
    Suvvia Lumina, ancora un piccolo sforzo. Un’inezia.
    SÈRVITI e SÈRVICI.

  18. Mario Bianco il 20 aprile 2004 alle 22:12

    Caro Giulio Mozzi,
    posso anche credere all’ipotesi mitoclastica perchè è allettante, ma io credo che in Italia non si producano romanzi straordinari, in questo momento, perchè:
    1. l’Italia è in grande crisi antropologico/culturale, economica, di fiducia nelle proprie capacità, crisi di indentità, infettata da cinismo, corruzione, scemenze e brutture varie
    2. In questo paese si comprano pochi libri e si scrive moltissimo e questo rapporto infausto non favorisce vita facile o comoda allo scrittore, anzi ti butta sulla depressione
    3. Non si fa alcuna politica favorevole alla cultura, ala ricerca anche letteraria, a stages per scrittori et similia( come nei paesi anglosassoni dove si legge moltissimo e si crede nella letteratura, anche nel suo mercato)

  19. luminamenti il 21 aprile 2004 alle 06:13

    La falsa modestia, i suoi tirapiedi e i servi, sì questa volta inutili…che non sanno dire di meglio

  20. Servo Vostro il 21 aprile 2004 alle 07:20

    Tutti qui i tuoi mirabolanti argomenti, Lumina?
    Una mitologia dell’insulto?
    Un regolare i tuoi conti per interposta persona, per interposto insulto?
    Allora leggiti Schopenauer, non Hegel: crescerai di una spanna.

  21. giuliomozzi il 21 aprile 2004 alle 08:23

    Caro Mario Bianco, non sono d’accordo. Se non si scrivono grandi o almeno buoni libri, è responsabilità degli autori. Non so: in quale contesto sociale ha scritti i suoi libri Fedor Dostoevskij?

  22. Salvatore De Riso il 21 aprile 2004 alle 08:51

    Ma io mi stupisco come mai nessuno riesca a cogliere il fondo di un discorso serissimo che bisognerebbe fare a partire da Mozzi. La sua teoria dei “grandi” libri è una teoria perfettamente autoritaria e cattolica della letteratura. La sua idea di mito è un’idea reazionaria dell’immaginazione, un’idea sacrale, bigotta. Io credo invece che bisognerebbe togliersi il cappello davanti a una letteratura (non certo quella italiana attuale) che riesca a rendere il “nulla” nelle sue grandi forme immaginative, anche mitiche, profondamente mitiche, mai sacralizzate, però, mai prese troppo sul serio. Mozzi, al contrario, vuole la Verità, nella scia del più bieco e dominante imperialismo letterario (e non solo). Mozzi ha nostalgia della Verità, con la maiuscola, quindi dei “grandi” libri. A questo punto gli farei notare che l’unico autore italiano, negli ultimi duecento anni, che sia stato capace di parlare al mondo, e sia oggi ancora leggibile a 360 gradi, è Leopardi, l’apostolo del nulla che non ha alcuna nostalgia della Verità. Non credo che Lara abbia tanto torto a far notare a Mozzi l’origine edipica dei suoi discorsi. Io aggiungerei che le sue teorie sanno di morte come niente altro. Sono roba che riguarda coloro che hanno urgenza di fare i conti con qualche Padre: e qui la maiuscola, come fa capire Lara, ci vuole!

  23. rossano astremo il 21 aprile 2004 alle 10:05

    mi scaglio con forza contro le affermazioni di mario bianco.
    1. in italia da un po’ di anni a questa parte si scrivono bei romanzi, dopo la generazione di sfigati anni ’90 (l’ultimo de carlo,brizzi, culicchia)il nuovo millennio ha portato l’eversione del genere romanzo che si respira in Antonio Moresco e i suoi canti del caos (per non parlare degli Esordi), la forza esplosiva degli intrecci di Luther Blisset(prima) e Wu Ming(ora) e potrei continuare con le Cesare Battisti, Tommaso Pincio, poi rimanendo nel “clan” mozziano, pensa al Suicidio di Angela B. di Umberto Casadei, pensa ancora al lavoro in minimim fax di nicola lagioia e della sua collana nichel che ha portato a galla delle grandi speranze (valeria parrella per esempio che aspettiamo alla prova romanzo…)

    2. perchè c’è stata questa esplosione di bei romanzi?
    forse per quello che ha scritto mario bianco, ossia per il ripensamento degli statuti antropologici che sono alla base della nostra esistenza, frutto della guerra globale che ci sta annientando…ma forse il discorso sta andando oltre…

    3.consiglio a mario bianco di essere più ottimista.

  24. Mario Bianco il 21 aprile 2004 alle 10:40

    Dunque, Rossano Astremo,
    Io ho detto riportando le parole di Giulio Mozzi “romanzi straordinari”.
    Stai attento!

    Non ho scritto bei romanzi italiani.

    Io credo, per esempio, di avere scritto due discreti romanzi e racconti, affatto straordinari, però.
    In giro si vedono molti romanzi discreti ed alcuni belli, a volte.

  25. Salvo Di Mauro il 21 aprile 2004 alle 10:41

    Concordo con Lara sul fondo edipico del discorso del Padre Eterno Mozzi. E’ il suo atteggiamento, come ben detto da Lara a guastare.
    E’ l’ipocrisia mozziana che vanifica qualsiasi possibilità di dialogo corretto.

  26. sergio il 21 aprile 2004 alle 11:57

    Il popolo eletto che ha prodotto le grandi narrazioni bibliche di cui parla mozzi era un popolino sempre sull’orlo del baratro, sempre a un passo dall’essere risucchiato, cancellato dalla storia, e che ha prodotto parte di quelle narrazioni in uno stato di cattività. Domanda: tutte le narrazioni mitiche greche, egizie, mesopotamiche, indiane, ecc. sono state prodotte da popoli eletti, latori di una Verità unica e invasiva? E poi, perché quando si affronta il discorso sullo stato del romanzo in Italia si scivola sempre in un confronto tra la situazione italiana e quella statunitense? Non rivela una certa dose di cecità – almeno per l’intellettuale che si proponga di darci un quadro dello stato della letteratura – questo confronto continuamente sbandierato che non tiene minimamente conto di quanto si scrive, non dico nel resto del mondo, ma perfino nella nostra piccola Europa? Perché prendere sempre gli Stati Uniti come modello? Hanno prodotto davvero, gli scrittori statunitensi, tutte queste grandi narrazioni mitiche capaci, tramite una molteplicità di immagini simboliche organizzate, di relazionarci con un’origine e con un oltre? O, semplicemente – come sospetto – subiamo, anche culturalmente, come conseguenza, lo strapotere economico, politico e militare di quel paese? Saluti.

  27. Gianni Biondillo il 21 aprile 2004 alle 14:28

    la seconda che hai detto.

    g.

  28. luminamenti il 22 aprile 2004 alle 05:24

    C’è e c’è stata una grande letteratura americana, ma fissarsi su esse impedisce di vedere altrove. Si rimane ai margini delle questioni capitali, essenziali

  29. Gianni Biondillo il 22 aprile 2004 alle 10:38

    ma che succede? Mancano un puttanaio di commenti!
    Ordine, ragazzi, ordine e disciplina!

    g.

  30. fabio il 22 aprile 2004 alle 13:25

    oddio, franz, dove sei? non ti vedo…

  31. Gianni Biondillo il 22 aprile 2004 alle 14:52

    Provo a condensare i miei commenti perduti, che nascevano stimolati da alcune affermazioni di Franz a riguardo della lingua inglese e della eventuale traduzione dei testi di autori italiani in inglese.
    In pratica dicevo che “la questione della lingua” non è problema da poco. La meglio letteratura anglofona non è, nei fatti, prodotta da chi sta al centro della perfida albione ma da chi ne ha subito il colonialismo.
    Quello, poi, che gli Stati Uniti siano una “giovane” nazione, pregna del desiderio di miti fondativi, è ormai una bufala. Mi viene in mente Wilde: “essere una giovane nazione è la loro più antica tradizione”.
    Le giovani nazioni sono quelle che hanno una popolazione giovane (che, in più, significa, che hanno molta prole. Sono, cioè, proletarie). Quindi, oggi, molte del terzo e quarto mondo (ma anche Albania, paesi dell’Est, etc.). Se a loro dai una lingua franca (come è successo con l’India) avrai opere fondative e fondamentali.
    “Io non ho paura” dell’inglese, in senso stretto. Anzi, sono dell’idea che se una lingua ti viene imposta anche coercitivamente, colonialisticamente, vedete un po’ voi, il colonizzato ha il diritto-dovere di piegarla a sé. Come l’italiano sul dialetto, per intenderci. Ma facendo dello judo, usando la forza altrui per il proprio scopo. Non dobbiamo perdere il dialetto, ma neppure non parlare l’italiano. E così, per estensione, l’inglese. Ma quale inglese? Quello stantio, ammuffito, dei vogatori oxfordiani? Quello arrogante degli yankee?
    Lo sapete che alle Nazioni Unite tutti comunicano in inglese fra di loro (africani, asiatici, europei, etc.), ma quando la parola la prende un anglosassone tutti si mettono l’auricolare perché non lo capiscono? Non è fantastico?
    Quale impasto va nascendo, non ostante il desiderio di omologazione che viene dall’alto? Quale nuove fughe linguistiche sono possibili?

    (sono stato bravo?),
    ciao, Gianni

  32. franz krauspenhaar il 22 aprile 2004 alle 16:28

    Fin troppo!… Sospetto un salvataggio!…;-))
    Io invece non ricordo assolutamente cosa ho scritto dopo. Niente di grave, naturalmente, per le sorti del dibattito. Ah si, ricordo che m’ero messo a parlare di Popi Minellono autore del testo de L’Italiano di Toto Cutugno. Si parlava di lingua italiana… Poi non so più… Nebbia completa… scusate…

  33. riccardo ferrazzi il 22 aprile 2004 alle 17:20

    Mi pare che Mozzi abbia sollevato una questione che va al di là della questione della lingua. Dice Mozzi: l’America è capace di mitopoiesi, noi non ne siamo più capaci. Credo che, prima di tutto dovremmo dire se questo è vero oppure no. I problemi psicologici veri o supposti di Mozzi sono affari suoi. A noi dovrebbe interessare, credo, rispondere alla sua domanda portando argomenti.
    Mario Bianco ha scritto: 1) l’Italia è in crisi di identità e di sfiducia. 2) in Italia non si legge. 3) in Italia non si fa una politica in favore della letteratura.
    Sono tutte affermazioni vere, ma non credo che spieghino la (supposta) crisi delle patrie lettere. Siamo in crisi, siamo sfiduciati ? Il Satyricon, il Don Chisciotte, Il rosso e il nero (dico i primi che mi vengono in mente), sono maturati in epoche di crisi. In Italia non si legge ? Cinquant’anni fa si leggeva molto meno e la TV organizzava corsi per insegnare a leggere e scrivere a milioni di analfabeti. E del resto, le altre letterature continentali sono più brillanti della nostra ? Mah. Manca una politica della letteratura. Certo, se ce ne fosse una sarebbe meglio. Ma non l’abbiamo mai avuta e, a Dio piacendo, la letteratura italiana è pur sempre una delle più importanti al mondo. I talenti si sviluppano anche senza l’aiuto statale. (Ripeto, se una politica ci fosse, e se non si riducesse a finanziare il libro del cugino del ministro, non guasterebbe).
    Secondo me, c’è da prendere in considerazione qualche dato di fatto terra-terra.
    1) il mercato angloamericano è più vasto. E’ così e non c’è niente da fare.
    2) una autrice come Liala (per non fare nomi di viventi) in America è considerata un fenomeno rispettabile, in Italia una vergogna nazionale.
    Non vedo cosa ci sia da scandalizzarsi se un libro di Liala (o delle sue emule odierne) vende cinquecentomila copie. Se uno solo dei suoi lettori, invece di abbrutirsi con Maria de Filippi, col tempo passerà da Liala a Wilbur Smith, e poi a Rex Stout, e poi a Umberto Eco non dovremmo semmai rallegrarcene ? Sdoganiamo Liala: ci conviene !
    3) non illudiamoci: il romanzo di alto livello venderà quasi sempre poco perché sul totale dei lettori la percentuale di quelli in grado di riconoscere e apprezzare la qualità è necessariamente bassa. La gente vive, lavora, paga il mutuo e compera i giocattoli per il bambino, mica fa di mestiere il critico letterario.
    4) e infine, riconosciamolo, la nostra è una letteratura di poesia. Il romanzo ha poca tradizione e quella poca non è particolarmente alta. Noi non abbiamo avuto Cervantes, Flaubert, Tolstoj o Kafka, e nemmeno Joyce. Abbiamo avuto Dante, Petrarca, Tasso e Leopardi. Mica poco. Ma tutta un’altra faccenda.

  34. Mario Bianco il 22 aprile 2004 alle 18:28

    Intendevo dire un non so che di sentito per le vie per le coscienze per le arie che qui si sta male, non è detto che si debba star bene per scrivere grandi cose, è pure vero: ho letto di Dostoesvskji, come dice il buon Giulio, ma lui se ne stava spesso nelle Germanie a giocazzare e si imbeveva pure di quelle lettere.
    Non siamo più negli anni ’60, è ovvio dove potevamo mettere al mondo dei Calvino, Pasolini, Bassani( checchè ne dicessero i sessantristi), Primo Levi e Carlo Levi e Tomasi e poco prima il grandissimo Buzzati.
    In quegli anni esisteva un’altra vitalità, qui respiro ora disagio e merda volante.
    Ora nella crisi vedo un malessere di questa cultura/lingua che se ne more e sputa i sangui di Moresco, che saranno interessanti ma non “straordinari”.
    Poi io non faccio proprio riferimento alle lettere americane, anzi dentro di me più parlavo di Spagna e Alemagna e UK, però non lo dissi forte.

  35. Elio Paoloni il 24 aprile 2004 alle 08:34

    Ferrazzi ha scritto due o tre cose semplici e vere, giusto per riportare la discussione sulla terra. Ma qui suonano scandalose.

  36. sparajurij il 24 aprile 2004 alle 20:53

    popolo eletto sì, ma con una scarsissima partecipazione al voto.
    popolo senza passato e senza miti che cerca di produrne ora di incongrui e transeunti.

    ma mozzi dice cosa buona: la scrittura deve essere fenomeno che porta al noumeno, deve creare apocalisse e poi di nuovo vita, deve essere senso pieno, non senso di colpa, deve essere evocativa e cattiva nei confronti del proprio evo.

    in un articolo su l’Unità noi si diceva che in Italia oggi qualcuno lo fa. Su questo punto con Mozzi non siamo affatto d’accordo.

  37. franz krauspenhaar il 25 aprile 2004 alle 07:35

    Si, Ferrazzi ha scritto le cose come stanno, scusate la citazione… Non so se, come dice Paoloni, qui suonano scndalose, però è vero che la sintesi di Ferrazzi – con semplicità, che bello!- la dice lunga.
    Liala non è male, davvero. Sono le “rosa” di oggi che scrivono tutte allo stesso modo. Liala si ergeva.



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